Standard & Poor’s non declassa l’Italia, ma attenti a cosa dice sulle banche

La sede di Standard & Poor's a New York, attesa per il giudizio sul rating italia
La sede di Standard & Poor’s a New York
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La sede di Standard & Poor's a New York
La sede di Standard & Poor’s a New York (Shutterstock)

 

E’ arrivato nella serata di ieri l’atteso parere di Standard & Poor’s sull’Italia. L’agenzia non ha abbassato il grado di affidabilità del Paese (mantenendolo a BBB) ma sono state riviste in maniera negativa le previsioni per il futuro (l’outlook), perché
“il piano economico del governo rischia di indebolire le performance di crescita del Paese”.

Tanto che nel documento di S&P si legge che l’agenzia potrebbe ridurre il rating nei prossimi 24 mesi se: il Pil reale all’interno di tale periodo dovesse rivelarsi inferiore alle aspettative dell’agenzia, se i valori di deficit e di debito in rapporto al Pil dovessero crescere oltre le attese, oppure se si dovesse osservare un deterioramento nelle condizioni finanziarie del Paese dovute “alle persistenti incertezze politiche e alle loro potenzialmente negative implicazioni per l’Italia e le sue banche, che sono anche i suoi principali creditori”.

Sulle banche l’agenzia di rating si concentra anche in un altro passaggio: “La politica economica e fiscale pianificata dal governo ha eroso la fiducia degli investitori, come dimostrato dall’incremento dei rendimenti del debito governativo. Questo sta impattando negativamente sull’accesso degli istituti di credito al mercato dei capitali”. Un ulteriore incremento dei rendimenti potrebbe – nell’opinione di S&P – ridurre la capacità delle banche di finanziare l’economia italiana, dato che dovrebbero dirottare almeno parte delle risorse destinate al settore privato.

Che il settore finanziario sia una cartina di tornasole dello stato di salute del Paese è testimoniato anche da una delle condizioni che S&P pone al miglioramento del suo outlook, che – spiegano dall’agenzia – potrebbe tornare a essere “stabile” non solo se si dovesse assistere a un miglioramento delle grandezze macroeconomiche (Pil, debito, ecc…), ma anche qualora si dovessero rilevare “significativi progressi nel risanamento del settore finanziario, ad esempio attraverso la risoluzione del problema dei nonperforming loans o l’introduzione di uno schema di assicurazione dei depositi a livello europeo”.

Eppure di banche non si parla mai, nemmeno nella nota con cui il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, ha commentato la decisione di S&P: “Standard & Poor’s lascia invariato il suo rating sul debito dell’Italia. Riteniamo che questo giudizio sia corretto alla luce della solidità economica del Paese: l’Italia è la settima potenza industriale al mondo e la seconda manifattura europea. La competitività delle nostre imprese ci permette di avere un surplus commerciale consistente e il risparmio delle famiglie italiane è solido. In merito alla decisione di portare in negativo l’outlook italiano e ad alcuni giudizi negativi sulla manovra economica, siamo fiduciosi che mercati e istituzioni internazionali comprenderanno la bontà delle nostre misure. Con la manovra economica, evitiamo una stretta recessiva e rilanciamo la crescita grazie agli investimenti e ad un programma di profonde riforme strutturali. L’Italia è saldamente collocata all’interno dell’Unione europea e non c’è alcuna possibilità di uscita dall’Ue o dall’euro-zona. Il governo è al lavoro per far ripartire il Paese su un sentiero di crescita e in direzione dello sviluppo sostenibile”.

Il vicepremier Luigi Di Maio ha invece affidato a Twitter il suo commento: Le agenzie di rating non misurano il benessere dei cittadini di un Paese, ma chi aspettava Standard&Poor’s per continuare a remare contro il governo oggi ha avuto una brutta sorpresa: il rating dell’Italia è stato confermato. Andiamo avanti! Il cambiamento sta arrivando. Per l’altro vicepremier, Matteo Salvini, “è un film già visto. Le agenzie di rating non si sono accorte della crisi mondiale? In Italia non saltano né banche né imprese”.

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