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BrandVoice 7 Gennaio, 2020 @ 10:02

L’Italia che volge a Mezzogiorno

di Forbes.it

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Ten-T
Il progetto Ten-T (Fonte: Commissione Europea – obiettivi per il 2030)

Articolo di Andrea Toselli, presidente e ad PwC Italia, tratto dal numero di dicembre 2019 di Forbes Italia. Abbonati

L’Italia è al centro del Mediterraneo. Troppo spesso, però, questa posizione naturale non è sfruttata strategicamente, per la consolidata abitudine a vedere il Mediterraneo non come un centro, dotato di proprie caratteristiche e potenzialità, ma esclusivamente come il confine Sud dell’Europa, come una provincia lontana.

Eppure, il bacino del Mediterraneo è una regione popolata da quasi 500 milioni di persone e nelle cui acque transitano ogni anno flussi commerciali per un valore di circa 3.500 miliardi di dollari. Una maggiore proiezione dell’Italia verso il Mare Nostrum permetterebbe di trarre valore da legami che oggi esistono, ma non sono adeguatamente valorizzate.

Le relazioni commerciali coi paesi extra-europei dell’area mediterranea valgono per l’Italia oltre 51 miliardi di euro cioè il 5,8% del totale del commercio estero del nostro paese. In particolare sfiorano i 10 miliardi gli scambi con l’Algeria (derivanti in maniera preponderante dal settore energetico) 6 miliardi quelli con la Tunisia (sui quali pesano il settore energetico e quello tessile). Buoni, ma con ampie possibilità di miglioramento, sono i rapporti con il Marocco: ad oggi valgono circa 3 miliardi di euro, derivanti in massima parte produzione industriale sita nella zona franca del porto di Tangeri (conosciuta col nome di Tanger-Med), verso la quale l’Italia esporta macchinari e dalla quale importa autovetture. Proprio questa caratteristica dell’area portuale marocchina può far riflettere circa l’utilità dell’adozione, anche nel nostro paese, di aree a fiscalità agevolata (quali ad esempio le ZES, cui l’Ufficio Studi PwC ha dedicato una pubblicazione) per la realizzazione di hub infrastrutturali.

Le regioni del Mezzogiorno italiano, in questo contesto, sono chiamate a essere le naturali ambasciatrici dell’Italia (e dell’Europa) nei confronti dei paesi che affacciano sul mediterraneo. Un rinnovato impegno nello stimolare gli scambi, può rappresentare la chiave di volta per il rilancio del tessuto industriale e produttivo del Mezzogiorno, che potrebbe trovare sia ampi mercati di sbocco per i propri prodotti, sia partner con i quali sviluppare filiere internazionali che valorizzino le specificità di ogni regione del sud Italia.

Tutta l’Italia e l’Europa, nel loro complesso, trarrebbero benefici da un maggiore “protagonismo mediterraneo” del nostro Mezzogiorno, dal momento che si ritroverebbero facilitate nello stabilizzare i rapporti con paesi che ricoprono un ruolo delicato nell’attuale scacchiere globale, contribuendo inoltre ad alleviare le condizioni che provocano ingenti flussi migratori.

Andrea Toselli
Andrea Toselli, presidente e ad PwC Italia

A partire da queste considerazioni la Fondazione per la Sussidiarietà, l’Unione Industriali di Napoli e Confindustria Caserta, con la collaborazione dell’Intergruppo Parlamentare per la Sussidiariatà e di PwC, hanno organizzato lo scorso novembre il convegno “I giorni del Sud”.

Si è trattata di un’iniziativa di incontro, dialogo e approfondimento tra diversi attori della vita economica, sociale, istituzionale e culturale dei paesi del Mediterraneo che quest’anno ha visto la partecipazione, quale paese ospite, del Marocco.

Il progetto di trasformazione del nostro Mezzogiorno in hub mediterraneo – perchè rappresenti la porta d’accesso preferenziale al continente europeo – trova presupposti di realizzazione nella strategia infrastrutturale già adottata dalla Ue. Il progetto della rete Ten-T (Trans European Network-Transport) prevede infatti la costruzione, entro il 2030, di nove corridoi transnazionali multimodali (ferro, strada, vie navigabili), per un totale di 39.969 chilometri di infrastrutture che connetteranno l’intero continente (vedi mappa).

