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Leader 7 Maggio, 2020 @ 8:53

Enrico Letta a Forbes: “Cina non è alternativa a UE, insieme Italia e Francia possono pesare di più”

di Riccardo Maurizio Silvestri

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Enrico Letta (Imagoeconomica)

La crisi scatenata da COVID-19 sembra farci dimenticare ciò che rende l’Europa forte e unita, ma questa visione torna nelle parole di Enrico Letta. L’ex presidente del Consiglio è ora Dean all’università Sciences Po di Parigi e presidente dell’istituto Jacques Delors. Tornato a Roma durante l’emergenza, ci fa riflettere sul significato dell’Unione Europea in tempo di crisi. Una lezione di unità e solidarietà reciproca, che si accompagna ad un monito: un’Italia isolata, è un’Italia più debole.

 

L’Europa sta seguendo la strategia giusta in risposta alla crisi?

La strategia è in corso di definizione e bisognerà attendere che i piani siano meglio delineati. Fino ad oggi, individuo due aspetti positivi: la rapidità e la dimensione multilivello. A confronto con la crisi del 2008, le prime risposte sono arrivate in quattro settimane anziché quattro anni. Inoltre, queste affrontano allo stesso tempo crisi finanziaria, dell’economia reale e dello stato sociale. Ripensando alla scorsa crisi, la svolta del whatever it takes della BCE e del Meccanismo Europeo di Stabilità (MES) arrivò solo nel 2012. Oggi sono stati già messi in campo MES per la sanità, BEI per gli investimenti, Recovery Fund per le imprese, piano Sure contro la disoccupazione.

Con il piano Sure l’Europa sta diventando sociale?

Il piano Sure è una novità importante perché durante la scorsa crisi non ci fu una risposta sociale di rilievo – escluso il piano Garanzia Giovani, ma con cifre minime. Il motivo fu il veto britannico che ha sempre impedito una politica sociale europea, la quale veniva lasciata in capo ai singoli Stati. Con la Brexit, oggi l’Europa è libera di occuparsi del sociale e il piano Sure ne è il primo frutto. Non credo sarà sufficiente e andrà rafforzato nei prossimi mesi, ma rispetto al passato è un grande passo in avanti.

Pensa sia l’inizio di un cambiamento permanente?

Penso di sì. C’è un’evidente richiesta da parte di cittadini e Paesi membri di un’Europa più presente sul lato sociale. Questa crisi sta battezzando una nuova era europea dove l’agenda sociale è al centro delle risposte comuni ai problemi ed è la prima volta che questo accade.

Recentemente ha definito il Recovery Fund una “scatola vuota da riempire”: lei come la riempirebbe?

L’obiettivo del fondo deve essere dare liquidità alle imprese per evitare che chiudano, un problema che gli strumenti esistenti non riescono a risolvere. La liquidità deve arrivare direttamente alle imprese, senza perdersi nella burocrazia. Il finanziamento può avvenire tramite emissione di bond da parte della Commissione Europea o da più risorse destinate al bilancio di quest’ultima. Il Recovery Fund può essere una buona occasione per aumentare i contributi degli Stati membri al bilancio della Commissione. È tuttavia essenziale che venga cogestito da tutti per rompere le diffidenze reciproche.

COVID-19 sembra avere avvicinato Italia, Francia e Spagna: siamo di fronte a un nuovo asse europeo?

La crisi sta cambiando gli equilibri esistenti. Adesso Italia, Francia e Spagna insieme anche a Belgio, Portogallo e Irlanda lavorano di comune accordo. La chiave sarà portare a bordo la Germania, che come abbiamo imparato ha dei limiti costituzionali più rigidi. Per convincere i tedeschi e formare un asse solido occorre giocare pulito e comprendere i limiti altrui. Più difficile sarà convincere gli olandesi, per i quali non vedo soluzione se non quella di isolarli. Il vero quadrilatero in Europa è rappresentato da Germania, Francia, Italia e Spagna: Paesi diversi, ma che possono trovare un’intesa a beneficio di tutti.

