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Leader 2 Aprile, 2020 @ 5:08

Anche il patrimonio di Trump crolla con il Coronavirus: vale un miliardo in meno di un mese fa

di Forbes.it

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di Dan Alexander per Forbes.com

Al fine di approssimare quanto il coronavirus abbia impattato sulla fortuna personale del Presidente, abbiamo esaminato le variazioni del prezzo delle azioni di società simili a quelle che operano in ciascun segmento della sua attività. L’immobiliare commerciale è chiaramente in calo, con le azioni di diverse società, tra cui Boston Properties e Vornado Realty Trust, che sono precipitate in media del 37% dal 1 ° marzo 2020 al 18 marzo 2020, data in cui abbiamo calcolato le fortune per l’elenco dei miliardari. Diminuzioni analoghe hanno trascinato verso il basso il valore delle società di ospitality, dell’immobiliare residenziale e delle imprese che gestiscono resort con campi da golf. Usando tali ribassi come guida, abbiamo applicato sconti ai numeri pre-coronavirus di Trump, ed esaminato le variazioni con esperti del settore.

La linea di fondo: una valutazione del patrimonio netto di $ 2,1 miliardi, un calo di $ 1 miliardo in meno di un mese. Ciò cambierà sicuramente di nuovo, poiché ogni indice si comporta come un elettrocardiogramma.

Immobili commerciali

Il nucleo dell’impero di Trump, che il Presidente possiede ancora, rimane legato alle proprietà immobiliari commerciali. Prima che il coronavirus distruggesse tutto, quelle proprietà valevano circa 1,9 miliardi di dollari dopo aver dedotto il debito. Entro il 18 marzo 2020, ciò era sceso a circa $ 1,2 miliardi. Parte del problema è che Trump possiede 125.000 piedi quadrati di immobili vicino alla Fifth Avenue a Manhattan, in genere una via molto vivace. Oggi è una città fantasma virtuale. Oggigiorno lo spazio per gli uffici non sembra un investimento sicuro, specialmente se l’esperimento di smartworking da casa in America si dovesse rivelare efficace.

Immobili residenziali

Oltre alle partecipazioni commerciali, il presidente possiede oltre 500 unità abitative in tutto il paese. Il lockdown è avvenuto così rapidamente che non ci sono ancora molti dati sulle vendite di case, il che rende difficile determinare quanto valga. “È improbabile che gli acquirenti facciano il più grande investimento finanziario della loro vita attraverso un tour virtuale”, afferma Jonathan Miller, un esperto di immobili residenziali di New York. I mercati pubblici, tuttavia, indicano valori in calo. I prezzi delle azioni di cinque società proprietarie di appartamenti sono diminuiti di oltre un terzo, in media, dal 1 ° marzo 2020 al 18 marzo 2020.

Gestione degli hotel

La situazione è ancora più grave per le aziende di ospitality di Trump. La Trump Organization aveva cercato di vendere il suo hotel a Washington DC, ma quei piani sono ora in sospeso. Le aziende del Presidente hanno perso più di 550 impiegati, secondo il Washington Post .

Durante una conferenza stampa della Casa Bianca a marzo, il presidente Trump ha risposto a una domanda sull’effetto del coronavirus sulla sua attività: “Sono molto sottovalutato e tutto, quindi va bene.” Tuttavia, non necessariamente presso l’hotel di Washington o il resort da golf di Miami del presidente. Deutsche Bank ha consegnato a Trump $ 170 milioni per rimodellare il Trump International Hotel e altri $ 125 milioni per il Trump National Doral a Miami, che ha prodotto $ 9,7 milioni di utili nel 2018 (misurati come utili prima di interessi, tasse, ammortamenti).

Campi da golf

L’impatto sul portafoglio di campi da golf di Trump dipende in gran parte da quanto tempo il coronavirus terrà bloccata l’economia. La buona notizia, per gli investitori, è che nel golf è facile mantenere il distanziamento sociale. La cattiva notizia è che i club costosi non tendono a fare bene nelle recessioni. “La prima cosa che viene tagliata è il budget del golf”, afferma Jeff Davis, amministratore delegato della società di intermediazione Fairway Advisors. Il valore delle attività di Trump, per un valore stimato di circa 271 milioni di dollari all’inizio di marzo, è sceso di circa il 20%.

Mar-a-Lago, Trump Tower e altre proprietà

Mar-a-Lago, il club più famoso del presidente, potrebbe reggere meglio del resto dei suoi club, anche se è apparso sulla stampa per aver ospitato persone che in seguito si sono rivelate positive al coronavirus. Questo perché Mar-a-Lago è valutato più come il trofeo di un miliardario che come un’azienda operativa, il che sembra proteggerlo dall’impatto dell’attuale recessione.

La liquidità

La parte più performante del portafoglio del presidente è la sua pila di contanti. Il presidente si è sbarazzato delle sue partecipazioni azionarie molto tempo fa e ora tiene circa 160 milioni di dollari al sicuro in liquidità. Sembrava un cattivo investimento negli ultimi anni, quando il mercato azionario è salito alle stelle e il presidente ha perso i relativi guadagni. Ma oggi rappresentano un grande ritorno.

Tra tutta la tristezza, c’è ancora spazio per l’ottimismo. Alla fine di mercoledì, il mercato azionario era aumentato del 3% da quando Forbes aveva calcolato le sue valutazioni del patrimonio netto due settimane prima. Dice Joel Paige, un operatore turistico che una volta gestiva Doral, prima che Trump acquistasse la proprietà: “Suppongo che questo sarà solo un singhiozzo per lui”.

Investimenti 2 Aprile, 2020 @ 2:50

Le 10 azioni che hanno tenuto testa al peggior trimestre delle Borse dal 1987

di Forbes.it

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Il nyse di new york (migliori titoli in Borsa durante il coronavirus)
Il floor del New York Stock Exchange (Photo by Drew Angerer – Getty Images)

di Sergei Klebnikov per Forbes.com

Il coronavirus ha causato un calo molto grave sui mercati finanziari durante i primi tre mesi del 2020 (il Dow Jones per esempio ha riportato una perdita del 23%, ossia il suo peggior trimestre dal 1987, mentre l’S&P 500 è è andato incontro a un crollo del 20%, la sua più grande perdita trimestrale dal 2008). Nonostante il sell-off legato alla pandemia, ci sono alcune aziende che hanno sovraperformato nel massacro del mercato azionario.

Statistica cruciale: solo 31 titoli nell’intero S&P 500 — poco più del 6% dell’indice – hanno riportato guadagni netti per il primo trimestre 2020. I restanti 469 titoli sono tutti in rosso, secondo i dati Bloomberg per il trimestre conclusosi il 31 marzo.

