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Cultura 31 Luglio, 2019 @ 11:28

Abbiamo incontrato Paul Budnitz, l’imprenditore che ha reso cool la bicicletta

di Alessandra Mattanza

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Ritratto di Paul Budnitz
Paul Budnitz (Courtesy: Superplastic)

E’ poliedrico, imprevedibile, neurotico e appassionato del suo lavoro, ma soprattutto sa osare. Così si definisce l’imprenditore Paul Budnitz, considerato da molti un genio. Adesso vive a Burlington, in Vermont, anche se è molto spesso a New York per lavoro. E sta lanciando un paio di progetti, in due settori in cui è attivo: quello delle omonime biciclette Budnitz, trendy e super leggere, e quello dei giocattoli di design Superplastic, che stanno per sondare una nuova frontiera nel campo dell’animazione e dell’intrattenimento.

“A Burlington, cittadina molto creativa, mi sento davvero ispirato, essendo più tranquillo e a contatto con la natura, anche se New York, dove ho vissuto per molti anni, resta sempre la città a cui sono più legato e ci torno veramente spesso. Ma questo equilibrio, tra una vita più serena e una più dinamica, è fondamentale per me ora”, spiega. Nato a Berkeley nel 1967, figlio di un fisico nucleare e di un’assistente sociale, con un’immensa propensione alla meditazione, è stato il fondatore del marchio Kidrobot, facendo appassionare gli adulti, tra cui anche molti uomini d’affari e trader di Wall Street, ai giocattoli di design da collezione, con prezzi sia alti sia più economici (da $ 5 fino a $ 5.000 o più).

Budnitz e il suo team di lavoro (Courtesy: Superplastic)

Paul ha, in realtà, fondato anche un’altra dozzina di aziende. “La verità è che ho gestito business per tutta la mia vita”, ammette. Un genio del computer, e un hacker, fin da ragazzino, a 15 anni scriveva software di analisi della sicurezza per centrali nucleari. E creò perfino videogames per il leggendario computer Commodore 64. Dopo il liceo studiò cinema, fotografia e scultura all’università di Yale. Al college aveva intanto già inventato il business M.O.B., vendendo abbigliamento che co-disegnava per i negozi dei musei. Così si pagò gli studi avviando contemporaneamente un business nella vendita a collezionisti di jeans vintage Levi’s e Air Jordans (li vendeva in Giappone a $ 16.000 al paio). Laureatosi col massimo dei voti in arte, riuscì a realizzare sul suo Macintosh “93 Million Miles From the Sun”, il primo film nella storia editato su un computer di casa (come attestò la rivista Wired nel 1996), che vinse un premio al Festival del Cinema di Berlino nel 1997.

“Dato che non c’erano modi convenienti per editare un film su un computer nel 1995, dovetti hackerare il mio sistema hardware per modificare i miei film”, confessa. Successivamente, si dedicò alla musica con una sua band, composta da amici. E lanciò la società MiniDisco, hackerando i lettori MiniDisc di Sony, in modo che potessero essere utilizzati come dispositivi di registrazione, ispirandosi a un modello scoperto a Tokyo. Raggiunse un valore di 7 milioni di dollari nel 2001, grazie a software che aveva realizzato lui stesso, ma non appena seppe degli iPod di Apple, Budnitz preferì mollare tutto, sapendo di avere i giorni contati. Si focalizzò, invece, su Kidrobot, in un garage in California, nel 2002. Da lì si sviluppò il percorso che lo ha portato alla situazione attuale. Ora, dopo aver venduto il marchio nel 2012, ha avviato un nuovo brand supertrendy di giocattoli, Superplastic, fondato una piattaforma social per artisti, Ello, venduta anch’essa nel 2016, e un marchio di biciclette di incredibile successo.

(budnitzbicycles.com)

Come mai ha deciso di lanciarsi nel mercato dei giocattoli?

