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Investimenti 21 Luglio, 2020 @ 4:00

Così il Recovery Fund cambia le regole del gioco in Europa

di Massimiliano Carrà

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La sala plenaria del Consiglio Europeo a Bruxelles (Shutterstock)

 

“Una vittoria per l’Europa e per l’Italia”. Così il presidente del consiglio Giuseppe Conte, all’alba di questa mattina, ha annunciato che i 27 Paesi membri hanno trovato il tanto agognato e sudato accordo sul Recovery fund e sul budget europeo in risposta, in primis, alla crisi scatenata dal Covid-19 e, in secundis, alle sfide per le generazioni future (Next Generation Ue).

Parlando in termini di cifre, come evidenzia Sebastien Galy, senior macro strategist di Nordea AM, è la manovra economica più sostanziosa mai messa in campo dall’Unione Europea. Si parla infatti di un “budget di 1.8 trilioni di euro, di cui 750 miliardi di euro di aiuti in gran parte destinati ai Paesi maggiormente colpiti dalla pandemia di Covid-19″.

Ci sono volute 96 ore di dibattito continuo, quattro giorni di botta e risposta, segnati da scontri verbali e pugni sui tavoli (anche per la pressione dei paesi frugali), ma alla fine – per usare le parole del presidente del consiglio europeo Charles Michel – “la magia dell’Europa funziona” e il Recovery fund, o Next Generation Eu, ha preso ufficialmente vita, segnando “uno dei momenti più importanti – evidenzia Galy – nella storia dell’Unione Europea, sia per le dimensioni del pacchetto, sia per il fatto che sarà finanziato da obbligazioni dell’Ue”.

È vero, dalla proposta iniziale sono cambiate tante cose in termini sia economici (anche se la dotazione complessiva del fondo rimane di 750 miliardi di euro), sia in termini prettamente “legali” in quanto si sono aggiunte diverse clausole, tra cui quella della cosiddetto “freno di emergenza”, tanto voluta dai paesi frugali e in particolare dal primo ministro olandese Mark Rutte, ma la “pace” si sa, spesso, è fatta di rinunce reciproche.  E certe volte, nasce non solamente in risposta alle avversità, ma anche quando qualcuno decide di abbandonarti. Tant’è – che come evidenzia Amundi – “si potrebbe persino sostenere che l’uscita del Regno Unito dall’Ue non solo ha dato l’opportunità di chiarire il progetto europeo, ma ha conferito anche ai paesi dell’eurozona un ruolo guida”. In particolare, evidenzia lo studio della società di asset management – ritiene “che la proposta della commissione europea sul Recovery Fund (e persino la proposta franco-tedesca) non sarebbe mai stata fatta se il Regno Unito fosse stato ancora membro dell’Ue”.

Recovery fund: come funziona e come sarà composto

Entrando nel merito di come prenderà vita il recovery fund, Sebastien Galy evidenzia che “gran parte del pacchetto sarà probabilmente finanziato con il debito dell’UE a grande vantaggio delle banche europee in qualità di principali emittenti e una parte significativa sarà probabilmente costituita da Green Bond dato che le iniziative per affrontare il riscaldamento globale proseguono”.

In termini di cifre, i 750 miliardi di euro saranno così suddivisi: 390 miliardi in sovvenzioni a fondo perduto (nella proposta precedente si attestavano a 500 miliardi di euro) e 360 miliardi in prestiti (inizialmente previsti nella somma di 250 miliardi di euro. Si tratta comunque di prestiti con tripla A, maturity a trent’anni e tasso d’interesse zero). Questa nuova distribuzione è stata soprattutto condizionata dalla volontà di cinque Paesi (Olanda, Danimarca, Austria, Svezia e Finlandia) che non vedevano di buon occhio l’eccessivo sbilanciamento tra sovvenzioni e prestiti. Ma non solo.

Quattro di essi, infatti, sono riusciti ad ottenere un forte aumento dei cosiddetti “rebates” (circa 26 miliardi di euro), gli sconti ai contributi che versano come tutti al bilancio dell’Unione Europea nel prossimo quadro finanziario 2021-2027. “Quanto alla governance (che resta il punto più delicato per valutare la velocità degli esborsi) – afferma Luigi De Bellis, co-responsabile Ufficio Studi di Equita, i piani dei singoli Paesi verranno approvati dal Consiglio a maggioranza qualificata, in base alle proposte presentate dalla Commissione”. Qui entra in gioco il cosiddetto freno d’emergenza voluto dal primo ministro olandese Rutte. Se un Paese membro, successivamente alla valutazione del comitato economico e finanziario, nota la presenza di qualche scostamento o di un problema, potrà chiedere che la questione finisca sul tavolo del Consiglio Europeo prima che venga presa qualsiasi decisione.

