Chelsea, petrolio, sigarette al mercato nero e yacht persi a poker: la storia di Roman Abramovich

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Roman Abramovich (foto Laurence Griffiths/Getty Images)
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Un giorno di fine anni ’80 Vladimir Tjurin, un commerciante di giocattoli di Mosca, portò un sacchetto della spesa a casa di un suo dipendente. Trovò un materasso sul pavimento, chiodi usati come attaccapanni, sacchi di sabbia e cassette al posto delle sedie. “Roman viveva in miseria”, ha raccontato 15 anni dopo Tjurin al quotidiano moscovita Moskovskj Komsomolets, in un’intervista ripresa da Repubblica. “I pochi soldi che guadagnava li spendeva in profumi, camicie bianche e pantaloni scuri. Mi disse che lo faceva per potere dare ordini”. Roman era Roman Abramovich, aveva poco più di 20 anni e odiava il calcio. Non aveva finito l’università e aveva trascorso un breve periodo nell’esercito sovietico. Quando Tjurin lo assunse, gli chiese che cosa volesse fare nella vita. “Comprare il mondo”, fu la risposta.

Se si è disposti a prendere quella frase come una metafora, si può dire che Abramovich ci sia riuscito: in una decina d’anni è diventato uno degli uomini più ricchi e potenti della Russia, è stato un signore del petrolio e un consigliere di due presidenti. Ha un patrimonio di 12,4 miliardi di dollari, peraltro quasi dimezzato rispetto ai 23,5 toccati nel 2008. Ha comprato una squadra di calcio di buon livello e ne ha fatto una potenza mondiale. Una potenza di cui ha deciso ora di privarsi, in cambio di tre miliardi.

Sigarette al mercato nero

Prima di cominciare con i giocattoli, Abramovich aveva venduto sigarette al mercato nero. Nato nel 1966 a Saratov, importante porto sul Volga, da una famiglia ebrea, era arrivato a Mosca dalla Repubblica di Komi, nel nord della Russia, dove era stato cresciuto da due zii. Aveva infatti perso la madre a due anni e il padre, schiacciato da una gru in un cantiere, a quattro.

Nei primi tempi a Mosca, ha ricordato Tjurin nell’intervista a Moskovskj Komsomolets, Abramovich portava barba e capelli lunghi per farsi prendere sul serio. “Mi colpì subito la luce nei suoi occhi quando si parlava di affari. Decisi di offrirgli un posto nella mia ditta di animaletti di gomma. Li vendeva benissimo: grazie a una sua idea ci allargammo dagli elefantini a Cappuccetto rosso e ai nanetti”. Appena assunto e poco più che ventenne, Abramovich si comportava già come se l’azienda fosse sua. “Se cadeva una scatola, non si muoveva: chiamava un operaio a raccoglierla. Se gli capitava di assaggiare caviale e salmone, fingeva di non gradire per nascondere il fatto di non averli mai visti”.

Nel 1989, piegato dalla concorrenza cinese, Tjurin fu costretto a licenziare Abramovich. “Perdere quel posto fu la sua fortuna: cinque anni dopo avrebbe potuto comprare mezza Mosca. Quando ci salutammo, gli dissi, per scherzo, di ricordarsi di assumermi almeno come giardiniere, una volta diventato ricco”. Qualche anno più tardi, dopo che la sua impresa era fallita, Tjurin si candidò davvero per quel posto. Il segretario di Abramovich non rispose.

La svolta

Cacciato dall’azienda di giocattoli, Abramovich seppe sfruttare la politica di privatizzazioni avviata da Mikhail Gorbaciov. In breve, acquistò a prezzi ridotti proprietà messe in vendita dallo Stato, con le quali costruì diverse piccole imprese. Tra il 1992 e il 1994 fondò cinque aziende di import/export e si avvicinò al settore che lo avrebbe portato a diventare uno degli uomini più potenti della Russia: il petrolio.

Diversi siti e giornali hanno riportato una storia – una leggenda, secondo il diretto interessato – che circonda il suo ingresso nel mercato degli idrocarburi. Con qualche variazione, la vicenda si può riassumere così: nel 1992, Abramovich fu arrestato con l’accusa di avere usato documenti falsi per appropriarsi del carico di un treno che trasportava tremila tonnellate di carburante diesel, per un valore di 3,8 miliardi di rubli. Abramovich ha sempre negato e ha parlato di “problemi con il sistema bancario” che hanno ritardato un pagamento.

