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Ursula von der Leyen Ue
Strategia

Dal 20% al 13% del Pil globale in 30 anni: dentro le cause del declino dell’Europa

Articolo tratto dal numero di giugno 2024 di Forbes Italia. Abbonati!

Questo benedetto declino occidentale è un’invenzione o una cosa vera? Di solito in questo genere di analisi si prende come parametro l’economia. Ecco un primo dato: la forza economica relativa del G7, il vecchio club dei paesi sviluppati, è diminuita. Alla fine degli anni ’80 era pari a quasi il 70% del Pil globale (in termini nominali), ora vale meno del 45%. Ma i numeri vanno esaminati per bene. Che cosa ci dicono? Che questo declino non riguarda tutti allo stesso modo. Gli Stati Uniti hanno largamente conservato il loro status di potenza (quasi) egemone. La loro economia, sempre in termini nominali, vale ancora oggi circa un quarto di quella globale, più o meno la stessa quota del 1990. La causa vera del declino è l’Europa. La culla della rivoluzione industriale, avvertono molti analisti, sta mangiando la polvere di Stati Uniti e Cina, e forse un domani anche dell’India. Basta un dato per capirlo. Come riporta il Financial Times, l’Unione europea rappresenta oggi solo il 13,3% del prodotto interno lordo globale; valeva più del 20% nel 1993, quando è stato istituito il mercato unico.

Il crepuscolo della locomotiva tedesca

L’esempio lampante di queste difficoltà è la Germania. È stato detto tante volte che il paese europeo più ricco basava la sua crescita su tre pilastri: energia a basso costo dalla Russia, esportazioni in Cina e sicurezza garantita dall’ombrello della Nato e degli Stati Uniti. Quest’idea di potenza cosiddetta ‘erbivora’, che crede nella pace e nell’apertura del mercato perpetua, è sotto assedio.

Quando, dieci anni fa, il presidente cinese Xi Jinping fu accolto in Germania, nella cintura industriale della Ruhr, fece i complimenti a quella regione per esser un hub di investimenti cinesi e salutò l’arrivo di un treno carico di merci che aveva viaggiato dalla Cina per due settimane. Gli stessi carichi oggi ricevono accoglienze molto più fredde. A febbraio una nave ha scaricato circa tremila auto elettriche prodotte da Byd, il gigante cinese che ha superato Tesla come maggiore produttore di veicoli elettrici al mondo. Leader e industriali europei temono un’ondata di esportazioni a basso costo – ma non dozzinali: beni ad alta tecnologia, in particolare tecnologia verde – che rischiano di colpire in modo duro la manifattura europea, con conseguenze altrettanto dure per i posti di lavoro. Fra sei anni, dice uno studio della banca Ubs, il 20% delle auto immatricolate in Europa potrebbe essere prodotto in Cina. Una macchina su cinque.

Il piano cinese

D’altronde è questo il piano di Pechino: risolvere a colpi di esportazioni il rallentamento dell’economia nazionale. A maggio Xi è tornato in Europa dopo cinque anni d’assenza. Prima tappa Francia, poi Serbia e Ungheria. L’itinerario la dice lunga sull’obiettivo: provare a mettere un solco tra Europa e Stati Uniti. I leader di Serbia e Ungheria sono i più filorussi d’Europa e intrattengono ottimi rapporti con la Cina. Macron, però, non è più quello che non voleva umiliare Putin. È diventato uno dei più convinti sostenitori dell’Ucraina e ha fatto capire a Xi che il suo paese, appoggiando la Russia, difficilmente può essere considerato un partner affidabile per l’Europa. E poi c’è la questione dell’export. Il partito comunista canalizza denaro nell’industria ad alta tecnologia che serve alla transizione energetica, come auto elettriche, batterie e pannelli solari. Esportando questi prodotti, dà impulso alla propria economia, oggi meno brillante che in passato.

Va ricordato che la Cina dipende dalle esportazioni perché i consumi interni non hanno mai davvero preso slancio. Servirebbe una serie di riforme che Xi esita a fare. Il risultato è che il surplus commerciale della manifattura cinese, scrive l’Economist, è vicino a un record come quota del Pil globale ed è destinato a salire ancora più in alto. L’Europa, il continente più aperto agli scambi, è anche quello più esposto. “I vostri prodotti sovvenzionati, come le macchine elettriche o l’acciaio, stanno inondando il mercato europeo”, ha detto a Xi la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, che era a Parigi insieme a Macron. Il 5 marzo la Commissione ha raccolto prove sufficienti per dichiarare che la Cina sovvenziona in modo sleale i suoi produttori di auto elettriche. La strada dei dazi, dunque, è aperta.