Questo, insieme ad altri punti che hanno rallentato l’accordo, sono frutto – come afferma Amundi – di alcuni problemi evidenti dell’Unione Europea. Tra questi – evidenzia la società – vi sono soprattutto “la complessità delle istituzioni europee e il processo decisionale (unanime), perché riducono le possibilità di progresso in tempi normali. Di conseguenza, sono necessarie condizioni rigorose per costringere gli europei a raggiungere un accordo”.  Inoltre, aggiunge Amundi, nonostante il recovery fund, “l’eurozona è ancora, sotto molti aspetti, un’unione monetaria incompleta. L’aspetto più noto di questa incompletezza è la mancanza di un bilancio federale per stabilizzare l’unione in caso di shock asimmetrici. Proprio l’incompletezza, tra l’altro, è anche sul fronte dei meccanismi di mercato”.

Quando sarà attivo il Next Generation Eu e quanto spetterà all’Italia

Partendo dal presupposto che il bilancio europeo 2021-2027 resta fissato – come evidenzia Equita – a 1.074 miliardi di impegni, il recovery fund entrerà ufficialmente in funzione a partire dalla primavera del 2021 (tra poco meno di un anno) e la sua dotazione andrà spesa molto velocemente: entro il 2023. Ciò significa che tutti i Paesi membri dovranno farsi trovare immediatamente pronti per non vedere sfuggire questa importante opportunità economica.

Come dichiarato dallo stesso premier Conte in conferenza, l’Italia dovrebbe portare a casa la fetta più grossa del recovery fund (o Next Generation Eu): il 28% del totale. Si parla con esattezza di 209 miliardi di euro (come conferma anche Equita), così suddivisi: 82 a fondo perduto e 127 in prestiti. In sintesi, 36 miliardi di euro in più rispetto alla precedente proposta. Proprio per questo, il presidente del consiglio non utilizza mezzi termini: “Abbiamo una grande responsabilità, dobbiamo far ripartire l’Italia con forza”.

È importante sottolineare, però, che l’accordo ha visto – soprattutto per la delusione della presidente della commissione europea Ursula von der Leyen – cancellare la dotazione previsto per il fondo europeo per la sanità e un allentamento dell’attenzione verso la sostenibilità (visto che per ottenere i fondi del recovery fund non sarà necessario sottoscrivere l’obiettivo di neutralità climatica entro il 2050 a livello nazionale, ma basterà l’impegno a raggiungere quel target a livello Ue).

I risvolti sui mercati finanziari

In ultimo punto, volendo soffermarsi sui risvolti di questo accordo sui mercati finanziari, Luigi De Bellis di Equita evidenzia che “oltre ad essere un passo importante verso una maggior integrazione dell’Europa, elimina un tail-risk e fornisce uno stimolo economico importante in una fase di crisi”. Ma non è tutto. Nel breve, infatti, “l’accordo potrebbe sostenere un ulteriore restringimento dello spread e una riduzione del premio per il rischio, anche se in gran parte il mercato ha anticipato l’accordo (dalla proposta franco-tedesca di metà maggio il Ftse Mib ha infatti fatto segnare una crescita del 24%)”.

Inoltre, come sottolinea Paul O’Connor, responsabile del team Multi-Asset di Janus Henderson Investors, anche se “il recovery Fund dovrebbe dare un impulso del 6-7%, che richiederà mesi e anni prima di concretizzarsi ed avere piena efficacia, tuttavia rappresenta il più grande passo in avanti della zona euro verso l’integrazione fiscale”. A questo aspetto va aggiunto anche che “il sentiment positivo – conclude O’Connor – emerso nelle ultime settimane sugli asset dell’Eurozona ha portato l’euro al rialzo vicino al massimo su base annua e ha spinto lo spread BTP/Bund verso il basso fino ai livelli pre-coronavirus. Da qui si intravede margine per un’ulteriore sovraperformance degli asset della zona euro.”

Soffermandosi, invece, “sulla struttura del debito europeo con un debito comune con un buon rating – dichiara Amundi –  limiterà il rischio di crisi locali. Insieme al rafforzamento dell’architettura finanziaria e politica, questo dovrebbe consentire all’Ue di diventare un polo di stabilità, soprattutto di fronte agli Stati Uniti, la cui crisi sta esacerbando fragilità (disuguaglianze) e squilibri”.