Allo stesso tempo, però, la Corte costituzionale tedesca minaccia di ritirare la Bundesbank dal programma di acquisto titoli della BCE.

La recente sentenza della Corte tedesca, sebbene neutrale rispetto alle importanti attività della BCE sui mercati in questi giorni, crea un precedente pericoloso. Tenta di imporre una gerarchia delle fonti del diritto che favorisce il livello nazionale su quello europeo. Se questa linea dovesse essere seguita da altri stati membri, sarebbe la fine dell’idea di Europa.

In queste dinamiche europee, l’Italia è spettatrice o protagonista?

L’Italia è senz’altro protagonista. Siamo la terza maggiore economia d’Europa, ma allo stesso tempo il Paese più indebitato, con la più bassa crescita e tra i più colpiti da COVID-19. La combinazione di questi fattori ci pone nell’occhio del ciclone. Si può essere tuttavia protagonisti in positivo, contribuendo con più energia ad individuare le soluzioni per rimettersi in piedi.

Servono leader europei più legittimati a prendere decisioni?

La crisi può portare un cambiamento nella legittimazione sovranazionale dei leader europei. Il tema centrale è che l’organo portante del sistema, il Consiglio europeo, è formato dai capi di governo dei Paesi membri – portati a promuovere i propri interessi nazionali. Noto tuttavia dai recenti dibattiti la crescita di un’opinione pubblica europea che va incoraggiata. Io tifo per due novità istituzionali che avvicinerebbero i cittadini alle scelte europee: una è l’elezione diretta del Presidente della Commissione, l’altra la creazione di liste di candidati transnazionali per la carica di parlamentare europeo.

Qualora l’Europa non trovasse una risposta comune, l’Italia può guardare altrove? Ad esempio, alla Cina?

L’Unione Europea non ha alternative possibili. Credo sarebbe un disastro per l’Italia uscire come ha fatto la Gran Bretagna. Meglio battersi all’interno delle istituzioni europee per ottenere il massimo, poiché Italia e Francia insieme possono avere un peso maggiore di Germania e Olanda. La Cina è la potenza emergente e un partner importante per l’Italia. Tuttavia, non può sostituirsi all’Europa. Il rapporto con la Cina andrà rafforzato, ma rappresenta un’altra dimensione non un’alternativa. Non si può immaginare di lasciare l’Europa per entrare sotto la guida cinese.

Per supportare i cambiamenti che ha illustrato, immagina un suo ritorno in politica?

No, perché non vedo le condizioni politiche adeguate. Oltretutto, sono soddisfatto delle mie attuali attività. A Parigi sono impegnato su due fronti: il primo è il mio lavoro di direttore della scuola di Affari Internazionali all’università Sciences Po, che offre master a 1600 studenti da 110 Paesi – un osservatorio unico sulle relazioni internazionali. Il secondo è la presidenza dell’istituto Jacques Delors, che ha l’obiettivo di mettere in campo idee per migliorare l’Unione Europea e avvicinarla ai cittadini. Uno strumento è l’Accademia Nostra Europa, che ogni anno offre a trenta giovani un percorso formativo all’interno degli istituti europei. C’è anche un’attività non-profit che svolgo in Italia: si chiama Scuola di Politiche, a significare policy, che sostiene cento studenti italiani l’anno con borse di studio.

Allora come mai la vediamo più presente nei dibattiti?

La ragione di una mia maggiore presenza mediatica è che ultimamente ho visto crescere in Italia una pericolosa tendenza a staccarsi dall’Europa. La osservo nei sondaggi, nelle espressioni della classe dirigente, nei valori dei politici. Penso invece che si debba combattere per un’Italia sempre più legata all’Unione Europea e il momento storico mi sembra adeguato. È nata questa nuova intesa tra Italia, Francia e Spagna che rispecchia la linea da me sempre perseguita. Un’Italia che si allontana dall’Europa sarebbe lo scenario peggiore che posso immaginare. Oggi più che mai abbiamo bisogno di massima unità, a livello nazionale così come europeo.

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