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Cultura 24 maggio, 2019 @ 8:30

Milan-Steaua 30 anni fa: il giorno in cui il calcio incontrò la visione aziendale

di Massimiliano Trovato

Staff

Esperto di politiche pubbliche e opinionista.Leggi di più dell'autore
È Research Fellow dell’Istituto Bruno Leoni, per cui si occupa di regolamentazione e politiche pubbliche con specifico riguardo all'economia digitale. È stato Koch Fellow presso il Mercatus Center della George Mason University e intern presso l'International Policy Network. Ha curato due libri – l'ultimo è Obesità e tasse – e ha scritto per Il Foglio, MF, Libero, il Giornale, Il Tempo. chiudi
gullit segna in finale contro lo steaua
Ruud Gullit apre le marcature della finale di Coppa dei Campioni 1989 tra Milan e Steaua Bucarest al Nou Camp di Barcellona. (Simon Bruty/Allsport/ Getty Images)

Il 24 maggio 1989, a Barcellona, il tragitto dall’albergo allo stadio sembrava non finire mai. Complici le imposizioni di Ceausescu, che avevano precluso la trasferta ai tifosi della Steaua, novanta mila tifosi milanisti avevano invaso la capitale catalana e ora scortavano il pullman rossonero verso l’impianto, frenandone la corsa. Finalmente a destinazione, Berlusconi provocò Sacchi “e se perdiamo, chi glielo spiega che quello era un corteo funebre?”. Poi s’infilò nella cappella del Camp Nou. Per pregare? No, per far sapere al titolare che “quegli altri sono comunisti”. Novanta minuti dopo, Berlusconi si sarebbe accorto di aver sbagliato sacramento. Il 24 maggio 1989, a Barcellona, non andò in scena un funerale, ma un battesimo: il battesimo del calcio moderno.

La partita fu un monologo: sfruculiato dalle raccomandazioni della stampa sportiva italiana e del suo decano Gianni Brera, il cui credo attendista raccomandava di aspettare l’avversario e uccellarlo in contropiede, il Milan attaccò furiosamente dal primo minuto: in poco più di un tempo, un Pizzul più gracidante del consueto annunciò quattro gol, un palo, innumerevoli incursioni offensive. L’indomani, lo stesso Brera dovette riconoscere che il Diavolo aveva “avvolto i reputati rumeni della Steaua e li [aveva] stritolati nelle irrestibili spire del suo gioco”. E L’Équipe ebbe a proclamare con lungimiranza invidiabile: “Dopo aver visto questo Milan, il calcio non sarà più lo stesso”.

A distanza di trent’anni, può sorprendere scoprire che quella Steaua fosse una contendente credibile, ma i rumeni avevano passeggiato durante i turni preliminari, marcando ventidue reti e incassandone sette; schieravano primattori del rango di Petrescu, di Lăcătuș e del formidabile Hagi, il Maradona dei Carpazi; e avevano ottenuto la Coppa appena tre stagioni prima, affondando il Barcellona a Siviglia. Il Milan, viceversa, veniva dal decennio più tumultuoso della propria storia: dopo lo scudetto della stella, nel 1979, erano giunte due retrocessioni – “una a pagamento e una gratis”, secondo la perfida sentenza di Peppino Prisco – e poi la sciagurata gestione Farina, che aveva condotto il club a un passo dal fallimento nel 1986: esito scongiurato all’ultimo dalla prima e più fortunata discesa in campo di Silvio Berlusconi.

L’avvicinamento dei meneghini alla finale, inoltre, era stato tutt’altro che confortevole. La campagna europea si sarebbe potuta concludere agli ottavi, contro la Stella Rossa, se una nebbia omerica non avesse imposto la sospensione della partita sull’1-0 per i locali. Rientrando negli spogliatoi, i milanisti vi trovarono Virdis, già ripulito e in borghese: era stato espulso, ma la visibilità era a tal punto compromessa che nessuno dei suoi sodali se n’era accorto.

