La storia di Mikhail Fridman, l’oligarca nato a Leopoli che si è schierato contro Putin

Mikhail Fridman
Mikhail Fridman (foto Ilia Yefimovich/Getty Images for Genesis Prize Foundation)
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I primi scampoli della sua fortuna li ha messi assieme con il bagarinaggio. Quando era ancora uno studente di ingegneria a Mosca, Mikhail Fridman si metteva in coda fuori dal Bolshoj, acquistava biglietti e li rivendeva a un prezzo maggiorato di alcuni copechi. E forse è stata la palestra di quelle trattative in mezzo alla strada a permettergli di sviluppare la dote che anche un suo rivale storico, l’ex capo della BP Lord John Browne, gli ha dovuto riconoscere: “Mikhail era un negoziatore superlativo. Ti dava l’impressione di essere disposto a rinunciare a tutto pur di non cedere su un singolo punto”.

John Aglionby, giornalista del Financial Times, ha invece inquadrato Fridman come un formidabile equilibrista. Un uomo capace di restare abbastanza vicino a Putin da non cadere in disgrazia e abbastanza lontano da non incappare per molto tempo nelle sanzioni occidentali. Di rovinare affari miliardari a due tra le più grandi compagnie petrolifere del mondo e poi di mettersi in società con una e intascare cinque miliardi di dollari dall’altra. Di battagliare per anni con uno degli uomini d’affari più potenti d’Inghilterra – Lord Browne, appunto – e poi di nominarlo presidente di una delle sue società. Di dichiarare che l’impresa è “la più vicina alla guerra” tra tutte le attività umane, e poi di elaborare una teoria come quella della Indigo Era, secondo la quale il futuro dell’economia non si giocherà sulle risorse naturali, ma sulla creatività e le abilità digitali. 

Anche per questo ha colpito la dichiarazione con cui Fridman, il cui patrimonio è stimato da Forbes in 12,5 miliardi di dollari, qualche giorno fa è diventato il primo oligarca russo a schierarsi contro l’invasione dell’Ucraina. “Non faccio dichiarazioni politiche: sono un uomo d’affari con responsabilità verso le migliaia di miei dipendenti in Russia e in Ucraina”, ha detto. Poi, però, si è sbilanciato: “Sono convinto che la guerra non possa mai essere la risposta. Questa crisi costerà vite e danni a due popoli che sono stati fratelli per centinaia di anni”.

La storia di Mikhail Fridman

Non è un caso che il primo oligarca a schierarsi contro Putin sia stato il miliardario nato a Leopoli, in Ucraina, città più vicina alla Polonia che alla Russia. “La città è sempre stata diversa dal resto dell’Unione Sovietica”, ha spiegato lo stesso Fridman al Financial Times. “Per secoli è stata sotto il dominio degli Asburgo, e dal 1918 al 1939 sotto quello della Polonia. Il linguaggio del corpo delle persone era anti-sovietico”.

Fridman, 58 anni tra un mese, sognava di diventare un fisico, ma fu escluso dalle migliori università in quanto ebreo. “Ma non era solo l’Unione Sovietica a mettere al bando gli ebrei”, ha voluto sottolineare Fridman sul Jerusalem Post nel 2015. “All’università di Yale, dove ora studia una delle mie figlie, una volta c’era una soglia del 10% di studenti ebrei”.

Costretto a ripiegare su un istituto meno prestigioso, si mantenne agli studi di ingegneria non solo con il bagarinaggio, ma anche con un lavoro da lavavetri. Con altri studenti improvvisò anche una discoteca che chiamò Strawberry Fields, in omaggio al brano Strawberry Fields Forever dei Beatles.

L’oligarca Alfa

Come per tanti altri oligarchi russi, Roman Abramovich in testa, la chiave delle fortune di Mikhail Fridman fu la politica di privatizzazioni avviata da Gorbaciov alla fine degli anni ’80. Dopo avere lavorato come ingegnere in una fabbrica statale di macchinari tra il 1986 e il 1988, Fridman creò infatti una serie di piccole aziende: un’impresa di lavavetri, un’agenzia che affittava appartamenti agli stranieri, un’azienda di computer usati, una di importazione di sigarette e profumi, una di allevamento di topi di laboratorio. “Quando mia madre venne a sapere che guadagnavo mille rubli a settimana, cioè quasi sette volte il mio stipendio da ingegnere, mi disse: ‘Devi smettere subito di fare quello che stai facendo, o finirai in prigione’”, ha raccontato Fridman al FT. “Per lei era impossibile guadagnare mille rubli in modo legale”.

