Le dieci regole per una leadership duratura secondo il manager Niklas Lindahl

Niklas Lindahl
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Il mondo del business è da sempre in continuo mutamento. Nuove generazioni di professionisti portano nelle aziende un diverso modo di vivere il lavoro e il proprio ruolo professionale, esattamente come accade nella società. Fattori esogeni fuori dall’ordinario, come una pandemia, possono stravolgere regole e abitudini consolidate da decenni all’interno delle aziende. Per affrontare questa rapida e costante evoluzione – o rivoluzione – professionale serve principalmente un fattore: la leadership.

Questo è il mantra di Niklas Lindahl, cmo mondiale di LeoVegas Group, uno svedese italianizzato che si confronta quotidianamente con diverse culture del business in giro per il mondo. “C’è una frase del pilota Mario Andretti che mi ha sempre ispirato: ‘Se hai tutto sotto controllo, significa che non stai andando abbastanza veloce'”, racconta Lindahl. “Nel corso della mia carriera ho sempre seguito questo approccio, credo fermamente che l’unico posto in cui ‘successo’ viene prima di ‘sudore’ sia il dizionario”.

Lindahl ha stilato un personale decalogo per sviluppare il proprio talento e acquisire una leadership sicura e duratura nel tempo: “Il primo – fondamentale – punto è la disciplina. Personalmente, ho trovato nella disciplina la chiave per realizzare i miei obiettivi professionali. Molte persone, quando si parla di disciplina, associano questo termine a regole, imposizioni, privazione della libertà. Invece è esattamente il contrario, è la chiave per essere liberi di esprimere il proprio potenziale. La disciplina è la porta che ci conduce dall’obiettivo al risultato. Non per nulla l’etimologia della parola disciplina viene dal verbo latino discere, ovvero “imparare” e in antico significava educazione, insegnamento. Ecco, il mio decalogo comincia sicuramente dalla disciplina intesa come strumento per raggiungere gli obiettivi (nel lavoro, nello sport e in tutto lo spettro di realizzazione personale) che ci rendono liberi, soprattutto dai nostri limiti e da quelli imposti dagli altri.

Il secondo punto è l’importanza dello sport e dell’essere fisicamente in forma. Grazie all’allenamento sportivo si scopre molto di sé, lo sport insegna a superare i propri limiti, a impegnarsi con costanza e sacrificio, a monitorare il raggiungimento dei propri obiettivi, proprio come fosse un KPI. Svegliarsi presto la mattina e iniziare la giornata con un allenamento fornisce una marcia in più: sei tu a gestire la tua giornata e non è il tempo a gestire te. Esattamente come finire la giornata con un allenamento aiuta a pulire la mente dai problemi sul lavoro e a scaricare la tensione. La locuzione latina “mens sana in corpore sano” è arrivata ai giorni nostri non per caso, ci sono ormai tantissimi studi che dimostrano come chi fa sport sia più produttivo, motivato e soprattutto concentrato. E nell’epoca dei social, che hanno portato le persone ad avere una soglia di concentrazione di soli 8 secondi, beh fa tutta la differenza del mondo. Ascoltavo la recente dichiarazione di Brunello Cucinelli in cui sostiene che le persone iper-connesse (quelli che nei meeting non sono mentalmente presenti ma stanno attaccati allo smartphone oppure quelli che passano molto tempo sui social) sono quelle meno attraenti per le aziende perché hanno un tasso di deconcentrazione altissimo. Non potrei essere più d’accordo. Ecco, lo sport è fondamentale sotto questo punto di vista.

Al terzo posto c’è la capacità di controllare il controllabile e lasciare andare ciò che non possiamo controllare e direzionare. Spesso, un po’ tutti, facciamo una certa confusione tra ciò che riteniamo controllabile e ciò che percepiamo come incontrollabile. Questa confusione è uno dei fattori alla base della frustrazione professionale e della perdita di efficacia nei nostri processi di lavoro. Se controlliamo qualcosa, abbiamo potere su di esso e possiamo decidere la sua sorte. Ma questo riguarda una piccola percentuale delle attività professionali, si deve imparare a tollerare l’incertezza senza che deluda aspettative o crei frustrazione. Molti professionisti vivono con ansia ciò che non possono controllare e dedicano maggiori energie a questi aspetti rispetto a ciò che invece è sotto la loro sfera d’influenza. Come diceva Mark Twain: “Ho avuto un sacco di preoccupazioni nella mia vita, la maggior parte delle quali non sono mai successe”. Preoccuparsi per ciò che non si può controllare è come pagare interessi su un debito che non si è mai contratto.

Il quarto punto è relativo al fatto di saper rischiare quando ne vale la pena e il premio lo giustifica. Correre rischi inutili non si addice a un manager che vuole dimostrare la propria leadership, bisogna comprendere se il prezzo del rischio sia commisurato al premio che ne conseguirà. Quello che ho imparato da grandi leader, come Steve Jobs o Jeff Bezos, è che bisogna concentrarsi sul lungo periodo.

Un altro punto fondamentale è cercare di spingersi sempre oltre al possibile, andare oltre i propri limiti. E qui torna il tema dello sport che può insegnare tantissimo. Tutto parte dalla mente e qui passo al sesto punto: il mindset è fondamentale per esprimere la propria leadership e valorizzare il proprio talento. Avere una mentalità determinata e aperta è fondamentale, si deve credere nelle proprie convinzioni e sostenerle. Qualsiasi leader ha il dovere di guidare il cambiamento e per far questo si deve partire proprio dalla mentalità.

Inoltre, settimo punto, si deve imparare a far parte di una squadra, soprattutto se si è il responsabile di un team. Se un leader sa operare con bravura ed efficacia, allora riuscirà a trasformare un gruppo di lavoro in una vera squadra, in un team vero e proprio. A questo si aggancia l’ottavo punto: guidare una squadra vuol dire saper condividere, saper creare collaborazione tra le persone e guidarle perché diano il massimo e mettano le proprie energie al servizio degli altri. I veri leader sanno che, affinché i professionisti diano il meglio di sé, devono saper delegare e coinvolgere le persone che lavorano con lui. I veri leader sanno comunicare obiettivi e scadenze in maniera chiara al proprio team e lasciano poi l’autonomia e il potere di decidere come svolgere il lavoro. Li stimolano con alte aspettative e li incoraggiano a essere innovativi.

In questo senso, è fondamentale saper dare l’esempio (nono punto): un vero leader sa che per ottenere credibilità e guadagnarsi il rispetto della squadra deve saper dare il buon esempio. Il suo comportamento deve essere d’ispirazione per gli altri e deve far seguire i fatti alle parole, creando così empatia e fiducia nei membri del team che saranno più disposti a seguire l’esempio positivo. Ultimo punto, ma non certo per ordine d’importanza, è l’ascolto: il vero leader è colui che ascolta. Grazie all’ascolto, infatti, il leader dimostra di saper dare spazio ai propri collaboratori e quando una persona si sente ascoltata percepisce anche un maggiore valore di sé, influendo positivamente sulla sua autostima e motivandola a dare sempre di più e a impegnarsi con più energie per la buona riuscita dei progetti. Del resto, come si dice, Dio ci ha dato due orecchie ma soltanto una bocca, proprio per ascoltare il doppio e parlare la metà”, conclude Lindahl.

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