Toccateci tutto, ma non la Gioconda

Forbes.it
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Una Monna Lisa di Lego dell’artista Nathan Sawaya.

Gli italiani perdono le guerre come se fossero partite di calcio, e le partite di calcio come se fossero guerre, diceva Churchill. E non aveva visto come ce la caviamo su Twitter quando siamo esclusi dai Mondiali, e a vincere la coppa del mondo è la Francia, con la quale abbiamo una rivalità mal risolta. Loro vincono una partita, noi perdiamo il senso del ridicolo. Non è successo per le strade durante i festeggiamenti ubriachi, ma da sobri, là dove ci si mette più spesso in imbarazzo: su internet. Il Musée du Louvre ha twittato i suoi complimenti alla giovane squadra francese, e nel farlo ha usato l’immagine del dipinto più famoso che caratterizza il museo, la Monna Lisa di Leonardo da Vinci. Per far gli spiritosi, c’era un tocco postmoderno: la maglia indossata dall’iconico soggetto del dipinto è diventata della nazionale francese. Ecco che un simbolo artistico si trasforma in un simbolo nazionale, e da simbolo nazionale in scontro di civiltà da strumentalizzare anche politicamente.

“Tu la mia Gioconda non la tocchi”. Ce n’è abbastanza per tracciare un quadro clinico. Ci sono quelli che “L’opera è fatta da un’Italiano quindi è italiana anch’essa! Non usatela per festeggiare la vostra vittoria perché è ITALIANA!!!!”, che è come dire che la Statua della Libertà non può essere usata come simbolo nazionale perché francese. Quelli che “Non solo è oltraggioso l’uso improprio di un capolavoro italiano, ma è SCONCERTANTE che il Louvre identifichi la nazionalità di un’opera d’arte con quella del suo acquirente” che è come se avessero pubblicato un piatto di pasta (siamo convinti d’averla inventata noi: non è così, si consumava in tutto il Mediterraneo e si pensa sia stata portata dagli arabi).

Ci sono quelli che “se voi foste veramente fieri della vostra storia e cultura avreste postato un quadro dipinto da uno degli innumerevoli e talentuosi artisti francesi e non la Gioconda“, immaginando che i pittori francesi non reggano il confronto (c’è, tra i commenti al tweet del Louvre, chi l’ha detto testualmente: i pittori francesi “sono tutti scarsi a confronto degli italiani”). Ci sono quelli, tanti, che usano l’arma definitiva: “Non avete il bidet” (e non c’è neanche un francese che replichi “ridatecelo voi, che lo abbiamo inventato per Madame De Prie”). A vincere, tuttavia, forse sono quelli che “immaginate quanto devono essere ossessionati da noi i francesi che vincono un mondiale e vanno subito a pensare all’Italia e alla Gioconda e ALLA NAZIONALE DEL 2006”: quindi, secondo questa lettura, il Louvre twitterebbe la Gioconda per provocare gli italiani perché non le è passata, manco fosse Mia Farrow. Mica crederemo a Occam, convincendoci che hanno usato un simbolo immediatamente riconoscibile a livello internazionale: no, era un messaggio diretto a noi che non c’eravamo, che non gareggiavamo, che stavamo in casa in pantofole e gufavamo Francia con le più ridicole motivazioni (sopra ogni cosa, quelle razziste: troppi giocatori “africani”), pur di non vederli saltellare felici. Ci si è messo persino Matteo Salvini, abilissimo nell’intercettare il malumore: “Sarò lì per gufare la Francia, non mi va affatto di vedere il loro presidente Macron fare i saltelli di gioia”. Un altro successo per il nostro ministro degli Interni.

In un saggio che andava di moda citare anni fa ma che in pochi hanno letto, Lo scontro delle civiltà di Huntington, si legge:

La mia ipotesi è che la fonte di conflitto fondamentale nel nuovo mondo in cui viviamo non sarà sostanzialmente né ideologica né economica. Le grandi divisioni dell’umanità e la fonte di conflitto principale saranno legate alla cultura.

E alle partite di calcio perse, diremmo. Da una parte i riflessi incondizionati italiani, dall’altra abbiamo ammirato tutti Kolinda Grabar-Kitarovic, la presidente croata, che abbracciava sotto la pioggia tutti i giocatori (croati e francesi) e si stringeva con il presidente Emmanuel Macron, in un’immagine dell’Europa unita sotto alla pioggia russa (potente metafora geopolitica per giornalisti pigri, tra le altre cose). Saper vincere è difficile, imparare a perdere ancora di più.

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