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Best Italia 10 maggio, 2018 @ 11:53

Le 100 famiglie imprenditoriali italiane

di Forbes.it

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La redazione di Forbes.Leggi di più dell'autore
Forbes Italia è l'edizione italiana del magazine più famoso al mondo su classifiche, cultura economica, leadership imprenditoriale, innovazione e lifestyle. chiudi

Classifica

1. AGNELLI – Torino – John Elkan

2. AMADORI – San Vittore, (Fc) – Francesco Amadori

L’azienda alimentare è stata fondata da Francesco assieme al fratello Arnaldo. La società è ora sotto il controllo dei figli Flavio e Denis.

3. ANTINORI -Firenze – Piero Antinori

La Famiglia si dedica alla produzione vinicola da più di 600 anni, da quando, nel 1385, Giovanni di Piero Antinori entrò a far parte dell’Arte Fiorentina dei Vinattieri. Oggi la società è presieduta da Albiera, affiancata nella gestione dalle sorelle Allegra
e Alessia.

4. ANGELINI – Ancona – Francesco Angelini

La società farmaceutica fu fondata da Francesco Angelini nel 1919. Ora è il nipote Francesco alla guida del gruppo.

5. ARMANI – Milano – Giorgio Armani

Fondatore nel 1975 della casa di moda che porta il nome della famiglia è tra i maggiori protagonisti del made in Italy.

6. ASTALDI – Roma – Paolo Astaldi

La famiglia ha fondato il gruppo industriale  intorno agli anni ‘20 del secolo scorso. Oggi l’azienda è guidata dalla terza generazione.

7. BAGNOLI – Empoli – Loriano Bagnoli

Controllano la Sammontana, l’azienda di gelati fondata nel 1948. Oggi Loriano, Marco e Leonardo guidano la società.

8. BALOCCO – Fossano, (Cn) –  Alberto Balocco

Francesco Antonio Balocco ha fondato l’azienda di dolci da forno nel 1927. Ora alla guida c’è il nipote Alberto Balocco, presidente e ad del gruppo.

9. BARILLA – Parma – Pietro Barilla

10. BAULI – Verona – Alberto Bauli

L’azienda alimentare di prodotti da forno è stata fondata nel 1922 dal pasticcere Ruggero Bauli, padre dell’attuale presidente Alberto.

11. BENETTON – Ponzano Veneto, (Tv) – Luciano Benetton

Nel 1965 i fratelli Luciano, Giuliana, Gilberto e Carlo hanno fondato l’azienda di abbigliamento. I diversi investimenti sono gestiti dalla holding Edizione Srl.

12. BERETTA – Gardone Val Trompia, (Bs) – Pietro Gussalli Beretta

Le origini della famiglia risalgono al 1526 quando Bartolomeo Beretta fondò l’azienda produttrice di armi. Ad oggi il gruppo è guidato dalla quindicesima generazione.

13 BERLUSCONI – Milano – Silvio Berlusconi

14. PRADA-BERTELLI – Milano – Patrizio Bertelli

Il primo negozio Prada è stato aperto da Mario nel 1913 in Galleria a Milano. Patrizio Bertelli, marito di Miuccia, ha contribuito in modo decisivo al successo del marchio.

15. BOMBASSEI  – Bergamo – Alberto Bombassei

Cominciò tutto nel 1961 quando Emilio Bombassei e Italo Breda fondarono Brembo, all’inizio una piccola officina a carattere familiare. Ora il presidente è il figlio Alberto.

16. BONOMI – Milano – Andrea Bonomi

Famiglia legata al mondo della finanza da tre generazioni. Andrea, nipote di Anna Bonomi Bolchini, fondatrice di Postalmarket, opera tramite il fondo Investindustrial.

17. BORLETTI – Milano – Maurizio Borletti

Proprietari nel tempo del Linificio e Canapificio nazionale, della Fratelli Borletti, della Rinascente, de Il Secolo e della Standa. Oggi la quinta generazione controlla Grandi Stazioni Retail.

18. BOROLI – Asti – Marco Boroli

La famiglia insieme a quella dei Drago controlla il gruppo editoriale De Agostini, tramite la finanziaria B&D Holding.

19. BRACCO  – Milano – Diana Bracco

Il gruppo, fondato nel 1927 da Elio Bracco, è una multinazionale del settore chimico e farmaceutico. Diana è presidente e ad.

20. BRANCA – Milano – Niccolò Branca

Bernardino Branca nel 1845 fondò l’omonima azienda di bevande alcoliche, oggi guidata da Niccolò, quinta generazione.

21. BUZZI – Casal Monferrato – Sandro Buzzi

La F.lli Buzzi Cementi nacque nel 1907 per iniziativa di Pietro e Antonio. Ora la società è presieduta da Enrico Buzzi, mentre Pietro e Michele sono ad.

22. CALTAGIRONE – Roma – Francesco G. Caltagirone

Tramite la holding di famiglia, investe principalmente nei settori infrastrutture, cemento, immobiliare, finanza ed editoria.

23. CAPROTTI – Milano – Marina Sylvia Caprotti

La famiglia Caprotti, originariamente attiva nel settore tessile, fondò Esselunga nel ’57. La figlia di Bernardo ora è vice presidente del gruppo.

24. COLANINNO  – Mantova – Roberto Colaninno

La holding di famiglia Immsi investe in diversi settori industriali. Roberto è presidente di Piaggio e i due figli, Matteo e Michele, sono entrambi imprenditori.

25. COLUSSI  – Milano – Angelo Colussi

Nata negli anni ‘30 come forno per la produzione di pane e biscotti, con i figli Alessandro, Giacomo e Alberto, la Colussi ha assunto dimensioni industriali.

26. CREMONINI – Modena – Luigi Cremonini

Luigi, insieme al fratello Giuseppe, è fondatore della Cremonini spa, multinazionale italiana del settore alimentare. Il figlio Vincenzo è l’attuale ad.

27. CUCINELLI – Solomeo, (Pg) – Brunello Cucinelli

La casa di moda è stata fondata nel 1978 da Brunello. Anche la moglie, Federica Benda, e le figlie Camilla e Carolina, lavorano nell’azienda di famiglia.

28. DAMIANI – Valenza, (Al) – Guido Grassi Damiani

I fratelli Damiani guidano l’azienda di famiglia che opera nei settori dei gioielli e dell’orologeria di lusso. La società fu fondata dal padre Enrico Grassi Damiani nel 1927.

29. DE BENEDETTI – Torino – Carlo De Benedetti

30. DE CECCO – Fara San Martino, (Ch) – Filippo Antonio De Cecco

L’azienda del settore alimentare fondata nel 1886 da Filippo Giovanni De Cecco è ora guidata dai tre cugini Saturnino, Giuseppe Aristide e Filippo Antonio.

31. DE LAURENTIIS – Roma – Aurelio De Laurentiis

Famiglia di produttori cinematografici. Aurelio, figlio di Dino, è proprietario e presidente della squadra di calcio del Napoli.

32. DE’LONGHI –  Treviso – Giuseppe De’Longhi

La famiglia controlla l’omonima azienda di elettrodomestici fondata nel 1902. Fabio, figlio di Giuseppe, che mantiene il ruolo di presidente, è l’amministratore delegato della società.

33. DEL VECCHIO – Milano – Leonardo Del Vecchio

34. DELLA VALLE – Casette d’Ete – Diego Della Valle

35. DORIS – Padova/Milano – Ennio Doris

La famiglia è proprietaria di Banca Mediolanum di cui Ennio è fondatore e presidente, mentre il figlio Massimo è ad.

36. DRAGO – Novara – Marco Drago

La famiglia insieme a quella dei Boroli controlla il gruppo editoriale De Agostini, tramite la finanziaria B&D Holding.