In particolare, il cosiddetto Corridoio Scandinavo-Mediterraneo metterà il sud Italia nelle condizioni di avere collegamenti rapidi ed efficienti con i mercati del Nord Europa. Si apre così la possibilità che le regioni del Mezzogiorno diventino un hub in grado di accogliere i traffici marittimi che attraversano il Mediterraneo, anche con destinazioni finali diverse dall’Italia.

Le nuove geografie del commercio globale rendono, quindi, ancora più strategico il ruolo di Mezzogiorno come “Porta Sud” dell’Europa. Il raddoppio del Canale di Suez da un lato e il progetto della “Nuova via della Seta” dall’altro stanno potenzialmente conferendo al Mezzogiorno una rinnovata centralità poiché esso si ritrova oggi ad essere non solo la destinazione delle merci asiatiche dirette in Europa via mare, ma anche un importante crocevia. Il raddoppio del Canale di Suez, ad esempio, fa si che per una nave in partenza dal Sud-Est asiatico e diretta alla costa est degli Stati Uniti sia oggi più rapido attraversare il Mar Mediterraneo piuttosto che l’Oceano Pacifico, riducendo del 19% le miglia di navigazione; per non parlare delle merci dirette dai paesi del Medio Oriente verso il nord Europa per le quali il passaggio dal mediterraneo accorcia in media di circa un terzo i giorni di navigazione.

Ma le nuove opportunità che si aprono potranno essere colte solo se il nostro sistema paese sarà in grado di investire per colmare le carenze che pesano sul Mezzogiorno, generando un ormai storico gap di competitività rispetto alle regioni più a nord siano esse italiane o europee.
La prima carenza da affrontare è di carattere infrastrutturale e logistico. Pur essendo un paese votato all’export, l’Italia è in ritardo rispetto alle grandi economie europee su questo tema, tanto che il Logistic Performance Index della Banca Mondiale pone l’Italia solo al 19° posto, dietro alla Francia (16°) e lontana da Germania (1°), Belgio (3°) e Olanda (6°).

La seconda carenza riguarda il tema della formazione. La capacità di internazionalizzazione di un’azienda dipende infatti in maniera preponderante dalle competenze del capitale umano cui essa può attingere. Il Mezzogiorno mostra dati negativi a riguardo, sia per i percorsi scolastici dei giovani, sia soprattutto per l’accesso alle opportunità di formazione professionale dei lavoratori. Il tasso di adulti che partecipa a un percorso di apprendimento permanente è più basso del 34% rispetto a quanto registrato nelle regioni del Nord. Senza investimenti per formare le competenze dei lavoratori e delle aziende del Mezzogiorno, sarà allora molto difficile trasformare il sud Italia in un hub internazionale e quindi dare all’Italia il ruolo che le spetta.

La terza carenza, strettamente legata alla precedente, riguarda invece il tema dell’innovazione. L’apertura di nuovi flussi commerciali, infatti, avvantaggerà principalmente le aziende in grado di offrire prodotti e servizi ad alto valore aggiunto, i quali non possono prescindere dall’adozione di tecnologie all’avanguardia. Le aziende non pronte rischieranno di godere marginalmente di tali benefici se non addirittura di soffrire una più elevata pressione competitiva internazionale.

Il Mezzogiorno è in ritardo sul tema dell’innovazione: nel corso dell’ultimo triennio di rilevazione Istat, solo il 26,3% delle aziende con più di 10 addetti ha adottato innovazioni tecnologiche (di prodotto o di processo) nel Mezzogiorno, mentre nelle Regioni del Nord la stessa quota si è attestata al 40%.

Ma non tutto è negativo. Il rapporto Svimez 2019 segnala che il sistema Universitario del Mezzogiorno ha punte di eccellenza come dimostrano le Academy sull’innovazione insediate a Napoli da Cisco e Apple in seno alla “Federico II”.

Partendo da questi esempi (innovazione e formazione del capitale umano) e poiché i paesi nord africani, tra i più giovani al mondo, sono molto motivati a perseguire il loro sviluppo attraverso l’istruzione e la creazione di nuove imprese, il nostro Mezzogiorno potrebbe contribuire a questo loro percorso supportandoli nel formare una classe dirigente e una nuova imprenditorialità diffusa attingendo al patrimonio universalmente riconosciuto che è la pmi italiana.