L’idea mi venne attorno al 2002, quando vidi dei giocattoli interessanti e strani, di vinile, in Cina e in Giappone. Mi parvero da subito oggetti artistici, che si sposavano al meglio con la mia idea estetica di moda, fumetti, graffiti, cartoni animati, musica e fine art. In principio la gente mi credeva impazzito… Non capivano se era arte o si trattata di semplici giocattoli. Avviammo il marchio a New York nel 2003, poi ci spostammo a Boulder, in Colorado, nel 2010. Collaborai con artisti, come Tristan Eaton, con cui inventai i modelli  tanto popolari Dunny e Munny, e poi coinvolsi altri artisti fine art e dei graffiti, che ho da sempre amato, ancor prima che divenissero tanto di moda come adesso… Intanto i miei giocattoli, Budnitz & Eaton, approdarono in un museo, il MoMA a New York, e allo stesso tempo vendevamo bene online e nei negozi. Nel 2007 creai una linea di moda ispirata ai giocattoli che fu venduta perfino nel grande ed elegante grande magazzino Barneys a New York. Intanto, Kidrobot stava divenendo sempre più grande… (L’azienda partì con due impiegati e arrivò a 90, come da una base di $300.000 fino a oltre $ 15 milioni, n.d.r.)

Come mai successivamente ha deciso di vendere?

A volte devo confessare che me ne sono pentito, ma allora, in quel momento, mi sentivo estremamente stressato, la produzione era costante, come i meeting e non smettevo mai di lavorare. Ero annoiato. Avevo bisogno di una pausa e di nuovi stimoli, di fare qualcosa di diverso.

A giugno 2018 è tornato in questo settore, fondando Superplatic…

Sono un designer alla fine, e mi è tornata la passione di voler creare. Si tratta di modelli ancora più unici e particolari, realizzati esclusivamente da artisti con cui collaboro. Stavolta si tratta davvero di pura arte e stiamo evolvendo verso l’high tech, la musica, i giochi digitali, oltre che altri elementi nuovi che stiamo ancora sperimentando e che vedrete presto. Alcuni giocattoli sono ancora top-secret, altri si possono ottenere solo dopo mesi, o alcuni ancora si avranno solo quando piove a New York, per esempio, o se si risolverà un gioco.

Adesso però sta progettando anche qualcosa di totalmente innovativo.

Sì, Superplastic non offrirà solo prodotti, ma sarà pure una società di intrattenimento. Vendiamo giocattoli di design, ma adesso stiamo anche facendo animazione, dato che sono sempre stato un grande fan dei cartoni animati. Realizzare uno spettacolo televisivo o un film girato a Hollywood richiede un’eternità e costa troppo. Il sistema degli studi di Hollywood è per me sostanzialmente rotto, quindi quello che ho deciso di fare è animare i personaggi di Superplastic in 3D e trasformarli in celebrità sintetiche sui social media. A partire dal 23 luglio i nostri fan possono seguire @Janky e @Guggimon su Instagram ed entrambi i personaggi hanno vite, storie e problemi, proprio come le persone reali. Sono sempre stato ispirato anche dal mondo della moda e così entrambi questi personaggi ne sono interessati… Guggimon indossa vestiti di Balanciaga, Gucci, Comme Des Garçons. Janky preferisce lo streetwear in stile californiano come Pleasures and Undefeated. Quindi hanno un fantastico aspetto e le loro storie sono incredibilmente divertenti e all’avanguardia. Credo che siamo la prima azienda a utilizzare i social media esclusivamente come piattaforma di intrattenimento per l’animazione. A questo scopo, Superplastic ha di recente raccolto 10 milioni di dollari da investitori tra cui Craft Ventures e Founders Fund.

Vendete tutto direttamente sul vostro sito web (alcuni giocattoli sono sold out entro 24 ore, mentre al lancio hanno fatto un milione di dollari in pre-vendite, con una campagna su Kickstarter che chiedeva $ 25.000 e ha raccolto oltre $ 550.000)

E’ vero, non facciamo pubblicità, ma riusciamo ugualmente a vendere bene. I soldi non sono stati una priorità in questo caso per me, ma stiamo andando bene e, soprattutto, non solo negli Stati Uniti, ma maggiormente in Europa e in Asia. Credo nel prodotto unico ed esclusivo, che ritengo la gente valuterà di più anche in futuro. I nostri giocattoli sono quindi reperibili solo online o in alcuni negozi selezionati: Toronto Collective, Mindzai e Some of the Parts a Toronto, in Canada, e myplasticheart a New York, negli Stati Uniti.

(Courtesy: Superplastic)

Che tipo di clientela avete?

Si va da personaggi creativi, artisti e pubblicitari, a teenager, uomini d’affari, collezionisti d’arte, imprenditori,… Abbiamo come cliente qualche celebrity come Pharrell Williams e Mark Parker della Nike. In media i maggiori acquisti vanno dai $ 10 a $ 5.000.

