Olanda e non solo, quante risorse drenano i paradisi fiscali europei

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Gli olandesi in questi giorni hanno fatto arrabbiare un po’ tutti. C’è la normale preoccupazione per un Eurogruppo che ha messo in campo risorse ancora non adeguate alla crisi (non solo per colpa dell’Olanda, sia chiaro) e poi c’è un certa rabbia, magari anche giustificata, perché gli olandesi non saranno certo “i più imbecilli d’Europa”, come ha detto qualcuno (sbagliando), ma è vero che dovrebbero essere almeno un po’ più solidali. Dovrebbero esserlo, visto che sono un paradiso fiscale (per i redditi societari),  in Europa non l’unico purtroppo: il maggiore è l’Irlanda, poi Svizzera, Lussemburgo, Belgio, Malta. Quello dell’elusione fiscale è un problema enorme, che riguarda il mondo intero, ed è però particolarmente sgradevole in Europa, dove questa specie di ruberia avviene tra paesi vicini e in teoria stretti alleati.

Un po’ di numeri per chiarire di cosa si tratta. Partiamo dall’Olanda: un’indagine della rete di esperti fiscali Tax Justice Network, che utilizza dati pubblicati quest’anno negli Stati Uniti relativi ai profitti delle società americane in Europa, dimostra che queste società nel 2017 hanno spostato 44 miliardi di dollari di utili nel paradiso fiscale olandese, dove le aliquote delle tasse societarie sono inferiori al 5 per cento. Ci guadagna l’Olanda e ci guadagna la Corporate America (che risparmia tantissimo sulle imposte), chi ci perde invece sono i grandi Paesi europei, quelli coi mercati più voluminosi per numero di abitanti, perché è lì che le multinazionali realizzano gran parte delle vendite.

I conti della Tax Justice Network dicono che la Francia, per colpa di questo dirottamento di utili, ha raccolto 2,7 miliardi di dollari in meno di tasse, Italia e Germania invece ne hanno perse più di un miliardo e mezzo, mentre la Spagna quasi un miliardo. Fa rabbia. Un miliardo e mezzo di dollari è giusto quello che serve per finanziare due anni di attività del San Raffaele di Milano, uno degli ospedali più grandi d’Italia. L’Olanda però è solo una piccola frazione di un’emorragia gigantesca. Ogni anno, secondo una ricerca dell’economista Gabriel Zucman, professore all’Università di Berkeley, le multinazionali spostano nei paradisi fiscali il 40% dei loro profitti, e fanno incassare ai governi circa 500-600 miliardi di dollari di tasse in meno, ci dice il Fondo Monetario Internazionale, a cui si aggiungono perdite di circa 200 miliardi di imposte sui redditi individuali.

Dall’Italia fuggono (e in gran parte sono diretti verso Paesi europei a bassa tassazione) un po’ più di 17 miliardi di euro di profitti aziendali. Vuol dire per lo Stato italiano raccogliere ogni anno sei miliardi di euro in meno di tasse. Altri Paesi ci rimettono di più: l’Inghilterra quasi 11 miliardi, la Germania 14 e la Francia nove e mezzo. Secondo una ricerca del parlamento europeo, le nazioni dell’UE perdono collettivamente tra i 50 e i 70 miliardi di euro attraverso l’evasione fiscale delle società.

La cosa impressionante, secondo lo studio di Zucman, è che nei paradisi fiscali europei finirebbe quasi la metà di tutti gli utili delle multinazionali realizzati nel mondo. Un drenaggio di risorse che lascia sbigottiti, soprattutto oggi che in Europa si tratta furiosamente per mettere insieme un pacchetto di stimoli credibile contro la crisi causata dall’epidemia di coronavirus. Del problema se ne parlerà molto nei prossimi giorni, ma in realtà sono anni che le istituzioni europee provano a combatterlo. Finora senza molto successo, bisogna dire.

Anche perché i maggiori evasori sono le grandi corporation della tecnologia i cui asset sono perlopiù immateriali e quindi facili da spostare. Una società che ha sede in California – capirete tutti di chi stiamo parlando – apre una filiale a Dublino per vendere annunci pubblicitari online in tutta Europa. Le tasse le paga in Irlanda, ma gran parte delle vendite le fa in altri paesi europei, che però raccolgono briciole. “Dobbiamo comunque affrontare il problema dell’evasione fiscale”, ha detto all’inizio di quest’anno il ministro dell’economia francese, Bruno Le Maire, dopo che la Francia ha sospeso la sua “digital tax” per paura di eccessive ritorsioni da parte di Donald Trump. “Dobbiamo affrontare il fatto che le più grandi aziende del mondo realizzano enormi profitti in Europa e in tutto il mondo senza pagare il giusto livello di tassazione perché non hanno alcuna presenza fisica”.

Ed è proprio questo il punto. La totale inadeguatezza delle regole internazionali sulla tassazione societaria, che risalgono agli anni Venti del secolo scorso e legano i profitti alla presenza fisica di una società su un determinato territorio. È veramente un relitto del passato, che non può regolare un mondo di colossi digitali tanto potenti quanto impalpabili. L’Ocse, l’organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, sta provando a cambiare le regole. Il piano è imporre una tassa minima globale, e poi far pagare le multinazionali dove realizzano le vendite, anziché dove registrano le filiali.

Questo farebbe crescere le entrate fiscali, almeno nei paesi dell’Ocse, di cento miliardi di dollari l’anno. L’ideale, dopo trattative durate anni, è raggiungere un accordo a giugno, e poi avere l’endorsement del G20 per la fine dell’anno. Chissà, forse il trauma della pandemia potrebbe addirittura facilitare l’intesa. Di sicuro ha fatto capire a molti quanto sia importante avere un robusto settore pubblico.

Raggiungere qualche forma di armonizzazione in Europa, per ora, sembra molto difficile. Serve l’unanimità. Anche solo un Paese può bloccare qualsiasi forma di accordo. L’anno scorso è stata respinta una proposta comunitaria che avrebbe costretto le multinazionali a dichiarare quanti profitti realizzano e quante tasse pagano in ciascuno dei 28 Stati membri. Tutti gli Stati con regimi fiscali agevolati hanno votato contro. Quanto all’Italia, meglio ricordarselo, le tasse evase c’entrano poco con le multinazionali. L’economia sommersa è un problema largamente domestico. Secondo gli ultimi dati dell’Istat vale 211 miliardi di euro. Il 12 per cento del Pil nazionale.