I sorprendenti dati sugli elettori di Bolsonaro

bolsonaro tra la folla
Il candidato alla presidenza del Brasile, Bolsonaro (Antonio Scorza / Shutterstock)
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bolsonaro tra la folla
Il candidato alla presidenza del Brasile, Jair Bolsonaro (Antonio Scorza / Shutterstock)

Articolo aggiornato alle ore 9.00 del 29 ottobre

Jair Bolsonaro, il candidato machista, omofobo e amante della tortura del Partito Social-Liberale, ha vinto le presidenziali brasiliane. Dato che il Brasile ha 200 milioni di abitanti, è giocoforza pensare che ieri si sia deciso non solo il futuro di una nazione ma anche il destino politico dell’intero continente Sudamericano.

Milioni di persone, nella quarta democrazia più grande del mondo, hanno scelto un candidato che ritiene la soluzione militare la migliore per risolvere i problemi sociali del paese. Sovvengono spontanei i paralleli tra il Brasile e gli Stati Uniti. Dopo una parentesi più o meno decennale di presidenze che, almeno simbolicamente, hanno rappresentato una rottura col passato – il sindacalista radicale Luiz Inácio Lula da Silva, eletto nel 2002, e il primo inquilino della Casa Bianca dalla pelle nera, Barack Obama, nel 2008 – ecco due Paesi che vengono travolti dal vento in direzione opposta, che evoca rancori mai sopiti. Un’ondata reazionaria che sta portando avanti, mese dopo mese, una profonda e sprezzante erosione delle norme liberali, che per troppo tempo si erano date per scontate.

Obama aveva incentrato la sua azione sul ritiro dai teatri di guerra, sull’espansione dei diritti delle minoranze e su una gestione più accorta delle finanze pubbliche, dopo la batosta della Grande Crisi finanziaria. Lula piombava in una società tra le più diseguali del mondo, e dichiarava guerra alla povertà tramite l’istituzione della bolsa familia, vale a dire un programma di sussidi per i più poveri che effettivamente ha aperto le porte dell’università a milioni di figli di proletari e ha tolto numerose famiglie dalla strada.

Sono, in entrambi i casi, missioni riuscite a metà: Obama ha lasciato un’economia fiorente nelle mani di Trump, ma non è riuscito a completare la riforma sanitaria né quella delle armi da fuoco, e ha lasciato la perdurante sensazione per molti americani che la globalizzazione fosse un pessimo affare, e che con Clinton le cose non sarebbero affatto migliorate. Lula ha risparmiato le vecchie oligarchie del Paese, ha dilapidato la spesa pubblica caricando di oneri eccessivi la classe media – che è cresciuta meno dei ricchi e dei diseredati – e come se non bastasse si è ritrovato in un partito che era tutto tranne che irreprensibile, in materia di corruzione; mentre il Paese alleato di un tempo, il Venezuela socialista, “arrivava” nelle case dei brasiliani con scene di miseria e di disordine. Una inchiesta a dir poco controversa sui fondi neri usati dal suo partito ha portato Lula in prigione nell’aprile di quest’anno, mentre due anni prima era finita sotto processo per impeachment il suo successore, l’economista ed ex guerrigliera Dilma Rousseff, facendola finire la sua presidenza nel fango.

Se dopo il clamore dell’elezione, nel novembre del 2016, Trump sembra ormai normalizzato – le boutade con Messico e Corea del Nord si sono concluse con importanti accordi commerciali e politici – Bolsonaro fa ancora tremare molti commentatori, che prevedono con lui una regressione del Brasile ai tempi della dittatura militare del 1964-1985 – di cui, tra l’altro, il candidato del Partito Social-Liberale ha fatto orgogliosamente parte, rivendicandolo ad ogni occasione. Lui promette tagli alla spesa pubblica, privatizzazioni e mano dura con la delinquenza delle favelas, e ha scelto un rinomato professore della scuola di Chicago come consigliere economico, eppure le sue continue sparate contro donne, gay, gruppi tribali, il suo continuo ricorrere a teorie complottiste sul gender, e la violenza dei suoi sostenitori fanno temere il peggio per una democrazia già fragile di suo.

Ciò che però sorprende è la composizione dei voti per Bolsonaro, almeno per come la descrive il quotidiano conservatore Estadão, riportando un recente sondaggio. Se il core dell’elettorato trumpiano era costituito da maschi bianchi e anziani con un basso titolo di studio e bassa specializzazione, il sostegno per Bolsonaro corrisponde a cittadini giovani e con istruzione superiore. In vista del ballottaggio con Haddad, riporta il quotidiano, il candidato della destra è avanti in tutte le fasce d’età, ma è piazzato particolarmente bene – oltre il 60% delle preferenze – tra chi ha 25 e 44 anni: cioè l’età in cui, solitamente, in Occidente si vota per opzioni più “progressiste”: Clinton, il Remain in Europa, Macron, Corbyn, il centrosinistra.