Presto, però, i mille rubli sarebbero diventati spiccioli. Assieme a German Khan e Alexey Kuzmichev, amici dei tempi dell’università e oggi a loro volta miliardari, Fridman cominciò a fondare una raffica di società che sarebbero poi confluite in Alfa Group, uno dei più grandi conglomerati industriali privati della Russia. La prima ditta, Alfa Photo, si occupava di importazione di prodotti chimici per fotografie. Poi gli interessi si sono allargati a computer, fotocopiatrici, telecomunicazioni, assicurazioni, acqua, petrolio, settore bancario, una catena di negozi di alimentari e molto altro. Alfa Bank, in particolare, è la più grande banca privata russa.

La fortuna di Alfa Group

“Il gruppo era sostenuto da potenti azionisti, che rimangono anonimi”, ha scritto il FT nel 2015. “Ma si può scommettere che fossero legati alla nomenklatura del Partito comunista, dove si trovavano le uniche persone con accesso al capitale a quel tempo”.

Di certo c’è che all’ascesa di Alfa Bank contribuì l’arrivo, in veste di presidente, di Petr Aven, ex ministro dei Rapporti economici esteri dell’Unione Sovietica, oggi miliardario. Qualche anno dopo Boris Berezovskij, all’epoca uno dei più ricchi e potenti oligarchi del Paese, indicò in Fridman e Aven due dei sette membri della semibankirschina: un gruppo di sette banchieri che contribuirono alla rielezione del presidente Boris Eltsin nel 1996 e che controllavano gran parte dell’economia russa.

L’avventura del petrolio

Le vicende che hanno reso il nome di Mikhail Fridman familiare anche sui mercati occidentali sono legate al petrolio. Nel 1997, assieme ad altri due oligarchi, Len Blavatnik e Viktor Vekselberg, Fridman creò il consorzio Aar (Alfa-Access-Renova, dai nomi dei gruppi di ciascun miliardario) e acquistò dallo stato la Tnk, una compagnia petrolifera siberiana, per 800 milioni di dollari. Una delle prime mosse del trio fu mandare in fumo un affare della Bp, che nello stesso anno era sbarcata in Russia con l’acquisto del 10% della Sidanko, un’altra società siberiana del settore.

Con quello che il periodico statunitense Foreign Policy ha definito “con un tipico raid post-sovietico”, Fridman e i suoi soci fecero dichiarare bancarotta a molte unità di produzione della Sidanko, di cui comprarono poi quel che restava. In una dichiarazione a Chrystia Freeland, autrice del libro sugli oligarchi russi Sale Of The Century: The Inside Story of the Second Russian Revolution (‘La vendita del secolo: la storia dall’interno della seconda rivoluzione russa’), Fridman si è giustificato: “La tragedia è che non volevamo entrare in guerra con la Bp. Volevamo entrare in guerra con Potanin”. Vladimir Potanin, un altro oligarca, oggi il secondo uomo più ricco della Russia.

“Una spettacolare battaglia industriale”

Forse non stupisce più, a questo punto, che il passo successivo sia stato una joint venture tra la Tnk di Fridman e la Bp: il risultato, Tnk-Bp, è stato il terzo produttore di petrolio della Russia. Né può sorprendere che la collaborazione si sia trasformata, secondo la definizione del giornalista Guy Chazan, in “una delle più spettacolari battaglie industriali” della storia recente.

Nella letteratura sullo scontro ricorre soprattutto un episodio: i partner russi avrebbero istigato una serie di ispezioni fiscali e di polizia negli uffici della compagnia. Tnk ha sempre negato qualsiasi responsabilità. Secondo il Ft, le ispezioni cessarono quando l’amministratore delegato, lo statunitense Bob Dudley, se ne andò e lasciò di fatto il controllo a Tnk.