La gara fu rigiocata il giorno seguente. In mezzo ai centoventi mila del Marakana, capitanati da quel comandante Arkan che tra gli ultras serbi avrebbe di lì a poco reclutato le sue Tigri, l’arbitro ignorò un gol buono di un metro – e questa volta non c’entrava la nebbia – e Donadoni rischiò la vita, precipitando inerme dopo uno scontro aereo. I medici gli scassinarono la mandibola per permettergli di respirare, Savićević e Mrkela sbagliarono i loro rigori, e la sorte premiò il Milan e l’ottimismo della volontà.

Anche ai quarti, con il Werder Brema, la squadra arrancò, avanzando solo grazie a un rigore generoso. Ma poi vennero le semifinali col Real. Pur contando su Paco Llorente, il nipote di Gento, quel gruppo aveva sbiadito il ricordo della grande y felicísima armada con cui l’illustre congiunto – unico calciatore nella storia – aveva conquistato sei coppe dei campioni. Era, nondimeno, un’ottima squadra: imperniata sull’avvoltoio Butragueño e sulla sua leva calcistica (Míchel, Sanchís, Martín Vázquez), impreziosita dal talento di Schuster e Hugo Sánchez, si apprestava a vincere il quarto di cinque campionati consecutivi, dopo aver trionfato due volte di fila in Coppa Uefa. Con le italiane, inoltre, aveva una tradizione confortante: negli otto anni precedenti aveva giustiziato il Napoli, la Juventus e, per ben quattro volte, l’Inter.

Al Bernabeu, il Milan incantò e cincischiò: dopo aver dominato, andò sotto e pareggiò solo grazie all’ennesima sfida di Van Basten alle leggi della fisica: l’olandese si catapultò in tuffo su un cross arretrato di Tassotti e dal limite dell’area, in torsione miracolosa, fece carambolare il pallone sulla traversa e sulla schiena di Buyo e infine in porta. A San Siro, due settimane dopo, il Milan incantò soltanto: cinque reti, cinque marcatori diversi – una litania indimenticabile: Ancelotti, Rijkaard, Gullit, Van Basten, Donadoni – e una quantità imprecisata di fuorigioco (ventisei per Sacchi; otto secondo la questura): il marchio di una squadra unica, capace di cercare la bellezza anche senza il pallone – così Jorge Valdano: e chi abbia mai visto scattare il meccanismo perfetto custodito da Franco Baresi non faticherà a cogliere il senso dell’affermazione.

La portata di quel successo fu immediatamente palese: sebbene in tribuna d’onore Berlusconi minimizzasse per riguardo nei confronti dell’omologo spagnolo Mendoza e Fanfani preferisse rievocare il proprio passato agonistico (“con questo Donadoni al fianco avrei fatto bella figura anch’io”), il resto dello stadio (e i telespettatori di tutta Europa) misero subito a fuoco d’aver assistito a uno snodo epocale: il rovesciamento dell’aristocrazia calcistica madridista per mano della rampante borghesia rossonera. Lo stesso Brera, cui la rivendicata distanza ideologica dai rivoltosi non faceva da schermo, pronosticò: “è incominciato il formidabile ciclo di capitan Silvio Berlusconi e del Milan”. Previsione a basso rischio e prontamente verificata: in due anni, seguirono due coppe dei campioni, due supercoppe europee, due coppe intercontinentali, e un’impronta duratura e indelebile sull’evoluzione del gioco.

Se ancor oggi quel Milan viene celebrato come la più grande squadra di club della storia – o, per i timidi, come una delle più grandi – è certo principalmente per la modernità della sua lezione tecnico-tattica: i dogmi del sacchismo, distillati da una fervida e risalente tradizione ma sistematizzati con rigore scientifico dal Profeta di Fusignano, costituiscono ancor oggi la grammatica del calcio europeo e riverberano negli approcci dei suoi discepoli diretti, così come dei suoi figliocci. Ma nel sistema dell’allenatore romagnolo, concetti come la difesa in linea, la zona integrale, il pressing, il fuorigioco, le chiusure preventive, le distanze minime tra i reparti, il controllo dello spazio, il movimento senza palla, l’organizzazione collettiva, la fluidità delle posizioni in campo erano strumenti al servizio di una missione più ampia: un’idea di un calcio proattivo e non reattivo, propositivo e non speculativo, pensato e non improvvisato, armonico e gratificante come l’esibizione di un’orchestra ben affiatata.