37. ERCOLE – Asti – Chiara Ercole

La famiglia ha fondato nel 1939 l’azienda Saclà, leader nel mercato di sottoli e sottaceti e guidata oggi dalla seconda e dalla terza generazione.

38. FERRAGAMO – Firenze – Ferruccio Ferragamo

Nel 1927 Salvatore Ferragamo, inventore della zeppa, iniziò l’attività. Oggi è un brand internazionale, con punti vendita nelle principali metropoli del mondo.

39. FERRARI – Maranello, (Mo) – Piero Ferrari

Piero Ferrari è vicepresidente e proprietario del 10% della società di auto da corsa di lusso Ferrari, che il padre Enzo fondò nel 1929.

40. FERRERO – Alba, (Cn) – Giovanni Ferrero

Il gruppo dolciario è stato fondato da Pietro Ferrero nel 1946. Giovanni, figlio di Michele, è l’unico proprietario dopo la morte del fratello Pietro nel 2011.

41. FOSSATI – Monza – Marco Fossati

Famiglia legata storicamente al marchio Star, fondato da Danilo Fossati e Regolo Fossati. Ora investe attraverso la cassaforte Findim.

42. FRESCOBALDI – Firenze – Lamberto Frescobaldi

La storia dei Frescobaldi inizia più di mille anni fa, nella Firenze medioevale. Una famiglia dedita da 30 generazioni alla produzione di grandi vini.

43. GAJA – Alba, (Cn) – Angelo Gaja

Famiglia proprietaria delle cantine fra le Langhe piemontesi e riconosciuta in tutto il mondo per il suo Barbaresco. L’azienda è guidata dalla quarta generazione.

44. GALBUSERA – Sondrio – Lorenzo Galbusera

L’azienda è stata fondata da Mario ed Enea Galbusera nel 1938 a Morbegno. Il controllo del gruppo è passato alla terza generazione.

45. GARAVOGLIA – Milano – Luca Garavoglia

La famiglia è proprietaria del gruppo Campari. Luca ha ereditato il controllo dalla madre, Rosa Anna Magno Garavoglia, morta nel 2016.

46. GARRONE – Genova – Edoardo Garrone

Erg (acronimo di Edoardo Raffinerie Garrone) è un importante gruppo industriale italiano. Ad oggi viene guidato dal nipote del fondatore.

47. GAVIO – Roma – Marcello e Daniela Gavio

Il Gruppo Gavio è tra i principali gruppi di general contractor, controllato dagli eredi di Marcellino Gavio, imprenditore attivo nelle infrastrutture.

48. GIUBERGIA –  Torino – Guido Giubergia

Fondata a Torino nel 1936 da Giuseppe Giubergia, Ersel è la società specializzata nella  gestione di grandi patrimoni, tuttora guidata dalla famiglia

49. GRIMALDI – Palermo – Gian Luca Grimaldi

Guido Grimaldi, insieme ai fratelli Luigi, Mario, Aldo ed Ugo ha fondato nel 1947 l’omonimo gruppo attivo nel settore dei trasporti marittimi.

50. GUZZINI – Recanati, (Mc) – Domenico Guzzini

L’azienda del settore arredamenti  è stata fondata da Enrico Recanati nel 1912. Oggi è presieduta da Domenico Guzzini.

51. ILLY – Trieste – Riccardo Illy

Francesco Illy, fondatore del’azienda nel 1933, è l’inventore del caffè espresso e della pressurizzazione. Ha brevettato l’Espresso. È il brand di caffè più diffuso a livello globale.

52. LAVAZZA – Torino – Alberto Lavazza

Fu Luigi Lavazza nel 1895 a creare l’azienda di caffè di proprietà della famiglia da quattro generazioni. Ora la società è presieduta da Alberto, nipote di Luigi.

53. LORO PIANA – Quarona, (Vc) – Pier Luigi Loro Piana

Fondata nel 1924 da Pietro, negli anni 70 l’azienda di abbigliamento passa ai figli Franco, Sergio e Pier Luigi che poi vendono l’80% a Lvmh.

54. LOACKER – Bolzano – Armin Loacker e Christine Loacker Zuenelli

La famiglia, giunta alla terza generazione, è proprietaria dell’azienda che produce wafer e cioccolato, fondata nel 1925 dal pasticcere Alfons Loacker.

55. LUCCHINI – Brescia – Giuseppe Lucchini

Il gruppo Lucchini è specializzato nella produzione di materiale rotabile per treni, tram e metro. Controlla la società attraverso la holding Sinpar.

56. LUNELLI –  Trento – Matteo Lunelli

La terza generazione della famiglia, rappresentata da Marcello, Matteo, Camilla e Alessandro guida Cantine Ferrari, l’azienda di spumanti creata da Giulio Ferrari e acquistata nel 1952 da Bruno Lunelli.

57. LUTI – Milano – Claudio Luti

Famiglia legata a Kartell, azienda che produce mobili e oggetti di design in plastica, fondata nel 1949 da Giulio Castelli, futuro suocero dell’attuale ceo Claudio Luti.

58. MALACALZA – Genova – Vittorio Malacalza

Gli investimenti del gruppo Malacalza spaziano dall’acciaio alla finanza. È azionista di riferimento di Banca Carige.

59. MARAMOTTI – Reggio Emilia – Luigi Maramotti

In Maxmara, Mara sta per Maramotti, mentre Max fu scelto dal capostipite Achille perché più facile da ricordare. Iniziò tutto dalla sartoria che la mamma aveva avviato dopo essere rimasta vedova.

60. MARCEGAGLIA – Mantova – Emma Marcegaglia

Fondato nel 1959 da Steno Marcegaglia, il gruppo è attivo nella lavorazione dell’acciaio. È guidato dai figli Emma e Antonio.

61. MARTONE – Lodi – Giorgia e Ambra Martone

La famiglia ha fondato Icr Industrie cosmetiche riunite s.p.a, guidata oggi dalla terza generazione, con le figlie di Roberto, Giorgia e Ambra, entrate nel business.

62. MARZOTTO – Valdagno, (Vi) – Matteo Marzotto

La famosa fabbrica tessile italiana è stata fondata nel 1836. Oggi la famiglia è rappresentata da Matteo Marzotto (sesta generazione), quinto figlio del conte Umberto Francesco.

63. MASTRO-BERARDINO – Avellino – Piero Mastroberardino

Alla testa dell’omonima azienda produttrice di vini ,nata nel 1878 per opera di Angelo Mastroberardino, c’è il pronipote Piero, attualmente nel ruolo di presidente dell’azienda.

64. MERLONI – Fabriano, (An) – Paolo Merloni

Tutto cominciò nel 1930 con Aristide Merloni fondatore delle omonime industrie e dal cui scorporo è nata Indesit. Merloni ha anche creato Ariston.

65. MIROGLIO – Alba, (Cn) – Giuseppe Miroglio

Nato ad Alba il gruppo Miroglio è oggi presente nel settore della moda e del tessile in 34 Paesi del mondo con 49 società.

66. MISSONI – Varese – Angela Missoni

Casa di moda fondata nel 1953 da Ottavio Missoni e dalla moglie Rosita Jelmini. La figlia Angela è oggi direttore crativo del brand di moda.

67. MORATTI – Milano – Massimo Moratti

Controlla la Saras, azienda petrolifera fondata da Angelo Moratti, padre di Massimo che è l’ad. La famiglia è legata alla storia dell’Inter.

68. MORETTI – Erbusco, (Bs) – Vittorio Moretti

69. MUTTI – Parma – Francesco Mutti

L’avventura imprenditoriale della famiglia Mutti inizia nel 1899 quando i fratelli Callisto e Marcellino fondarono l’azienda di conserve alimentari, nota soprattutto per i pomodori.