Alcuni dirigenti di Bp furono turbati anche dalla condotta di alcuni colleghi russi. Un documento divulgato da WikiLeaks racconta di come un manager fosse stato invitato a una battuta di caccia da German Khan, l’amico e socio di Fridman, che arrivò con la fidanzata e altre sei donne molto appariscenti. A cena, Khan si presentò con una pistola cromata e descrisse Il padrino come “il suo manuale di vita”. Un altro dirigente, citato ancora in un documento di WikiLeaks, riassunse così la convivenza: “Abbiamo un rapporto di amore e odio. Loro amano i nostri soldi, noi odiamo loro”.

Il capolavoro dell’equilibrista

Nel 2011 la Bp annunciò un accordo multimiliardario con la Rosneft, compagnia petrolifera dello stato russo, per avviare esplorazioni nell’Artico. Fridman, Blavatnik e Vekselberg, tramite Aar, fecero causa e sostennero che la Bp avrebbe dovuto fare affari in Russia solo tramite la Tnk-Bp. Un tribunale di Londra diede ragione ai tre oligarchi.

“Gli occidentali”, ha ricordato il Ft, “rimasero stupiti di fronte all’audacia con cui la Aar fermò una transazione negoziata da Igor Sechin, il potente presidente della Rosneft, e benedetta da Putin in persona”. Eppure, solo due anni dopo, la Tnk-Bp fu venduta proprio alla stessa Rosneft per 56 miliardi di dollari. 28 andarono alla metà russa della partnership. 5,1 finirono nelle tasche di Mikhail Fridman, che pure sostiene di non capire il mercato del petrolio. “Per avere successo, non devi essere intelligente”, ha detto. “Devi essere fortunato”.

LetterOne

Con i proventi della cessione di Tnk-Bp, Fridman creò la società di investimento LetterOne, con sede in Lussemburgo. A fine 2013 aveva già 29 miliardi di dollari di asset in gestione. LetterOne è stata, tra le altre cose, fra i primi finanziatori di Uber, in cui ha investito 200 milioni di dollari.

Nel 2013 Mikhail Fridman ha creato anche L1 Energy, un veicolo di investimenti nel settore del petrolio e del gas. Per la carica di presidente, ha scelto Lord Browne. Perché come ha detto un petroliere occidentale, fare affari con Fridman è come giocare una partita di rugby. “Vi pestate a sangue in campo, ma poi andate a bervi una birra insieme”.

Dopo le sanzioni imposte nei giorni scorse dall’Unione europea, da lui definite “infondate”, Fridman ha dovuto rinunciare al controllo di LetterOne.

Un oligarca (quasi) senza scandali

In un ritratto pubblicato nel 2010, Repubblica ha definito Fridman un miliardario “senza scandali”, con “una sola piccola macchia”: una casa di lusso comprata dallo Stato a un prezzo troppo basso “per non sembrare un favoritismo”, che dovette poi restituire. Oltre a “un’irrisolta fissazione per la linea, che lo fece finire sulle pagine dei giornali quando rischiò la vita per un’overdose di miracolose pasticche dimagranti thailandesi”.

Qualche anno dopo, Fridman è finito invece in uno scandalo ben più grande. Nel 2017, Buzzfeed ha pubblicato infatti un dossier in cui accusava Alfa Group di avere contribuito alle interferenze russe nelle elezioni presidenziali del 2016, che portarono all’elezione di Donald Trump. Ciò nonostante, Anders Aslund, esperto del think tank statunitense Atlantic Council, citato dall’Economist, ha assicurato che Fridman era “tanto lontano da Putin quanto è possibile per un russo che voglia rimanere miliardario”.

Una distanza che riuscì a mantenere anche quando uno dei suoi più intimi amici, il leader d’opposizione Boris Nemtsov, fu assassinato nel centro di Mosca. Mikhail Fridman, negli ultimi mesi, non gli aveva più rivolto la parola, perché “ogni contatto con lui poteva essere interpretato come una forma di supporto. E sarebbe stata una cosa non molto utile agli affari”. Anche allora è rimasto, come ha detto lui stesso, “in seconda fila”. Non troppo in vista, ma abbastanza vicino da avere “un accesso fondamentale” al Cremlino. Aveva continuato a fare l’equilibrista, insomma. Fino a pochi giorni fa.

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