Lo scandalo Ericsson: “Soldi all’Isis per fare affari in Iraq”

Ericsson
(Shutterstock)
Share

Quando l’Isis prese il controllo della città irachena di Mosul, nel 2014, alcuni dipendenti proposero di bloccare tutte le operazioni in corso nella zona. I dirigenti di Ericsson si rifiutarono: “Andarcene distruggerebbe i nostri affari”. Poco dopo, l’azienda avrebbe chiesto a un partner iracheno di ottenere dai terroristi dello Stato Islamico il permesso di continuare a lavorare nella regione.

L’accusa è una delle tante contenute in un’inchiesta, battezzata Ericsson List, condotta dall’International Consortium of Investigative Journalists (Icij), un consorzio formato da giornalisti investigativi di cento paesi. Gli articoli apparsi su varie testate si basano su un rapporto che contiene le conclusioni di un’indagine interna a Ericsson, ottenuto dall’Icij. L’Espresso, membro italiano del consorzio, parla di “tangenti pagate per vent’anni in almeno 19 paesi” di quattro continenti. “Una corruzione mondiale, da premio Nobel del malaffare”.

I soldi all’Isis

Tra il 2011 e il 2018, si legge nel report ottenuto dall’Icij, Ericsson, multinazionale svedese da 100mila dipendenti attiva in 180 paesi, ha venduto apparecchiature in Iraq per 1,9 miliardi di dollari. Per trasportare la merce, scrive il Guardian, Ericsson scelse di affidarsi a un’azienda che chiedeva cifre più alte rispetto ai concorrenti, ma assicurava consegne più rapide. In media, le somme sborsate per affittare camion erano tre volte più alte del normale. In un caso, la cifra era addirittura 20 volte superiore. Secondo gli investigatori, “il costo più elevato era probabilmente utilizzato per pagare tangenti ai militanti locali”. Altri pagamenti illeciti sarebbero serviti ad aggirare le dogane. Gli investigatori hanno raccolto varie testimonianze di dipendenti e collaboratori di Ericsson secondo i quali “fare affari ed effettuare le consegne era più importante che rispettare leggi e regole”.

Varie testate, tra cui El Pais, hanno riportato anche il caso di un ingegnere che aveva firmato un contratto con la Ericsson e aveva ricevuto pressioni dall’azienda per continuare a lavorare anche durante l’avanzata dell’Isis. “O continuavi a lavorare, o il contratto veniva rescisso”, ha dichiarato l’ingegnere, rimasto anonimo per motivi di sicurezza, alla tv tedesca Ndr. L’uomo è stato rapito dall’Isis ed è stato detenuto per un mese, durante il quale i dipendenti di Ericsson non avrebbero risposto alle sue richieste di aiuto.

In tutto, i pagamenti sospetti compiuti in Iraq ammontano ad almeno 37 milioni di dollari e sarebbero avvenuti tramite un fondo nero.

Corruzione endemica

Il Washington Post, altro membro del consorzio, fa notare che “l’indagine su Ericsson fornisce un altro cupo responso sugli effetti dell’intervento americano in Iraq”. Gli Stati Uniti hanno infatti “speso migliaia di miliardi di dollari per cercare di trasformare il Paese in una democrazia esemplare. Ma il ritratto dell’Iraq che emerge dal rapporto è quello di un Paese in cui la corruzione è endemica ed esasperata dalle multinazionali straniere”.

Ericsson, scrive il quotidiano, è stata infatti “una delle dozzine di aziende che sono corse in Iraq per trarre profitto dagli sforzi di ricostruzione seguiti all’invasione e all’occupazione statunitense”. Il mercato della telefonia mobile era molto promettente perché “i cellulari erano stati banditi dall’ex dittatore Saddam Hussein”. Un mercato da 30 milioni di persone era perciò tutto da conquistare.

Tangenti in quattro continenti

Un altro fondo nero, secondo le carte, sarebbe servito a finanziare regali per 800mila dollari a membri del governo libanese. Altre tangenti sarebbero andate a politici del Bahrein e dell’Angola. Nell’inchiesta si parla poi di fatture gonfiate e di soldi dell’azienda usati per pagare vacanze di funzionari in Svezia o in Spagna.