Signore del petrolio

L’affare che ha trasformato Roman Abramovich in uno dei signori della Russia moderna risale al 1995. Assieme a Boris Berezovskij, all’epoca uomo tra i più ricchi del Paese e molto vicino al presidente, Boris Eltsin, comprò per 100 milioni di dollari la maggioranza di Sibneft, un gigante del petrolio.

Nel 2004 il Guardian ha pubblicato un articolo in cui citava “un’analisi confidenziale di una delle principali società di intermediazione russe”, secondo la quale l’asta per Sibneft fu truccata. La maggioranza della compagnia petrolifera, ha scritto il quotidiano britannico, andò a un’azienda controllata da Berezovskij e legata alla stessa società incaricata da Eltsin di gestire la vendita. Le azioni legali intraprese dagli altri pretendenti furono però ritirate.

Ancora nel 2011 un ex generale del Kgb chiese alle autorità inglesi di indagare sull’operazione Sibneft, che definì “criminale” e “fraudolenta”. A suo giudizio l’acquisto avvenne a un prezzo inferiore al valore di mercato, grazie all’aiuto di “funzionari corrotti dei ministeri russi”.

Le accuse arrivarono durante un processo che opponeva proprio Abramovich e il suo ex socio, Berezovskij, caduto in disgrazia dopo essere entrato in conflitto con il successore di Eltsin, Vladimir Putin. Una rovina di cui Abramovich approfittò per assumere in solitaria il controllo di Sibneft.

Dal petrolio ai metalli

Nel 1996 Abramovich comprò anche una quota di Aeroflot, la principale compagnia aerea russa. Entrò quindi nel Trans-World Group, un’associazione che, negli anni ’90, controllava quasi tutte le principali fonderie di alluminio della Russia.

Proprio ai metalli ha guardato Abramovich quando, nel 2005, ha liquidato il suo 73% di Sibneft. Ha infatti reinvestito gran parte dei 13 miliardi di dollari incassati con la cessione a Gazprom, che ha sancito un ritorno della compagnia petrolifera sotto il controllo governativo, in Evraz, una multinazionale britannica dell’acciaio, e in Norilsk Nickel, uno dei primi produttori mondiali di nichel e palladio.

Presidente del Chelsea

Se oggi gli occidentali conoscono Roman Abramovich, però, non è per le sue avventure negli idrocarburi o nella metallurgia. Né perché è stato il secondo uomo più ricco della Russia, o perché possiede il secondo yacht più grande del mondo, Eclipse, lungo 162 metri e comprato per quasi 400 milioni di dollari nel 2010. E nemmeno per via di una carriera politica limitata al circondario autonomo della Čukotka, in Siberia, di cui è stato governatore e presidente della Duma.

Dal 2003 Abramovich è infatti il proprietario del Chelsea. La versione ufficiale della storia vuole che il miliardario si sia innamorato dello stadio del club, Stamford Bridge, mentre sorvolava Londra sul suo elicottero. L’ex proprietario della squadra, Ken Bates, ha raccontato che Abramovich aveva considerato in precedenza l’acquisto del Manchester United, finito due anni più tardi alla famiglia americana dei Glazer. “Andò a vedere una partita dello United a Old Trafford”, ha ricordato Bates. “Gli piacque la partita, ma non l’atmosfera. Fece un sondaggio sui 20 club della Premier League e decise di prendere una squadra di Londra”.

Invece di comprare una delle società più gloriose del mondo, dunque, Abramovich virò su una squadra che aveva vinto il suo unico titolo nazionale nel 1955.

Perché il Chelsea

In un’intervista alla Bbc, Abramovich ha dichiarato di non avere comprato il club per soldi. “Esistono tanti altri modi meno rischiosi di guadagnare”, ha detto. Né, del resto, lo ha acquistato per guadagnare visibilità. Quella alla tv britannica è rimasta infatti una delle pochissime interviste concesse. Anche dopo l’acquisto del Chelsea, gli articoli su Abramovich usciti sui giornali hanno riguardato più che altro follie o stravaganze: dallo yacht da mezzo milione di euro perso a poker ai 52mila dollari spesi per un pranzo al ristorante Nello’s di New York, di cui 35mila solo di vino. Fino al museo da centinaia di milioni regalato alla terza moglie – Dasha Zhukova, figlia di un altro oligarca -, alla cui inaugurazione Amy Winehouse si esibì in cambio di un cachet da un milione di sterline.

