“Puntiamo sull’energia pulita”: Marco Marsili, il manager dei tre mondi che guida Shell Italia E&P

Marco Marsili Shell Italia E&P
Marco Marsili, amministratore delegato e country manager di Shell Italia E&P
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“Sono serviti 300 anni per costruire il sistema attuale. Ora lavoriamo per rivoluzionarlo in 20 o 30”. Marco Marsili, amministratore delegato e country manager di Shell Italia E&P, sintetizza in questa frase la trasformazione che attende il settore dell’energia. Un processo in cui vede, per l’Italia, un ruolo centrale. “L’Europa è una delle aree in cui l’evoluzione è più rapida, perché si è compreso come una transizione così radicale non possa avvenire secondo una singola ricetta, ma con una combinazione di soluzioni. Anche per questo sono stato felice di tornare a casa”.

Marsili, 53 anni, una laurea in Ingegneria mineraria alla Sapienza e un master in Ingegneria del petrolio a Parigi, parla di ritorno perché ha trascorso i 20 anni precedenti in giro per tre continenti. Dopo i primi incarichi tra Regno Unito, Italia e il quartier generale di Shell in Olanda, tra il 2010 e il 2015 ha lavorato in Medio oriente, poi negli Stati Uniti e in Brasile. “La possibilità di viaggiare è stata una delle ragioni per cui ho scelto una carriera nell’industria”, racconta. “Mi sono iscritto a ingegneria senza avere un’idea chiara dell’indirizzo che avrei preso. Mi piacevano l’idraulica e gli idrocarburi, ma la verità è che, se sono finito a occuparmi di petrolio, c’è una buona dose di casualità: ho ottenuto una borsa di studio e poi ho iniziato la mia carriera con l’Eni”. Il secondo impiego è stato nella britannica Enterprise Oil, comprata da Shell per 4,3 miliardi di sterline nel 2002.

“Quando sono arrivato in Shell, la cosa che più mi ha sorpreso è stata la pianificazione”, ricorda Marsili. “Venivo da una cultura in cui ero sempre chiamato a focalizzarmi sul progetto del momento. Per la prima volta ho dovuto ragionare anche sul lungo periodo”.

Marsili ricopre il ruolo di amministratore delegato in Italia dal 1 novembre 2020 e quello di country manager dal 1 gennaio 2021. Nomine arrivate, dunque, in piena emergenza sanitaria. “Il tempismo non è stato ideale”, ammette. “La prima cosa da fare era conoscere, capire il contesto, ed è stato più difficile senza il contatto diretto con le persone. Ho cercato di organizzare tanti incontri a distanza, di parlare con le persone il più possibile, di ascoltare, anche perché avevo bisogno di aggiornarmi sulla situazione del Paese e di conoscere la squadra. Una delle principali sfide è stata saper coinvolgere le persone con cui si hanno interazioni saltuarie, evitare di farle sentire isolate e lontane in un momento delicato”.

Per costruire il dialogo, Marsili spiega di avere sfruttato la lezione di uno dei progetti più importanti a cui ha lavorato: in Iraq, nel campo del gas naturale. Un’iniziativa avviata nel 2010, un anno prima del ritiro americano e del passaggio dei poteri alle autorità di Baghdad. “Quell’esperienza mi ha insegnato che cosa significa un termine come resilienza, di cui spesso si abusa. Ho visto la mia squadra mettere in pratica un principio determinante in affari e nella vita: restare positivi e sforzarsi di pensare al futuro e di cambiarlo, anche quando non sembra possibile. Entrare in contatto con culture e popoli diversi – e farlo in ruoli sia tecnici, sia commerciali, sia dirigenziali – ha contribuito a definire la mia personalità e cultura manageriale, perché mi ha fatto comprendere l’importanza di ascoltare le cose dette e cogliere quelle non dette. Una dote ancora più importante durante una transizione complessa come quella energetica, in cui è bene essere aperti a tutte le proposte e non escludere soluzioni a priori”.

E la prima trasformazione da compiere, per Shell, riguarda la sua stessa attività: da compagnia petrolifera – una delle Sette sorelle che dominavano il settore, secondo la definizione di Enrico Mattei – a compagnia energetica. La società ha denominato Powering progress la sua strategia, incentrata sulla coesistenza tra vecchie e nuove fonti. Da un lato energie e tecnologie verdi come i biocombustibili, le rinnovabili, l’idrogeno, la cattura e il sequestro dell’anidride carbonica immessa nell’aria. Dall’altro gli idrocarburi, ancora centrali nell’economia mondiale: secondo il rapporto Statistical review of world energy di Bp, nel 2019 l’84,3% dell’energia è stato ricavato da combustibili fossili. Nel mezzo, settori di transizione come gas e chimica.

“Alcuni vorrebbero abbandonare all’improvviso gli idrocarburi per passare alle fonti pulite”, dice Marsili, “Noi ci stiamo impegnando su diversi fronti: abbiamo aperto in Italia una linea di business dedicata alle rinnovabili, che punta a 1 GW di capacità entro il 2025, e abbiamo firmato di recente un accordo con Enea, l’Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile, per la filiera dell’idrogeno e la decarbonizzazione. Ma gli idrocarburi, per ora, non possono essere accantonati: oltre a essere necessari per soddisfare il fabbisogno energetico attuale, servono anche a generare le risorse finanziarie da investire nelle rinnovabili”.

Shell, che ha registrato un fatturato di 183 miliardi di dollari nel 2020, dichiara l’obiettivo di diventare una compagnia a emissioni zero entro il 2050, in linea con gli accordi sul clima di Parigi. “Puntiamo non solo ad azzerare le emissioni nette legate ai nostri prodotti, ma anche ad aiutare i clienti nella decarbonizzazione. Perché nessuno, in un processo di questa portata, può fare da solo. Occorre, per esempio, sensibilizzare i consumatori. Nei cosiddetti settori hard to abate – quelli per i quali la decarbonizzazione è più difficile – bisogna poi permettere lo sviluppo e la maturazione di tecnologie che avranno un ruolo centrale nel futuro del tessuto produttivo italiano”.

Resta poi il problema delle regole. Un fronte sul quale Marsili vede “una grossa spinta politica, maggiore rispetto a qualche anno fa”, ma anche il rischio di “un approccio troppo ideologico”, che porta a “bocciare iniziative con qualche limite, ma capaci di migliorare” la situazione. “E poi c’è la lentezza di una burocrazia frammentata, in cui la procedura per un’autorizzazione è incerta nei tempi e negli esiti. Il decreto semplificazioni e il Piano nazionale di ripresa e resilienza, perlomeno, sono passi nella direzione giusta”. Segnali che contribuiscono a rendere Marsili “ottimista” sulla possibilità di una transizione rapida. Anche a poche settimane dall’ultimo rapporto del Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico, definito “un codice rosso per l’umanità” dal segretario generale delle Nazioni unite, Antonio Guterres. “Studi del genere sono fondamentali, perché ci ricordano l’urgenza di agire. Penso che oggi si sia creato il terreno culturale e politico per un vero cambiamento. L’ingegno dell’uomo dà sempre il meglio quando il problema è più grande”.