Coronavirus, i 10 migliori titoli in Borsa

Regeneron Pharmaceuticals: +30%

Il titolo dell’azienda Regeneron Pharmaceuticals è quello più performante nel primo trimestre. Esso, infatti, ha riportato un rialzo del 30%. La società americana di biotecnologie è in prima linea negli sforzi per sviluppare un trattamento per il coronavirus e recentemente ha avviato una sperimentazione clinica per un nuovo farmaco per curare la malattia.

Citrix Systems: +27,6%

Al secondo posto di questa particolare classifica dei migliori titoli che hanno guadagnato di più in Borsa in questi tre mesi del 2020 vi è la società di cloud computing e software Citrix Systems. Grazie al fatto di aver beneficiato di un numero maggiore di persone costrette a lavorare in smartworking, il suo titolo in Borsa  ha riportato da inizio anno un incremento del 27,6%. 

NortonLifeLock: +27%

L’economia del lavoro da casa sta rendendo la sicurezza informatica più importante che mai e NortonLifeLock ne sta beneficiando. La società, leader mondiale nella sicurezza informatica dei consumatori, ha visto crescere il suo titolo in Borsa di quasi il 27% negli ultimi tre mesi.

Netflix: +16%

La quarantena e le conseguenti direttive di rimanere a casa stanno costringendo molti a cercare intrattenimento a casa. Non sorprende quindi che Netflix sia molto richiesto e che i suoi investitori stiano godendo dei premi: il titolo è andato incontro a un rally del 16% nel primo trimestre.

Digital Realty Trust: +16%

A differenza della maggior parte dei suoi competitor nel settore immobiliare, Digital Realty Trust ha visto le sue azioni crescere del 16% nonostante la volatilità del coronavirus, grazie alla maggiore sicurezza dei dividendi rispetto ai suoi concorrenti.

Gilead Sciences: +15%

Anche un’altra azienda biotecnologica all’avanguardia nello sviluppo di un trattamento per COVID-19 è in lista: Gilead Sciences. Il titolo della società, negli ultimi tre mesi, ha visto crescere le sue azioni del 15% rispetto alle perdite diffuse del mercato.

Clorox: +13%

Anche Clorox, produttore di salviette disinfettanti, continua a essere un titolo caldo. I prodotti dell’azienda, infatti,  rimangono molto richiesti durante la pandemia da coronavirus. Da inizio anno, le sue azioni hanno fatto segnare un incremento di quasi il 13%.

Nvidia: +12%

Il produttore di chip grafici Nvidia ha anche resistito alla recessione del mercato. Le sue azioni, nel primo trimestre del 2020, hanno fatto registrare una crescita del 12%, grazie al fatto che l’azienda sta da una parte mostrando segnali di forte crescita e dall’altra che le sue azioni si sono dimostrate resistenti.

SBA communications: +12%

Sulla stessa scia di Nvidia anche SBA Communications. Prorietario dell’infrastruttura wireless e operatore, l’azienda nei primi tre mesi dell’anno ha riportato una crescita in Borsa del 12%.

MSCI: +11,9%

A completare i dieci migliori titoli in Borsa del primo trimestre 2020 troviamo MSCI. Il fornitore globale di indici azionari, obbligazionari e azionari, ha infatti fatto registrare un aumento dell’11,9%.

Da segnalare anche le performance positive di T-Mobile (+7%), di The JM Smucker Co (+6,6%) e di Amazon (+5,5%)

I 10 peggiori titoli dell’S&P500

I dieci peggiori titoli, dal punto vista della performance, dell’S&P500 includono, ovviamente, tre operatori crocieristici e sette compagnie energetiche: entrambi i settori sono stati colpiti in modo particolarmente duro negli ultimi mesi.

Il titolo peggiore dell’indice di riferimento nel primo trimestre è stato Apache Corp., in calo dell’83,7%. La guerra dei prezzi del petrolio ha portato a uno shock di domanda e offerta per il settore energetico, provocando una serie di società che hanno visto i loro corsi azionari precipitare in parallelo con il calo dei prezzi del greggio.

Negli ultimi tre mesi si sono accumulate altre riserve energetiche: Marathon Oil è sceso del 75,9%, Energia nobile del 75,7%, Devon Energy Corp. del 73,4%, Halliburton Co. del 72%, Occidental Petroleum del 71,9% e Diamondback Energy del 71,8 %.

Tre operatori di crociere completano i primi dieci principali titoli peggiori di Borsa dell’S & P 500 mentre l’industria viene colpita da una forte riduzione dei viaggi e del turismo globali: Norwegian Cruise Line è precipitata dell’81,2%, Royal Carribean del 75,9% e Carnival del 74,1%. È importante segnalare che ogni volta che l’S&P500 è sceso di oltre il 10% nel primo trimestre, l’indice guadagna una media del 40% durante il resto dell’anno, secondo l’analisi dei dati storici di LPL Financial.

Leader 2 Aprile, 2020 @ 2:41

Alejandro Agag a Forbes: Covid-19 prova generale per la lotta al cambiamento climatico

di Forbes.it

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Alejandro Agag, presidente e fondatore Formula E
Alejandro Agag, presidente e fondatore Formula E (Immagine: fiaformulae.com)

di Alejandro Agag, founder e presidente Formula E

Questo sabato 4 aprile, le strade di Roma avrebbero dovuto essere piene di gente.

Migliaia di tifosi avrebbero dovuto riempire le tribune della Città Eterna per godersi la terza edizione della tappa romana del Campionato di Formula E, e tifare per piloti del calibro di Felipe Massa mentre questi ultimi spingevano un po’ più in là i confini della tecnologia della mobilità elettrica.

Purtroppo, questo sabato, quelle strade saranno vuote.

L’emergenza sanitaria globale causata dal contagio da Covid-19 ha determinato un periodo molto particolare per le vite di tutti noi. In alcuni Paesi a cui sono molto legato come la Spagna, l’Italia e il Regno Unito la pandemia ha assunto dimensioni drammatiche, con conseguenze che governi, imprese e singoli cittadini stanno affrontando con coraggio. A loro, e soprattutto agli operatori sanitari impegnati sul fronte, deve andare tutto il nostro sostegno.

Nell’ambito delle misure di tutela della salute pubblica, lo sport, così come ogni forma di intrattenimento in luoghi pubblici, è stata la prima attività a doversi fermare completamente. Il rinvio di un anno delle Olimpiadi di Tokyo, un fatto che non accadeva dal 369 dopo Cristo, è solo l’ultimo e il più eclatante dei provvedimenti che la comunità globale dello sport ha dovuto mettere in campo.

Una soluzione di lockdown totale, come quella che stiamo osservando quasi ovunque nel mondo, è sicuramente un provvedimento di ultima istanza mirato ad affrontare un pericolo a brevissimo termine come una pandemia. Tuttavia, abbiamo il dovere di gettare lo sguardo anche oltre questa crisi e cercare di comprendere come e quando situazioni di questo tipo potrebbero riproporsi nel medio e nel lungo termine.