70. NATUZZI – Santeramo in Colle, (Ba) – Pasquale Natuzzi

La famiglia controlla il gruppo specializzato nell’arredamento avviato dal fondatore Pasquale Natuzzi, che ha cinque figli ed è l’attuale presidente dell’azienda pugliese.

71. NONINO  – Pavia di Udine – Cristina Nonino e Antonella Nonino

72. PERFETTI –  Milano – Augusto e Giorgio Perfetti

Il padre Ambrogio e lo zio Egidio fondarono l’azienda nel 1946. Ad oggi i figli guidano l’azienda che controlla i noti marchi Mentos e Chupa-Chups.

73. PERCASSI – Bergamo – Antonio Percassi

Dei sei figli di Antonio, presidente della holding Odissea, attiva nel settore immobiliare e negli outlet, cinque sono impegnati nel gruppo: il figlio Luca è anche amministratore delegato dell’Atalanta.

74. PESSINA – Milano – Carlo Pessina

La famiglia Pessina controlla ancora la nota azienda di estrazione e imbottigliamento di acqua minerale Norda fondata nel ’68.

75. PININFARINA – Torino – Paolo Pininfarina

La società è stata fondata da Battista “Pinin” Farina. Ora è sotto il controllo di Mahinda Group, ma il nipote Paolo è l’attuale presidente.

76. PIRELLIA – Milano – Marco Tronchetti Provera

77. POLEGATO – Treviso – Mario Moretti Polegato

Geox è nata in un garage, ora occupa 30 mila persone. Fondata da Mario Moretti Polegato, presidente del Gruppo, produce e vende le scarpe con la suola traspirante.

78. RANA – Verona – Giovanni Rana

Il Pastificio Rana, fondato dall’imprenditore Giovanni, è uno dei leader mondiali nel mercato della pasta fresca. Il figlio Gianluca è l’ad del gruppo.

79. RECORDATI – Milano – Alberto Recordati

Il gruppo farmaceutico venne fondato da Giovanni Recordati nel 1926. Ora lo guidano Alberto (presidente) e Andrea (amministratore delegato).

80. RICASOLI – Firenze – Francesco Ricasoli

I Ricasoli, una delle più antiche famiglie toscane nel settore della viticoltura, si dedicano alla produzione dei vini fin dal 1141.

81. RIFFESER MONTI – Bologna – Maria Luisa Monti Riffeser

La famiglia è proprietaria della holding Monrif, fondata dal nonno Attilio Monti, attiva nell’editoria con la Poligrafici Editoriale (La Nazione, Il Resto del Carlino, Il Giorno).

82. ROCCA

83. ROSSETTI – Parabiago, (Mi) – Diego Rossetti

Nel 1945 Renzo Rossetti apre la sua attività di calzolaio e negli anni ’50 nasce Fratelli Rossetti, guidata oggi dai figli Diego, Dario e Luca, nuovo motore dell’azienda.

84. ROTELLI – Milano – Paolo Rotelli

Giuseppe Rotelli è stato imprenditore nel settore della sanità e dell’editoria. Ha fondato il Gruppo ospedaliero San Donato di cui ora il figlio Paolo è presidente.

85. RUFFINI – Milano – Remo Ruffini

Remo ha portato al successo Moncler, oggi presente in 70 Paesi. Presidente del gruppo dei piumini, ha vinto il premio Imprenditore dell’anno 2017.

86. SALINI – Roma – Pietro Salini

Il capostipite della famiglia ha fondato nel 1936 l’azienda di costruzioni Salini. Oggi il discendente Pietro è ceo del gruppo nato dalla fusione con Impregilo

87. SCAVOLINI – Pesaro – Fabiana Scavolini

88. SCOTTI – Pavia – Dario Scotti

Famiglia legata al marchio Riso Scotti, azienda specializzata nella produzione e nella lavorazione del riso fondata nel 1860 da Pietro Scotti e giunta alla sesta generazione.

89. SERAGNOLI – Bologna – Isabella Seragnoli

La famiglia Seragnoli è una tra le più conosciute famiglie di industriali di Bologna. Enzo Seragnoli è stato fondatore con il cugino Ariosto Seragnoli della G.D.

90. STEFANEL – Ponte di Piave, (Tv) – Giuseppe Stefanel

L’azienda veneta del settore abbigliamento che porta il nome della famiglia è stata fondata nel 1959 da Carlo
Stefanel come Maglificio Piave.

91. TASCA D’ALMERITA – Palermo – Lucio Tasca D’Almerita

Questa cantina può vantare una storia che affonda le radici nell’Ottocento. Ancora oggi la famiglia produce vini d’eccellenza conosciuti in tutto il mondo.

92. TRUSSARDI – Milano – Maria Luisa Trussardi

La casa di moda italiana, fondata a Bergamo nel 1911 da Dante Trussardi è ancora sotto il controllo della terza generazione della famiglia imprenditoriale.

93. VACCHI – Bologna – Marco Vacchi

Nel 1963 la famiglia Vacchi acquistò il 52% delle quote di Ima, azienda attiva nella progettazione e produzione di macchine automatiche.

94. VERSACE – Milano – Donatella e Santo Versace

La maggiore azionista è Allegra Versace Beck, figlia di Donatella (direttore creativo). A lei lo zio Gianni ha lasciato la casa di moda, mentre Santo, il maggiore dei fratelli Versace, è presidente.

95. VOLTA – Bologna – Romano Volta

Romano Volta è fondatore e principale azionista dell’azienda informatica Datalogic. È inoltre presidente di Hydra s.p.a, holding industriale della famiglia.

96. ZANETTI – Bologna – Massimo Zanetti

Il nome è legato all’azienda produttrice di Caffè Segafredo, che ora appartiene alla holding multinazionale fondata da Massimo Zanetti, presidente del gruppo.

97. ZEGNA – Biella – Anna Zegna

Zegna è un brand di alta moda fondato nel 1910. Il sogno di Ermenegildo non si limitava al tessuto. Il suo desiderio era rendere la propria città e il mondo che vi ruotava attorno un luogo migliore.

98. ZILIANI – Franciacorta – Franco Ziliani

Gli Ziliani controllano l’azienda Berlucchi attraverso la cassaforte di famiglia Frazil. Franco è stato co-fondatore del marchio insieme a Guido Berlucchi e Giorgio Lanciani.

99. ZOPPAS – Conegliano, (Tv) – Gianfranco Zoppas

Famiglia fondatrice del marchio Zoppas, produttore italiano di elettrodomestici ora appartenente al gruppo svedese Electrolux.

100. ZUEGG – Bolzano – Oswald Zuegg

Nel 1890 Maria e Ernst Zuegg fondarono l’azienda specializzata nella lavorazione della frutta. La famiglia imprenditoriale, giunta alla quarta generazione, guida ancora il business.

Vedi classifica

Italia è una Repubblica fondata sul lavoro. Ma anche sul risparmio e sulle famiglie. Sono questi i tre elementi che dal Dopoguerra ad oggi hanno reso grande il nostro Paese, facendolo diventare una delle potenze industriali del mondo. Forbes ha selezionato le 100 famiglie imprenditoriali che con il proprio lavoro e investendo i risparmi accumulati hanno costruito le loro fortune, ma anche quelle di tante altre famiglie, dando occupazione, ricchezza, benessere, pur con le contraddizioni geografiche che sono tipiche della storia italiana. Le abbiamo geolocalizzate secondo i luoghi dove sono state fondate o dove hanno lo stabilimento che ne caratterizza la produzione, ben sapendo che il legame con il territorio è importantissimo, ma ormai molte, moltissime di loro guardano a mercati più lontani e più vasti, come quelli europei o mondiali. Ogni azienda e ogni famiglia hanno una storia più o meno lunga. Ma tutte hanno un leader, un fondatore, qualcuno che ha tenuto dritto il timone quando il vento soffiava contrario o gonfiava le vele. Noi li abbiamo identificati come leader: con questo termine però non abbiamo voluto definire un ruolo preciso nella società, ma più che altro un riferimento nella famiglia. Sperando di non aver fatto torto a nessuno. Non c’è niente di peggio di una lite tra parenti.

