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Business 19 Febbraio, 2020 @ 11:09

Gli Stati Uniti superano la Svizzera nella classifica dei paradisi fiscali

di Massimiliano Carrà

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paradisi fiscali (isole Cayman)
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Le Isole Cayman si confermano per l’ennesima volta il paradiso fiscale maggiormente in grado di attrarre capitali di origine lecita, ma anche illecita. A renderlo noto è il Financial Secrecy Index 2020 (indice di segretezza finanziaria), elaborato – come ogni anno – dalla Tax Justice Network, un’organizzazione composta da ricercatori e attivisti che analizzano gli effetti nocivi di evasione fiscale, elusione fiscale e competizione fiscale.

Giunto alla sesta edizione, il Financial Secrecy Index 2020 ha dato vita a una classifica che stabilisce appunto quali sono i Paesi, che sulla base di varie caratteristiche (soprattutto finanziarie e legali), possono essere considerati dei paradisi fiscali.  Tra l’altro è importante evidenziare che il 18 febbraio le Isole Cayman sono state inserite nella black list dei paradisi fiscali dell’Unione europea insieme a Panama, alle Seychelles e a Palau. Senza dimenticare che nella lista nera c’erano già le Fiji, Oman, Samoa, Trinidad e Tobago, Vanuatu e i tre territori Usa delle American Samoa, Guam e Isole Vergini.

Paradisi fiscali: Usa al secondo posto, ma la segretezza diminuisce

E se da una parte, il primato delle Isole Cayman non stupisce, dall’altra la sorpresa più grande riguarda proprio la sua inseguitrice, che per la prime volta non è più la Svizzera. Dopo aver resistito agli attacchi, questa volta il Paese elvetico ha dovuto cedere la sua seconda posizione ed è stato sorpassato dagli Usa.

Come evidenzia la Tax Justice Network, c’è però un aspetto positivo da segnalare in questa nuova classifica svelata dal Financial Secrecy Index 2020: l’indice di segretezza del mondo si sta riducendo sempre di più. Dal 2018 ad oggi, quindi nel giro di due anni, l’indice di segretezza finanziaria è calato del 7%. Questo significa che lo scambio automatico di informazioni e la realizzazione in alcuni Paesi di registri dei beneficiari finali che consentono di identificare chi sono i titolari effettivi di una società stanno fornendo il loro contributo alla causa. 

Alex Cobham, amministratore delegato di Tax Justice Network, ha infatti evidenziato che il “mondo ha iniziato a vincere la lotta contro il segreto finanziario”. Tuttavia – tuona Cobham – “è deplorevole tuttavia, che di fronte a questi progressi, un asse di segretezza anglo-americana abbia attivamente scelto di raddoppiare le pratiche che aggravano la corruzione, l’abuso fiscale e le disuguaglianze globali”.

Il Regno Unito punta alla top 10 dei paradisi fiscali

Come sottolineato dallo stesso Alex Cobham, oltre agli Usa, uno dei risultati più negativi in tema di segretezza finanziaria arriva dal Regno Unito. Esso infatti ha aumentato il suo indice di segretezza finanziaria del 26%, più delle Isole Cayman che si sono fermate al 24,3%. Hanno fatto meglio del Paese anglosassone, in termini di “crescita” solamente la Lituania e la Macedonia. La prima ha fatto registrare un aumento del 56% dell’indice, mentre la seconda del 37,9%. Quinti gli Usa con il 14,5%.

Questo aumento dell’indice di segretezza finanziaria ha permesso ovviamente al Regno Unito di avvicinarsi sempre di più alla top 10 dei paradisi fiscali. Dal 2018, e quindi in soli due anni, il Paese è balzato dal 23° posto in classifica al 12°.  Secondo John Christensen, direttore e fondatore di Tax Justice Network, “l’aumento del Financial Secrecy Index nel Regno Unito solleva serie preoccupazioni sulla strategia post Brexit per trasformare la City di Londra in una “Singapore sul Tamigi”.

Come funziona l’indice di segretezza e dove si colloca l’Italia 

Come specifica la Tax Justice Network, l’indice della segretezza finanziaria che permette di capire quali sono i paradisi fiscali più importanti al mondo, classifica ogni Paese in base alla connessione tra due sistemi: quello finanziario e legale. Ciò significa che l’indice misura l’intensità con cui il sistema legale e finanziario del Paese in questione consente a individui benestanti e a criminali di nascondere e riciclare denaro proveniente da tutto il mondo. Di conseguenza, l’indice classifica il sistema giuridico e finanziario con un punteggio di segretezza che va da 0 a 100, dove lo zero rappresenta la piena trasparenza e il 100 la massima segretezza.

Successivamente, il punteggio della segretezza del Paese viene poi combinato con il volume delle attività finanziarie realizzate all’interno dello stesso paese dai non residenti per calcolare quanta segretezza finanziaria viene fornita al mondo da quella singola giurisdizione. Sulla base di ciò e dopo aver analizzato quali sono i tre paradisi fiscali mondiali, è giusto anche sottolineare che l’Italia si colloca nella prima parte della classifica (che analizza 133 Paesi) e precisamente al 41° posto. Il Paese invece che ha ottenuto il miglior punteggio in assoluto e che quindi può essere considerato più trasparente sono le Isole Cook. 