Come ho scritto di recente in un post su Instagram, il Covid-19 è una sorta di prova generale per la nostra lotta contro il cambiamento climatico. Ebbene, il momento di quella lotta è arrivato. Ma in che modo il clima ha a che fare anche con questa crisi? Gli elementi concatenati a cui guardare sono due.

In primo luogo, il più grande rischio del nostro tempo per la salute umana è infatti rappresentato dall’inquinamento atmosferico, che rende noi esseri umani anche meno resistenti ai sintomi di infezioni respiratorie come quella causata dal Covid-19. In molte parti del mondo, proprio come in queste settimane, l’inquinamento atmosferico già incide sulla vita quotidiana delle persone, impedendo loro di uscire di casa.

In secondo luogo, gli scienziati avvertono che un aumento incontrollato delle emissioni di gas serra porterà a episodi meteorologici sempre più estremi. Se non agiremo efficacemente a riguardo, difficilmente saremo in grado di prevedere e prevenire nel tempo quelle calamità naturali che renderebbero necessari altri lockdown, e con questi una continua interruzione della vita pubblica che siamo abituati a vivere ormai in tutto il globo, incluso lo sport.

Così come siamo stati rapidi e resilienti durante l’emergenza da Covid-19, non è troppo tardi per fare la differenza per quanto riguarda il cambiamento climatico. L’incredibile riduzione dell’inquinamento nei cieli in Cina così come in tutte le città europee, causata dalla sospensione dei trasporti e dalla chiusura temporanea delle fabbriche, dimostra che siamo ancora in tempo per cambiare il corso del nostro destino.

Proprio come ingegneri e scienziati di talento stanno al momento trovando soluzioni innovative per aiutare a combattere il Covid-19, la tecnologia svolgerà un ruolo fondamentale anche nel dare forma a un futuro più pulito e più veloce. Gli sviluppi tecnologici saranno infatti essenziali per rendere la lotta ai cambiamenti climatici compatibile ad una crescita economica sostenibile ed equilibrata. Governi e imprese stanno già rispondendo a queste problematiche introducendo misure specifiche e cercando soluzioni tecnologiche volte a ridurre l’impatto ambientale, grazie soprattutto a un’opinione pubblica attenta che si sta impegnando sempre più attivamente nella sensibilizzazione sul tema.

La riduzione delle emissioni globali attraverso la mobilità elettrica rappresenta un esempio di ciò che la ricerca tecnologica può fare per l’ambiente, ed è proprio su queste basi che è stato concepito nel 2011 il Campionato ABB FIA Formula E: per dimostrare come l’energia elettrica rappresenti un’alterativa sostenibile ai motori a combustione. In questi anni, assieme ai nostri partner, abbiamo portato avanti un lavoro di ricerca costante che ha prodotto avanzamenti tecnologici importanti, come ad esempio le batterie espanse da 52 kW/h per le nostre monoposto, introdotte a partire dalla scorsa stagione.

Non è tutto: la sostenibilità è una nostra prerogativa anche nel modo in cui organizziamo le corse: non è un caso che abbiamo appena rinnovato la certificazione ISO 20121, lo standard internazionale per la sostenibilità degli eventi. Il nostro messaggio guarda alle generazioni più giovani, con i nostri piloti che agiscono come veri e propri ambassador. Il nostro ex campione Lucas Di Grassi non è solo un pilota del team Audi Sport ABT Schaeffler, ma anche un Ambasciatore delle Nazioni Unitie per l’Ambiente e la qualità dell’aria.

È con la stessa visione sulle questioni ambientali che sono orgoglioso di aver lanciato anche la serie di corse Extreme E, la controparte off-road di Formula E, che vedrà correre SUV elettrici al 100% in luoghi remoti del pianeta che sono anche i più a rischio da un punto di vista climatico. L’obiettivo sarà quello di proporre la mobilità sostenibile come una delle possibili soluzioni, nonché quello di utilizzare le nostre risorse per implementare iniziative di legacy positive per le esigenze di ogni specifica comunità e territorio da cui verremo ospitati. Extreme E partirà dal 2021 e si proporrà come una nuova concezione di rally off-road, con tappe che si disputeranno dai ghiacciai della Groenlandia alle foreste dell’Amazzonia.

Le sfide che stiamo vivendo in queste settimane potrebbero replicarsi ancora nei prossimi anni a causa dei cambiamenti climatici. Non solo nei luoghi remoti in cui correrà l’Extreme E, ma anche nelle città in cui viviamo e lavoriamo ogni giorno. Mentre è ancora vivido e attuale nelle nostre menti il ricordo del Covid-19, dovremo fare ogni possibile sforzo per garantire che tutto questo non accada di nuovo. Il lavoro comincia adesso.

Business 2 Aprile, 2020 @ 9:47

Lavorare da casa sta innalzando la produttività (ma si lavora anche di più). I primi dati

di Forbes.it

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(Shutterstock)

Non tutte le professioni possono naturalmente essere svolte senza una presenza fisica sul luogo di lavoro. Chi però in questi giorni di isolamento forzato ha avuto la possibilità di lavorare in smart working si sarà accorto di quanta stanchezza si accumuli a fine giornata dopo una serie interminabile di call, videoconferenze e lavoro routinario comunque da svolgere (ai quali spesso si aggiunge la convivenza con la famiglia negli stessi spazi casalinghi). Si lavora quanto e più di prima? Se pensate di essere i soli a crederlo sappiate che non è così. Tanto da rendere lecito ritenere che effettivamente un innalzamento dell’asticella a carico dei (tele)lavoratori sia già avvenuto.

Le prime conferme arrivano da una ricerca condotta da OnePoll per conto di Citrix Systems, fornitore statunitense di sistemi di business continuity. La ricerca ha coinvolto 5.000 lavoratori intervistati in tutto il mondo, anche in Italia.

La maggior parte dei dipendenti si sta adattando al lavoro da casa e ritiene che diventerà “la nuova normalità” per il modo di lavorare.