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Investimenti 20 novembre, 2018 @ 1:35

L’azienda di famiglia rende di più

di Pieremilio Gadda

Giornalista, coordinatore di Forbes, scrivo di economia e finanza.Leggi di più dell'autore
Giornalista professionista, da febbraio 2018 coordina la redazione milanese del magazine Forbes. Collabora con l’Economia del Corriere della Sera e Milano Finanza. Caporedattore del magazine AdvisorPrivate tra il 2015 e il 2017, in passato ha scritto per l’Espresso, il Messaggero, Capital, Patrimoni, Panorama, Mf e Wall Street Italia. È laureato in Relazioni Internazionali presso l’Università Cattolica di Milano. chiudi
John Elkann (Andrew Burton/Getty Images)

Articolo tratto dal numero di novembre 2018 di Forbes Italia. 

L’idea che le aziende di famiglia siano animali strani, robusti ma un po’ pigri, destinati cioè a crescere a passo lento, sia in termini di redditività, che sui listini azionari, è un falso mito. Anzi, il fattore F, come family, è molto spesso una chiave di successo del business. Una marcia in più in grado di esprimere risultati più gratificanti rispetto altre imprese non a conduzione familiare. È quanto emerge dalla ricerca Credit Suisse Family 1000 in 2018 pubblicata dal Credit Suisse research institute (Csri), un’analisi condotta su mille aziende familiari quotate in borsa, di cui 226 europee, messe a confronto con le performance finanziaria e borsistica di altre settemila imprese.

“Le aziende a controllo familiare – in questa indagine sono state considerate quelle in cui il fondatore o i suoi eredi detengono almeno il 20% del capitale e dei diritti di voto in Assemblea ndr – sono spesso ignorate dalla ricerca. Al contrario, rappresentano un target ideale per gli investitori, perché in media mostrano una migliore crescita di fatturato e margini, e bilanci meno rischiosi”, osserva Michael O’Sullivan, regional chief investment officer per l’Emea di Credit Suisse. Qualità da prime della classe, che sembrano trovare sistematico riscontro, dicono gli analisti del Csri, anche nelle performance di borsa. Nel 2017, quello che Credit Suisse battezza come family effect ha infatti portato le aziende familiari a consegnare una sovraperformance del 7% rispetto all’universo di riferimento, in accelerazione rispetto ai tre punti percentuali di extra-rendimento realizzati in media dal 2006 in avanti.

L’aspetto sorprendente è che questa capacità di battere le altre imprese è riscontrabile in ogni settore e in tutte le aree geografiche, benché con sfumature differenti. In Europa, per esempio, i 226 family business analizzati sono stati in grado di guadagnare in media il 4,7% l’anno in più, negli ultimi 11, rispetto alle aziende non a controllo familiare. In Giappone, la sovraperformance annua è addirittura del 7,4%. A loro volta, le small cap a impronta familiare si sono rivelate le migliori performer, con un extra-rendimento del 7,6% medio, su scala globale, rispetto ai 225 punti base di vantaggio messi a segno dalle large cap. E l’Italia? Non fa eccezione. A fronte di una perdita media del 5% subita dai non-family business tra il 2006 e il 2018, il segmento delle 27 aziende familiari esaminate ha ottenuto una performance positiva del 5% annuo, marcando un vantaggio di dieci punti percentuali (si veda la tabella di seguito).

Ci sono, poi, le fuoriclasse. Credit Suisse ha selezionato le migliori aziende familiari su scala globale, calcolando il ritorno assoluto (dato dall’apprezzamento in conto capitale più i dividendi) a tre, cinque e dieci anni e confrontandolo con i competitor dello stesso settore e nella stessa area geografica. “Italia, Germania, India e Cina sono i Paesi nei quali sono state registrate le performance più attraenti negli orizzonti considerati”, precisa Stefano Vecchi, responsabile private banking e ad di Credit Suisse Italy. “Dei trenta nomi identificati in Europa, nove sono italiani: Amplifon, Brembo, Ima, Recordati, Interpump, Datalogic, Campari, Fca, Erg”. È interessante notare come le multinazionali tascabili siano molto ben rappresentate in questo gruppo di eccellenza. Come si spiega il successo dell’effetto family, in Italia, come altrove? “Questa tipologia di aziende punta a una crescita conservativa e tende ad avere obiettivi d’investimento di lungo termine. Fa meno ricorso al finanziamento del debito – non a caso le aziende familiari vantano una minore leva finanziaria – e gode di una maggiore flessibilità operativa, in virtù di un obiettivo d’investimento a più lungo termine. Non essendo focalizzate sul calendario delle trimestrali possono concentrarsi sull’orizzonte di crescita adeguato per ottimizzare i margini e rendimenti. Inoltre, seguono generalmente una traiettoria più morbida in tema di flussi di cassa e questo le mette nelle condizioni di ridurre la dipendenza da fonti di finanziamento esterne. Proprio il complesso di questi elementi ha contribuito alla sovraperformance dei titoli azionari delle aziende a controllo familiare a partire dal 2006”, rileva Vecchi.


Non significa che i family business siano in grado di avere la meglio in tutte le fasi di mercato. L’analisi del Credit Suisse research institute mette in evidenza una tendenziale sottoperformance in fasi di miglioramento del sentiment generale e della crescita economica, quando il fattore “quality” – uno dei principali stili d’investimento, focalizzato sulle società di migliore qualità – perde appeal, o ancora, quando i settori ciclici e le azioni value (a buon mercato) tendono a fare meglio. L’effetto family non si manifesta dunque in tutte le stagioni. Ma rappresenta una delle variabili da tenere a mente, quando si valuta un investimento azionario. A condizione che si prenda in esame un orizzonte sufficientemente ampio e non si commetta l’errore di credere che tutti i family business sono uguali. “Questo universo è relativamente poco battuto dagli analisti, e quindi anche meno affollato di investitori. Eppure qui si possono trovare molte eccellenze, che mostrano di frequente un focus prioritario sulla crescita a lungo termine”, conclude Vecchi. Gli analisti di Credit Suisse hanno riscontrato questa predisposizione partendo da una serie di parametri, come il peso delle spese in ricerca e sviluppo sui ricavi e la crescita degli investimenti lordi. Altro che animali pigri.

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Leader 13 dicembre, 2018 @ 4:30

Banchieri di famiglia: intervista a Ennio e Massimo Doris

di Alessandro Rossi

Direttore di Forbes magazine.Leggi di più dell'autore
Senese, è direttore responsabile dell'edizione italiana di Forbes magazine. Oltre a essere direttoriale editoriale di Bluerating, è stato per oltre 12 anni al gruppo Class con diversi incarichi fino a caporedattore a Milano Finanza e MF, ha lavorato alla redazione economica de La Repubblica, ha fondato e diretto Bloomberg Investimenti. Ha collaborato a importanti testate economiche e finanziarie come il quotidiano Italia Oggi, il settimanale Panorama Economy e il quotidiano Finanza & Mercati. Ha inoltre ideato, fondato e diretto il sito Spystocks.com È giornalista professionista dal 1983. chiudi
foto di massimo ed ennio doris
Massimo ed Ennio Doris (Servizio fotografico di Hyperactive Studio)

Articolo tratto dal numero di dicembre 2018 di Forbes Italia.

