Per far ripartire le aziende italiane bisogna puntare su inclusività e digitalizzazione

Roberto Prioreschi
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Nell’ultimo anno abbiamo vissuto, e continuiamo a vivere, una crisi multidimensionale che ha mostrato la fragilità di alcuni settori e amplificato l’incertezza delle persone in termini di sicurezza, sanitaria ed economica.

Infrastrutture, sostenibilità, digitalizzazione giovani sono alcuni dei capitoli più importanti del piano di Bain & Company che pone al centro il recupero di molti gap strutturali di cui il Paese soffre. Da un lato gli investimenti di lungo termine, che devono prevedere un ammodernamento delle infrastrutture, dall’altro lo sviluppo di canali, prodotti e piattaforme in logica Industry 4.0, con investimenti mirati nel digitale. Senza dimenticare il valore dell’inclusività, che se adeguatamente coltivato è una risorsa che “arricchisce le aziende, rendendole più innovative, più performanti e quindi più profittevoli”, come spiega in questa intervista Roberto Prioreschi, managing director Italia e Turchia di Bain & Company.

Secondo lei i tempi sono maturi per un nuovo modello di collaborazione tra pubblico e privato?

I tempi sono maturi per il salto verso un nuovo modello. E lo erano già da un po’, ma ora che il tessuto economico è stato forzato a reinventarsi abbiamo l’opportunità di rilanciare il sistema economico attraverso un modello collaborativo in grado di rispondere alle priorità di business che si stanno definendo nella fase di ripresa. I grandi operatori industriali stanno giocando un ruolo fondamentale in questa sfida, imprimendo, per primi, una decisa accelerazione ai processi necessari; allo stesso tempo, sarà indispensabile il pieno coinvolgimento delle istituzioni, affinché il programma di investimenti e opere identificato sia portato a pieno compimento.

 E in questo senso, partendo dal tema della transizione energetica, che ruolo gioca la produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili?

Siamo sempre più consapevoli del fatto che la costruzione di un mondo adeguato alle esigenze delle nuove generazioni passerà necessariamente per la transizione ecologica. Gli investimenti che il Paese deve compiere in questo senso non devono solo puntare all’importante traguardo del 2030, ma anche allo sviluppo di strumenti efficaci che, nel lungo termine, ci mettano nelle condizioni di essere indipendenti da un punto di vista energetico, che preservino al meglio le risorse naturali, che ci proiettino in un ecosistema sostenibile e inclusivo. In tale contesto lo sviluppo delle fonti rinnovabili, principalmente solare per il nostro Paese, gioca e giocherà un ruolo chiave per raggiungere i nostri obiettivi, accompagnato da uno sviluppo della rete di trasporto e distribuzione dell’energia elettrica che deve accompagnare il crescente livello di elettrificazione dei nostri consumi (ad esempio mobilità elettrica).

Cosa si potrà fare per sostenere efficacemente un settore così fondamentale?

Saranno necessarie alcune azioni: tutelare valore e operatività della supply chain a monte della produzione (componenti, opere civili, terzisti, …), anche grazie a processi autorizzativi semplificati, accessi agevolati al credito bancario; facilitare l’accesso a fondi europei già disponibili ed espressamente dedicati a interventi nel campo della green economy, favorire operazioni di consolidamento tra produttori di classi merceologiche strategiche per il settore per garantire l’approvvigionamento di prodotti e tecnologie; favorire e incentivare processi di innovazione e attività di ricerca e sviluppo per permettere ai nostri player di competere sui mercati globali.

Andiamo alle infrastrutture in Italia: da cosa bisognerebbe partire?

Abbiamo 5 anni per impiegare le risorse stanziate dal PNRR. In Italia, 5 anni sono pochi. Dobbiamo urgentemente agire su processi e sovrastrutture in ottica di estrema semplificazione e de-burocratizzazione. Una rivoluzione silenziosa, ma importantissima, per non dire imprescindibile. C’è poi un secondo obiettivo di medio-lungo periodo. Gli impieghi dei fondi di cui abbiamo oggi disponibilità devono essere valutati in ottica future back, ovvero definendo gli obiettivi di lungo periodo che vogliamo raggiungere individuando fin d’ora il percorso, le azioni e gli strumenti più adeguati da implementare. Alle nuove infrastrutture il PNRR destina, correttamente, oltre il 75% delle risorse totali: una scelta epocale per ridisegnare e modernizzare il nostro Paese e renderlo davvero competitivo nel futuro e, soprattutto, adeguato alle esigenze delle nuove generazioni.

Come sta crescendo il Digital Innovation Hub, aperto a Milano a ottobre 2020? Quali numeri ha raggiunto?

Per essere ancora più al passo con il trend globale ed efficaci nelle proposte ai nostri clienti, in Bain abbiamo deciso di anticipare i tempi, rafforzando l’ultima parte della catena del valore della consulenza strategica che offriamo e integrando nei piani di trasformazione digitale anche la possibilità di realizzare quelle soluzioni – tecnologiche e di sviluppo – che proponiamo ai nostri clienti. Siamo molto soddisfatti del lancio del Digital Innovation Hub, uno spazio di 700 metri quadrati all’interno del nostro ufficio di Milano dedicato alla contaminazione tra giovani imprenditori, startup e gli oltre 200 clienti della società, appartenenti a tutti i settori merceologici. La nascita dell’hub continua a essere la risposta concreta alle esigenze dei nostri clienti ed accompagnamento nel percorso di digital transformation. Dal lancio dell’hub abbiamo sviluppato circa 50 progetti in tutte le industrie e assunto circa 30 persone.

 Quanto conta e come viene promossa l’inclusività in Bain?

La pandemia ha dato luogo ad una crisi multidimensionale senza precedenti che sarà ripagata principalmente dai giovani, che dobbiamo mettere nella condizione – dando loro i giusti strumenti – di vivere in una società migliore delle nostre. Per costruirla, il tema di diversità e inclusione è davvero cruciale. Tuttavia, non possiamo aiutare i nostri clienti senza essere in primis noi attenti a non creare ulteriori fratture nella nostra società. Per questo motivo, siamo stati tra i primi a mettere in campo azioni concrete per l’inclusione e la valorizzazione delle diversità e del capitale umano, con la prima policy per l’inclusione e i diritti LGBTQ+ che risale al 1994. Noi crediamo nella “diversity in one team” e, oltre ad avere un team dirigenziale realmente inclusivo, nel 2020 abbiamo creato a livello globale un Council for diversity, equity and inclusion. La diversità per noi è un valore strategico, competitivo e sociale. Una cultura e una pratica che vogliamo stimolare e diffondere.

 Cosa dovrebbero fare le aziende italiane per essere più inclusive?

Incoraggiamo le aziende nostre clienti a migliorare le politiche, ad ampliare la loro rete di recruiting per trovare talenti al di là dei parametri sociali spesso ristretti su cui si sono tradizionalmente basati, e garantire che misure come il lavoro flessibile possano aiutare a trattenere il personale. Poi c’è il tema della mancata occupazione femminile, in Italia ancora particolarmente forte, che ha un potenziale per il Paese compreso tra 50 e 150 mld di euro. Come managing director di una società di consulenza strategica che deve aiutare i propri clienti a essere più competitivi, non posso che farmi promotore di una call to action su temi di diversity e gender equity. La parità deve essere un obiettivo di business per chiunque sia alla guida di un’azienda.