Network, competenze ed esperienza: il corporate venture capital secondo questo under 30

Filippo Piazza
Filippo Piazza
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Articolo tratto dal numero di giugno 2022 di Forbes Italia. Abbonati!

Dall’Europa fino a Hong Kong, passando per gli Stati Uniti, per scoprire il venture capital. Filippo Piazza, dopo una laurea prima in Giurisprudenza poi in Management all’Università Cattaneo – Liuc, ha iniziato a muovere i primi passi nel settore delle operazioni straordinarie, con un’esperienza da Gianni & Origoni, e come analyst in una a boutique di m&a durante gli studi. Una grande dose di curiosità e di passione per i viaggi lo hanno portato a girare per il mondo e scoprire cosa volesse fare da grande.

Dopo aver conosciuto i meccanismi del venture capital, a cui ha dedicato la sua tesi di laurea, si è cimentato come startupper supportando il lancio di una venture di Rocket Internet. Nel 2020 è entrato in Tim per seguire investimenti, gestione e sviluppo del portfolio del venture arm Tim Ventures. “Il mio percorso intreccia il ar: ciò mi permette di seguire le attività di un fondo di venture capital a 360 gradi”, racconta. “Per esempio, quando le startup diventano partecipate, inizia il periodo di gestione e supporto, con momenti più formali come assemblee, cda e attività con cui toccare con mano il quotidiano”.

Filippo ha lavorato a diversi investimenti diretti tra cui Satispay e Webidoo, seguendo screening, due diligence e negoziazione delle operazioni. All’interno di Tim Ventures ha avuto modo di approfondire quanto sia vasto il know-how delle aziende italiane e il potenziale del corporate venture capital finalizzato al presidio e allo sviluppo di nuove tecnologie, oppure di nuovi modelli di business: da un lato le grandi imprese possono garantirsi l’accesso diretto a nuove competenze, dall’altro le startup possono beneficiare dei vantaggi delle partnership. “Non è facile far parlare corporate e startup, ma il risultato aiuterebbe ad attrarre nel nostro Paese eccellenze e investitori internazionali, migliorando l’ecosistema in termini di capitali investiti e di azione dei venture capitalist, grazie alla contaminazione con best practice legali e gestionali internazionali”, dice.

La pandemia ha cambiato comportamenti di consumo e i modelli operativi delle aziende. Gli investitori e il mercato stanno premiando le startup che riescono a ridefinire posizionamento e strategia in ottica di modernizzazione e di transizione sostenibile. “In questo scenario, molti fondi si stanno focalizzando sull’impact investing, guardando a investimenti che abbiano come mission sfide ambientali e sociali”, spiega. “Da questo punto di vista, credo che in Italia sia giusto scommettere su startup a contatto con settori strategici per il Paese, come il foodtech e agritech, per la modernizzazione della filiera enogastronomica, e l’health & life science, a supporto del sistema sanitario e scientifico”. Piazza è convinto che il ruolo dell’investitore non sia solo quello di mettere liquidità nell’azienda. Un venture capitalist porta network, competenze ed esperienza. “Questo significa che i fondatori non devono avere paura di fare domande: devono conoscere e valutare a fondo l’investitore a cui si chiede capitali”.

Quando parliamo di network pochi ne riconoscono il valore più di Filippo. “Gli amici conosciuti all’estero mi definiscono ‘l’italiano più italiano che conoscono’ per via della mia naturale inclinazione a riunire le persone”, racconta. Per il futuro, oltre a portare avanti le sue passioni per lo sci, la vela e la fotografia, l’obiettivo è di continuare a contribuire alla crescita dell’ecosistema venture capital italiano, anche attraverso nuove esperienze. “Ci sono opportunità sempre più interessanti, come il crescente bisogno delle grandi aziende di accedere all’innovazione e interesse di fondi internazionali.

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