Solo da una famiglia di banchieri poteva nascere l’idea del banchiere di famiglia. Il family banker è l’evoluzione del consulente, il mestiere che Ennio Doris ha sempre fatto con inventiva e generosità. Il figlio Massimo è velocissimo a trasformare un problema in opportunità. Ognuno dei due, in tempi e modi diversi, ha fatto la gavetta. Ognuno di loro crede fortemente in quello che fa. Ennio e Massimo hanno raccontato a Forbes chi sono, cosa hanno fatto e cosa vogliono fare.

Massimo, cosa pensa di suo padre?

M. È geniale, vede sempre prima degli altri e non si può copiare. Però ha una caratteristica che invece si può emulare. Succede qualcosa: non perde più di tre, quattro secondi a lamentarsi del problema. Si mette subito a cercare la soluzione e dieci secondi dopo ha già tentato di capire come volgere la situazione a suo favore. Questo è un metodo che si può ricalcare. Non sono così veloce come lui a passare dalla lamentela all’azione, ma sto imparando perché questo è l’elemento più importante nel gestire le circostanze in genere, anche nella vita.

Ok. Ma un difettuccio suo padre ce l’avrà, no?

M. Un difetto forse è la sua grande personalità che rende difficile dirgli di no. Non è facile contraddirlo anche se accetta di essere stimolato. Per me è più semplice essendo il figlio, per i collaboratori un po’ meno. Di solito vediamo le cose allo stesso modo, anche se ogni tanto capita di vederle in modo diverso ma abbiamo sempre discusso in modo civile e una volta che uno capisce che è meglio la soluzione dell’altro, siccome l’obiettivo è far crescere l’azienda e non affermare la propria idea, ovviamente la soluzione si trova. Nella maggior parte dei casi ha ragione lui, però ogni tanto io. Lui lo riconosce e viene dalla mia parte.

Ennio, cosa pensa di Massimo?

E. È istintivo ed è convinto che ogni problema nasconda un’opportunità. Questo lo ha imparato da me. Poi però è bravo anche a passare all’attuazione pratica. Massimo ha una conoscenza completa dell’azienda, grazie al percorso che ha fatto prima di arrivare al vertice e anche grazie all’esperienza che ha fatto accanto all’ingegner Edoardo Lombardi, un manager proveniente dal mondo industriale che ho avuto a fianco sin dall’inizio. Di fronte a qualsiasi difficoltà io so che c’è Massimo che sa come fare. È la cosa che apprezzo di più anche perché colma una mia lacuna. Un aspetto negativo? Faccio fatica a trovarlo. Il padre ha difficoltà a giudicare un figlio.

Voi rappresentate una dinastia. E di solito le dinastie si tramandano dei valori. Materiali soprattutto. Invece, tra di voi, quali valori vi siete trasferiti?

E. Cominciamo da quando tutto è iniziato. Allora il mondo finanziario lavorava a comparti stagni: le banche vendevano libretti di deposito e titoli di stato, le compagnie polizze assicurative e noi fondi comuni. Ognuno tirava il cliente per la giacca. Una sera sono andato da un falegname che mi ha staccato un assegno da 10 milioni di lire. E mi ha detto: ‘Signor Doris, sa cosa le ho dato?’ Sì, ho risposto io, 10 milioni. E lui: ‘Lei non ha capito: io le ho dato questi’. E mi ha fatto vedere la mano con dei calli mostruosi. ‘Si ricordi’, mi ha detto ancora, ‘che io sono una persona che non può permettersi di ammalarsi, altrimenti la mia famiglia non vive. Quindi se lei gestirà bene i 10 milioni tra 15 anni potrò avere una somma che mi consentirà di ammalarmi’.

Dove vuole arrivare?

E. Quella sera sono tornato a casa triste perché ho capito che non avrei potuto vendergli una polizza malattia. Quella stessa sera mi ha permesso di comprendere cosa avrei voluto fare. Mi sono detto: voglio avere successo perché sono utile alle persone, non perché sono bravo. Voglio sedermi come un medico di fronte al paziente, esaminare i suoi problemi e dargli ciò che gli serve. Quindi devo avere a disposizione tutti i farmaci del mio settore: quelli della banca, quelli dell’assicurazione e quelli della finanza.

foto ennio doris
Ennio Doris (Servizio fotografico di Hyperactive Studio)

Insomma tutto parte dall’incontro con quel falegname?

E. Sì, lì è nata l’idea di ciò che abbiamo costruito. Io devo essere utile agli altri. Per tornare alla sua domanda, questo è quello che ho cercato di trasmettere a mio figlio Massimo e a tutta l’azienda. Così abbiamo preso una serie di decisioni che altrimenti non sarebbero spiegabili.

Quali?

E. Una su tutte. Quando il 15 settembre di 10 anni fa è fallita Lehman Brothers abbiamo scoperto che circa 11mila clienti su più di un milione, aveva in portafoglio polizze index linked con sottostante bond della banca americana. Il rischio come espresso nel documento di sottoscrizione era a carico del cliente, ma trattandosi di una banca con un rating A+ nel percepito collettivo rappresentava un’istituzione solida e affidabile, annullando di fatto la percezione di un rischio.

Credo che sia stato un equivoco piuttosto comune a quel tempo…

E. Sì, ma in quel momento stavamo cercando di far capire al mercato che non eravamo una banca come le altre. Quella di Lehman Brothers era l’occasione per dimostrare che eravamo diversi, ma per esserlo bisognava mettersi le mani in tasca.

Cioè rimborsare i clienti?

E.Stavamo parlando di 160 milioni e Mediolanum quell’anno avrebbe fatto 180 milioni di utile. Avremmo dovuto sacrificare il 90% dei guadagni della banca per un’opera di solidarietà in favore dell’1% dei clienti. Quindi stavamo sacrificando anche gli utili dei nostri azionisti di minoranza.

 E allora come ha fatto?

E. Sono andato dal mio socio Silvio Berlusconi e gli ho detto: dobbiamo aiutare i nostri clienti. Però se la banca impiega i 160 milioni utilizza quasi tutti gli utili e gli azionisti di minoranza avrebbero qualcosa da dire, perché noi per solidarietà possiamo spendere l’1, il 2, il 3% ma non certo il 90%. Dobbiamo pagare noi: il 40% era già a carico della mia famiglia e il 36% di Fininvest. Berlusconi mi ha detto sì subito, paghiamo noi il 100%.

Un gran bel gesto. E soprattutto una grande operazione di marketing…

E. Esatto. Questo gesto ha fatto capire che veramente eravamo una banca diversa e infatti l’anno dopo abbiamo più che raddoppiato la raccolta, siamo passati da 2,7 miliardi a 6,8 miliardi di euro. Questo è lo spirito con cui abbiamo agito anche in altre occasioni. Per esempio quando c’è stato il terremoto nel centro Italia, siamo stati subito presenti con risarcimenti danni a fondo perduto, distribuzione dei bancomat smarriti durante la catastrofe, sospensione dei pagamenti delle rate del mutuo e annullamento degli interessi.

Massimo, come si fa a motivare un consulente e come si fa a rassicurare un cliente?

M. Se sei convinto che le cose andranno bene avendo delle basi solide, allora riesci a trasmettere le tue convinzioni. Recentemente ci siamo confrontati proprio su questi argomenti. Nonostante la forte volatilità che sta caratterizzando i mercati finanziari, il mondo sta crescendo al 3,5%. Il pil è storicamente sempre cresciuto e non c’è motivo per cui dovrebbe smettere di crescere. Il futuro è positivo.

Ma l’Italia qualche problema ce l’ha…

M. Sì, ma i fondi possono investire ovunque nel mondo per cui il futuro è sicuramente roseo. Se metabolizzi questi dati, diventa, non dico facile, ma sicuramente più semplice spiegare al cliente perché e come deve investire. Noi mettiamo i soldi dei clienti in fondi azionari che investono in tutto il mondo. Poi, come dice sempre mio padre, e sono d’accordissimo, essere pessimisti nel lungo termine è tecnicamente sbagliato. Ad essere negativi ti rovini la mente e non trovi soluzioni, non individui lo sviluppo. Essere negativi nel lungo termine è ancora peggio perché i dati ti smentiranno.