Infine, anche se la notizia dell’accordo non ha sorpreso più di tanto i mercati finanziari, tuttavia al momento tutti i principali indici europei stanno facendo registrare performance positive. Infatti, da Milano a Madrid, passando per Parigi e Francoforte, il risultato è sempre lo stesso: ed è un rialzo di poco oltre l’1%.

Leader 28 Maggio, 2020 @ 2:14

George Soros all’Ue: il debito per funzionare non deve essere ripagato

di Forbes.it

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ritratto di george soros
George Soros (Foto: Win McNamee – Getty Images)

Articolo di David Dawkins apparso su Forbes.com

Il miliardario George Soros, oltre ad essere uno dei più grandi sostenitori dell’Unione europea – che ieri ha presentato ufficialmente il progetto del recovery fund da 750 miliardi di euro – è anche uno di quelli che più la condanna in pubblico. La sua ultima idea per rispondere alla minaccia che sta affrontando l’unione economica europea e al danno economico causato dalla pandemia di coronavirus, è una: quella del debito per sempre. Queste obbligazioni perpetue – anche conosciute come “titoli del debito pubblico consolidato” – sono strumenti già noti dalle guerre napoleoniche del Regno Unito e oggi sono “impacchettate” sotto forma di trilioni di dollari in cui l’importo del capitale non viene mai rimborsato e quindi, secondo George Soros, “sono dovuti solo i pagamenti degli interessi annuali“.

Inoltre, Soros, in cerca di pubblicità, ha recentemente inviato ai giornalisti diverse domande e risposte. Tra l’altro a fare le domande era il suo staff, non un giornalista (il quotidiano olandese De Telegraaf ne ha pubblicate parte.) In questo “report”, George Soros mette in guardia dalla minaccia del coronavirus e si focalizza su un aspetto ben preciso: la “sopravvivenza della nostra civiltà”.

E proprio la sopravvivenza è tutto. La sconfitta di Napoleone diede alla Gran Bretagna il potere e la ricchezza della supremazia navale negli anni successivi. Oggi non esiste semplicemente un simile vantaggio per Bruxelles. In effetti, l’Unione europea, aggiunge, è particolarmente vulnerabile perché si basa sullo “stato di diritto” e sulle “ruote della giustizia” che ammette girano “proverbialmente lentamente”. Al contrario, aggiunge, “il coronavirus si muove molto velocemente e in modi imprevedibili”.

Forse più prevedibile è la necessità dell’Europa di ripagare il dolore e usare le armi attuali che ha nel suo arsenale. In questo caso 750 miliardi di euro di stimolo fiscale, portando la potenza di fuoco finanziaria totale del bilancio dell’Ue a oltre 1.850 miliardi di euro. Nell’annuncio di ieri, la presidente della Commissione europea Ursula Von der Leyen ha descritto il recovery fund come un “momento dell’Europa”, aggiungendo: “La nostra volontà di agire deve essere all’altezza delle sfide che tutti affrontiamo”.

George Soros e il pensiero europeo

Non è sempre chiaro ai lettori statunitensi perché un finanziere che ha ottenuto l’infamia globale nel 1992 come “l’uomo che ha mandato in fallimento la Banca d’Inghilterra” dopo aver mandato in cortocircuito la sterlina quando il Regno Unito aveva deciso di allontanarsi dal controverso meccanismo di cambio europeo, è così investito della continuità europea.

Nel febbraio 2019 George Soros ha scritto un pezzo d’opinione per il Guardian, affermando che “l’Europa sta sonnecchiando nell’oblio e la sua gente ha bisogno di svegliarsi prima che sia troppo tardi.” In caso contrario, aveva aggiunto, “l’Unione europea seguirà la strada dell’Unione Sovietica nel 1991. Né i nostri leader, né i cittadini sembrano capire che stiamo vivendo un momento rivoluzionario, che la gamma di possibilità è molto ampia e che il risultato finale è quindi altamente incerto.”

In effetti, nella fase avanzata della sua carriera – Soros ha 89 anni – sta diventando quasi inseparabile da quello che ha descritto come “il progetto più importante della mia vita”. L’anno scorso, in un discorso al World Economic Forum di Davos (in Svizzera), George Soros ha promesso 1 miliardo di dollari per finanziare una nuova rete universitaria per affrontare la diffusione del nazionalismo, cogliendo l’occasione per lanciare una bordata contro Donald Trump, definendo il presidente degli Stati Uniti “un truffatore” e “l’ultimo narcisista “. Alla fine ha anche ammesso la sconfitta nella battaglia per mantenere il Regno Unito nell’Unione europea, visto che aveva donato 500milla dollari a un gruppo sfavorevole alla Brexit nel 2018.