Altre accuse riguardano poi presunti pagamenti illeciti in Portogallo, Egitto, Azerbaigian, Brasile, Cina, Croazia, Libia, Marocco, Stati Uniti e Sudafrica.

La difesa di Ericsson

Ericsson aveva saputo dell’inchiesta due settimane fa, quando alcuni giornalisti del consorzio le avevano inviato domande sui fatti documentati dal rapporto interno. Aveva allora pubblicato una dichiarazione in cui ammetteva “serie violazioni”, ma si proclamava “impegnata a favore della trasparenza”.

La multinazionale ha affermato che l’investigazione ha “individuato pagamenti a intermediari e l’uso di percorsi alternativi per il trasporto, legati all’aggiramento delle dogane”. Il tutto “in un momento in cui le organizzazione terroristiche, incluso lo Stato Islamico, controllavano alcune rotte. Gli investigatori non sono riusciti a determinare i destinatari finali di questi pagamenti. Sono stati trovati anche schemi di pagamento e transazioni in denaro che potrebbero avere creato il pericolo di riciclaggio di denaro”.

Ericsson ha aggiunto che, in seguito all’indagine, molti dipendenti hanno lasciato la società. L’azienda ha fatto sapere di avere intrapreso “numerose altre azioni disciplinari”, di avere interrotto i rapporti con diverse imprese e di essersi assicurata che i dipendenti in Iraq ricevessero un addestramento migliore.

L’Icij ha sottolineato tuttavia che Ericsson ha rifiutato di rispondere alle domande dei giornalisti. Tra i quesiti rimasti senza risposta ci sono quelli sulla promozione di un dirigente durante un’inchiesta per corruzione e sui pericoli a cui la compagnia ha esposto diversi lavoratori in Iraq.

Il precedente

Poco più di due anni fa, Ericsson ha pattuito una multa da più di un miliardo di dollari con il dipartimento di Giustizia americano. Era accusata allora di vari atti di corruzione in cinque paesi: Gibuti, Cina, Vietnam, Indonesia e Kuwait. “La condotta corrotta della Ericsson ha coinvolto dirigenti di alto livello”, aveva dichiarato all’epoca il capo della divisione penale del dipartimento di Giustizia.

Il Guardian riferisce che, se Ericsson ha nascosto pratiche illecite all’epoca dell’accordo con il governo americano, gli Usa potrebbero avviare un altro procedimento.

Ericsson e la corsa al 5G

L’inchiesta dell’Icij arriva in un momento in cui, come scrive il Washington Post, i governi occidentali vedono in Ericsson “una delle alternative cruciali alla cinese Huawei” nella corsa al 5G, assieme a Nokia. Molti paesi occidentali hanno deciso di fare a meno dei dispositivi della compagnia cinese “per paura che possano essere usati per lo spionaggio”.

Il sito dell’Icij ricorda anche che all’inizio del 2020 l’allora procuratore generale statunitense, William Barr, aveva addirittura esortato il governo ad acquistare una quota di Ericsson o Nokia. Il tutto solo due mesi dopo l’accordo miliardario tra Ericsson e il dipartimento di Giustizia.

La risposta della Borsa

La pubblicazione della nota di Ericsson di due settimane ha fatto perdere il 14% al titolo in Borsa. L’azienda aveva così bruciato cinque miliardi di dollari. Lunedì 28 febbraio, dopo che i giornalisti dell’icij hanno pubblicato i primi articoli, il titolo ha perso ancora il 7,6% a Stoccolma.

Bloomberg riporta che alcuni analisti di Citibank definiscono ora Ericsson come uninvestable: un’azienda in cui è inconcepibile investire. “Se la veridicità delle notizie sarà confermata, allora la credibilità e la capacità di giudizio dei dirigenti sarà messa in discussione”, hanno scritto gli analisti in una nota. “Se anche la storia si rivelasse falsa, pensiamo che ci vorrà un po’ di tempo per dimostrare l’innocenza della società. In ogni caso, crediamo che, nel futuro prossimo, per la maggior parte degli investitori sarà impossibile acquistare azioni di Ericsson”.

Per altri contenuti iscriviti alla newsletter di Forbes.it QUI.