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Razzismo, molestie sessuali, incidenti sul lavoro: l’inchiesta di The Nation sulla cultura tossica di Tesla

Insulti razzisti. Svastiche, slogan del suprematismo bianco e sigle del Ku Klux Klan sui muri e nei parcheggi. Lavoratori neri destinati alle mansioni più pesanti ed esclusi dalle promozioni. Molestie sessuali diffuse e risorse umane indifferenti ai reclami dei dipendenti. Formazione insufficiente e luoghi di lavoro pericolosi. Supervisori che obbligano le persone a tornare alla catena di montaggio con ossa rotte, pena il licenziamento.

The Nation, la più antica rivista statunitense ancora in vita, ha pubblicato un’inchiesta intitolata La cultura tossica di Tesla sulle condizioni di lavoro nello stabilimento di Tesla a Fremont, in California. L’articolo è basato sull’esame di circa 50 documenti legali, sulle interviste a diversi dipendenti ed ex dipendenti e ai loro avvocati e su carte dell’Occupational Safety and Health Administration (Osha, l’agenzia governativa statunitense che si occupa di sicurezza e salute sul lavoro) e del National Labour Relations Board (l’agenzia che fa rispettare le regole sulla contrattazione collettiva e sulla concorrenza sleale). Materiale che, si legge nell’articolo, “dipinge il quadro di una società le cui fabbriche sono rimaste a un altro secolo”.

Una storia di razzismo

L’articolo racconta, tra le altre, la storia di una donna di 36 anni che a fine 2020 ha lasciato il suo lavoro da parrucchiera e ha accettato un posto nella catena di montaggio di Fremont per guadagnare di più (20 dollari l’ora). La donna riferisce che nel secondo giorno di formazione ha letto su una parete del bagno: “Le puttane nere devono andare a casa”. Quando ha cominciato a lavorare alla catena di montaggio, ha spesso sentito usare termini come ‘negro’ e ‘coon’ (un epiteto offensivo usato contro i neri, diminutivo di ‘raccoon’, procione). Ha trovato le stesse parole sui muri dei bagni, assieme alla sigla ‘Kkk’ (Ku Klux Klan). Poiché si vestiva “da maschiaccio”, un suo superiore e un collega hanno iniziato a fare commenti sulla sua presunta omosessualità.

La dipendente ha presentato un reclamo alle risorse umane, che l’hanno ignorato. Da allora le molestie dei colleghi si sono intensificate. Finché, dopo una lite, la donna è stata assegnata a un’altra mansione: doveva montare in pochi minuti il pavimento e i sedili di un’auto in pochi minuti. Poiché è alta solo un metro e 52, per farlo doveva entrare nella macchina. Ha reclamato perché quel modo di lavorare non era sicuro ed è stata ignorata di nuovo. Un giorno è caduta e si è rotta il polso. È andata in infermeria, dove ha ricevuto un antidolorifico e un tutore per la mano. Poi l’hanno rispedita al lavoro. Il suo capo, si legge nel suo esposto, le ha detto che, se non avesse continuato a lavorare, lui avrebbe “licenziato il suo culo nero”.

Un luogo di lavoro segregato

Un altro ex dipendente ha detto di avere sentito i colleghi bianchi usare parole come ‘negro’ e ‘scimmia’ e che qualcuno ha disegnato una svastica nera dove timbrava il cartellino. Ha aggiunto che il compito di pulire l’area di lavoro spettava solo ai lavoratori neri.

I primi reclami contro l’ambiente dello stabilimento di Fremont, si legge nell’articolo, risalgono al novembre 2014. In alcuni documenti si legge che parte dei dipendenti chiamava la fabbrica ‘la piantagione’ e ‘la nave degli schiavi’. Diversi dipendenti hanno riferito che chi usava espressioni razziste non è mai stato punito.

Alcune persone descrivono il luogo di lavoro come un ambiente segregato. Una parte della produzione, hanno raccontato, si svolge in un tendone dietro lo stabilimento principale: un ambiente poco protetto dal freddo la notte, con bagni portatili e senza spazi al chiuso per mangiare. Diversi ex dipendenti affermano che i neri hanno molte più probabilità di essere destinati al tendone. Sarebbero inoltre deputati ai lavori più pesanti, mentre ai bianchi toccherebbero più spesso compiti come il controllo della qualità o le mansioni d’ufficio. La discriminazione ci sarebbe anche al momento di decidere le promozioni.

Ad aprile una giuria ha ordinato a Tesla di pagare 3,2 milioni di dollari a un ex dipendente perché non aveva affrontato il problema del razzismo sul posto di lavoro e aveva creato così un ambiente ostile. La Equal Employment Opportunity Commission (un’agenzia federale che contrasta la discriminazione sul posto di lavoro) e il California Department of Fair Employment and Housing (un’agenzia che svolge mansioni simili in California) hanno fatto causa a Tesla per avere tollerato il razzismo e per avere compiuto ritorsioni contro chi protestava.

Le molestie sessuali

The Nation scrive anche che circa 45 persone hanno presentato esposti contro un ambiente di lavoro in cui le donne sono esposte a continue molestie fisiche e verbali. Una ragazza, che ha cominciato a lavorare a Fremont a 18 anni, ha detto di avere ricevuto centinaia di proposte sessuali e di essere stata molestata per quasi due anni. Fino a quando, dopo un reclamo contro un collega, è stata licenziata perché non rispettava “gli standard di integrità” dell’azienda.