I 10 paradisi fiscali

  1. Isole Cayman
  2. Usa
  3. Svizzera
  4. Hong Kong
  5. Singapore
  6. Lussemburgo
  7. Giappone
  8. Paesi Bassi
  9. Isole Vergini Britanniche
  10. Emirati Arabi Uniti
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Cosa cambia (e cosa no) con la Svizzera fuori dalla lista dei paradisi fiscali

di Paolo Mossetti

Contributor, scrivo di cultura economica.Leggi di più dell'autore
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la fontana nel lago di Ginevra
La città di Ginevra vista dal Lago Lemano con il suo caratteristico getto d’acqua (Shutterstock)

L’Unione Europea ha ridotto la black list dei paradisi fiscali, vale a dire quegli stati ufficialmente definiti “non cooperativi” che consentono a privati e società di nascondere i loro guadagni al fisco europeo. Una prima lista nera era stata compilata nel 2017 e ne facevano parte 17 paesi (poi aggiornata nel marzo 2018 a 15 paesi). Insieme a questa stata pubblicata anche una “lista grigia” di 47 paesi sotto osservazione. In seguito alcuni paesi erano stati spostati nella grey list perché avevano assunto degli impegni con l’Unione Europea per modificare il proprio regime fiscale.

Giovedì da questa lista sono stati rimossi la Svizzera e gli Emirati Arabi Uniti, poiché i due grandi hub finanziari mondiali avrebbero implementato le riforme necessarie per conformarsi alle regole di governance europee prima della scadenza indicata, fanno sapere i ministri delle finanze dei 28 paesi dell’Ue. Grazie alla revisione sono stati “perdonati” anche l’Albania, il Costa Rica, le Mauritius, le Marshall Islands e la Serbia.

La lista grigia, il “purgatorio” di nazioni che ancora devono adeguarsi agli standard continentali include ancora nove giurisdizioni extra-europee, principalmente isole del Pacifico che però hanno interazioni finanziarie limitate con l’Ue: le Samoa Americane, il Belize, Fiji, Guam, Oman, Samoa, Trinidad e Tobago le Virgin Islands e Vanuatu.

“L’elenco UE dei paradisi fiscali è un vero successo europeo. Ha contribuito in maniera determinante alla trasparenza e all’equità fiscale su scala mondiale”, aveva detto Pierre Moscovici, allora Commissario responsabile per gli Affari economici, quando a marzo la black list era stata rivista una prima volta. Grazie a questo censimento, secondo Moscovici, “decine di paesi hanno abolito regimi fiscali dannosi e si sono conformati alle norme internazionali in materia di trasparenza ed equità fiscale”.

Ma adesso non tutti festeggiano: “L’Unione Europea ha insabbiato due dei più potenti paradisi fiscali al mondo”, dice l’esperta fiscale di Oxfam International, Chiara Putaturo. “Nonostante le riforme, entrambi i paesi (Svizzera ed Emirati Arabi) continueranno ad offrire succulenti vantaggi alle società, ad esempio interessi molto bassi, accelerando così la gara al ribasso della tassazione sulle multinazionali”.

Il 19 maggio scorso gli svizzeri avevano detto sì alla riforma fiscale tramite referendum: il 66,4 per cento dei votanti aveva accettato le nuove norme tributarie, ribaltando l’esito della consultazione di due anni prima, quando la maggioranza dei cittadini svizzeri si era espressa contro. Dopo la bocciatura del 2017, il Parlamento ha lavorato sulla modifica della proposta originaria approvando nel settembre del 2018 un nuovo modello di riforma che poi è uscito vittorioso in primavera.

Come riporta FiscoOggi, le nuove regole, che entreranno in vigore il primo gennaio del 2020, allineano la fiscalità d’impresa svizzera a quanto richiesto a livello internazionale dagli standard Ocse e dell’Unione europea. Le norme approvate incideranno in modo sostanziale sulla tassazione delle imprese che gioca un ruolo fondamentale nell’equilibrio finanziario svizzero. La riforma abolisce, tra le altre cose, il regime fiscale privilegiato per le società con statuto speciale che verseranno l’imposta sugli utili non più in maniera ridotta ma interamente. Sul fronte degli azionisti per i quali è previsto un aumento delle imposte sui redditi provenienti da partecipazioni.

A marzo, l’Italia e l’Estonia si erano opposte senza successo al temporaneo reinserimento degli Emirati Arabi Uniti nella lista nera (facevano parte di quella del 2017, ma erano stati spostati in quella grigia per aver promesso riforme fiscali che non erano ancora state attuate). Secondo l’Italia il governo di Dubai aveva avuto poco tempo per adeguarsi agli standard europei in maniera fiscale. Tutti gli stati monitorati nei mesi scorsi dalla Commissione hanno avuto un anno di tempo per adeguarsi agli standard europei prima di essere inseriti di nuovo nella black list.

È importante ricordare che, se anche la Svizzera e gli Emirati fossero ricaduti nella black list, questa non avrebbe avuto alcun potere coercitivo, cioè i paesi inclusi non avrebbero potuto ricevere aiuti dall’Unione Europea (a meno che non si tratti di aiuti allo sviluppo) ma imprese e privati avrebbero potuto continuare a lavorarci senza rischiare alcuna sanzione.  La Commissione Europea ha sempre incoraggiato tuttavia i singoli stati a mettere in atto sanzioni più dure, se lo ritengono necessario, ad esempio stabilendo una tassa su tutte le transazioni economiche che partono o arrivano da un paradiso fiscale, oppure imponendo controlli fiscali ai privati e alle aziende che ci hanno a che fare.

Aveva commentato Putaturo: “La black list è uno strumento, se è forte, se è monitorato e se è sanzionato, può essere uno strumento utile, ma ovviamente non è abbastanza”.