La sfida dei dazi

Alcune ricerche suggeriscono che l’Europa dovrebbe applicare tariffe fino al 55% per limitare le importazioni di veicoli elettrici cinesi. Alzare un muro, però, non è una buona soluzione, anche perché rischia di scatenare una guerra commerciale. I dazi fanno salire i prezzi proprio quando in Europa si combatte l’inflazione. Inoltre ai cittadini europei potrebbe non dispiacere affatto acquistare auto pulite a un costo conveniente, e le macchine cinesi sembrano di buona fattura. Il giusto approccio è provare a confrontarsi in condizioni di parità, suggerisce Roberto Vavassori, presidente dell’Anfia, l’associazione della filiera automobilistica italiana. Ciò significa quanto meno pareggiare il livello di dazi che la Cina applica alle auto europee. Dunque una tassa tra il 15 e il 30%.  I cinesi probabilmente reagiranno aprendo impianti in Europa, cosa che sta già accadendo, ad esempio con fabbriche di batterie in Ungheria.

Questo nuovo shock arriva in un periodo già molto duro per l’industria europea, ancora convalescente per la crisi energetica innescata dalla guerra in Ucraina, anche se i prezzi del gas sono lontanissimi dal loro picco. Ma la ripresa post Covid si è trasformata lo stesso in inflazione. La Banca centrale europea è stata costretta ad alzare i tassi e ciò ha bloccato la crescita, proprio quando i governi europei dovevano rientrare dalle politiche di spesa riducendo il deficit. Dal 2019, l’anno prima della pandemia, l’Unione europea è cresciuta solo del 4% in termini reali, la metà degli Stati Uniti.

Che cosa fanno gli Stati Uniti

E così si arriva alla terza sfida: l’America. Già Biden non è stato un campione del libero mercato, avendo riversato centinaia di miliardi di sussidi per stimolare la manifattura statunitense nel digitale e nelle energie rinnovabili. Per la precisione, l’Inflation Reduction Act vale 1.200 miliardi di dollari di sovvenzioni entro il 2032. Alcune società europee hanno reagito dirottando negli Usa i loro investimenti per godere degli incentivi. Così la risposta dell’Europa è stata in larga parte allentare i vincoli degli aiuti di stato. Ciò ha permesso ai paesi di finanziare le imprese (secondo la loro capacità di spesa, certamente inferiore a quella americana), ma con un effetto distorsivo sul mercato unico europeo. Come se non bastasse, all’orizzonte c’è lo spauracchio Donald Trump. Il suo istinto è ancora più protezionista di quello di Biden e i sondaggi in vista delle elezioni presidenziali di novembre lo danno in testa. Quando è stato in carica, Trump ha imposto dazi su acciaio e alluminio, colpendo anche le esportazioni europee. Oggi propone una tariffa globale del 10% su tutte le importazioni americane, e alcuni suoi consiglieri minacciano di andare oltre.

Come deve reagire l’Europa a tutto questo? C’è un passaggio dell’intervista di Emmanuel Macron all’Economist, rilasciata di recente, in cui si parla di politica industriale. La soluzione del presidente francese è più radicale della semplice richiesta all’Europa di eguagliare sussidi e protezioni americani e cinesi. Da una parte chiede di rafforzare l’integrazione del mercato unico, soprattutto la circolazione dei capitali, raddoppiare gli investimenti in ricerca, deregolamentare l’industria come stimolo all’innovazione.  Dall’altra, vuole indirizzare i sussidi solo nei settori e nei paesi più promettenti, abbandonando l’idea di una quota ‘equa’ per tutti i paesi o industrie. La ricetta, insomma, è favorire economie di scala e specializzazione. L’obiettivo: creare dei campioni europei in grado di competere con le grandi aziende americane e cinesi. Il rapporto di Mario Draghi sulla competitività europea batte più o meno sugli stessi tasti. In teoria questo potrebbe anche essere giusto. È vero che gli incentivi devono essere mirati e non a pioggia, altrimenti spreco e corruzione sono dietro l’angolo, ma come reagirebbero i paesi e i settori europei lasciati indietro? Tra l’altro l’idea di una politica industriale europea, con risorse raccolte attraverso debito comune, è osteggiata da molti paesi, tra cui la Germania.