La filosofia di gioco del Milan di Sacchi era orientata inequivocabilmente alla produzione di uno spettacolo sportivo; ed era – è questo l’altro elemento di discontinuità di quella squadra – perfettamente integrata con la visione aziendale incarnata dal suo presidente. Gli imperativi berlusconiani sintetizzati da slogan come “vincere e convincere” o “padroni del campo e del giuoco” (secondo la lectio ormai vezzosa del milanismo ortodosso) non erano tanto necessità estetiche, quanto piuttosto obiettivi industriali.

Alcuni anni dopo, Gianni Agnelli – uno degli aristocratici spiazzati dall’eresia di Berlusconi – avrebbe così tratteggiato il suo avvento nel mondo del pallone: “si è abbattuto sul calcio trasformandolo da sport di città a spettacolo televisivo. Il suo Milan lo paragonerei agli Harlem Globetrotters, e lui al capo del Madison Square Garden”. Giudizio chirurgico, ma alquanto intempestivo. Già nel 1986, mentre il calcio italiano era troppo preso a sghignazzare per lo sbarco della squadra all’Arena con gli elicotteri e la Cavalcata delle Valchirie, il Cavaliere dichiarava: “Il Milan è una squadra ma è anche un prodotto da vendere, da offrire sul mercato. Impiegheremo la nostra esperienza con le televisioni commerciali per migliorare e esaltare l’immagine del Milan”.

Che il futuro presidente rossonero intravvedesse nel calcio un enorme potenziale commerciale inesplorato, per di più, era chiaro sin dai primi anni ’80, quando – dopo aver battagliato invano a suon di miliardi per strappare alla Rai i diritti di trasmissione della Serie A – Berlusconi s’inventò un proprio torneo, il Mundialito, dal modesto valore sportivo, ma dal considerevole impatto televisivo, grazie a un dispiegamento di mezzi e risorse degno delle grandi leghe americane.

E che dire di un altro pallino berlusconiano, il supercampionato europeo? “Per la società ci sarebbero più incassi, per il pubblico incontri di cartello, per i media eventi importanti a metà settimana. Si parla tanto di fare l’Europa, ma l’Europa non la fanno solo i politici e le tv, anche il calcio può aiutare, con migrazioni regolari e pacifiche da un paese all’altro. Ma so che nel mondo del calcio tutto si muove lentamente: sono certo che questa sarà la formula di domani, o meglio di dopodomani.” Un domani che, trent’anni dopo, è ancora materia di dibattito.

Se un limite si può individuare nel modello berlusconiano, è semmai l’incapacità di andare oltre una concezione meramente strumentale dello spettacolo sportivo: “nel calcio del futuro”, dichiarò a Massimo Fini nel 1989, “ci saranno dei grandi protagonisti e, se vuole sapere, saranno legati ad aziende multinazionali che approfitteranno delle squadre di calcio per diffondere un loro messaggio di comunicazione e di immagine”.

Proprio il Cavaliere, così dirompente nell’introdurre nel mondo del pallone una cultura manageriale e nel propiziare – come è stato osservato – la transizione da “squadra calcistica” ad “azienda calcistica”, non si avvide della possibilità che le aziende calcistiche perseguissero finalità proprie, anziché limitarsi a portare avanti quelle dei gruppi di riferimento. E non è un caso che, mentre altri proseguivano la sua rivoluzione, la parabola del Diavolo si sia afflosciata proprio quando è venuta meno l’utilità mediata dei successi rossoneri.

Ciò non toglie che la straordinaria coincidenza tra la filosofia calcistica e la filosofia industriale di quel Milan abbia tracciato un percorso obbligato per chi è venuto dopo, con conseguenze che sarebbe riduttivo circoscrivere alla pur irresistibile eredità tecnica. Se oggi l’offerta di calcio è più generosa che mai, e la sua qualità è incomparabilmente superiore a quella del passato, è perché il 24 maggio 1989, a Barcellona, il nuovo Milan di Sacchi e Berlusconi ha aperto la strada: sconfiggendo i “comunisti” della Steaua – e con loro tutti gli alfieri del calcio all’antica, relegandoli al comodo e romantico ruolo di nostalgici guastafeste.