Una nuova normalità

Il lavoro a distanza è un concetto completamente nuovo per la maggior parte dei dipendenti. Meno della metà degli oltre 10.000 lavoratori intervistati in sei paesi ha dichiarato di aver lavorato da casa almeno un giorno alla settimana prima dell’epidemia di Coronavirus:

  • 33 % (Stati Uniti)
  • 26 % (Francia)
  • 34,4 % (Australia)
  • 42,6 % (Germania)
  • 22,1 % (Italia)
  • 45 % (Regno Unito)

Ma i tempi cambiano

E ammettono che lavorare a distanza è stato un adattamento. Tra le principali sfide citate dagli intervistati in tutti i paesi:

  • Isolamento dai colleghi
  • Mancanza di interazioni faccia a faccia
  • Difficoltà a separare il lavoro dalla vita personale

Si lavora di più

Tuttavia, la maggior parte dei dipendenti ritiene che dotati degli strumenti giusti, possano rimanere coinvolti e lavorare in modo più o più produttivo da casa come in ufficio. Ecco quanti tra gli intervistati hanno affermato di lavorare un numero di ore pari o superiore a quello precedente l’isolamento forzato:

  • 77 % (Stati Uniti)
  • 60,9 % (Francia)
  • 80,8 % (Australia)
  • 76,2 % (Germania)
  • 70.80 % (Italia)
  • 68,2 % (Regno Unito)

E più della metà in tutti i paesi ha dichiarato che i livelli di produttività sono uguali o superiori:

  • 69 % (Stati Uniti)
  • 62,9 % (Francia)
  • 69,6 % (Australia)
  • 74,20 % (Germania)
  • 78,9 % (Italia)
  • 62,70 % (Regno Unito)

“Il lavoro a distanza implica un modo completamente nuovo di pensare e operare e può essere un adattamento difficile per dipendenti e datori di lavoro”, afferma Donna Kimmel, chief people officer di Citrix. “Ma gli affari devono continuare, anche in tempi di crisi. E come chiarisce la ricerca di OnePoll, le aziende che offrono ai propri dipendenti gli strumenti giusti possono aiutarli a effettuare la transizione, ed emergere più forti quando le condizioni miglioreranno”.

Trending 1 Aprile, 2020 @ 4:12

Economia di guerra: cosa può fare l’Italia per difendere i suoi asset strategici

di Tommaso Carboni

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L’impianto Versalis Eni di Crescentino (Imagoeconomica)

Ormai da settimane le principali testate internazionali (e anche italiane) ci offrono tutto un pullulare di articoli e previsioni (eccone uno) sulle conseguenze a lungo termine dell’epidemia di coronavirus. Oltre alla tragedia sanitaria, alla recessione che si preannuncia devastante, sono in molti a intravedere qualche possibile variazione, magari radicale, nell’equilibrio geopolitico, nelle regole economiche, nei rapporti di forza tra i paesi, insomma in quello che in gergo è chiamato “ordine globale”.

Da un lato c’è la Cina che poco per volta riaccende la sua economia e mette in piedi, tra effettivi aiuti e propaganda, una specie di via della seta sanitaria. Un ruolo che tra l’altro le riesce bene perché è “made in China” gran parte del materiale da cui il mondo dipende per combattere il coronavirus. Tipo le mascherine, i respiratori, i principi attivi che servono per comporre gli antibiotici.

E’ chiaro però che dietro l’angolo potrebbero esserci delle ambizioni ben più crude. Si tratta di sfruttare la crisi per aumentare il proprio ascendente in tutti quei paesi che si trovano in grave difficoltà. E riconosciamolo, non lo farà certo soltanto la Cina, ma qualsiasi altra potenza.

L’Europa, a questo punto, potrebbe essere la preda più succulenta. Ricchissima di tecnologia e conoscenza scientifica, ma politicamente fragile di fronte a uno tsunami economico senza precedenti. Sì, la Bce ha promesso che quest’anno comprerà asset finanziari per mille miliardi di euro, circa il 9% del Pil dell’intera euro zona, un’iniezione enorme, eppure molti si domandano se sarà sufficiente. Quello che è certo è che tutti i paesi europei usciranno dalla crisi con debiti gonfiati e un deficit crescente. Lo Stato torna pesantemente in campo quindi, per puntellare sanità ed economia.

Queste misure, scrive il Financial Times, dovrebbero servire anche per scongiurare la paura, molto reale, che investitori esteri possano comprarsi a saldo società indebolite dalla crisi, ed entrare così nei gangli più strategici dell’economia. Ursula von der Leyen, presidente della Commissione Europea, qualche giorno fa ha detto: “Bisogna usare tutte le opzioni per impedire che le nostre aziende cruciali cadano in mani (o sotto influenze) straniere, questo per non compromettere sicurezza e ordine pubblico”.

E dunque a mali estremi estremi rimedi: la Germania, di solito molto oculata, ha preso a prestito 150 miliardi di euro per un pacchetto di stimoli eccezionale, che tra le tante cose include un fondo da 100 miliardi con cui aiutare aziende strategiche in difficoltà. Qualche imprenditore chiede misure ancora più radicali. Medef, la Confindustria francese, ha suggerito al governo di nazionalizzare le aziende messe in ginocchio dalla crisi. E l’Italia?

Dopo la catastrofe delle dichiarazioni di Lagarde (“non siamo qui per ridurre lo spread”) e le perdite più gravi registrate da Piazza Affari in 70 anni, la Consob ha bloccato per tre mesi le vendite allo scoperto su tutto il listino. Poi Conte, in Parlamento, ha detto che ad aprile ci sarà un nuovo decreto Cura Italia, con più soldi per l’economia (i 30 miliardi di marzo diventeranno forse 60) e “strumenti più sofisticati” per proteggere i nostri comparti strategici da scalate ostili di investitori esteri.

In buona sostanza, pungolato dal Copasir (il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica), il governo vuole rafforzare il cosiddetto “golden power”. Di che cosa si tratta? Andiamo con ordine: questo meccanismo venne istituito durante un’altra crisi, quella dei debiti sovrani del 2012, e di fatto si tratta di un potere speciale d’intervento che lo Stato si riserva nei confronti di tutte le società, pubbliche e private, che operano in settori considerati strategici.

Lo Stato può, in sintesi, bloccare gli acquisti di partecipazioni aziendali (o comunque dettarne condizioni molto stringenti) e porre il veto su certe delibere societarie. Quali sono i settori strategici? All’inizio, difesa, sicurezza nazionale e alcuni ambiti di energia, trasporti e comunicazioni. Nel 2109 si sono aggiunte le reti di telecomunicazione a banda larga, quindi il famoso il 5G. Un altro punto da tenere a mente (e abbastanza discusso in questi giorni): negli anni sono mancati i decreti attuativi per proteggere il settore finanziario, cioè banche e assicurazioni.

Per quanto riguarda il 5G, il dilemma è la Cina. Gli esperti ci dicono che 1) i cinesi in questa tecnologia sono monopolisti e 2) che se ti sfugge il treno del 5G il dio della modernità ti rispedisce a calci all’età della pietra. Insomma, significa perdere molti dei lavori del futuro. Il problema è che appaltare il 5G a Huawei e Zte, di fatto agglomerati di Stato, esporrebbe a grossi rischi per la protezione informatica del Paese e delle sue grandi aziende. Grazie al Copasir ci sono stati aggiornamenti normativi, provvedimenti che hanno cercato di rendere più difficile l’intromissione di altri Stati attraverso servizi informatici e telecomunicazioni.