Dopo Kidrobot ha lanciato pure, nel 2010, un marchio di biciclette di titanio leggere, le Budnitz, definite le “Aston Martin” su due ruote…

Non ero un esperto, ma l’idea mi venne fin dai tempi in cui vivevo a New York, dove già tendevo ad andare al lavoro in bicicletta. Per oltre 18 anni non ho avuto una macchina, mi muovevo solo con quella. E ne volevo una pratica, elegante, di bel design, leggera, veloce. Me la creai io. E, notai da subito che alcuni amici avevano un interesse incredibile, come tanta gente sui social network. Presi la cosa sul serio, quindi. Cominciai a fare ricerca, lessi tutto sull’argomento, studiai la storia e il marketing, passando molto tempo in tanti negozi di biciclette, al punto da essere quasi buttato fuori da alcuni, dato che non acquistavo mai. I modelli Budnitz come la loro scelta rimangono limitati. Se abbiamo in magazzino un modello lo si riceve relativamente presto, altrimenti bisogna anche aspettare un mese (si parte da $ 6.000, n.d.r.). Ma per me un lungo periodo di attesa non è cattivo marketing, anzi il contrario!

Ha appena lanciato un nuovo e innovativo modello perfino in questo settore…

In effetti, è per me un momento molto creativo. Si tratta di una bicicletta elettrica leggerissima. La maggior parte dei modelli sono in genere molto pesanti, ma volevo qualcosa di unico e utilizzabile facilmente per tutti i ciclisti. Fino ad ora biciclette di questo tipo sono state simili a motociclette. Ma la nostra ha una piccola batteria ricaricabile e un motore altrettanto piccolo, è leggera e veloce, facilmente manovrabile, e più potente. Si può aspettare 6 mesi per averne una. Ogni modello è fatto a mano e si può far dipingere nel colore che si predilige.

Qual è il segreto del successo per lei?

Il business per me è un veicolo per creare qualcosa di bello e fare in modo che guadagni. Ho molte idee, lavoro per passione, perché amo quello che faccio. Alcune idee funzionano, altre no. Fa parte del processo. Non ho mai avuto un business plan predeterminato.

Ama il rischio, quindi?

Di certo non lo temo, sono spesso nervoso o ansioso quando devo presentare un progetto nuovo. Quello che blocca la maggior parte delle persone, però, è il timore del rifiuto o del fallimento. Io non ci penso, mi butto come un folle in questo. Per questo trovo sempre investitori per tutte le mie idee, perché oso fare e chiedere quello che molti non azzardano. La mia filosofia non si basa inoltre sulla fretta. Voglio che i miei prodotti siano perfetti, se necessario questo richieda più tempo, so aspettare.

Cosa pensa della moderna tecnologia, che sta invadendo sempre di più il mondo?

Fine a sè stessa la trovo noiosa, è interessante per come posso utilizzarla, per raccontare storie, magari perfino con l’intelligenza artificiale. Uso l’iPhone e so che adesso posso acquistare un incredibile computer per meno di $ 2.000, con cui creare arte animata. Prima tutto questo non esisteva e c’erano allo stesso modo meno opportunità.

Che consiglio offre a chi comincia un business?

A me piace creare qualcosa di cui vado fiero, che mi piaccia e mi soddisfi, che mi faccia sentire ogni giorno vivo. Bisogna identificare quello che si vuole essere. Io, per esempio, non sarei un buon impiegato, perché sono troppo impaziente. Non sono capace di avere un capo. Sono bravo nel guidare aziende e – da quello che mi pare – a piacere alla gente. Non faccio le cose come le fanno tutti o la maggior parte delle persone, ma come ritengo sia giusto, a modo mio. Molti imprenditori si bloccano su idee o con il sistema. Lanciate quelle idee, agite.

E’ stato in Italia e cosa ne pensa?

Vivrei subito a Milano! (ride, n.d.r.) Se qualcuno è interessato a farmi una proposta, posso valutare. Amo l’Italia, in particolare quell’hotel a Rimini, il Grand Hotel, dove Federico Fellini ha girato un film. Ho addirittura parte della mia famiglia a Firenze: mia cugina americana con suo marito italiano e il loro figlio adottivo sudamericano, come diversi parenti ebrei che sono sopravvissuti alla guerra, altri cugini sia da parte di madre sia di padre. Quindi, alla fine, sono pure io un po’ italiano!