Politiche volte a colmare i ritardi descritti, valorizzando le eccellenze già presenti, permetterebbero un’accelerazione dell’economia del Mezzogiorno che avrebbe un impatto positivo sull’intero paese. Nelle regioni del Mezzogiorno vivono infatti più di 20 milioni di persone (cioè il 34% del totale della popolazione italiana), che consumano una quota rilevante dei prodotti e dei servizi prodotti anche nel Centro-Nord della penisola. Svimez stima che la domanda interna del Mezzogiorno dia luogo a una produzione capace di contribuire a circa il 14% del Pil del Centro-Nord. Parlare di mezzoggiorno oggi, dunque, non è un vezzo “meridionalista”, ma un modo di approcciare questioni di politica industriale che abbiamo come obiettivo lo sviluppo dell’intero paese. Più Sud fa bene all’Italia (e all’Europa).

Business 8 Novembre, 2019 @ 5:06

Quanti sono i miliardari italiani e su quanta ricchezza sono seduti

di Forbes.it

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Miuccia Prada, Leonardo Del Vecchio e Giorgio Armani, tre esponenti italiani della classifica dei Billionaires di Forbes

UBS e PwC hanno pubblicato oggi il rapporto annuale Billionaires Insights, dal titolo “The Billionaires Effect”. Giunto al suo quinto anno, lo studio attinge alla vasta rete di clienti e dati dei quali dispongono UBS e PwC con l’obiettivo di offrire informazioni dettagliate sui miliardari di tutto il mondo, con un focus anche sull’Italia. Lo studio è frutto di più di 30 interviste face to face con i miliardari e i loro eredi e, per la prima volta, anche un sondaggio svolto su più di 100 client advisor di UBS.  

LEGGI ANCHE: La classifica Forbes degli uomini più ricchi del mondo nel 2019

I risultati principali dello studio:

  • Prendendo un periodo di 15 anni (fino alla fine del 2018), le aziende quotate sul mercato azionario controllate da miliardari hanno registrato una performance in aumento del 17,8%, rispetto alla media dell’indice MSCI AC World pari al 9,1%
  • Il dollaro forte e il mercato azionario volatile hanno portato la ricchezza dei paperoni a diminuire di 388 miliardi di dollari – arrivando a 8,5 trilioni di dollari complessivi – dopo 5 anni di crescita. 
  • Nelle Americhe abbiamo assistito a un leggero incremento della ricchezza, con 33 nuovi miliardari in 12 mesi.
  • Lo scorso anno i “paperoni tecnologici” hanno visto la loro ricchezza aumentare più che in qualsiasi altro settore, grazie alle aziende già esistenti e ai nuovi protagonisti del mercato 
  • I miliardari stanno usando la propria esperienza di business per impattare attraverso la filantropia
  • Il numero di miliardarie donne è cresciuto del 46% in 5 anni

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I miliardari in Italia

  • Il numero totale dei miliardari italiani è sceso del 19% nel 2018, da 43 a 35
  • Di questi 35 miliardari, 3 sono new entry: 2 donne e 1 uomo. Questi 3 nuovi paperoni italiani hanno aggiunto 3,9 miliardi di dollari in “nuova ricchezza”.
  • Il 40% dei miliardari italiani è self-made
  • La ricchezza miliardaria totale in Italia è scesa del 16% fino a raggiungere 142,7 miliardi di dollari. I miliardari italiani self-made detengono il 51% della ricchezza totale
  • Nell’ultimo anno, i miliardari italiani hanno sottoperformato l’indice MSCI ACWI del 7%
  • Nel 2018, l’unica ricchezza che è cresciuta in Italia è quella legata al settore industriale, che ha registrato un marginale del 2% (da 11,9 miliardi a 12,1 miliardi di dollari)

    Il boom nella nascita di nuovi miliardari a cui abbiamo assistito negli ultimi cinque anni ha subito una correzione naturale, commenta Paolo Federici, Market Head Italy di UBS Global Wealth Management. Il dollaro più forte, nonché una maggiore incertezza dei mercati azionari in un contesto geopolitico movimentato, hanno creato le condizioni per questa decrescita. Tuttavia, a dimostrazione di come il loro business sia prospero, i miliardari continuano a creare e guidare imprese che sovraperformano costantemente gli indici dei mercati azionari. Questo talento si è riversato anche nelle loro attività filantropiche, dato che questa élite è sempre alla ricerca di nuovi modi per contribuire all’evoluzione ambientale e sociale. Il “Billionaire Effect” è forte ed in buona salute in tutto il mondo”.