Ma dalle ultime riunioni del Copasir si percepisce che c’è diffidenza non soltanto verso potenze extra europee. Il suo vice-presidente, Adolfo Urso, ha proposto un emendamento per estendere il golden power anche a paesi europei, cominciando dal settore dell’energia (Eni, Enel, eccetera) che in Borsa ha preso sberle terribili nelle ultime settimane. Come si farà è una grande incognita, perché l’operazione è contraria a tutta la normativa europea. Qui i soggetti non proprio amichevoli potrebbero essere i francesi, con i loro campioni nazionali e la “guerre économique”. Il senatore Urso poi suggerisce di dare il via libera a Cassa depositi e prestiti per l’acquisto di titoli, obbligazioni e capitale sociale di tutte quelle imprese italiane considerate strategiche.

L’altra novità, annunciata da Conte, è l’idea di includere nel golden power finalmente banche e assicurazioni. E anche qui, insomma, si torna a pensare ai francesi, che negli anni hanno piantato parecchie bandierine nei centri finanziari italiani .

Mai come in questo momento il Copasir è stato protagonista dell’attività parlamentare e del dibattito pubblico. Roberto Perotti, professore di economia alla Bocconi, ha scritto qualche giorno fa un commento molto amaro su Repubblica. Si conclude più o meno così: da questa crisi dobbiamo uscire da soli usando bene le nostre risorse. Che purtroppo sono limitate.

Business 1 Aprile, 2020 @ 3:27

Le competenze professionali più richieste nel mondo del lavoro post Covid-19

di Forbes.it

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Andrea Malacrida, country manager di The Adecco Group Italia

di Andrea Malacrida, country manager The Adecco Group Italia

L’emergenza sanitaria che stiamo vivendo sta mettendo a dura prova il mondo intero, a partire dall’equilibrio e le certezze delle persone, delle famiglie, delle imprese. Il nostro Paese, in particolare, sta vivendo una situazione drammatica. Un momento in cui è richiesto un approccio di forte responsabilità e senso civico da parte di tutti: dai rappresentati dello Stato alle singole imprese, dalle famiglie fino ad arrivare ai ragazzi più giovani.

A livello sociale, siamo alle prese con un esperimento che non ha precedenti. Lo stare in casa sta accelerando ulteriormente l’affermazione della tecnologia come abilitatore dei rapporti con l’esterno, tanto a livello lavorativo quanto affettivo. Anche i meno rodati nell’utilizzo dei sistemi digitali stanno imparando a comunicare con parenti, amici e colleghi attraverso i vari sistemi di chat e video conferenza che abbiamo a disposizione oggi. Questo periodo di isolamento cambierà per sempre le abitudini di comunicazione degli italiani.

A livello economico ci troveremo di fronte ad una situazione ancor più difficile, tutti i mercati ne usciranno completamente mutati. Non sarà solo il nostro Paese a risentire degli effetti del Coronavirus, ma rischia di subire un forte rallentamento tutta l’economia mondiale. Il Covid-19 ad esempio sta avendo un forte impatto su un settore che noi di The Adecco Group conosciamo molto da vicino: il mercato del lavoro. Ma la situazione è differente a seconda dei comparti produttivi che ancora possono rimanere operativi. Come è facile immaginare, sono in continuo aumento le richieste per le professioni in ambito sanitario. Particolarmente rilevante la richiesta di infermieri: chiuderemo il mese di marzo con un centinaio di posizioni, di cui la metà per la terapia intensiva. Cresce la richiesta di operai in ambito chimico e farmaceutico per la produzione di disinfettanti e mascherine (+ 40% rispetto a prima dell’emergenza). Crescono anche altri settori, come ad esempio quelli legati ai beni di prima necessità: sale la domanda per le aziende del mondo della Grande Distribuzione Organizzata, dai magazzinieri per preparare la spesa on line agli addetti al trasporto (+60%), della logistica e delle attività legate all’e-commerce (+40%). In aumento infine la richiesta per addetti alle pulizie e interventi di sanificazione (+40%).

Per questo motivo a livello aziendale stiamo lavorando attivamente per affrontare la situazione con azioni volte da un lato a minimizzare il rischio per la salute di tutti i colleghi, che personalmente considero la cosa più importante, dall’altro ad assicurare la continuità del business dei nostri partner. In un momento così complicato, vogliamo essere ancora più vicini a partner e lavoratori, nelle diverse modalità scelte per tutelare la salute pubblica e continuare a fornire i servizi essenziali, sostenendo la tenuta del Paese e dimostrando senso civico e di responsabilità sociale. Siamo, ad esempio, anche in prima linea e al fianco di alcune delle aziende che stanno riconvertendo la produzione per dare il proprio contributo alla gestione dell’emergenza producendo dispositivi sanitari, ma non dimentichiamo neppure medici e infermieri, farmacisti, addetti alla produzione, magazzinieri, trasportatori, operatori della GDO. Tutto il personale del Gruppo e di tutte le società ad esso collegate, inclusi i team che operano nel network di oltre 300 uffici distribuiti su tutto il territorio, è nelle condizioni di lavorare in modalità “agile” ed è attrezzato per farlo, avendone sperimentato il modello nel corso degli ultimi 2 anni.

Prendiamo ad esempio una delle nostre attività core, la selezione dei candidati, che in questo momento dev’essere svolta a distanza. Grazie a protocolli consolidati, tutte le nostre interviste con i candidati sono gestite, condivise e commentate attraverso un sistema innovativo di video-interview ed assessment che ci consente di superare la necessità della presenza del candidato in uno spazio fisico. Possiamo inoltre somministrare test e assessment online da remoto.

Come anticipavo, la capacità di svolgere queste attività con successo, avvalendoci del prezioso aiuto della tecnologia, è frutto di anni di sperimentazioni e di importanti investimenti. Basti pensare che già tra il 2015 e il 2018 sono stati svolti circa 40.000 colloqui online (in media 10.000 all’anno) e solo nel 2019 ne abbiamo condotti 65.000. Ecco quindi che elementi che ieri venivano considerati un lusso oggi diventano una necessità. E questo vale per diversi livelli operativi, tra cui anche la gestione delle persone: valutare un candidato ad esempio non soltanto sulla base delle sue competenze hard ma anche delle sue soft skills o della capacità di operare in autonomia e senza un controllo diretto si rivela oggi fondamentale per qualsiasi azienda.

Importante dunque fare affidamento sulla tecnologia, grande alleato in un momento come questo, e sulla capacità di ognuno di essere di supporto per l’altro, anche lavorando da casa. D’altronde, nessuno di noi è in grado di dire con certezza quando tutto questo finirà, ma se la Cina è stata in grado di tornare in tre mesi alla quasi normalità, sono certo che anche noi ce la faremo. L’Italia sta dando un segnale di grande forza di volontà e coesione non solo a se stessa ma anche all’estero. Stiamo mostrando al mondo le nostre qualità più importanti: la resilienza, il saper fare squadra e la capacità di dare tutto l’uno per l’altro.