Il debito comune europeo

Uno dei motivi forse è questo. Benché l’Unione europea emetta bond in tripla A, cioè il rating di affidabilità più alto, oggi, secondo un’analisi di Bruegel, un influente think tank di Bruxelles, conviene fare debito comune soltanto all’Italia, tra i grandi player dell’eurozona. Agli altri, invece, costerebbe meno o uguale emettere il proprio debito. Il debito comune, però, serve per avere più Europa, dice chi è favorevole a imboccare la strada di un’unione in senso più federale. “Il debito comune va usato per accentrare attività sull’Unione europea e aggiungere funzioni (cioè compiti e incarichi) alla Commissione”, ha detto Carlo Calenda, candidato alle elezioni di giugno con la lista Azione-Siamo europei, intervistato sul canale YouTube di Ivan Grieco. “Il punto ineludibile è che il bilancio europeo deve aumentare, se vogliamo che più attività vengono fatte dall’Europa. Ed è molto più difficile togliere funzioni agli stati, con un taglio delle corrispettive voci di bilancio, piuttosto che aggiungere funzioni alla Commissione europea facendo debito comune”.

La domanda però è sempre la stessa: come si fa a convincere un paese come la Germania a indebitarsi a un costo più alto e contemporaneamente cedere potere alla Commissione europea? La risposta di Thierry Breton, il commissario per il mercato interno: “Senza strumenti di bilancio comuni, la nostra unica alternativa è la frammentazione”. La tesi di fondo è che nessun paese europeo sia abbastanza grande per farcela da solo. Finora la strada intrapresa è quella di fare debito comune solo in casi eccezionali. È stato così per la pandemia. Ma l’invasione dell’Ucraina, il più grave conflitto in Europa dalla Seconda guerra mondiale, cos’è se non un evento eccezionale? Un compromesso potrebbe essere questo: restare uniti mettendo insieme le risorse, ma farlo solo per alcune cose davvero importanti. Ad esempio, la difesa. Alcuni in Europa, tra cui la Francia e l’Estonia, hanno proposto un fondo da 100 miliardi di euro per potenziare l’industria della difesa europea, aumentandone la capacità produttiva e l’indipendenza dalle forniture americane. Il denaro verrebbe raccolto con l’emissione di euro bond. Non c’è nemmeno bisogno di dirlo: in molti sono contrari, tra cui la Germania.

Il sentimento europeo che non c’è

Il punto è che una politica industriale corposa, organizzata e finanziata a livello europeo, è vista ancora con parecchia diffidenza, spiega Nils Redeker, vicedirettore del Centro Jacques Delors, un think tank con sede a Berlino. Si preferisce agire con aiuti di stato a livello dei singoli paesi. Il problema, secondo quasi tutti i sondaggi, è che manca un attaccamento di fondo verso l’Europa. Ci si sente prima italiani, tedeschi, francesi, poi – molto poi – cittadini dell’Ue. Resta il fatto che una sana diffidenza verso la politica industriale, a tutti i livelli, non è così sbagliata. C’è il rischio di sprecare miliardi di euro dei contribuenti in progetti e settori che non diventeranno autosufficienti o competitivi. I risultati sarebbero inflazione e meno risorse per altre spese, come il welfare. “Non sto dicendo che non ci siano benefici nel salvare parti dell’industria automobilistica europea”, ha affermato Jacob Kirkegaard, membro senior del Peterson Institute for International Economics. “La domanda è: a quale prezzo?”.

Ciò su cui quasi tutti sembrano concordare, invece, è il rafforzamento del mercato unico. Maggiore integrazione nel mercato dei servizi e dei capitali, spiegano diversi rapporti, tra cui quelli di Enrico Letta e Mario Draghi, aiuterebbe le imprese a crescere, premiando l’innovazione. Forse potrebbe anche compensare una perdita di lavoro nella manifattura. A questo punto viene voglia di chiudere con una nota incoraggiante, che in parte contraddice altri numeri. L’Europa è davvero in declino? Certo, in termini nominali l’economia dell’Unione europea oggi vale il 65% di quella americana, rispetto al 90% di un decennio fa. Ma a parità di potere d’acquisto la differenza scompare: il Pil dell’Ue è circa il 95% di quello statunitense, lo stesso di dieci anni fa. È anche vero che la popolazione dell’Unione europea supera quella americana di oltre 100 milioni. Dunque il Pil pro capite negli Usa finisce per essere nettamente più alto. Gli americani sono più ricchi, ma lavorano anche di più.   

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