Un’altra donna ha denunciato molestie da parte di colleghi e superiori che sono sfociate in un attacco di panico. Quando ha chiesto un congedo per motivi di salute, è stata licenziata.

In uno dei documenti visionati da The Nation si legge che “la fabbrica di Tesla assomiglia più a un cantiere rozzo e arcaico o una confraternita che a un’azienda all’avanguardia”. Alcune donne hanno descritto la loro esperienza a Fremont come ‘traumatica’ e ‘da incubo’ e hanno detto di avere iniziato a soffrire di ansia in modo permanente.

Nei procedimenti per molestie sessuali, Tesla ha depositato diverse dichiarazioni di supervisori e altri dipendenti che sostenevano di non avere mai visto o sentito comportamenti inappropriati e che, in caso contrario, li avrebbe denunciati.

Gli incidenti sul lavoro

Un dipendente, oltre a confermare il razzismo della fabbrica, ha raccontato anche che, quando il lavoro gli ha procurato un problema all’addome ed è rimasto a casa, l’azienda ha smesso di pagarlo. Altri hanno riferito di essere stati costretti a continuare a lavorare nonostante gli infortuni.

Tra il gennaio 2019 e il febbraio 2024 l’Osha, stando a documenti visionati da The Nation, ha registrato 80 violazioni nella produzione di Tesla e ha inflitto alla società multe per circa mezzo milione di dollari. Tra il 2014 e il 2018, secondo un’analisi di Forbes, la divisione californiana dell’Osha ha inflitto multe per 236.730 dollari, dovute a 54 violazioni.

Più che le cifre in sé, forse, è significativo come le sanzioni abbiano superato di molto quelle inflitte ad altre aziende di auto con stabilimenti negli Stati Uniti (la sproporzione resta anche se si considera che Tesla ha un numero più alto di dipendenti). Nel 2015 e nel 2016, si legge ancora, il numero di infortuni sul lavoro di Tesla è stato molto più alto della media del settore. È poi sceso nel 2017, ma è salito di nuovo nel 2018.

Nel 2018 la rivista Reveal citava un ex esperto di sicurezza di Tesla, secondo cui a Fremont le aree pericolose non erano delimitate con il classico nastro giallo perché all’amministratore delegato, Elon Musk, non piace il colore. Reveal ha scritto anche che la formazione dei dipendenti sulla sicurezza era “disgraziatamente inadeguata”. 

Non solo Fremont

Il clima della fabbrica di Fremont si sarebbe allargato almeno a un altro stabilimento statunitense di Tesla. Alcuni ex dipendenti hanno raccontato di molestie sessuali anche a Sparks, nel Nevada. Un ex dipendente ha raccontato di avere trovato nei bagni e negli ascensori frasi come ‘Ridateci la schiavitù’ e simboli come svastiche e bandiere degli Stati Confederati d’America (gli stati del sud nella Guerra di Secessione, contrari all’abolizione della schiavitù). Anche a Sparks, ha detto, i neri dovevano svolgere i lavori più pesanti e meno sicuri.

Le responsabilità di Elon Musk

The Nation afferma che l’origine della cultura aziendale è riconducibile all’amministratore delegato, Elon Musk. L’ad, che è stato a sua volta accusato di molestie sessuali, ha detto di avere addirittura dormito più volte nella fabbrica di Fremont. Di conseguenza, dovrebbe sapere bene che cosa succede nello stabilimento.

Musk ha anche fatto di tutto per impedire ai dipendenti di Tesla di organizzarsi in sindacati, che altrove hanno favorito l’adozione di regole e processi a tutela dei dipendenti. La battaglia più accesa è stata proprio a Fremont. Nell’estate 2016 alcuni dipendenti hanno provato a organizzarsi con l’aiuto dello United Automobile Workers (Uaw), il sindacato di categoria che rappresenta, fra gli altri, i lavoratori delle cosiddette Big Three del settore automobilistico statunitense (Ford, General Motors e Stellantis, che possiede i marchi Chrysler e Jeep). L’azienda ha reagito con un’aggressiva campagna anti-sindacato.

Nell’ottobre 2017 Tesla ha licenziato centinaia di persone. Secondo alcune di loro, era un tentativo di allontanare i lavoratori favorevoli al sindacato. Tra i licenziati c’era un uomo, che, secondo il National Labor Relations Board, negli ultimi mesi prima di essere allontanato è stato interrogato tre volte “in modo coercitivo” dai dirigenti. Qualche mese dopo, nel maggio 2018, Musk ha scritto su Twitter che “votare per il sindacato” avrebbe significato “perdere stock option”.

I dipendenti e lo Uaw hanno fatto causa a Tesla e l’hanno accusata di avere violato le protezioni previste dalla legge per i lavoratori che vogliono organizzarsi in sindacato. A marzo 2023 un tribunale ha dato ragione ai lavoratori, ha ordinato a Musk di cancellare il tweet e all’azienda di riassumere il dipendente interrogato tre volte e di versargli gli arretrati. Tesla ha contestato la decisione e il procedimento non è ancora concluso. Sono in corso altre cause per presunte attività anti-sindacali illecite dell’azienda negli altri stabilimenti americani.

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