Non penso che sarà semplice, ma se continueremo ad ascoltare le direttive e i consigli che arrivano dagli esperti, sono convinto che potremo mettere presto la parola fine ad uno dei capitoli più complicati della nostra storia contemporanea.

Trending 1 Aprile, 2020 @ 2:15

Coronavirus, qual è la prima cosa che faranno gli italiani finita la quarantena

di Forbes.it

Staff

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Via Vittor Pisani, una strada centrale di Milano, deserta nei giorni del Coronavirus (Shutterstock)

Qual è la prima cosa che farai quando sarà finita la quarantena? E’ questa la domanda del sondaggio realizzato da BEM Research attraverso la piattaforma Google Consumer Survey

Il 45% degli italiani ha risposto: “Aspetterò diversi giorni prima di fare qualcosa“.

Seguono poi:

  • 20,5% farò una festa;
  • 19,3% andrò al ristorante;
  • 12,4% viaggerò in Italia;
  • 3% viaggerò all’estero.

Guardando alla ripartizione territoriale troviamo alcune leggere differenze; il Centro Sud appare essere quello più scrupoloso.

Elaborazione BEM Research su dati Google Consumer Survey

Guardando invece alla ripartizione per genere, sono gli uomini ad essere più cauti.

Quel che appare ancora più evidente dalle risposte degli italiani – afferma Mariachiara Marsella – co-founder BEM Research e Web Marketing Manager – “è che alla fine della quarantena non corrisponderà automaticamente la fine del non-lavoro e questo significa che per le piccole e medie imprese italiane dovrà necessariamente essere fatto di più, molto di più“.

Trending 1 Aprile, 2020 @ 10:39

Anche Lamborghini si riconverte: via alla produzione di mascherine e visiere protettive

di Massimiliano Carrà

Staff

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Lamborghini produrrà mascherine e visiere per combattere il coronavirus
Stefano Domenicali, presidente e amministratore delegato di Lamborghini. (Courtesy Lamborghini)

Anche Lamborghini scende in campo contro il coronavirus. Come ufficializzato in una nota, la famosa azienda automobilistica italiana ha deciso di “riconvertire alcuni reparti del suo stabilimento produttivo di Sant’Agata Bolognese”.

L’obiettivo, come afferma la stessa Automobili Lamborghini, è quello di produrre “mascherine chirurgiche e visiere protettive mediche in favore del Policlinico S. Orsola-Malpighi di Bologna, impegnato nella lotta alla pandemia di Covid-19”.

In questo modo, Lamborghini è l’ultima azienda italiana (anche se facente parte del gruppo Volkswagen), in ordine cronologico,  ad aver deciso di riconvertire la sua tradizionale produzione a favore di dispositivi medici utili per la lotta contro il coronavirus. Nel mondo dell’automotive, la collaborazione Ferrari-Fca-Siare ne è un esempio. 

Lamborghini: quante mascherine e visiere saranno prodotte

Entrando nel dettaglio di come sarà organizzata questa nuova produzione, l’azienda afferma che “il Dipartimento di Scienze Mediche e Chirurgiche si occuperà dei test di validazione dei dispositivi sanitari realizzati da Lamborghini, prima della consegna in struttura”.

Presso la selleria (il reparto dedicato alla realizzazione degli interni e delle personalizzazioni delle Lamborghini) – sottolinea l’azienda – “verranno realizzate 1.000 mascherine al giorno. Contemporaneamente, all’interno dello stabilimento di produzione compositi e presso il reparto di Ricerca e Sviluppo verranno realizzate ogni giorno 200 visiere protettive mediche in policarbonato con l’uso di stampanti 3D.

“In un momento di emergenza come questo, ci sentiamo di dover dare un contributo concreto”. Così Stefano Domenicali, chairman e ceo di Automobili Lamborghini, commenta la decisione da parte di Lamborghini di fornire il proprio aiuto in questa lotta contro il Covid-19.

La decisione di supportata l’Ospedale S.Orsola-Malpighi, rivela Domenicali, è dettata dal fatto “che è un’istituzione con cui da anni abbiamo un rapporto di collaborazione, sia per quanto riguarda la consulenza per la promozione dei programmi di tutela della salute delle nostre persone, tramite professionisti del Policlinico, sia su progetti di ricerca. Infine – conclude il ceo di Lamborghini – è con l’unione e il sostegno di chi è tutti i giorni in prima linea nella lotta a questa pandemia, che vinceremo insieme questa battaglia.”

Strategia 1 Aprile, 2020 @ 10:28

Ribaltare la prospettiva del Coronavirus: 3 cose che i brand possono fare subito

di Alessandro Donetti

Contributor

La trasformazione consumer-centrica, spiegata.Leggi di più dell'autore
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(Shutterstock)

Immaginate di abitare nel centro di una grande città. Uscite dal vostro palazzo e vi dirigete verso la vostra auto, parcheggiata nelle vicinanze. Lungo il tragitto, seduto a terra, vedete un mendicante che chiede l’elemosina. Un flusso continuo di persone gli passa vicino, senza nemmeno guardarlo. Tra i tanti, il vostro sguardo si sofferma su uno di essi, un uomo elegante, di mezza età, in gessato grigio. Il mendicante vedendolo arrivare gli tende la mano, ma il “bel tipo” mostra totale indifferenza. E voi pensate, “Caspita, ma come si fa, quel tipo non ha sicuramente problemi di soldi, è veramente un egoista”.

L’ipotesi che avete fatto, cioè che l’uomo elegante sia egoista e indifferente al mendicante è un esempio del cosiddetto “attribution bias” o “errore di attribuzione”. Cioè la tendenza a sovrastimare l’importanza delle caratteristiche personali e sottostimare quella del contesto nel determinare il comportamento delle persone. Avete cioè attribuito le sue azioni alle sue caratteristiche personali, piuttosto che a fattori legati alla fretta o al suo umore in quel momento.

 

Il primo esperimento

Nel 1973 due ricercatori dell’Università di Princeton, John Darley e Daniel Batson, pubblicarono un articolo intitolato “Da Gerusalemme a Gerico” che è considerato il primo riferimento sul tema dell’attribution bias. L’articolo riportava i risultati di un esperimento che dimostrava come i fattori di contesto hanno un’influenza assai significativa, spesso sottovalutata, sul comportamento delle persone.

