Presidenti, re, miliardari, star dello sport e della musica: chi è coinvolto nell’inchiesta Pandora papers

Tony Blair Pandora papers
Tony Blair (foto Charles McQuillan/Getty Images)
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Sono coinvolti capi di stato e di governo, stelle dello spettacolo e dittatori, miliardari e banchieri, ministri e terroristi. L’International consortium of investigative journalists (Icij), una rete di giornalisti investigativi di tutto il mondo, ha condotto un’inchiesta che svela le ricchezze nascoste nei paradisi fiscali da migliaia di personaggi famosi. 11,9 milioni di documenti, per quasi 3 terabyte di dati, battezzati Pandora papers. Un nome che riprende i Panama papers, che cinque anni fa rivelarono i patrimoni nascosti da molti ricchi nelle società offshore di Panama.

Il primo articolo è stato pubblicato in Italia dall’Espresso, in esclusiva. All’estero, a dare la notizia sono state testate come il Washington Post negli Stati Uniti, la Bbc in Gran Bretagna, El Paìs in Spagna e Le Monde in Francia. Sono più di 29mila, riporta l’Espresso, “i clienti di 14 riservatissimi studi internazionali che fabbricano ‘offshore’. Cioè società collocate in giurisdizioni estere dove non esistono le tasse. E i titolari possono restare anonimi. Invisibili. E occultare le loro ricchezze al fisco, alla giustizia, agli elettori, a tutti gli altri cittadini”. I documenti, raccolti in più di due anni, riguardano conti bancari per 32mila miliardi di dollari, a cui vanno aggiunti immobili, yacht, jet e opere d’arte di maestri come Picasso e Banksy. Icij scrive: “Pandora papers è la più grande inchiesta collettiva nella storia del giornalismo”.

I miliardari coinvolti nei Pandora papers

I documenti contengono oltre 130 nomi presenti nella lista dei miliardari di Forbes, di 45 nazionalità diverse. Tra questi ci sono 15 brasiliani, 13 britannici, 10 israeliani e ben 52 russi. Molti dei russi si sono appoggiati alla società cipriota Nicos Chr. Anastasiades and Partners. La società prende il nome dal suo fondatore, Nicos Anastasiades, presidente di Cipro dal 2013.

Tra i miliardari americani c’è invece Robert F. Smith, magnate del private equity con un patrimonio di 6,7 miliardi di dollari. Lo scorso anno Smith ha pagato quasi 140 milioni di dollari di multa per non avere pagato le tasse sui suoi fondi offshore. Ed è coinvolto nei Pandora papers anche il suo mentore, Robert Brockman, che ha un patrimonio di 4,7 miliardi di dollari.

I politici coinvolti nei Pandora papers

I Pandora papers svelano, come recita il sito dell’Icij, “i segreti finanziari di 35 leader mondiali presenti e passati”, più di 300 politici e pubblici ufficiali di 91 paesi. Come l’ex premier britannico Tony Blair, che nel 2017 acquistò una società delle Isole vergini britanniche proprietaria di un immobile del valore di 8,8 milioni di dollari a Londra. Secondo una stima del Guardian, acquistare la società che possedeva l’immobile, anziché l’immobile stesso, ha permesso ai Blair di risparmiare più di 400mila dollari di tasse. L’Icij rileva anche che, a febbraio, il Tony Blair institute for global change “aveva esortato i legislatori ad alzare, tra l’altro, le tasse su terreni e case”.

Il re Abdullah di Giordania ha acquistato invece proprietà immobiliari negli Stati Uniti e a Londra, di un valore superiore ai 100 milioni di euro, tramite offshore personali. Il primo ministro ceco, il populista di destra Andrej Babis, che si è sempre scagliato contro la corruzione delle élite politiche ed economiche, ha acquistato una villa in Costa Azzurra da 22 milioni tramite una società-schermo delle Isole vergini britanniche, senza mai dichiararla al fisco del suo paese. Poi c’è il presidente ucraino, Volodimyr Zelensky, che “ha posseduto segretamente per anni, tramite una società offshore, un’azienda di produzione e distribuzione di film e programmi tv”.

Altri nomi sono quelli del ministro dell’Economia olandese, Wopke Hoekstra, difensore del rigore finanziario in Europa, del presidente del Montenegro, Milo Djukanovic, di quello del Cile, Sebastián Piñera, e di quello della Repubblica Dominicana, Luis Abinader. È coinvolta poi Svetlana Krivonogikh, ex fidanzata e madre di una figlia non riconosciuta da Vladimir Putin secondo i giornali indipendenti russi. “All’epoca del presunto flirt”, scrive l’Espresso, “Svetlana lavorava come addetta alle pulizie in un hotel. Oggi ha un patrimonio personale di oltre 100 milioni”. Ed è la beneficiaria di una società offshore costituita nel 2003, un mese dopo la nascita della bambina, “affare gestito dagli stessi fiduciari che lavorano tuttora per gli oligarchi più vicini a Putin”. Nei documenti compaiono inoltre oligarchi vicini al presidente russo, come il magnate dell’acciaio Alexander Abramov e Konstantin Ernst, produttore cinematografico considerato il principale artefice dell’immagine di Putin.

Gli altri personaggi

L’inchiesta dell’Icij riguarda anche Julio Iglesias, beneficiario di almeno 20 società con sede nelle Isole vergini britanniche. Secondo l’Espresso, quelle tesorerie sono state utilizzate per “acquistare ville e terreni in Florida, a nord di Miami, nell’esclusiva isola privata di Indian Creek, protetta da bunker di guardie armate, per un valore dichiarato di 111 milioni di dollari”. Ci sono poi altre star della musica, come Shakira ed Elton John. E poi la modella tedesca Claudia Schiffer e “le società estere finite al centro delle indagini del fisco spagnolo su Carlo Ancelotti”.

Appaiono inoltre nelle carte i nomi di Delfo Zorzi, ex nazifascista condannato in primo grado per la strada di piazza Fontana e poi assolto in appello, e Raffaele Amato, boss della camorra che ha ispirato il Salvatore Conte di Gomorra.

Che cos’è l’Icij

L’Icij è una no-profit con sede negli Stati Uniti che riunisce “280 tra i migliori giornalisti investigativi di oltre 100 paesi”. È partner di molte testate tra le più autorevoli al mondo, dal New York Times al Guardian. Ne fa parte, tra i giornali italiani, l’Espresso.

L’Icij è conosciuto soprattutto per l’inchiesta Panama papers, nata quando una fonte anonima prelevò milioni di documenti riservati dello studio legale panamense Mossack Fonseca e li consegnò al quotidiano tedesco Süddeutsche Zeitung. È candidato anche al premio Nobel per la Pace.