Ancora più spiazzante è il dato sull’istruzione: Haddad è in vantaggio soltanto con le persone che hanno un titolo di studio primario: il 56% voterebbe per lui e il 44% per Bolsonaro. Il quale, però, è in netto vantaggio – col 66% – tra chi ha un’educazione superiore o universitaria. Anche qui, divergenza netta col resto del voto “populista” degli ultimi due anni, dall’elezione che ha portato Trump alla Casa Bianca in poi.

Non sorprende invece l’appoggio per Bolsonaro dei protestanti, che in Brasile sono il 22%, vale a dire circa 40 milioni di persone: il 74% degli evangelici è per Bolsonaro, così come il 59% dei bianchi e il 64% degli uomini. Ma l’ex militare è in leggero vantaggio anche tra le donne, nonostante l’atteggiamento violentemente sessista in molte uscite pubbliche (a una deputata socialista disse che non meritava lo stupro, perché troppo brutta). Nel segmento cattolico la lotta è più serrata: il 53% è per Bolsonaro e 47% per Haddad. Stesse percentuali nell’elettorato che si dichiara nero o di etnia mista. A confronto, Clinton catturò in maniera più netta l’elettorato non-bianco: sette su 10 votarono per lei.

Bolsonaro poi è avanti nei sondaggi in tutte le regioni del Paese, con l’eccezione del Nordest, una delle più povere, dove Haddad è in testa col 63%; dominio completo invece nel Sud e nel Sud-Est, dove sono concentrate le industrie, i capitali internazionali e la popolazione più “europea”  (lì il candidato del PSL raggiunge il 69 e il 67 % nei sondaggi).

Una similitudine con Trump: Bolsonaro è avanti nelle fasce di popolazione con il reddito più alto. Ma se Trump vinse con percentuali minime questi segmenti, Bolsonaro guida i sondaggi con percentuali bulgare: l’unica fascia di reddito in cui è avanti Haddad – col 58% – è quella dei brasiliani che vivono con o meno del salario minimo; tra chi guadagna cinque volte o più il salario minimo, Bolsonaro vince col 72 per cento.

La morale è che non tutti i populismi sono uguali: Bolsonaro arriverà al potere prendendo il posto di una sinistra che, almeno a parole, era stata davvero parte delle classi popolari (a differenza di quella europea, che viene sempre tacciata del contrario ed è costretta a coalizzarsi con partiti di centro) e lo farà sì estremizzando il linguaggio di Trump, ma con un programma spiccatamente liberista, che trionfa tra le classi agiate. Fanno infatti presa, in quest’ondata della Reazione Internazionale, elementi squisitamente locali, come la composizione etnica delle singole nazioni, gli equilibri religiosi, l’influenza politica o anche solo simbolica dei Paesi vicini: il Messico e il Canada “furbi”, secondo Trump, nell’approfittare dell’America post-recessione; il Venezuela del “contagio socialista”, nel caso del Brasile di Bolsonaro: un Paese che già da tre anni ha smesso di crescere ed è in preda al debito pubblico, alla sfiducia degli investitori e alla disoccupazione.

Se qualcosa li accomuna davvero, è che Trump e Bolsonaro sono il sintomo di una borghesia bianca che vuole riprendere il controllo della propria vita e scaricare il senso di sovranità perduta sui più fragili, sulle altre etnie e sui politici più deboli, legati al vecchio “ordine”. Entrambi sono, in modo diverso, una disperata e disperante richiesta di autorità e vendetta.  “La storia delle Americhe sembra essere questa”, ha spiegato Jeffrey Rubin, professore di Storia alla Boston University. “Presidenti neri o provenienti dalla classe lavoratrice – e i candidati donna che li hanno seguiti – che mettono su delle coalizioni per portare avanti le lotte del passato per i diritti civili, per l’inclusione culturale e per una vita economica decente. Procedono con grande cautela… non provano nemmeno ad aumentare le tasse, redistribuire la ricchezza, mettere in discussione la globalizzazione, o correggere i mercati”. Il risultato è stato, in entrambi i casi, una riforma del vivere civile rimasta incompiuta, una rivoluzione monca che ha prodotto un effetto uguale ma contrario. La ritorsione dei delusi, dei tagliati fuori, o di quelli anche solo superficialmente sfiorati nel loro atavico privilegio rischia di essere brutale.

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