I ricercatori avevano chiesto a 40 seminaristi di compilare un questionario sulla loro motivazione al sacerdozio. Le risposte evidenziavano se i seminaristi fossero motivati ​​dal desiderio di aiutare gli altri oppure dal desiderio di garantire la propria salvezza ultraterrena. Una volta completati i questionari, i ricercatori dissero ai seminaristi di registrare un discorso di cinque minuti che avrebbero poi dovuto consegnare ad un assistente. Poiché la stanza nella quale si trovavano non aveva spazio sufficiente, furono invitati a recarsi presso un altro edificio, dove avrebbero trovato l’assistente. Poco prima di avviarsi furono informati di quanto tempo avevano a disposizione prima della registrazione. A un terzo dei seminaristi fu detto: “Attento, sei in ritardo. Ti stanno già aspettando da qualche minuto. Sarebbe bene che tu ti muova”. Questa era la condizione di fretta. Ad un altro terzo dei seminaristi fu detto invece, “L’assistente è pronto, dovresti avviarti subito”. Questa era la condizione della fretta controllata. All’ultimo terzo del gruppo, fu detto “Passeranno pochi minuti prima che l’assistente sia pronto, nel frattempo potresti andare avanti”. Questa era la condizione di poca fretta. Mentre i partecipanti marciavano verso la loro destinazione, una donna fingeva di essere in difficoltà. Era accasciata, con la testa bassa e gli occhi chiusi, gemeva e tossiva. Questo era il punto cruciale dell’esperimento, per rispondere alla domanda: “Quali seminaristi si sarebbero fermati per aiutare la donna?”.

 

La potenza del contesto: la situazione determina il comportamento dei consumatori, non le loro caratteristiche personali

Complessivamente, il 40% dei seminaristi si fermò. Il fattore determinante fu chiaramente la pressione esercitata dal tempo. Nelle condizioni di fretta solo il 10% si fermò, rispetto al 45% in condizioni intermedie e al 63% in condizioni di poca fretta. Al contrario, la metrica della personalità mostrò di avere un impatto trascurabile. Non importava in alcun modo il motivo per cui qualcuno avesse scelto di diventare sacerdote. La situazione, non la persona, determina quindi il comportamento.

Da allora, numerosi altri studi hanno dimostrato quanto il contesto in cui si trova un consumatore influenza in maniera determinante il suo comportamento di acquisto, rendendo spesso ininfluente la sua “personalità”, o come direbbero molti marketers, la sua “personas” di appartenza.

E che dire di questi giorni? Il contesto è il coronavirus e il conseguente “tutti a casa”, che – come tutti stiamo sperimentando – influenza in maniera decisiva i nostri comportamenti, compreso quelli di acquisto.

 

E quindi? Cosa devono fare i brand ai tempi del coronavirus e del “tutti a casa”?

Il tempo che i consumatori dedicano ai contenuti digitali in queste settimane è aumentato di oltre il 50%. Per dare qualche indicazione più precisa, nel 2019 in Italia il tempo medio speso sui Social Media è stato di circa 1 ora e 50 minuti. Il tempo speso complessivamente in Rete è stato invece di poco superiore alle 6 ore. E tra minaccia del contagio da Coronavirus e bombardamento continuo sulla potenziale futura instabilità economica, le persone sono alla ricerca di modi che consentano loro di soddisfare alcuni – e solo alcuni – desideri emozionali.

Ricordate che, come ho scritto nel mio ultimo articolo, i consumatori acquistano o si sentono legati ad un brand non perché un’emozione è stata suscitata da quel brand, ma perché un brand è percepito come in grado di soddisfare il desiderio di vivere una certa emozione, desiderio che io chiamo “motivatore emozionale”. E quali sono i desideri emozionali che oggi sono fortementi motivanti per i consumatori? Una ricerca da me condotta nelle ultime settimane per un noto brand del settore del lusso ha evidenziato i seguenti: il desiderio di interagire in modo sincero, il sentirsi parte di una comunità, il desiderio di intrattenersi e di distrarsi.

Se da una parte i brand stanno sperimentando un aumento considerevole delle visualizzazioni e del numero di follower dei loro contenuti digitali, affinchè ciò possa trasformarsi in un beneficio è opportuno che non commettano errori di attribuzione. I brand non devono cioè cercare di coinvolgere i consumatori attraverso contenuti personalizzati o – peggio – basati solo su azioni di prezzo. Essi devono invece pensare ai motivatori emozionali dei consumatori che si trovano chiusi all’interno delle proprie abitazioni.

Ecco allora alcuni miei pensieri – alcuni molto pratici, legati al Digital Marketing – e altri più di lungo respiro.

 

Create contenuti che fanno leva sui desideri emozionali generati dal lockdown

I contenuti caricati ad esempio su Instagram devono aiutare il brand a connettersi facendo leva sui motivatori emozionali delle persone chiuse in casa. Ciò può essere ottenuto attraverso contenuti di lunga durata – su IGTV – contenuti nostalgici, basati su sentimenti che parlano di momenti del passato. È utile anche utilizzare formati che coinvolgono attivamente il pubblico e stimolano interazioni immediate, come ad esempio le Instagram Stories e – all’interno di esse – gli Instagram Stickers. Attraverso gli Stickers si possono chiedere feedback, testare idee di prodotto e rendersi disponibili per sessioni di domanda e risposta. In questo modo, non solo è possibile ottenere maggiori informazioni sul pubblico del brand, ma si possono usare le Storie anche come banco di prova per nuovi prodotti e idee di marketing.

Condividete i contenuti generati dagli utenti e incoraggiate la loro creazione

Il contenuto generato dagli utenti può essere una risorsa potente da aggiungere all’insieme dei contenuti del brand per promuovere il senso di comunità che, come abbiamo visto, è qualcosa di fortemente desiderato dalle persone durante il distanziamento sociale.

E se avete fretta – come certamente in questo momento – una strategia può essere quella di chiedere agli utenti l’autorizzazione a ricondividere le loro Storie, in particolare quelle in cui il brand è stato taggato. Recentemente, per un noto brand del settore fashion, ho potuto misurare un aumento del numero di utenti che hanno taggato il brand all’interno delle loro Storie di oltre 10 volte.

 

Sperimentate nuovi formati

Cogliete poi l’opportunità di accendere la conversazione con gli utenti utilizzando nuovi formati. Ad esempio, la creazione di un momento memorabile con una TikTok Challenge – cioè una sfida TikTok – incoraggia le persone a diventare creative, le distrae rispetto alle preoccupazioni del momento.

 

E non dimenticate che sta arrivando la Pasqua e saremo ancora tutti chiusi in casa

Che sia Natale, Carnevale o Pasqua, le persone amano le feste, in particolare quando si tratta di creare delle Storie. Durante i periodi di Festività il numero di Instagram Stories aumenta di oltre 3 volte. Si può pensare di aggiungere alle Storie un “tocco di Pasqua” senza troppi sforzi. Nulla impedisce di suggerire ad esempio una possibile idea per un regalo, facendolo volare come una colomba tra i vari articoli del catalogo, oppure con una GIF lampeggiante “15% di sconto, solo a Pasqua”.

 

Ma soprattutto, cari brand, “Fate del bene, aiutate ORA chi ha bisogno”!