Secondo Dario Saltari, autore di uno dei più bei ritratti pubblicati in Italia su Abramovich per il sito Ultimo Uomo, la scelta di un club non blasonato rispondeva a “una costante ricerca di una conferma esteriore della propria grandezza personale”. Per il Chelsea, a differenza di quanto sarebbe accaduto al Manchester United, esisteranno cioè un’era pre-Abramovich e un’era post-Abramovich. A colpi di acquisti record come quello di Lukaku, prelevato dall’Inter per 115 milioni la scorsa estate, l’ex venditore di giocattoli ha potuto plasmare il club e trasformarlo in una potenza capace di vincere cinque Premier League, due Champions League e un Mondiale per Club.

“Una costosissima assicurazione sulla vita”

Lo stesso articolo avanza anche una seconda ipotesi, ripresa da una biografia non autorizzata del miliardario: Abramovich, The Billionaire from Nowhere (‘Abramovich, il miliardario venuto dal nulla’), dei giornalisti Dominic Midgley e Chris Hutchins. Midgley e Hutchins citano un anonimo oligarca russo, secondo il quale il Chelsea sarebbe una costosissima “assicurazione sulla vita”.

Secondo la ricostruzione del libro, la vicenda dell’ex socio, Berezovskij, avrebbe insegnato ad Abramovich che i rapporti con il Cremlino possono sempre peggiorare. Con il Chelsea – e con Evraz – Abramovich ha trasferito gran parte dei suoi interessi economici in Gran Bretagna. Ha così ridotto le possibilità di entrare in conflitto con le politiche e gli interessi di Putin. La proprietà di uno dei più grandi club calcistici al mondo, inoltre, lo ha reso un personaggio in vista, e dunque meno vulnerabile.

La differenza tra un ratto e un criceto

Va detto che, negli ultimi anni, anche i rapporti tra Abramovich e la Gran Bretagna si sono raffreddati. L’oligarca è tuttora considerato vicino a Putin e alcuni politici britannici di opposizione hanno chiesto addirittura di sequestrare i suoi asset nel Regno Unito. Forbes ha calcolato che, nelle prime ore dopo l’invasione russa dell’Ucraina, il suo patrimonio è sceso di 1,2 miliardi di dollari. Kieran Maguire, docente di finanza del calcio all’università di Liverpool, ha ipotizzato che Abramovich fosse addirittura arrivato a considerare il Chelsea come un’assicurazione di segno opposto rispetto a quella immaginata nella biografia di Midgley e Hutchins: una polizza contro le sanzioni britanniche.

Nel 2018 Londra ha deciso di non rinnovare il ‘super visto’ da investitore di Abramovich: una conseguenza del caso di Sergej Skripal, ex spia russa avvelenata con gas nervino in Inghilterra. Per potere continuare a muoversi nel Regno Unito, Abramovich ha allora preso la cittadinanza israeliana, grazie alle origini ebraiche della famiglia. Allo stesso modo, a fine 2021 ha potuto usufruire di una legge sulla naturalizzazione degli ebrei sefarditi cacciati nel Cinquecento e ha ottenuto la nazionalità portoghese. Poiché la sua famiglia ha origini lituane, il miliardario ha oggi quattro cittadinanze.

Secondo la classifica in tempo reale di Forbes, alle 14.30 di oggi, giovedì 3 marzo, Abramovich era l’undicesima persona più ricca della Russia, la seconda di Israele, la prima del Portogallo e della Lituania. Ciò nonostante, non ha mai dimenticato la lezione imparata quando vendeva giocattoli per conto di Vladimir Tjurin: l’importanza delle apparenze. In un’intervista a Le Monde ha dichiarato: “Sapete qual è la differenza tra un ratto e un criceto? Nessuna. È tutta una questione di pubbliche relazioni”.

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