Ennio, scommetto che è d’accordo con suo figlio.

E. Immaginiamo migliaia di anni fa quando l’uomo cacciatore di gazzelle si trovava improvvisamente di fronte a un leone. Cosa poteva fare? Due cose: o rimanere paralizzato o scappare. Davanti al pericolo il cervello non elabora niente. Oggi non c’è la paura del leone, c’è la paura dei mercati. Devi combattere la paura. Perché quando i mercati crollano tutti scappano? Se noi ci sediamo al tavolo sereni vediamo invece l’opportunità di comprare, semmai vendiamo quando va su. È logico, lo dicono tutti. Ma perché poi non lo fa nessuno, anzi fanno il contrario? Quindi il pessimista non usa il cervello. L’ottimista lo usa.

Massimo, che messaggio volete dare con quest’idea di essere consulenti da sempre?

M. Adesso si parla molto del mondo della consulenza. Noi siamo nati con quell’approccio, facciamo da sempre questo mestiere. L’idea della mia famiglia è sempre stata quella della consulenza: voglio andare davanti al mio cliente, capire quali sono i suoi bisogni e risolverli perché l’azienda mi mette a disposizione tutti gli strumenti necessari. La nostra azienda nasce con l’intento di fare consulenza a 360 gradi fin dai primi anni ’80. Siamo nati con l’obiettivo di essere utili alle persone.

Ennio, torniamo ancora al falegname e ai suoi calli nelle mani?

E. Noi abbiamo coniato il termine family banker perché è un’evoluzione per andare incontro ai bisogni delle persone. Il cliente non ha bisogno di sapere solo come investire il denaro ma ha tante esigenze che sono legate alla sua sicurezza finanziaria.

Ma queste cose non le faceva la banca?

E. In effetti, fino a qualche tempo fa queste esigenze venivano soddisfatte dal direttore della filiale. Andavi in banca per fare un pagamento e c’era l’impiegato, magari per un investimento c’era un esperto, ma poi per tutto il resto c’era il direttore della filiale che stabiliva un rapporto personale con i clienti. Questo rapporto non c’è più. Quindi il vecchio consulente finanziario, che noi avevamo chiamato consulente globale perché doveva sapere non solo di finanza ma di tante altre cose, ha dovuto assumere su di sé il know how del direttore della filiale, perché lui rappresenta una banca con la filiale in casa del cliente. Con family banker abbiamo dato un nome a un’attività verso la quale tutti dovranno andare.

foto massimo doris
Massimo Doris (Servizio fotografico di Hyperactive Studio)

Massimo, in questo modo di interfacciarsi con il cliente c’è una componente tradizionale molto importante, ma oggi dovrete fare i conti anche con l’innovazione.

M. L’innovazione è in tutti gli strumenti che mettiamo a disposizione sia del cliente sia dei nostri family banker per svolgere il loro lavoro. Mentre prima il cliente andava in filiale, oppure il family banker doveva prendere i bonifici o i contratti e spedirli, adesso avviene tutto in digitale: si riducono molto i tempi, gli errori, i costi. Tutto quello che avviene nel mondo digitale noi lo portiamo a casa. E lo mettiamo subito a disposizione dei clienti.

C’è un utilizzo diffuso dei nuovi strumenti anche tra i vostri clienti?

M. Dal 2011 appena sono nate le prime app delle banche, abbiamo investito molto partendo da una semplice considerazione: il cellulare lo abbiamo sempre con noi, lo useremo sempre di più e sempre meno il computer. Quindi, pur continuando a sviluppare il nostro sito web, abbiamo cominciato a puntare sulle app. Ad agosto di quest’anno c’è stato il sorpasso degli di utenti che utilizzano l’app rispetto quelli che utilizzano il sito per entrare in banca. Ed è un trend inequivocabile. È molto più facile. Io stesso, che sto quasi tutto il giorno davanti a un computer, uso molto di più l’app.

Insomma, Ennio, padre più tradizionalista,  figlio più innovativo?

E. Non è esatto. Noi l’innovazione l’abbiamo nel nostro dna. Basta pensare a un’altra innovazione più tradizionale, partita sin dall’inizio. Qualsiasi consulente finanziario davanti a un cliente con 100mila euro da investire, fa l’asset allocation con una specie di torta suddivisa in azioni, obbligazioni, ecc. Noi invece quella torta la prendiamo e la buttiamo nel cestino. Ogni cliente deve avere la sua torta che parte dai suoi bisogni che vanno suddivisi in breve, medio e lungo termine. E poi deve avere gli investimenti a breve in proporzione ai bisogni a breve e via di conseguenza.

Ha qualche modello di riferimento?

E. Nel 2002 hanno dato il premio Nobel per l’economia a Daniel Kahneman. Ha spiegato che l’essere umano è emotivo anche nelle decisioni economiche per cui bisogna usare dei meccanismi automatici che impediscano alle sue emozioni di sbagliare. Noi usiamo gli automatismi sin dal 1982. Quando ho incontrato Kahneman gli ho detto che mi ero reso conto di quello che diceva lui anche senza conoscere le sue teorie sulle quali ho fondato un’azienda.

Addirittura anticipare un Premio Nobel, mica male…

E. Aspetti, non è finita. L’anno scorso hanno dato il premio Nobel a Richard Thaler che ha spiegato gli automatismi come Kahneman, ma ha tirato fuori la teoria dei tre secchielli per dividere l’investimento, perché se quello a lungo termine sta andando male ti consente di poter aspettare, ma va separato da quello a breve. Se è tutto insieme perdi di vista quello che sta succedendo. Thaler ha fatto la ricerca nel 1975 e ha preso il premio Nobel nel 2017. Noi i tre secchielli abbiamo cominciato a usarli nel 1982.

Non c’è due senza tre. Un altro premio Nobel anticipato?

E. C’è in effetti un terzo elemento. Nel 1949 è uscito un libro di Benjamin Graham, intitolato The intelligent investor. Nel suo libro spiegava come bisogna investire gradualmente con gli automatismi. Questo libro è stata la base di tutte le strategie di Warren Buffet che lo ha definito il più importante libro di economia che egli abbia mai letto. Banca Mediolanum propone un servizio che si chiama Sistema di Investimento Intelligente dove se il cliente vuole investire nel mercato azionario e ha 100mila euro, mettiamo quella somma in un fondo monetario, poi due volte al mese mettiamo una cifra costante su fondi azionari, sfruttando il principio di Benjamin Graham.

Ennio, come sarà il 2019 nel mondo?

E. Oggi quello che si teme è una guerra dei dazi perché se scoppia davvero ferma l’economia mondiale. Qual è la misura da prendere? Trattare. Intanto l’America paga sicuramente dazi più alti rispetto a quelli europei o di altri paesi. Quindi l’obiettivo di Donald Trump è pareggiarli. Ha un modo tutto suo di trattare: aumenta i dazi e poi si mette a discutere. Si è messo d’accordo con il Messico, poi con il Canada e alla fine lo farà con tutti anche se con la Cina farà molta più fatica. Andrà a finire che troveranno l’intesa su posizioni molto più equilibrate delle attuali. Quindi la guerra dei dazi non scoppierà. E se anche fosse, secondo me durerebbe poco, perché quando si cominceranno a contare i danni si tornerà al tavolo di negoziazione. Oggi nelle imprese che devono investire c’è incertezza che è nemica dell’economia. Quindi qualche conseguenza depressiva di questa trattativa c’è, è una questione psicologica.

Alla fine?