Nel report di domande e risposte, l’attenzione di Soros si è chiaramente spostata dal Regno Unito all’Italia. Parlando della Brexit con espressioni quali “inutile piangere per il latte versato”, ora è “particolarmente preoccupato” su come impedire ad altri paesi di seguire il Regno Unito fuori dall’Unione Europea. Chiedendo: “Cosa sarebbe rimasto dell’Europa senza l’Italia? L’Italia era il paese più filo-europeo. Gli italiani si fidavano dell’Europa più dei loro stessi governi, e con buone ragioni”, alludendo al collega miliardario Silvio Berlusconi.

George Soros è diventato il miliardario esperto nel definire i problemi dell’Europa. La sua capacità di presentare soluzioni però è meno convincente. I miliardari spesso offrono soluzioni con debito di dimensioni miliardarie a problemi ordinari. Alla fine delle domande gli viene chiesto: “Sembra molto pessimista”. Soros risponde: “Niente affatto”. “Finché riesco a trovare idee come i bond perpetui”, dice, conferendosi il merito per un’idea vecchia di più di un secolo, “non smetto di sperare”.

Business 27 Maggio, 2020 @ 5:20

Cos’è il Recovery Fund presentato dall’Ue e come funzionerà

di Massimiliano Carrà

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recovery fund
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La tanto agognata risposta europea al coronavirus prende ufficialmente forma. Dopo i continui batti e ribatti e i no dei paesi del Nord Europa alle richieste di diversi Stati membri (tra cui l’Italia), l’asse franco-tedesco, andato in scena la scorsa settimana, sembra aver dato i suoi frutti.

Durante la seduta plenaria di oggi dell’Europarlamento, iniziata all’ora di pranzo, la presidente della Commissione Europea Ursula Von der Leyen, ha presentato ufficialmente la proposta del cosiddetto recovery fund (ribattezzato in “Next Generation Eu”), ossia il fondo di ripresa associato al bilancio a lungo termine dell’Unione Europea (2021-2027). 

Stando a quanto dichiarato durante la seduta plenaria e a quanto contenuto nel tweet di Paolo Gentiloni, commissario con delega agli Affari economici dell’Unione Europea, il recovery fund presentato da Ursula Von der Leyen è ancora più generoso rispetto a quello immaginato dal presidente francese Emmanuel Macron e della cancelliera tedesca Angel Merkel.

Si parla, infatti, non di una dotazione di 500 miliardi di euro, ma di 750 miliardi di euro, che dovrebbero essere divisi in questo modo: 500 miliardi sotto forma di sovvenzioni, e quindi a fondo perduto, e 250 miliardi sotto forma di prestiti. Proposta confermata e accettata di buon grado anche dal premier Giuseppe Conte, che su Twitter ribadisce: “Ottimo segnale da Bruxelles, va proprio nella direzione indicata dall’Italia”.

All’Italia la fetta più grossa

Anche se ancora si parla espressamente di una proposta, visto che ancor prima di essere realizzato il recovery fund deve essere approvato dai 27 paesi membri (e per questo bisognerà attendere il prossimo vertice europeo che dovrebbe andare in scena a metà giugno), secondo le indiscrezioni riportate da Reuters, l’Italia dovrebbe essere il paese che godrà della fetta maggiore. 

Nel dettaglio, il governo italiano potrebbe ricevere in totale 173 miliardi di euro: 82 a fondo perduto (complessivamente più delle risorse finanziarie impegnate per il decreto Cura Italia e per quello Rilancio), 91 in prestiti. 

La Spagna, che insieme all’Italia è uno dei paesi europei più colpiti dal coronavirus, dovrebbe invece ricevere la seconda quota più alta: 140 miliardi di euro (77 di sovvenzioni e 63 di prestiti). La Polonia risulterebbe il terzo paese con 63,8 miliardi. Francia e Germania, invece, dovrebbe ricevere, in termini di sovvenzioni, meno della metà dell’Italia: rispettivamente 38,7 e 28,6 miliardi di euro

Cos’è e come funziona il recovery fund (o il “Next Generation Eu”)

Secondo quanto dichiarato oggi dalla Von der Leyen, il recovery fund, o meglio il “Next Generation Eu”, “è un fondo che si aggiungerà a un Quadro finanziario pluriennale (Qfp) che è stato riveduto a 1.100 miliardi, arrivando così ad un totale di 1.850 miliardi”. Bisogna ricordare che a questa cifra vanno sommati i 550 miliardi delle misure già approvate: Mes light, Sure per la disoccupazione e fondi Bei. Ciò significa che il piano europeo per la ripresa si attesta a circa 2.400 miliardi di euro. 

