Contro le epidemie funzionano meglio le democrazie o i sistemi autoritari?

Investire in Cina nel Private Equity |nuovo quartiere di Pechino
Palazzi in costruzione a Pechino (Feng Li/Getty Images)
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Coronavirus: contro le epidemie meglio le democrazie o i sistemi autoritari?
Palazzi in costruzione a Pechino (Feng Li/Getty Images)

Soltanto 125 nuovi contagi in un’intera giornata, in pratica il punto più basso dall’inizio dell’epidemia. Gli ultimi dati ce lo dicono chiaramente: la Cina ha quasi domato il coronavirus, che invece accelera nel resto del mondo, l’Iran ha confermato 2300 casi, la Corea del Sud, dove tre settimane fa i malati erano poche decine, ora ne conta più di 5mila, l’Italia, con circa 2500 infezioni, dopo Cina e Corea, è il terzo paese più colpito. Primi decessi e un centinaio di malati anche negli Stati Uniti, dove Trump, dopo un inizio di gestione non molto rassicurante, ha annunciato un maxi piano di contenimento: questa settimana saranno disponibili test e tamponi per quasi un milione di persone.  Insomma: la crisi adesso riguarda un po’ tutti (77 i paesi toccati), fa paura, e le conseguenze per l’economia globale sono già pesantissime.

Eppure, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, non siamo ancora di fronte a una pandemia. Tecnicamente significa che l’epidemia non è del tutto fuori controllo, che restano dei margini – a patto di predisporre le giuste contromisure – per rallentarne la diffusione. Come fare? L’Oms ha lodato l’approccio cinese. Un suo alto funzionario pochi giorni fa ha detto: “la Cina ha organizzato lo sforzo di contenimento più ambizioso, veloce e aggressivo della storia dell’umanità contro una nuova malattia infettiva”. Beh, non è del tutto vero. All’inizio, parliamo dei primi di gennaio, la Cina ha trattato il virus con ritardi, scarsissima trasparenza e censure. Però poi ha messo in moto una macchina impressionante, imponendo la quarantena su intere città, si parla di 60-70 milioni di persone. Questa operazione gigantesca ha dato i suoi frutti: nel giro di poco il contagio si è attenuato.

Sappiamo che la Cina è un sistema autoritario. Ora la domanda naturale da porsi forse è questa: di fronte a una diffusione del virus su larga scala, come si comporterebbero le democrazie, gli Stati Uniti per esempio, che poi sono il primo avversario dei cinesi per l’egemonia del pianeta? Potranno essere adottati metodi radicali, così palesemente in contrasto con le libertà individuali, come l’isolamento prolungato per milioni di persone? Da una parte non è affatto detto che la popolazione americana accetti docilmente misure tanto drastiche. Dall’altra, negli Stati Uniti, come in tante altre democrazie, il potere è più frammentato e diluito rispetto a paesi autoritari. Per esempio, esperti legali statunitensi fanno notare che decisioni di sanità pubblica, come un’eventuale quarantena, sono di fatto sotto il controllo delle autorità locali. Che potrebbero (almeno in teoria) fare il contrario di quello richiesto dal governo centrale. Howard Markel, professore di storia della medicina all’università del Michigan, avverte: “i poteri locali, e le divisioni politiche spesso endemiche nelle democrazie, possono mettere in pericolo una risposta nazionale coesa”.

A questo punto viene quasi la tentazione di buttarla sulla geopolitica. Il coronavirus potrebbe essere un pezzo cruciale del confronto (anche molto ideologico) tra Cina e Stati Uniti, ossia tra democrazie liberali e sistemi più o meno illiberali, più o meno autoritari. Questa ricerca dell’Economist ci rassicura abbastanza: le democrazie sono in vantaggio. Le epidemie – dal vaiolo in Nepal del 1963 ad Ebola e Zika dei giorni nostri – sono state in media più letali dove al potere c’erano degli autocrati. In dittature con redditi simili alla Cina, è risultato che le passate epidemie abbiano ucciso sei persone ogni milione di abitanti. A parità di reddito, nelle democrazie, le vittime sono state quattro.