E. Alla fine quello che posso prevedere per l’anno prossimo è una buona crescita. Poi i trend di fondo, quelli che superano l’anno, sono straordinariamente positivi.

Massimo, come sarà il 2019 per Banca Mediolanum?

M. Mifid 2, la normativa europea introdotta per aumentare la trasparenza verso i risparmiatori, produrrà i suoi effetti all’inizio del prossimo anno quando i clienti riceveranno l’informativa in chiaro sui costi. Le novità non cambieranno sostanzialmente il rapporto tra cliente e consulente poiché la professione si basa sulla fiducia tra il risparmiatore, il professionista e l’istituto di credito.

Queste novità evidenzieranno la buona consulenza, da non intendersi unicamente come quella di portafoglio, ma soprattutto nella capacità di identificare, razionalizzare e indirizzare la costruzione e gestione del risparmio nei corretti orizzonti temporali. Ciò porterà a una salutare selezione di istituti e professionisti, innalzando la qualità del servizio offerto dagli operatori del settore e determinato di conseguenza dalla gestione del portafoglio in linea con i reali bisogni del cliente. Per noi, che siamo consulenti da sempre, il 2019 non può che riservarci una grande opportunità.

Domandone finale personale: quando riuscite a stare insieme voi due?

E. M. Quando ci intervista Forbes (ridono, ndr). No, ora riusciamo a vederci un po’ più di prima. Ogni lunedì siamo a cena con le famiglie. Poi qualche giorno di vacanza insieme, ma sempre troppo poco. Gli impegni sono sempre molti.

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Leader 28 giugno, 2018 @ 5:36

Forbes Usa dedica un reportage speciale alla famiglia Ferrero: i “Nutella Billionaires”

di Forbes.it

Staff

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Giovanni Ferrero, presidente dell’omonima azienda fondata dal nonno Pietro nel 1946.

Migliaia di dolci Kinder pieni di crema vengono trasportati sui nastri; telecamere ad alta velocità che scansionano le imperfezioni; il tutto sotto l’occhio vigile dei lavoratori, che sorvegliano centinaia di braccia robotiche. Tutto questo avviene alla periferia di Alba, città sede di Ferrero, il produttore di Nutella, Tic Tac, Mon Chéri e Kinder, a cui Forbes.com ha dedicato un reportage speciale.

“Facciamo tutto con serietà e competenza assoluta”, ha affermato Giovanni Ferrero, il 53enne presidente dell’azienda, al suo primo incontro con la stampa americana. Una dedizione che ha generato un vero e proprio impero. Ferrero ha venduto 12,5 miliardi di dollari di dolci l’anno scorso e i suoi omonimi proprietari detengono un patrimonio complessivo, secondo Forbes, di 31 miliardi di dollari, 21 miliardi dei quali appartengono a Giovanni, che è la 47° persona più ricca del mondo. Un successo che ha richiesto più generazioni.

E proprio alla storia della dinastia Ferrero è dedicato un ampio spazio dell’incontro/intervista. Partendo da Pietro che ha fondato l’azienda nel 1946 in un’Italia devastata dalla guerra, per arrivare a fino a Giovanni. Con una descrizione molto particolareggiata dell’anima imprenditoriale che si tramanda, come l’azienda, da un componente all’altro della famiglia: si parte dai primi tentativi imprenditoriali di Pietro per arrivare alla genesi di alcuni dei prodotti di successo planetario della società di Alba. In entrambi i casi senza trascurare le difficoltà incontrate lungo il cammino e lo spirito di adattamento messo in campo per superarle. Nell’articolo si parla anche di strategia, con l’avvio delle acquisizioni varate da Giovanni nel 2015 con Thorntons e nel marzo scorso, quando ha comprato il business di dolci e caramelle negli Stati Uniti di Nestlé per 2,8 miliardi di dollari in contanti. Icone americane come Butterfinger e BabyRuth ora sono di Ferrero. Se lo può permettere. Ferrero ha un business molto redditizio – Forbes stima che i guadagni netti della società si aggirino intorno al 10% delle vendite.

Ferrero è presente in più di 160 Paesi, impiega 40mila dipendenti e produce 365mila tonnellate di Nutella all’anno

L’obiettivo di Giovanni – spiega l’autore Noah Kirsch – è quello di aumentare i ricavi di almeno il 7,33% all’anno per raddoppiare il fatturato in un decennio: le linee dei nuovi prodotti di Ferrero probabilmente non possono espandersi così velocemente, per questo Giovanni fa acquisizioni per compensare.

Dopo l’acquisizione dei brand in precedenza di Nestlé, Ferrero è diventato il terzo produttore di dolci al mondo, secondo i dati di Euromonitor e l’azienda ha anche messo al sicuro il suo business delle nocciole. Qualche anno fa ha acquistato due dei maggiori venditori di nocciole del mondo, il gruppo Oltan in Turchia e il gruppo italiano Stelliferi, e sta investendo ulteriormente nelle piantagioni in Australia, nei Balcani e in Sud America nel tentativo di aumentare i raccolti e la disponibilità durante tutto l’anno.

Queste cifre sottolineano le dimensioni da capogiro dell’azienda. In sole tre generazioni, il piccolo negozio di Pietro è diventato un colosso che vende prodotti in più di 160 Paesi, impiega 40mila dipendenti e produce 365mila tonnellate di Nutella all’anno. Giovanni minimizza: “Beh, è un inizio promettente”.

Leader 15 gennaio, 2019 @ 8:36

Come Pasquale Junior Natuzzi vuole trasformare l’azienda di famiglia

di Daniel Settembre

Staff writer, Forbes.it

Mi occupo dei ranking e del progetto Under 30.Leggi di più dell'autore
Giornalista di Blue Financial Communication, dove cura contenuti per i prodotti editoriali del gruppo Bluerating, Private e Forbes Italia. Con un passato alla redazione televisiva di Class CNBC, è cresciuto professionalmente scrivendo di finanza, asset management, fintech e consulenza finanziaria. Appassionato di cinema, noiosi romanzi classici e videogames, è anche consulente editoriale. chiudi
Pasquale Junior Natuzzi è il nuovo creative director & stylist del brand. (Courtesy Natuzzi)

Articolo tratto dal numero di gennaio 2019 di Forbes Italia. 

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Dream, believe, achieve. È racchiuso in queste tre parole il segreto per raggiungere il successo, secondo Pasquale Junior Natuzzi, classe 1990, terzo figlio di Pasquale Natuzzi, fondatore di una delle più grandi aziende di arredamento italiane. Pasquale Junior è il nuovo creative director & stylist del brand, il traguardo di un percorso iniziato da bambino. “All’età di quattro o cinque anni già muovevo i primi passi in azienda. Trascorrevo le giornate con mio padre nel Centro stile e nella sala prototipi dove ho iniziato ad appassionarmi al prodotto ed allo stile”. All’università Pasquale Junior frequenta la facoltà di economia alla Bocconi, approfondisce, tra gli altri, anche temi di asset and wealth management, frequentando corsi di formazione presso alcuni gruppi bancari internazionali.

Nel 2010 fonda The Secret Society, una fashion startup caratterizzata, spiega, da un approccio dirompente e non convenzionale. Una parentesi prima di entrare definitivamente nell’azienda di famiglia: nel 2012 inizia il suo percorso in Natuzzi come marketing program manager e si specializza nella gestione e sviluppo delle strategie del marketing. Nel 2016 viene nominato direttore comunicazione e vice direttore creativo e lancia la Digital R-evolution Natuzzi che cambia completamente l’approccio comunicativo dell’azienda. Nel 2017 assume il ruolo di chief marketing & communications officer avviando una nuova strategia di sviluppo del brand.