Dire che il lockdown possa rappresentare una grande opportunità di crescita per un brand – quando le vendite per molti di loro si sono quasi azzerate – può sembrare ridicolo. In realtà, diverse ricerche hanno evidenziato che i consumatori sono fortemente disponibili a “spostare il portafoglio” verso quei brand che essi ritengono attivi, a favore di qualcosa. Alcune ricerche hanno infatti evidenziato che i brand “purpose driven” hanno sovra-performato il mercato azionario di oltre il 200% in un periodo di 10 anni e lo share of wallet è arrivato a crescere di oltre nove volte.

In una mia recentissima ricerca svolta per un noto brand del settore del lusso, ho misurato l’effetto dell’attivismo sociale sul comportamento di acquisto dei consumatori italiani, di altri paesi europei, nordamericani e cinesi. In particolare ho misurato se i consumatori modificano le proprie preferenze di acquisto quando percepiscono una incoerenza tra i propri valori e quelli del brand di cui acquistano i prodotti o i servizi.

Innanzitutto, circa il 40% dei consumatori italiani dichiara di avere smesso di acquistare una marca di cui percepisce valori incoerenti con i propri valori personali. Tale percentuale supera abbondantemente il 50% nei paesi del Nord America e va oltre il 60% in Nord Europa e Cina. Se il dato viene poi suddiviso per classi di età, per la Generazione Z la percentuale di questi giovani consumatori che dichiara di avere smesso di acquistare una marca di cui percepisce valori incoerenti con i propri valori personali, supera abbondantemente l’80%.

E quale potrebbe essere il “purpose” condiviso dai consumatori ai tempi del Coronavirus se non il “fare del bene, aiutare ora chi ha bisogno”?

Le aziende e i brand che già hanno risposto positivamente a questa domanda sono veramente tante. Mi piace pensare che lo abbiano fatto per dovere morale, da esercitare subito, nel corso della pandemia.

Tuttavia sono molti, molti di più i brand e le aziende che finora non hanno dato alcuna risposta. A questi vorrei ora rivolgermi. Forse si trovano in difficoltà, ma questo vale per tutti. Allora, a parte il dovere morale, “fare del bene, aiutare ORA chi ha bisogno” potrebbe essere molto importante anche per il dopo, per le future ambizioni di crescita del brand, quando tutto sarà finito.

E questi sono i 2 motivi principali:

Aiuterebbe a costruire la customer base futura

La Generazione Z è una generazione che non ricorda un tempo prima di Internet e tende ad avere valori etici molto forti, che – come detto sopra -influenzano in modo assai rilevante la sua fedeltà al brand.

Quando tutto sarà finito nessuno ricorderà i brand che non hanno fatto nulla ai tempi del Coronavirus. I brand che ne usciranno in una posizione molto più forte sono quelli che stanno agendo ora, per mettere in atto una strategia che risponde alla domanda: “Come possiamo rendere il mondo un posto migliore, ora, senza attendere un giorno di più?”.

Aiutare ora chi ne ha bisogno sarebbe ricordato per i decenni a venire da parte dei GenZ. Farebbe conquistare la loro fiducia e aiuterebbe ad alimentare la crescita futura.

Aiuterebbe a conquistare il cuore dei giovani talenti

Purtroppo, ci saranno molte aziende di molti settori che potrebbero non sopravvivere o uscire molto indebolite dal Coronavirus. Molti giovani talenti saranno quindi probabilmente alla ricerca di nuove sfide professionali.

Inoltre, il lockdown è un periodo che dà alle persone la possibilità di riflettere, fermarsi a pensare al proprio futuro, sia personale che professionale.

Quei brand che si posizioneranno nel cuore dei giovani talenti come brand che “hanno fatto del bene, hanno aiutato chi aveva bisogno ai tempi del coronavirus”, potranno uscire vincenti nella guerra più importante che si troveranno davanti terminata l’emergenza, cioè la guerra per attrarre i migliori talenti.

Mi rivolgo allora ai ceo di tutte quelle aziende e di quei brand che ancora non hanno agito per “fare del bene, aiutare ora chi ha bisogno”: agite ora, prima che l’emergenza sia finita, altrimenti perderete una grande, enorme opportunità.

Trending 31 Marzo, 2020 @ 3:48

La fondazione di George Soros dona 1 milione di euro a Milano

di Forbes.it

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ritratto di george soros
George Soros (Foto: Win McNamee/Getty Images)

In arrivo 1 milione di euro per la popolazione di Milano, fortemente provata dalla crisi scatenata dal coronavirus. Il mittente di tale cospicua donazione è la Open Society Foundations creata dal miliardario George Soros. A rivelarlo è direttamente il figlio Alexander in una lettera aperta pubblicata sulla piattaforma media Project Syndicate.

“… l’organizzazione fondata da mio padre, la Open Society Foundations, viene in aiuto dell’Italia in questo momento decisivo – scrive Alex – e impegna un milione di euro per la città di Milano, a sostegno del difficile lavoro di sostegno dei suoi abitanti più deboli e per aiutare a rilanciare l’economia, la salute e lo spirito positivo degli abitanti nei prossimi mesi”.

L’Europa è una famiglia divisa”, la critica di Soros all’Unione Europea

Ma perché Soros vuole offrire il suo aiuto proprio a Milano? La risposta la troviamo sempre tra le parole di Alexander Soros:

Milano, il cuore della regione, è qualcosa di più della colonna portante dell’economia italiana. La città, fino a tempi recenti pulsante di vita, è legata inestricabilmente al progetto europeo ed è un motore decisivo dell’intera economia europea”.  

Comunità Europea alla quale il figlio del miliardario non lesina critiche per il comportamento adottato in un particolarissimo periodo storico in cui la solidarietà dovrebbe essere il motore di ogni scelta. Per lui l’Europa non è stata in grado di agire prontamente, e molti Paesi si sono chiusi all’interno dei propri confini “dando l’impressione di preoccuparsi più che altro della propria convenienza economica”.

Soros dona anche per la sua terra d’origine

Ma il magnate non poteva dimenticare le proprie origini e, come riporta Forbes.com, ha confermato una donazione da 1 milione di euro anche per sostenere Budapest, la sua città natale. E il sindaco della città Karácsony Gergely lo ringrazia pubblicamente via Facebook  invitando tutti a vedere questo dono semplicemente come un bel gesto: “George Soros dona un milione di euro a Budapest per proteggersi dal coronavirus. Grazie!”.

Tutto questo avviene anche in una situazione delicatissima per la terra di Ungheria passata sotto i pieni poteri del Primo Ministro Viktor Orban. Un evento che la stessa Open Society Foundations critica fortemente in una nota ufficiale: “La pandemia COVID-19 è una sfida eccezionale per i governi di tutto il mondo che richiederanno misure rigorose da ogni governo al fine di salvaguardare la salute e la sicurezza pubblica. Questo disegno di legge, tuttavia, è una palese presa di potere da parte di un aspirante dittatore che deruba i cittadini ungheresi dai loro diritti democratici”.