Un under 30 italiano vuole rivoluzionare il mondo delle spedizioni. Partendo da Firenze

Francesco Borghi ShippyPro
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Francesco Borghi (Firenze, 1992) ha trasformato un’ossessione – spedire – in professione. Era un ragazzino quando, in sella alla bicicletta, passava le estati a distribuire i souvenir prodotti dalla ditta di papà. Nel 2016, il salto digitale con GoBox. Tempo qualche mese, e già puntava a “qualcosa di scalabile a livello globale”. Nasceva ShippyPro, piattaforma che rende più efficiente la vendita online dal proprio sito web riunendo in un unico ambiente digitale marketplace, e-commerce e corrieri. Esempio. Un’azienda deve spedire dieci plichi: va su ShippyPro, inserisce l’ordine, entra in azione l’algoritmo che sceglie la migliore soluzione per velocità e costi, si genera l’etichetta di spedizione, viene tracciata la consegna e, nell’eventualità, gestiti i resi. Il tutto con un click. 

Borghi è il sesto ospite della serie #ZetaMillennials ad alto contenuto tecnologico.

Partiamo dai numeri. Avete chiuso il 2020 con un fatturato di 2,2 milioni di euro e prevedete di raggiungere i 6 entro l’anno. Poi?
Puntiamo a 18 milioni per il 2022 e 50 per il 2023. 

Nel frattempo avete avuto un aumento di capitale di 5 milioni grazie al fondo americano Five elms capital. Americano perché non cerano italiani decisi a scommettere su di voi?
Volevamo una crescita rapida a livello globale, e più grande è la sfida, più i fondi statunitensi sono motivati a intervenire. Si aggiunga il fatto che Oltreoceano la cultura imprenditoriale è diversa, c’è grande rispetto per quello che le startup costruiscono. Si parte dall’accezione del termine startup, che in Italia sta per aziendina piccola fatta da giovani senza soldi che fanno cose divertenti. Negli Usa il termine identifica un’azienda ad altissimo potenziale che può cambiare il mondo. 

Un mondo che intendete cambiare da Firenze, città icona di bellezza, grazie alla tecnologia.
Vorremmo fare di Firenze il primo hub tecnologico europeo dedicato all’e-commerce e logistica. L’ufficio è in via dei Serragli 8, nel quartiere di San Frediano, secondo Lonely Planet il più cool al mondo nel 2017. Siamo in un palazzo del 1400, rivisto in ottica tech e di sostenibilità. A Firenze non c’è un ecosistema maturo, ma la nostra missione sta proprio nel costruirlo. Qualcuno doveva iniziare a farlo prima o poi.

Piccolo passo indietro. ShippyPro ha due padri: lei e Lorenzo Rogai. Cosa ha acceso la scintilla?
Stavo cercando un cto e, navigando in rete, mi imbattei in Lorenzo. Gli raccontai il progetto girandogli del materiale. Iniziammo a lavorarci notte e giorno. Siamo stati da sempre affascinati dal mondo dell’e-commerce e spedizioni, però entrambi condividevamo l’insoddisfazione dell’esperienza di consegna. Avevamo un desiderio fortissimo: cambiare le cose nel mondo della logistica.

Correva l’anno 2016 ed eravate in due, l’anno scorso siete arrivati a 30 collaboratori ed entro luglio 2022 assumerete altri 100 professionisti. Quali i profili richiesti?
Stiamo assumendo i migliori talenti dalle migliori aziende. Stanno entrando in ShippyPro talenti che lavorano in Amazon, Google, Facebook. A costoro affiancheremo i migliori giovani laureandi dalle università internazionali. A due settimane dall’annuncio del round, già avevamo ricevuto oltre 750 candidature. Le assunzioni sono a tempo pieno e quasi tutte indeterminato.

La squadra attuale di quali figure si compone?
Per il 35% si tratta di ingegneri e sviluppatori, 25% vendite, 15% marketing, 15% support, 5% risorse umane, 5% finanza.

