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Leader 6 Novembre, 2017 @ 10:04

Un gioiello nel destino

di Marco Barlassina

Direttore, Forbes.it

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Guido Grassi Damiani, presidente di Damiani

Rialzarsi, mettersi in marcia, non mollare e pensare semmai al futuro. Anche quando il destino ti mette di fronte a sfide certamente più grandi della tua età anagrafica.

È una storia che per alcuni tratti ricorda quella di tanti protagonisti dell’impresa familiare italiana. Non altrettanto comune invece per un’azienda che rappresenta un’eccellenza del nostro Paese nel mondo.

Così, entrare nell’ufficio di Guido Grassi Damiani, a capo dell’unico brand mondiale della gioielleria di alta gamma ancora guidato dalla famiglia del fondatore, è un salto nella storia di un’azienda, di una famiglia, di un modo di fare impresa.

Dimenticatevi la Casa Damiani di via Montenapoleone con le sue vetrine scintillanti e i clienti che da tutto il mondo (ultimamente soprattutto dall’Asia) vengono qui per scoprire e acquistare le nuove collezioni. Negli uffici ai piani superiori si avverte certamente il gusto del nome Damiani, ma soprattutto l’operatività di chi non ha scelto la via più facile.

Guido Damiani siede al centro di un enorme tavolo, metà scrivania e metà tavolo da riunioni, al quale poter accogliere i suoi collaboratori senza per questo dover abbandonare del tutto le sue occupazioni.

E si scopre una persona che emana la serenità di aver fatto quanto era nelle sue possibilità, a partire da quando, a meno di trent’anni, dopo la scomparsa prematura del padre Damiano in un incidente d’auto, si è trovato al timone del gruppo fondato dal nonno Enrico nel 1924 a Valenza, e di cui oggi è presidente. Con lui i fratelli Silvia, vice presidente con delega alle relazioni esterne e all’immagine, e Giorgio, vice presidente con deleghe all’acquisto di materie prime, allo sviluppo prodotti e alle relazioni commerciali.

Guido, Silvia e Giorgio Damiani.

Sì, perché quella di Damiani non è la storia di una persona sola, ma di tre fratelli che hanno avuto la forza di restare uniti, la fortuna di andare d’accordo e la saggezza di dettarsi regole e ruoli in un momento che avrebbe potuto mettere a repentaglio il futuro stesso dell’azienda.

Guido ne parla a tratti con orgoglio: “Portare avanti una tradizione è bellissimo, perché permette di fondere passione e missione. Si affronta l’attività lavorativa in un modo assolutamente differente: pensiamo alla prossima generazione invece che al prossimo trimestre. E la famiglia è tutta coinvolta nella gestione, mentre altrove il management cambia molto velocemente. Certamente pensiamo a nostro padre, a quanto sarebbe orgoglioso, e all’esempio di nostra madre che continua. Ma pensiamo anche ai figli, perché c’è naturalmente la speranza che un giorno qualcuno sia capace e desideroso di portare avanti l’azienda di famiglia”.

Così come è stato per i tre fratelli. Ricorda ancora Guido: “Siamo cresciuti nello stesso palazzo in cui i miei genitori avevano l’ufficio e il laboratorio. I nostri giocattoli erano i gioielli. In casa si parlava sempre del nostro lavoro. Siamo cresciuti respirando questa aria e nessuno di noi fratelli ha mai avuto mezzo dubbio circa il proseguire o meno quello che la famiglia aveva creato”.

Nemmeno quando Guido aveva cercato di seguire un’altra strada: quella degli affari immobiliari. Un’esperienza che Damiani ricorda come un passo necessario “per mettere alla prova me stesso”. E di cui ancora oggi parla volentieri: “Sono stato agente immobiliare per mantenermi da solo negli anni dell’università. È stata un’esperienza che mi ha dato fiducia, perché se lavori solo sotto l’ala paterna non riesci ad acquisire la sicurezza in te stesso che è necessaria, ma al tempo stesso sapevo che sarei tornato all’azienda di famiglia. Sono stato anche fortunato, perché questa esperienza si è rivelata importante per la scelta delle nostre location (tra le più famose, oltre a quella in Montenapoleone, quelle di via Condotti a Roma, di via Tornabuoni a Firenze e di Place Vendome a Parigi).

Groupage anelli della collezione Margherita

Ma ormai anche quello del lusso è diventato un mondo dominato dalle multinazionali. “Diventa difficile fare le cose che altri possono fare per il solo fatto che questi possono permettersi margini di errore più alti”, spiega Damiani. “Dal canto nostro riusciamo a sopperire con il nostro heritage e anche con tanto know how, quello che non possono avere i marchi che si sono sempre occupati di altro e che solo di recente hanno cominciato a fare gioielleria. Certamente tutto è diventato più complicato, perché in passato solo la gioielleria era riservata alle grandi occasioni, oggi i marchi presentano le collezioni di gioielli con la stessa frequenza delle collezioni di moda”.

Anelli BelleEpoque

Abbastanza per pensare che anche il futuro di un gruppo certamente corteggiato come Damiani possa essere all’interno di una multinazionale del lusso? Oppure il valore morale dell’eredità di famiglia sarà più grande?

“Io sono una persona pragmatica – risponde Guido – non dico no per sempre a una cessione solo perché dobbiamo portare avanti l’azienda che nostro padre ci ha lasciato. Nel tempo abbiamo dovuto avere la forza di scardinare l’eredità del passato. Oggi non pensiamo solo a quello che avrebbe fatto nostro padre, ma anche a quello che possiamo fare noi. Quello che facciamo ci piace tanto e godiamo già di un discreto benessere. Il nostro per noi è un lavoro ma anche una passione. Perché privarci di un lavoro che ci piace tanto? Per avere una barca un po’ più lunga? Per passare il nostro tempo su una spiaggia sulla quale dopo qualche giorno saremmo già stufi di trovarci? Manifestazioni di interesse ne arrivano, ma noi diciamo chiaramente che non siamo interessati. Ciò non vuol dire essere da soli. Abbiamo scelto la strada della Borsa, perché crediamo sia bello che tutta la famiglia stia nel gruppo finché c’è una volontà in tal senso. Chi si dovesse stancare può liquidare la sua quota facilmente, ma ad oggi non è mai accaduto, anzi semmai abbiamo ricomprato azioni. In futuro se saremo stanchi e i figli non avranno le capacità o la voglia valuteremo cosa fare”.

Possibile che non ci sia un gioiello nel destino della famiglia Damiani? Guido ora sorride e suggerisce quello che ha tutta l’aria di un auspicio: “Oggi i miei figli e quelli dei miei fratelli hanno tutti meno di dieci anni, ma la nostra quarta generazione dimostra ogni giorno di più di avere già tanta voglia di fare”.

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