Life 2 Giugno, 2019 @ 4:00

Il sindaco Luigi Brugnaro racconta il primo salone nautico di Venezia

di Forbes.it

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Luigi Brugnaro

(articolo apparso sul numero di giugno di Forbes)

di Chiara Merico

Si terrà dal 18 al 23 giugno la prima edizione del Salone Nautico all’Arsenale di Venezia. Un’iniziativa fortemente voluta dal sindaco Luigi Brugnaro, che ha scelto non a caso come sede l’Arsenale, il “cantiere” dove nascevano le navi che hanno assicurato la potenza della Repubblica Serenissima in buona parte del mondo.

Come è nata l’idea di un Salone nautico a Venezia?

L’idea è che Venezia debba nuovamente sposare il mare, non solo in termini simbolici, ma anche rimettendolo al centro della sua catena produttiva, a tutti i livelli e in tutti i settori, dall’industria alla cultura, come avveniva ai tempi della Repubblica Serenissima. La sfida è quella di trovare la chiave per rileggere le attività che ruotano attorno alla nautica e rilanciarle, chiedendo a ogni ente, istituzione o azienda di fare la propria parte. Il Salone Nautico sarà un evento diffuso in tutta la città, attraverso eventi, iniziative, manifestazioni.

Teme la concorrenza di altre rassegne storiche, come quella genovese?

Non c’è alcuna concorrenza con i grandi saloni, tanto che la presentazione ufficiale è avvenuta a Dusseldorf, durante la cinquantesima edizione di Boot. Il Salone Nautico è un’integrazione dell’offerta, in particolare per il mare Adriatico.

Cosa rappresenta questa iniziativa nel rapporto tra Venezia e il mare?

Non è il primo Salone fatto a Venezia, ma è il primo in Arsenale, grazie al supporto prezioso della Marina Militare. Abbiamo scelto come sede il “cantiere” dove nascevano le navi che hanno assicurato la potenza della Serenissima in tutto il mondo navigabile, un esempio precoce di industria che ha radici nel ’500. Il nostro è un vero e proprio appello al popolo del mare perché a giugno si ritrovi a Venezia. In più, un evento del genere può fungere da attrattore verso la scoperta e il potenziamento di altre attività produttive del territorio, in primis quelle di Porto Marghera.

Come si svolgerà la rassegna e quali iniziative in particolare vuole mettere in risalto?

Sarà un Salone a 360 gradi. Oltre alla parte espositiva tradizionale, con grandi yacht ed imbarcazioni, nelle tese dell’Arsenale promuoveremo un concorso internazionale per studi e progetti di barche, spiegheremo il restauro delle navi, ci sarà la possibilità di provare la voga alla veneta, di vedere la centrale operativa del MoSE, organizzeremo incontri sui motori ibridi e le più moderne tecnologie, gare culinarie, attività per i bambini a cui saranno dedicati la visita al sommergibile Dandolo e al Museo Navale, concerti, tra cui quello della Fenice, e spettacoli che contamineranno anche la terraferma.

Un rapporto spesso complesso lega Venezia al mondo delle crociere, che genera un indotto economico importante ma ha anche un impatto ambientale non trascurabile. Qual è la sua opinione al riguardo?

Siamo tutti d’accordo che le navi da crociera non debbano più passare davanti al Bacino di San Marco. La soluzione alternativa, attraverso la bocca di porto di Malamocco, il Canale dei Petroli, il Canale Vittorio Emanuele fino alla Stazione Marittima, o in alternativa fino a Marghera per le navi più grandi, è già stata decisa nel Comitatone del novembre 2017. Manca solo che il governo dia piena attuazione a quell’accordo, così da risolvere uno dei grandi problemi che attira l’attenzione di tutta la stampa nazionale e internazionale, garantendo, al tempo stesso, l’occupazione degli oltre cinquemila lavoratori dell’indotto. Non dimentichiamoci, infine, che a Porto Marghera c’è Fincantieri, dove produciamo proprio le navi da crociera.

Cosa si aspetta Venezia dal mondo della nautica con questa rassegna?

Come amministrazione abbiamo programmato uno sviluppo del Salone su tre anni, perché pensiamo che venire a Venezia sia conveniente, non solo per i dealer, ma soprattutto per chi è già in barca nell’Alto Adriatico. Contiamo che l’industria nautica creda in questa iniziativa e che le dia valore aggiunto. Perché, come dice un vecchio proverbio, chi tocca il mare, tocca il mondo.