È lei a condurre il colloquio conclusivo. A quale aspetto caratteriale  del candidato non potrebbe mai rinunciare?
L’attitudine a voler cambiare le cose e la passione in quello che si fa. Non abbiamo la presunzione di trovare gente che conosca già un nuovo mestiere, cerchiamo persone che siano in grado di trovare una soluzione per ogni problema.

È stato un ragazzo prodigio dell’imprenditoria. Questione di ambiente, di istinto, di attitudine innata, della combinazione di più fattori?
Ho avuto la grande fortuna di veder sbocciare l’azienda (produttrice di souvenir) di mio padre quando avevo 10 anni. A 14 mi occupavo io delle consegne in centro dei prodotti. Alle superiori, la domenica – ma talvolta anche in settimana, cosa che mamma disapprovava – accompagnavo papà agli incontri con i clienti in giro per tutta l’Italia.

Di queste lezioni sul campo quale è stata la più impattante?
Bussando alle porte di tutti i negozi di souvenir e gadget d’Italia imparai che a fronte di 99 no c’è sempre un sì. Papà è stato il mio primo maestro, mi ha insegnato come vendere e come gestire la relazione con il cliente. 

Aveva un’azienda in casa, ma ha voluto creare la sua.
A 16 anni subii il fascino del digitale, iniziando prima con la grafica e il design, poi con l’informatica, occupandomi di programmazione e e-commerce. Avevo circa 17 anni quando un ragazzo mi propose di avviare insieme un’azienda di siti web, i nostri professori di informatica e economia ci supportarono e trovarono addirittura i primi clienti. Ogni giorno, dalle ore 15, iniziavamo a programmare oppure andavamo a caccia di clienti. Abbiamo creato gestionali di fatturazione, siti web, siti e-commerce e cataloghi web in 3d per rendere l’esperienza web più fruibile. Non ero ancora maggiorenne e già guadagnavo fra i 500 e i mille euro al mese.

Si è laureato pochi anni fa in economia e commercio. Cosa si continua a non insegnare, in Italia, ai laureandi in economia?
Cos’è una startup. Come si fa un pitch deck. Come si raccolgono capitali. Come si costruisce e gestisce un team di talenti. Come si scala un’azienda.

E invece, a suo dire, qual è il tallone d’Achille di tante, troppe, aziende italiane. 
Il fatto di essere sottocapitalizzate e non per mancanza di capitali, ma per una questione culturale. Si inizia dal pre-seed friends & family. Negli Stati Uniti, appena c’è un’idea imprenditoriale la si racconta a amici e familiari e si raccolgano i primi 80-100mila dollari per iniziare con estrema semplicità. In Italia non è così. Non si sa nemmeno cosa sia il friends & family e anche a livello legale è veramente complesso mettere su processi simili. Serve ancora il notaio. Negli Stati Uniti basta un click. In più se l’azienda non decolla e fallisce – come accade nel 99% dei casi -, magari comprometti i rapporti con i tuoi amici che ti hanno finanziato. Oltreoceano il fallimento è contemplato e si sa che è normale che si verifichi, già ti rispettano perché ci hai provato.

Altri freni all’iniziativa imprenditoriale di casa nostra? Cosa non consente di cavalcare l’onda della quarta rivoluzione industriale?
Siamo pieni di aziende vecchio stile, in cui il proprietario è ancora accentratore di tutte le decisioni perché non sa come delegare, come scalare i processi aziendali e, soprattutto, molto spesso non ammette errori da parte dei suoi collaboratori. Senza fiducia e tolleranza non puoi delegare e quindi scalare. Altro punto culturale-finanziario da non sottovalutare è che in Italia la perdita è vista come un tabù. Se si vuole crescere rapidamente, bisogna obbligatoriamente bruciare capitali e la perdita è una conseguenza naturale. Non deve essere vista negativamente se approcciata nel giusto modo, attraverso un valido business plan e un piano finanziario a medio termine.

