Responsibility

Il sustainability manager accelera il business aziendale. Ma in Italia solo il 7% delle imprese ne ha uno

In Italia oggi solo il 7% delle imprese ha un responsabile della sostenibilità. La stessa percentuale sale al 37% se si considerano solo le aziende con più di 50 dipendenti.

Sono alcuni dei numeri che emergono dalla ricerca di Deloitte Il ruolo del sustainability manager, che indaga come viene gestita la sostenibilità all’interno delle aziende e quanto è diffusa questa figura. La presenza del responsabile della sostenibilità (Rso) in azienda aumenta le iniziative di corporate social responsibility (Csr), oltre a ridurre le cosiddette socially irresponsible activities e produrre migliori risultati di business.

“Le aziende sono oggi chiamate a mettere a fuoco un nuovo approccio alla sostenibilità. Non si tratta solo di individuare e realizzare azioni che riflettano una maggiore attenzione all’ambiente o ambiscano a una superiore ricaduta sociale”, commenta Franco Amelio, sustainability leader Deloitte.

“Si tratta di sviluppare una concreta integrazione strategica delle tematiche esg nel modello di business, ripensando i rapporti con tutti gli stakeholder e aggiornando i prodotti e i servizi venduti sul mercato, nell’ottica di una crescente generazione di valore”.

Una pianificazione strategica

Nonostante la rilevanza dei temi legati alla sostenibilità, in Italia la maggior parte delle imprese non sta ancora gestendo tale aspetto in modo sistematico. Secondo la ricerca, se si considera l’adozione di un piano di sostenibilità, solo il 3% delle organizzazioni lo ha già implementato, un altro 3% ha in programma di introdurlo, mentre un 11% sta valutando tale possibilità.

“La sostenibilità è un tema centrale nella definizione della strategia aziendale. È una delle leve fondamentali per operare sul mercato, attrarre i migliori talenti, per consolidare la reputazione, consentire l’accesso al mercato dei capitali e accelerare gli investimenti”, aggiunge Stefano Pareglio, presidente di Deloitte Climate & Sustainability.

“Nelle scelte di allocazione del capitale, è la principale discriminante nella maggior parte dei settori industriali: per questo serve una visione integrata di lungo periodo, in cui la sostenibilità concorra effettivamente a definire il profilo aziendale”.

Tuttavia, l’adozione di un piano di questo tipo sembra destinata a diventare sempre più diffusa e integrata nel business. Per valutare in modo oggettivo i benefici derivanti da un piano di sostenibilità, è necessario elaborare un set di indicatori o key performance indicators (Kpi) in grado di coglierne l’impatto effettivo dentro e fuori il perimetro aziendale.

Al momento, l’adozione di kpi per il monitoraggio è ancora poco diffusa: tra le realtà che in Italia hanno un piano già operativo, solo 4 su 10 ne fanno già uso, quasi 3 su 10 hanno in programma di implementarli e 2 su 10 stanno valutando la possibilità di elaborarli.

L’importanza della rendicontazione e della comunicazione

Per comprovare il percorso di sostenibilità intrapreso dall’azienda è importante rendere disponibili le informazioni riguardo l’impatto ambientale e socio-economico. In questo senso, un mezzo utile a certificare le azioni intraprese dall’impresa è il bilancio di sostenibilità, uno strumento che in Italia oggi è adottato solamente da una azienda su 10 circa.

Così come le attività di comunicazione sulla sostenibilità, ancora appannaggio di una minoranza, pari a un decimo delle imprese. Tra le realtà che veicolano il proprio impegno in questo ambito, il focus è sia interno che esterno: i clienti e i dipendenti sono quasi in egual misura destinatari della comunicazione incentrata sui temi di sostenibilità.

Gli investimenti in sostenibilità tra le aziende più performanti

Oggi tra le imprese italiane è poco meno di un quinto a effettuare investimenti in ambito sostenibilità, un dato che raggiunge invece un terzo del totale tra le realtà che hanno registrato una crescita di fatturato nell’ultimo anno.

Inoltre, la maggior parte delle aziende che non hanno in programma di realizzare un piano di sostenibilità è tendenzialmente meno incline della media a prevedere investimenti in tale area: è il 92% di queste ad affermarlo, contro la media dell’82%. Se si considerano gli ambiti di destinazione degli investimenti, in cima alla lista c’è l’integrazione di tecnologie sostenibili, seguita da progetti di sostenibilità interni all’azienda e dall’intenzione di innovare i prodotti e servizi.

Dallo studio di Deloitte emerge anche l’importanza dello sviluppo di partnership strategiche con aziende dello stesso o di altri settori. La condivisione rappresenta un fattore determinante per le realtà di minori dimensioni, che spesso non hanno le risorse e le competenze per sviluppare in autonomia soluzioni per migliorare la propria sostenibilità.

