L’Unione europea creerà un’agenzia per rispondere alle future pandemie: pronti 50 miliardi di euro

Ursula von der Leyen Unione europea
Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea (foto Leon Neal/Getty Images)
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Una nuova agenzia che servirà a impedire che “un’epidemia locale possa trasformarsi ancora in una pandemia globale”. Così la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, nel suo discorso annuale sullo stato dell’Unione ha annunciato la nascita dell’Health emergency preparedness and response authority (Hera), un nuovo organo dell’Ue che si occuperà della prevenzione e della risposta alle emergenze sanitarie.

L’autorità, come spiega Forbes.com, “lavorerà al fianco delle agenzie europee esistenti”: il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (Ecdc) e l’Agenzia europea per i medicinali (Ema). Dovrà “assicurarsi che l’Unione sia preparata a sviluppare, produrre e distribuire gli strumenti fondamentali per la lotta alle malattie”, come vaccini, medicinali e strumentazione medica.

Il progetto Hera

I particolari del progetto Hera, anticipato già a febbraio, dovrebbero essere comunicati a breve. L’agenzia dovrebbe essere attiva entro il 2027 e sarà finanziata dall’Unione europea con 50 miliardi di euro. Forbes.com ha definito il futuro organismo come “l’equivalente del Biomedical advanced research and development authority (Barda) statunitense”, un ufficio del dipartimento della Salute e dei servizi umani che si occupa di contromisure mediche contro pandemie, nuove malattie e bioterrorismo. 

Alcuni dettagli sono già stati anticipati da Politico, secondo il quale “funzionari Ue di tutte le istituzioni ammettono che il più grande ostacolo incontrato nella lotta alla pandemia è stato la mancanza di un equivalente del Barda”. Vale a dire, di un organo in grado di “convogliare in breve tempo miliardi di dollari verso le aziende farmaceutiche”, per permettere loro di “sviluppare vaccini e terapie contro il coronavirus”.

L’Hera non sarà, avverte lo stesso articolo, una “rivoluzione”. La libertà di movimento dell’Unione è infatti “limitata dai trattati europei”, che non assegnano poteri ampi a Bruxelles in fatto di sanità, anche nel caso di pandemie. La costituzione della nuova agenzia potrebbe essere allora “una mossa pensata per il lungo periodo”, in grado di “rappresentare il primo passo in una sottile erosione delle competenze nazionali in materia sanitaria”.

“200 milioni di dosi ai paesi poveri”

Von der Leyen ha dichiarato anche che l’Europa donerà altri 200 milioni di dosi di vaccino anti-Covid ai paesi poveri entro la metà del 2022. Una cifra che si aggiunge ai 250 milioni già promessi in precedenza.

Ancora Politico fa notare che l’annuncio arriva in un momento in cui “Bruxelles è sotto attacco per avere consegnato solo una piccola percentuale delle dosi promesse”. Documenti ottenuti dalla stessa testata all’inizio di agosto dimostravano infatti come l’Unione europea avesse distribuito appena 7,9 milioni di dosi: il 4% di quanto promesso. Una cifra minima, peraltro, rispetto ai 59,8 milioni di vaccini donati fino ad allora dagli Stati Uniti e ai 24,2 milioni della Cina. Un funzionario Ue ha dichiarato oggi a Politico che la cifra è salita, nell’ultimo mese e mezzo, a 20 milioni.

“Contro la disuguaglianza sui vaccini”

“La nostra prima e più urgente priorità è accelerare la campagna vaccinale globale”, ha detto Von der Leyen, che ha definito la discrepanza nella quota di popolazione immunizzata tra paesi avanzati e in via di sviluppo come “una delle principali questioni geopolitiche mondiali”.

Pochi giorni fa, l’Organizzazione mondiale della sanità segnalava che l’Africa riceverà il 25% di vaccini in meno, da qui a fine anno, rispetto al previsto. La riduzione è dovuta, in parte, alla somministrazione di terze dosi in molti paesi occidentali, tra i quali l’Italia.

Von der Leyen, che pure ha rivendicato per l’Ue il titolo di “leader mondiale dei vaccini”, ha ammesso che “le differenze tra i tassi di immunizzazione” esistono anche nell’Unione e “sono preoccupanti. Cerchiamo di fare il possibile per evitare una pandemia dei non vaccinati”. Se paesi come Malta, Portogallo, Spagna e Danimarca sono tra i primi al mondo per percentuale di popolazione vaccinata con due dosi, infatti, in Romania e Bulgaria le quote sono del 26 e del 18%.