 

Business 2 Maggio, 2019 @ 1:13

Il segreto per un’azienda di successo? Lavorare in coppia

di Daniela Uva

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Scrivo di successo, imprenditori, storie italiane.Leggi di più dell'autore
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Quando moglie e marito sono legati dal business, oltre che dall’amore, il loro legame si può trasformare in una marcia in più. Questo perché le imprese guidate da coppie risultano più produttive e sane. A scoprilo è stata una nuova ricerca internazionale alla quale hanno partecipato anche alcuni esperti dell’Università Bocconi di Milano.

Gli studiosi hanno analizzato le aziende guidate da coniugi e conviventi e si sono resi conto il loro business è vincente, a patto che la guida sia equamente ripartita fra i due partner. Per arrivare a questo risultato il team di ricercatori dello studio “For love and money: Marital leadership in family firms”  ha rivolto la lente di ingrandimento su circa 2mila realtà economiche nell’arco di 12 anni scoprendo che quando al vertice dell’impresa c’è una coppia il ritorno si attesta mediamente sul 6,3% del capitale investito, un punto percentuale in più rispetto a quanto fatto registrare dagli altri tipi di imprese familiari.

Secondo il report, il segreto del successo di queste organizzazioni risiede in un mix perfetto fra affinità, abitudine a condividere, complementarietà e complicità. Fattori ai quali si aggiunge anche la reciproca volontà dei due “colleghi” di lavorare insieme per un obiettivo comune. Inoltre, in queste organizzazioni basate su affari e cuore gli investimenti proseguono anche quando il clima economico è particolarmente incerto, i dipendenti tendono a essere più fedeli e la produttività dei lavoratori è mediamente più elevata. A giudicare dalle performance di alcune imprese di questo genere, sembra che le cose stiano davvero così.

Basta osservare il caso della Surgital, inizialmente battezzata Laboratorio artigianale tortellini. L’azienda è stata fondata nel 1980 da Edoardo Bacchini e da sua moglie Romana Tamburini. I due imprenditori hanno iniziato la loro avventura producendo pasta fresca per il mercato al dettaglio, ma in seguito sono passati al segmento dei surgelati precotti. Nel corso del tempo, la società è riuscita a conquistare i mercati europei, ma anche quelli statunitensi e giapponesi. E oggi, a partire dal 2012, conta 205 dipendenti e 98 milioni di euro di attività totali ogni anno. L’azienda è attualmente controllata in toto dalla famiglia fondatrice e continua a produrre utili da record.

Un caso simile è anche quello della Ibi- Istituto biochimico italiano. Fondata nel 1918 da Giovanni Lorenzini, la compagnia oggi vanta 218 dipendenti e un fatturato da 53 milioni di euro l’anno, esportando i suoi prodotti in venti Paesi del mondo. Il tutto risultato del lavoro congiunto della nipote del fondatore, Camilla Borghese, e di suo marito Hans Khevenhullen, attuale amministratore delegato. Il punto forte di queste realtà è la fiducia, quella che permette di assumere decisioni anche in tempi difficili e di abbattere i costi legati al controllo dei manager.

Naturalmente un rischio esiste: è quello del divorzio, o della separazione nel caso in cui i due “boss” non siano sposati. Un’eventualità che quasi sempre si riverbera nel business, che rischia così di fallire. Ma nonostante questo, i ricercatori assicurano che le performance delle aziende di coppia sono migliori di quelle registrate da realtà differenti ma con le stesse dimensioni. In generale, comunque, nel nostro Paese sono quasi sempre premiate le aziende familiari, quelle nelle quali la guida resta saldamente nelle mani dei fondatori o dei loro eredi. Negli ultimi dieci anni il loro numero è cresciuto, di pari passo con il giro d’affari. A confermarlo è la decima edizione dell’Osservatorio Aub (Aidaf-UniCredit-Università Bocconi). Dallo studio emerge infatti che se nel 2008 le aziende a guida familiare con fatturato superiore ai 50 milioni di euro l’anno erano 4.251, a distanza di dieci anni sono cresciute dell’8,1% raggiungendo quota 4.597. E non finisce qui, perché, se in passato queste realtà impiegavano 1 milione e 471.674 persone, adesso possono vantare 1 milione e 885.771 dipendenti. Segno che i legami familiari rappresentano sempre un’arma in più.