Un approccio integrato alla sostenibilità

Se confrontate con la media, le realtà che prevedono un responsabile della sostenibilità dimostrano un approccio più integrato alla sostenibilità. Un esempio è il maggiore tasso di adozione del piano di sostenibilità rispetto alla media delle aziende italiane: passa dal 3% al 73% la quota di chi lo ha già formalizzato e dall’1% al 19% quella di chi lo ha in programma nei prossimi dodici mesi.

Parallelamente, raggiunge il 60% l’utilizzo di kpi tra le organizzazioni che hanno un piano operativo, segnando un aumento di 20 punti percentuali dalla media. Anche per le attività di rendicontazione il quadro è molto diverso nelle imprese che hanno un sustainability manager: l’85% degli intervistati riferisce di redigere un bilancio di sostenibilità e quasi metà, il 44%, lo effettua da oltre due anni.

Anche rispetto alla comunicazione delle iniziative di sostenibilità, circa 8 responsabili della sostenibilità su 10 dichiarano di diffondere obiettivi, progetti e risultati, contro una media italiana del 12%.

I numeri in Italia

Nel nostro paese una figura che si occupa esclusivamente di sostenibilità è presente solo nel 7% delle aziende. Una percentuale che sale al 37% se si considerano solo le imprese con più di 50 dipendenti.

Numeri legati anche al fatto che, nella maggioranza dei casi (71%), si tratta di una figura istituita da meno di 5 anni. Per quanto riguarda la gerarchia aziendale, nel 31% dei casi i Rso riportano direttamente all’amministratore delegato, nel 25% riportano al direttore operativo e nel 14% dei casi al responsabile di produzione.

“Assistiamo a un rapido consolidamento del ruolo del responsabile della sostenibilità nelle aziende di ogni dimensione e di ogni settore industriale”, commenta Amelio.

“L’evoluzione del contesto normativo e le dinamiche di mercato guidano questo cambiamento. Sarà importante assegnare a queste figure una chiara collocazione della struttura organizzativa, affinché possano disporre delle leve necessarie a svolgere una funzione di assoluto rilievo”.

Le competenze necessarie

Per le aziende intervistate, i Rso devono disporre anzi tutto di competenze tecniche specifiche: è di questo avviso circa 1 azienda su 2. Alle competenze tecniche si affiancano però anche competenze soft, come la capacità di ascolto e comunicazione, la cui rilevanza viene indicata dal 45% delle aziende.

I Rso intervistati, a loro volta, mettono in luce soprattutto l’importanza di applicare le competenze tecniche nello specifico contesto settoriale. A ciò si aggiunge, in 1 intervistato su 2, la rilevanza di una visione di lungo periodo, elemento fondamentale specie nell’interlocuzione con il top management.

Come evolverà il ruolo dei responsabili sostenibilità?

Sia le aziende, sia i Rso intervistati pensano che la figura del responsabile sostenibilità nei prossimi 5 anni sarà più importante di oggi. Secondo la ricerca, la spinta principale per le aziende verrà dalle aspettative degli stakeholder: dai clienti (per il 37%) e dai fornitori (per il 20%) più che dall’azionariato (per il 13%).

Inoltre, circa una azienda su 3 ritiene che la necessità di gestire situazioni critiche, anche in termini reputazionali, avrà un grande impatto sull’evoluzione del ruolo dei Rso. Minore attenzione è invece riservata all’evoluzione normativa, che solo una azienda su 4 identifica come rilevante.

Un dato che cambia se si ascolta il punto di vista dei Rso intervistati: la stragrande maggioranza di questi, infatti, riconosce un ruolo rilevante alla compliance normativa, seguita dalla gestione del rischio e dallo sviluppo di una cultura aziendale della sostenibilità.

D’altro canto, la rilevanza del contesto normativo risulta coerente con le motivazioni che hanno portato all‘introduzione della figura del Rso in azienda. Tra le imprese che dispongono già di tale figura nell’assetto organizzativo, quasi 1 su 2 dichiara di avere introdotto il ruolo proprio per assicurare l’adempimento di requisiti normativi.

“I responsabili aziendali della sostenibilità oggi”, commenta Pareglio, “sono chiamati a svolgere funzioni operative e a offrire, nel contempo, visione e capacità di indirizzo. Se a ciò sommiamo le diverse formazioni professionali degli attuali manager della sostenibilità, ben comprendiamo la varietà di soluzioni organizzative adottate dalle aziende, non solo nel nostro paese. Siamo dunque in una fase evolutiva, e l’auspicio è che si arrivi rapidamente a consolidare il ruolo di queste figure, cui spesso è delegata anche l’interlocuzione con stakeholder portatori di esigenze tra loro differenziate”.

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