Il 34enne che ha fondato un supermercato tutto online che consegna in 30 minuti

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Articolo tratto dal numero di gennaio 2022 di Forbes Italia. Abbonati!

“Mi arrampico da quando avevo cinque anni. La montagna mi ha aiutato tantissimo, perché ti propone sempre nuove sfide”. Quella che Giovanni Cavallo sta affrontando adesso si chiama Macai, startup che ancora prima di essere sul mercato ha raccolto tre milioni di dollari con la ‘benedizione’ di Plug and Play, l’acceleratore americano che aveva investito in fasi iniziali in realtà come PayPal e Dropbox, solo per fare due nomi. Un bell’esempio di come sia possibile raggiungere obiettivi ritenuti impossibili quando si pensa in grande, con quell’ingrediente che nell’imprenditoria innovativa è fondamentale quanto e forse più dell’idea originale o della tecnologia: l’ambizione.

Quando si parla con Cavallo, 34 anni di cui quasi dieci già impegnati nel business, si sente chiara e forte la voglia di arrivare in cima. “Sono un explorer: ho viaggiato in tutto il mondo, grazie anche ai miei genitori, parlo cinque lingue – cinese compreso – e con Macai voglio creare un full grocer nel q-commerce”. Traduzione: un supermercato solo online che consegna sette giorni su sette in 30 minuti. Non è un’idea che arriva per caso.

La prima sfida imprenditoriale di Cavallo si chiamava Sgnam, poi diventata MyMenu, primo operatore a capitale italiano nel settore del food delivery. A dicembre 2020 la startup viene acquisita dal gruppo Pellegrini, quello delle mense aziendali. “Avrei potuto restare” ma la tradizione dei nonni imprenditori e l’insegnamento dei genitori (“sbatti sempre la testa: se non mi avessero sempre detto così, forse non avrei fatto l’imprenditore”) lo spingono verso un nuovo progetto che ha cominciato a testare dalla primavera 2020. “L’esperienza di MyMenu mi aveva fatto capire che il lavoro più importante da fare, che ti permette di andare a break even, e poi in profitto, è quello sulla logistica”.

Adesso si tratta di applicarlo nel settore grocery, la classica drogheria diventata supermercato, seguendo la tendenza forte nel commercio mondiale: il quick commerce, la consegna veloce.
La scintilla scocca durante la pandemia. “Nel marzo 2020 mi è capitato di stare un’ora in coda per fare la spesa, visto che online non si riusciva o bisognava aspettare giorni. Nell’aprile 2020 abbiamo provato il primo modello con consegna in 24 ore”.

A fine 2020, quando erano già cominciate le trattative per la vendita di MyMenu, tutto era pronto per la nuova sfida, compresi i 3 milioni per sostenerla. Come si fa a ottenere tanti soldi solo con la presentazione di un’idea? “Ho guardato subito fuori dall’Italia perché sapevo che c’è più aggressività, coraggio e velocità. Anche se l’investimento è stato guidato da Lumen Ventures, che è una società italiana, il fondatore aveva un’esperienza anglosassone. Come si usa in Silicon Valley, Plug and Play, che è il first check investor, l’investitore che per primo scommette sull’idea, decide di puntare su di me e sulla mia esperienza per formare il team”, risponde Cavallo, che attorno a sé ha raccolto una squadra da Champions League: Filippo Binci, co-founder, ex senior manager nelle operation europee di Amazon; Alessandro Lattao, co-founder e chief technology officer, ex Brumbrum; Matteo Lentini, chief strategy officer, ex Delivery Hero, Foodora e FoodPanda. E continuando a scorrere la formazione è una passerella di ex Glovo, Scalapay, Finleap e ancora Amazon e Foodora: una nuova generazione di manager nati e formati nel digital business senza frontiere. “In settembre eravamo in quattro, adesso siamo più di cinquanta”. Ed entro il primo semestre 2022, assicura, oltre cento.

“Il lavoro crea lavoro e questa è una cosa di cui sono particolarmente orgoglioso. Stiamo costruendo il futuro del retail in Sud, Centro ed Est Europa, partendo dall’Italia”, dice senza falsa modestia Cavallo, che sa bene quanto sia accesa la concorrenza nella nuova frontiera del quick commerce, la nuova generazione dell’e-commerce (da Gorillas a Glovo, da Getir a Cajoo), ma è anche sicuro della diversa identità di Macai. “La velocità di consegna è importante ma non è tutto, conta anche l’offerta. Il nostro obiettivo è diventare un supermercato completo online e non una versione digitale del convenience store dove trovi l’essenziale (quello che in Italia chiamiamo minimarket, ndr). Il nostro focus è sull’offerta e poi sulla velocità”. La differenza sta nella quantità di prodotti disponibili: circa 2mila contro i 7mila e oltre a cui tende Macai, che propone già anche specialità locali e si rivolge a un altro target: non tanto agli studenti o a chi cerca un ingrediente all’ultimo momento, ma a chi vuole fare davvero la spesa con lo smartphone per averla consegnata in casa in mezz’ora con scooter e bici elettriche.

Dopo quick commerce, l’altra parola magica è dark store, un negozio non aperto al pubblico dove si lavora solo per smaltire gli ordini che arrivano dal web. Macai ne ha già tre a Milano, due a Torino, uno a Modena e conta di arrivare a 50 entro il 2022, non solo in Italia. Anche questi magazzini si stanno rivelando nuova fonte di valore. “Stiamo parlando con alcuni fondi immobiliari perché i dark store, spazi da 300 a 700 metri quadrati, sempre nei centri urbani, possono diventare una nuova forma di investimento”, rivela Cavallo, che confessa anche come il nome della startup sia frutto della difficoltà di trovare domini liberi. “Cercando qualcosa di nuovo mi sono imbattuto nella parola Macai, che in un dialetto indonesiano vuol dire to eat (mangiare). Mi sono convinto che fosse la parola giusta, però, quando ho scoperto che nella lingua delle Hawaii significa by the sea (sul mare), con quell’idea di mare e libertà che ben rappresenta la vera missione dell’impresa: dare la possibilità di risparmiare tempo per potersi dedicare ad altro”.

Cavallo adesso di tempo per dedicarsi ad altro ne ha poco. “Sarebbe bello ogni tanto rilassarsi, io riesco a liberarmi il cervello solo quando gioco a paddle. Ma l’ambizione è la malattia dell’imprenditore, che guarda sempre al picco successivo da scalare. Jeff Bezos o Elon Musk vanno nello spazio perché la Terra non basta più”. E dove si vede lui fra cinque anni? “Se riusciremo a durare oltre i cinque anni, fra dieci potremo fare qualcosa davvero grande”.

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