“Amo visceralmente l’azienda, sono stato abituato sin da piccolo a considerarla come una sorella maggiore ed ho ben chiari gli obiettivi da raggiungere: trasformare Natuzzi nel lifestyle brand più desiderato nel mondo del design e non solo”. La determinazione di Pasquale Junior Natuzzi riflette un legame di sangue indissolubile con l’azienda di famiglia. “A fare la differenza oggi agli occhi dei consumatori, non è il prodotto in sé, ma il linguaggio e la storia che lo racconta. Considero il designer un vero e proprio poeta che interpreta storie attraverso nuove forme: un approccio innovativo allo sviluppo delle collezioni che abbiamo inaugurato quest’anno grazie alla collaborazione con Mario Bellini e Marcel Wanders con cui abbiamo creato prodotti e collezioni ispirate ai tratti iconici della Puglia, nostra terra di origine”.

E per il futuro? “Ancora a lungo dedicherò tutte le mie energie all’azienda. Nei prossimi anni mi piacerebbe poter esplorare nuove strade, immagino un Natuzzi Cafè, un Natuzzi Restaurant ed un Natuzzi Hotel come naturale proseguimento del percorso di evoluzione di un lifestyle brand”. Sempre tenendo vivo lo spirito di curiosità, concude, una grande resilienza ed un pizzico di testardaggine.

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Leader 26 marzo, 2018 @ 7:30

Paolo Rotelli, il presidente della Repubblica di San Donato

di Forbes.it

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Paolo Rotelli, 28 anni.

Serio. Fermo. Sicuro. Preparato. Paolo Rotelli sembra più grande dei suoi 28 anni. Dietro i suoi occhiali, i suoi baffi e il suo panciotto ha lo stile e la stoffa del manager navigato. Una condizione indispensabile per chi, alla sua età, si trova a ricoprire una posizione di grande rilievo ma soprattutto di grandissima responsabilità.

Infatti Paolo dal luglio 2013 è Presidente e azionista del Gruppo Ospedaliero San Donato, il più grande gruppo ospedaliero privato italiano con 2 miliardi di fatturato, 18 ospedali, 16 mila addetti di cui oltre 5 mila medici, 5.200 mila posti letto e 4,3 milioni di pazienti all’anno. “Privato”, tende a specificare Rotelli con sicurezza, “ma al tempo stesso baluardo del sistema sanitario nazionale per cui svolgiamo l’80% delle nostre attività”.

Quando parla di sanità Rotelli gira lo sguardo verso quella lombarda, che considera la punta di diamante di quella italiana. “La Lombardia è l’unica regione che ha deciso di mettere in competizione il sistema sanitario pubblico con quello privato accreditato”, dice. “Noi vogliamo attrarre i medici migliori dandogli la possibilità di essere in una grande struttura, fare scuola e crescere nella ricerca come stiamo facendo al San Raffaele”.

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Quasi cinque anni di presidenza hanno consentito a Paolo Rotelli di innovare il Gruppo ereditato alla morte del padre. “Oggi siamo un brand noto”, racconta, “con un piano di sviluppo internazionale”. Ma la grande scommessa, Paolo se lagioca sul futuro. E ha le idee molto chiare: “Dobbiamo essere sempre più efficienti, creando e assemblando quella che io chiamo la Repubblica di San Donato, con un governo centrale (consorzio), in grado di gestire in maniera centralizzata i
nostri centri sparsi sul territorio in particolar modo per facilitare l’informatizzazione di tutto il nostro sistema in modo tale daavere subito la capacità di raccogliere i dati di tutti i nostri pazienti che nei prossimi anni avranno i loro file digitali sempre aggiornati. Inoltre stiamo sviluppando un social network aziendale per facilitare il coordinamento tra il paziente e chi lo segue nelle nostre strutture. Infine, noi abbiamo più di 4,3 milioni di pazienti all’anno e tutti i loro dati non sono utilizzati.Vogliamo procedere speditamente con l’informatizzazione di tutto il nostro sistema per diventare la Apple della Sanità”.

Non solo la Repubblica di San Donato ma anche Milano Capitale. Secondo Rotelli infatti guardando al futuro del paese bisogna differenziare Milano dal resto dell’Italia. “Vedo un futuro molto roseo per Milano”, afferma sicuro. “Oggi non possiamo più ragionare in termini di paesi, ma di villaggio globale che è caratterizzato da aree metropolitane sparse in tutti i continenti nelle quali si produce benessere e ricchezza. Milano è ben posizionata in quest’ottica”.

Investimenti 5 febbraio, 2019 @ 12:32

Damiani premia i suoi azionisti in attesa del delisting

di Eleonora Poggio

Scrivo – per passione – di imprese e finanza.Leggi di più dell'autore
Di Mandrogne, un piccolo paese in provincia di Alessandria. Laureata in Economia aziendale presso l’Università Bocconi, con un master in Relazioni pubbliche alla IULM, è giornalista pubblicista dal 2007. Scrive per passione, soprattutto di storie imprenditoriali. Ha condotto un programma televisivo a carattere economico finanziario su 7Gold regionale, oltre che eventi istituzionali e benefici. Adora viaggiare, sciare, nuotare e giocare a golf. chiudi
Guido, Silvia e Giorgio Damiani (Courtesy Damiani)

Guido, Silvia e Giorgio Damiani, terza generazione dell’omonima famiglia che nel 1924 fu fondatrice del brand Damiani quotato a Piazza Affari dal 2007, tornano ad essere unici proprietari di Damiani S.p.A., che dopo 11 anni lascia Borsa italiana.

Un’uscita dai mercati azionari gestita con una inusuale discreta eleganza, da sempre Dna dei fratelli valenzani. Come? Senza dimenticare chi, anche solo per un giorno e anche solo con un’azione, ha creduto in Damiani. La famiglia ha istituito infatti il “Gratitude Club”, un club riservato a tali soggetti, che prevede per chi volesse iscriversi un rapporto privilegiato con l’azienda attraverso benefici quali iniziative, eventi, strumenti dedicati e condizioni vantaggiose presso le boutique monomarca del brand o nelle boutique Rocca 1794 . Il delisting avverrà a seguito dell’Opa lanciata da Leading Jewels, società posseduta dalla famiglia Damiani, che deteneva già l’88,8% delle azioni della società, e ha superato in data 4 febbraio 2019 il 90% del capitale sociale (computando anche le azioni proprie dell’azienda). Oltre al delisting, l’obiettivo dell’Opa lanciata da Leading Jewels è l’acquisto dell’intero capitale sociale di Damiani.
In questo modo, spiega la famiglia in una nota ufficiale, i programmi futuri relativi a Damiani potranno essere più agevolmente ed efficacemente perseguiti in una situazione qual’è quella del controllo totalitario e della perdita dello status di società quotata. E questo perché tale circostanza è caratterizzata da minori oneri e aumenta ulteriormente il grado di flessibilità gestionale e organizzativa alla luce dei vantaggi derivanti in termini di semplificazione degli assetti proprietari, consentendo al Gruppo Damiani di concentrarsi sulle proprie attività senza le limitazioni imposte dalla presenza di soci di minoranza, senza gli obblighi di comunicazione al pubblico e altri obblighi di legge derivanti dallo status di società quotata. Le persone interessate, qualora lo desiderino, potranno iscriversi seguendo le istruzioni pubblicate nel sito Damiani nella sezione Investor Relations.
Fondata nel 1924 a Valenza, Damiani è una maison di gioielleria italiana divenuta nota in tutto il mondo per l’eccellenza delle proprie creazioni. I segreti di questo mestiere sono stati tramandati, di generazione in generazione, dal fondatore Enrico Damiani a suo figlio Damiano, e successivamente ai nipoti Guido, Silvia e Giorgio che ora guidano l’azienda. Sharon Stone, Gwyneth Paltrow, Brad Pitt, Isabella Rossellini e Sophia Loren sono solo alcuni dei volti noti che hanno amato e indossato le sue creazioni.