Certo, nei paesi autoritari la linea di comando è più rapida. La Norvegia, forse una delle società più invidiate al mondo, ci ha messo sette anni a decidere dove costruire un nuovo ospedale da 200 posti. Nel giro di dieci giorni, la Cina ne ha tirato su uno cinque volte più grande per ricoverare gli ammalati di questa nuova Sars. Dove le democrazie fanno meglio, di solito, è nella circolazione delle informazioni. Notizie più affidabili, più trasparenza, meno censura.

Ne sa qualcosa il povero Li Wenliang, l’oftalmologo 33enne che da un ospedale di Wuhan, lo scorso dicembre, aveva dato l’allarme per la comparsa della misteriosa influenza. La prima risposta del regime è stata tentare in ogni modo di silenziarlo, facendo tra l’altro un regalo enorme al coronavirus. Poi il dottor Li si è ammalato ed è morto da eroe. Insomma, di solito le democrazie sono più brave a tutelare diritti e punire gli abusi. E questo è importante quando si parla di malattie. Uno studio del 2019 della rivista Lancet ci informa che i governi che devono rispondere agli elettori tendono a investire di più in sistemi sanitari “solidi e duraturi”, e che “l’esperienza democratica” aiuta a ottenere buoni risultati, soprattutto per le malattie croniche.

Ma adesso torniamo pure alle megalopoli cinesi. Che ci dicono quelle decine e decine di milioni di abitanti isolati dal resto del paese? Che ci sono due modi per combattere le epidemie. Uno ha a che fare con le buone pratiche della democrazia (trasparenza, libertà di parola, etc..) e con le invenzioni del progresso, tipo gli antibiotici, i vaccini, gli ospedali ben equipaggiati, quei sensori termici che misurano in un attimo la temperatura della gente. Ma esistono anche i rimedi primitivi. Quelli per nulla democratici. Bloccate gli aerei, fermate le navi, chiudete i confini, tenete gli abitanti in quarantena nelle loro città infette. Roba da medioevo. Roba che ci spaventa.

Quando il governo cinese ha annunciato la più gigantesca quarantena della storia, proibendo qualsiasi spostamento in entrata e uscita dall’epicentro del contagio, a molti esperti di salute pubblica è sembrato il testa coda di un conducente ubriaco. L’epidemia sarebbe comunque andata spedita per la sua strada, mentre crollavano le chance di sopravvivenza di chi viveva nelle città in isolamento. È vero: nella provincia di Hubei il tasso di mortalità del coronavirus è nettamente più alto; e anche per gli altri malati è diventato più difficile curarsi: si calcola che le restrizioni ai viaggi abbiano quasi lasciato senza farmaci un terzo dei sieropositivi cinesi.

Ma una cosa adesso si fa fatica a negare: sul corso dell’epidemia il blocco dei voli e la quarantena hanno avuto effetto. Eccome se ce l’hanno avuto. “Queste misure, se ben implementate, possono effettivamente rallentare il contagio.”, ha detto Sylvie Briand, dirigente dell’Organizzazione mondiale della sanità. Dopo aver combinato un bel pasticcio, la Cina ci ha dato più tempo per trovare una cura o produrre un vaccino.

Quarantene del genere in democrazia sono del tutto impensabili, e si spera che non ce ne sia nemmeno bisogno. Però una storia vale la pena ricordarla. Nel libro Quarantine!, il professor Howard Markel scrive che durante la Spagnola del 1918 le città americane hanno affrontato il contagio nei modi più disparati. Mentre St. Louis isolò subito gli infetti, chiudendo scuole, mezzi pubblici e uffici del governo, altre città come Philadelphia e Pittsburgh, paralizzate dalle faide politiche e dagli interessi degli imprenditori locali, lasciarono tutto aperto. Indovinate chi ha avuto più morti. “L’idea che durante un’epidemia ognuno abbia diritto alle proprie idee è una cosa pericolosa. Ci vuole una leadership dall’alto e ci vuole fiducia.”, conclude il professore. In effetti, non suona molto democratico.