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Una scena di “Dogman” di Matteo Garrone.

Cosa significherà mai essere buoni? È una di quelle domande che ci si pone da piccoli, quando si è ingenui (gli adulti direbbero “puri”) e si crede a una formula utile a sconfiggere il male, che ristabilisca un ordine, una fratellanza, una coesione sociale, per i religiosi un Regno dei cieli: sono tutti sinonimi. Quando poi invece si diventa adulti – e non è mica una questione di età – l’idea di bontà viene regolarmente abbandonata. Il mondo che si affronta quando non si è più sotto l’ala di qualcun altro – quasi sempre dei genitori – è fatto di impegni che di “puro” non hanno nulla; vicende e attività, come il lavoro, dove quello che conta non è che il bene vinca sul male, ma che si riesca a ottenere i propri obiettivi (una paga, una casa, una famiglia) compromettendosi e soffrendo il meno possibile.

La sfida tra bontà e malvagità però non è mai sopita, tantomeno oggi. Uno dei mondi più affezionati alle idee di purezza e bontà, quello religioso, attrae sempre meno, ma la morale è più viva che mai. In politica per esempio, la grande ascesa del populismo è dovuta a un grande successo delle idee della cosiddetta questione morale. E non è un caso che il populismo oggi così potente sia smaccatamente giustizialista: si tratta di mettere fuori gioco i cattivi, per preservare quelli che si credono buoni. È un’ingenuità? Certo, ma è la stessa dei pargoli che idealizzano bene e male, amici e nemici nel cortile di scuola. Matteo Garrone sulla bontà ci ha fatto un film, Dogman, e in fondo al senso del film c’è proprio questa dicotomia, questa bilancia tra bontà e malvagità, tra purezza e impurità del mondo. È la storia – ispirata a un noto fatto di cronaca nera della periferia romana di fine anni ’80 – di un “canaro“, uno che si occupa della toelettatura dei cani sul litorale laziale e fa da dogsitter: Marcello è un buono assoluto, uno che sacrifica se stesso perché il male non avvenga, per fare in modo che gli eventi che lo circondano non sfocino in frizioni o violenze. Ma il suo mondo puro è circondato da impurità: un suo conoscente è un bullo, un criminale di bassa lega che risolve tutto con le mazzate (ripassando dal piano della fiction a quello della cronaca dell’inverno del 1988, i due sono rispettivamente Pietro De Negri e il pugile dilettante Giancarlo Ricci).

Il canaro asseconda l’andazzo degli eventi, ma finisce per partecipare al male. Inizialmente prova a metterci delle toppe, come quando lo aiuta a rapinare una villa, ma venuto a sapere che, nel fare irruzione, aveva infilato un cagnolino nel freezer torna indietro e salva la bestiola da morte certa. Mettere le toppe alle malefatte però costa caro: si rischia, si subiscono le conseguenze per conto di altri, si viene comunque a contatto con quel male che si era fatto di tutto per evitare. Il canaro finisce addirittura per farsi un anno di carcere al posto di Simone, il tamarro cocainomane con cui ha spesso a che fare. Dopo aver aiutato il brutto ceffo a evitare il carcere, il canaro gli salva addirittura la vita. Ma poi ne subisce le conseguenze, e sono sempre più dure. Lo schema è sempre lo stesso: a voler evitare di affrontare il male la vita chiede doppio pegno, dato che oltre alle conseguenze su di sé arriva anche il doversi far carico di quelle degli altri.

Come in una fiaba – e di fiabe Garrone se ne intende (è suo Il racconto dei racconti) – lo schema è canonico: la lotta tra bene e male prima è esterna, col buono e il cattivo che sono due soggetti separati. Poi il tempo crea un minestrone, facendo scorrere gli eventi attorno al buono come al cattivo, ma è soltanto il primo a raccoglierne le conseguenze negative. Il male ha sfiorato il bene. A questo punto, prima il buono reagisce a suo detrimento, poi giunge un momento limite dove si accorge di essere diventato (in qualche modo e suo malgrado) parte dello stesso gioco giocato dal male. Arriva la prova finale: il bene trionfa sul male, lo uccide, ristabilendo così un ordine naturale, quello della purezza che può stagliarsi sull’impurità. Il bene sul male, appunto.

C’è un dettaglio che ristabilisce con precisione l’ordine del bene: è il canaro che, dopo aver passato le pene dell’inferno per via di quel tamarro, e aver rischiato la vita più volte, riesce a metterlo in una gabbia per tornare a stabilire un rapporto tra pari, chiedere delle scuse, pretendere rispetto. Rispetto che non ottiene: il bullo si libera sfondando la gabbia (proprio una delle gabbie usate per i cani) e il canaro lo colpisce in testa con un arnese di ferro prima di essere assalito per la milionesima volta. È finita? Macché. Nelle immagini successive vediamo che il buono si dimostra nuovamente tale, anche a costo della vita, e prova a curare la ferita alla testa del cattivo. Solo un ulteriore rischio di morte per il canaro – e la possibilità fortuita di uscirne uccidendo definitivamente il tamarro – ristabiliscono l’ordine naturale del bene che sconfigge il male.

Il trionfo però sembrerebbe aver avuto un prezzo: vediamo il buono portare in spalla il cadavere enorme e muscoloso del cattivo, come in un funerale, una via crucis con cui scontare persino quel minimo di male commesso per difendersi e rimanere vivi. Il buono ha le allucinazioni; vede, come in un miraggio, altri buoni che subirono in passato le angherie del bruto, prova a chiamarli per mostrare il cadavere, per sancire che l’ordine è stato ristabilito: ma non c’è nessuno a guardare, perché il male non è mai sconfitto per davvero.

Garrone ha scritto una fiaba, e le fiabe (tutte o quasi) raccontano dei modi in cui il bene trionfa. Il regista italiano l’ha fatto bene, il film è efficace, così come la recitazione dell’attore protagonista. Molto più bello è, però, sapere che i buoni esistono davvero, sono lì fuori, proprio adesso, anche se spesso sono difficili da distinguere dai cattivi. Che poi è proprio questa difficoltà nel riconoscerli il motivo per cui la narrazione contemporanea – con il suo yin e yang di buoni un po’ cattivi e cattivi un po’ buoni – ha tentato di smantellare lo schema canonico della fiaba, un tentativo di rimanere fedele alla complessità del mondo. La fiaba, però, è ancora lì fuori, proprio come i buoni.

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