Cosa vuol dire lanciare una startup nel nostro Paese?
In Italia chi fa startup si prepara in autonomia, si fa da solo. Nel nostro Paese ci sono fondatori bravissimi, ma pagano lo scotto di un gap culturale per cui i coetanei americani hanno già aziende con 500 dipendenti. Bisogna incentivare l’investimento sulle startup con una comunicazione intelligente e mettendo a disposizione gli strumenti giusti. Le startup lavorano su progetti innovativi ad alto potenziale, nel giro di tre anni possono assumere centinaia di persone e generare milioni di euro di fatturato, per questo è importante sviluppare un tessuto imprenditoriale che le incentivi. C’è un mercato vecchio da rivoluzionare con la tecnologia, in ogni settore, e questo è il momento giusto per farlo. Avverto tanta voglia di cambiare. 

In che cosa è altamente competitiva ShippyPro? Perché questa start up la spunterà?
Per prima cosa, abbiamo disegnato la nostra piattaforma per essere utilizzata da qualsiasi azienda e-commerce nel mondo, è già in 5 lingue (inglese, italiano, francese, spagnolo, tedesco) e stiamo aggiungendo il portoghese e il cinese. In secondo luogo, abbiamo la più grande integration library online. Inoltre, il nostro team è internazionale e conosce la delivery da vicino. La nostra tecnologia poi è scalabile e disegnata per supportare ogni tipo di impresa, dalle startup alle aziende impegnate in milioni di spedizioni ogni anno. Infine, la nostra creatività e qualità del prodotto sono molto alte, cosa che viene riconosciuta dai competitor stessi.

Come interagite con i colossi delle-commerce, a partire da Amazon?
Sia Amazon sia eBay o Shopify, per menzionare i colossi, sono nostri partner. Con loro costruiamo partnership per facilitare la logistica nel mondo e-commerce. Sempre più spesso sono loro a proporre ShippyPro ai clienti, perché grazie a noi le aziende si collegano agevolmente con i loro sistemi, senza contare che offriamo la garanzia che l’ordine verrà spedito senza alcun problema. In più, nonostante abbiamo pochi anni di vita, questi grandi player ci considerano shipping experts. Sempre più spesso siamo coinvolti nelle attività di brainstorming con le più grandi aziende del settore per studiare nuove soluzioni per le consegne.

Note tecniche. Grazie al vostro software, le consegne sono rese più efficaci perché integrate oltre 150 corrieri e 60 canali di vendita. Vediamo il punto dei canali di vendita.
Nel mondo e-commerce è possibile aprire un proprio shop e vendere su centinaia di marketplace e siti web. I più famosi sono eBay, Amazon, Shopify. Ma ce ne sono tanti altri su cui le aziende generano comunque vendite: Cdiscount, ePrice, ManoMano. Noi abbiamo sviluppato una connessione con oltre 65 di questi canali, per permettere all’azienda di gestire tutte le proprie vendite in unico posto. Utilzzando ShippyPro, l’azienda può andare live su un nuovo canale di vendita e gestirlo senza dover cambiare nessun processo. Se andare live con un nuovo canale di vendita prima implicava complesse integrazioni di processi, con ShippyPro diventa una logica plug and play.

Chiudiamo con il punto “corrieri”.
Al mondo ci sono centinaia, se non migliaia, di corrieri espressi e postali. Ogni nazione ha i suoi player, nazionali e internazionali. Per l’azienda, poter spedire con i migliori player di ogni nazione e diversificare l’offerta in termini di delivery crea un enorme vantaggio, oltre ad aprire nuove opportunità di espansione globale. Esempio: se la società vuole iniziare a vendere su determinati marketplace francesi, deve utilizzare corrieri francesi. Abbiamo intuito questa necessità dal giorno zero e abbiamo costruito la più grande libreria di integrazioni corrieri al mondo. Come per i canali di vendita: con ShippyPro, l’azienda può andare live con un nuovo corriere e gestirlo senza dover stravolgere i propri processi logistici. Questa è una delle più importanti rivoluzioni che abbiamo portato sul mercato.