Entrando più nel dettaglio, il recovery fund, sarà finanziato direttamente dai mercati tramite le emissioni di obbligazioni proprio da parte della Commissione europea.  Ciò significa che a essa saranno affidati nuovi poteri di finanziamento che, fino ad ora, sono limitati alla Banca europea degli investimenti e al Mes. È importante evidenziare che i titoli avranno scadenze diverse, ma l’impegno è di rimborsarli entro il 2058 e non prima del 2028. 

Inoltre, Ursula Von der Leyen ha lanciato un importante segnale ai paesi membri per ripagare il debito, dichiarando che “la Commissione proporrà poi nuove forme per il recupero dei fondi, sul commercio delle emissioni o con una tassa sull’emissione di CO2 oppure pensiamo a una tassa sul digitale. Chi genera miliardi di utili dovrà versare un contributo per il bene comune”.

Quanto al suo funzionamento, la proposta della Commissione guarda pressoché al futuro. Le risorse, infatti, dovranno essere utilizzate non solamente per il rilancio, ma soprattutto per modernizzare l’attuale sistema economico. Ciò significa che le priorità saranno due pilastri ben precisi: digitale e ambiente.

Proprio per questo, come spiegato dal vicepresidente della Commissione europea Valdis Dombrovskis ogni paese membro dovrà presentare un proprio piano nazionale che sarà valutato da Bruxelles. In sintesi, l’uso dei fondi del Next Generation Eu sarà strettamente legato alle misure nazionali e alle raccomandazioni specifiche per paese.

Investimenti 26 Maggio, 2020 @ 12:15

La classifica degli aiuti di Stato: la Germania doppia Italia e Francia

di Massimiliano Carrà

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germania aiuti di stato
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La Germania surclassa Italia e Francia, e in generale tutti i paesi europei, in materia di aiuti di Stato. A renderlo noto è Margrethe Vestager, vicepresidente esecutiva della Commissione europea responsabile per la Concorrenza.

Durante un’audizione in videoconferenza al Parlamento europeo, Margrethe Vestager ha comunicato i dati aggiornati sulla distribuzione per Paese degli aiuti di Stato, autorizzati a partire dall’entrata in vigore del Quadro temporaneo. Quest’ultimo, infatti, ha reso meno restrittive le norme antitrust Ue per fronteggiare la crisi scatenata dal Covid-19.

Aiuti di Stato: oltre 2mila miliardi di misure autorizzate

Entrando nel dettaglio, secondo i dati riportati al Parlamento europeo dalla Vestager,  “le misure nazionali autorizzate si sono attestate a 175, per un totale stimato di 2.130 miliardi di euro”.

Di questo totale – come dicevamo – quasi la metà è rappresentato dalla Germania. In materia di aiuti di Stato, infatti, Berlino si prende la scena con una percentuale del 47%, surclassando di conseguenza gli altri stati membri.

Per fare un esempio, Italia e Francia che sono gli altri Paesi dell’Ue che inseguono la Germania più da vicino, rappresentano il 18% e il 16% del totale delle misure nazionali autorizzate in materia di aiuti di Stato. Molto più distanti gli altri paesi: Spagna (4%), Regno Unito (2,5%), Polonia e Belgio (1,5%). 

Vestager: è tempo di equità fiscale

Successivamente, la vicepresidente esecutiva della Commissione europea responsabile per la Concorrenza si è soffermata su un tema molto importante e delicato, quello dell’equità fiscale all’interno dell’Ue. Infatti, secondo la Vestager è sempre più urgente che tutte le imprese paghino le tasse quando fanno i loro affari qui (nel territorio dell’Unione Europea)”.

“La crisi provocata dalla pandemia da Covid-19 – dichiara la politica danese – deve offrire l’occasione per scelte coraggiose a questo punto imprescindibili”. Anche perché – conclude Margrethe Vestager – “il mercato comune è il principale motore della ripresa perché la nostra prosperità deriva dal fatto che commerciamo tra di noi”.

Leader 7 Maggio, 2020 @ 8:53

Enrico Letta a Forbes: “Cina non è alternativa a UE, insieme Italia e Francia possono pesare di più”

di Riccardo Maurizio Silvestri

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Enrico Letta (Imagoeconomica)

La crisi scatenata da COVID-19 sembra farci dimenticare ciò che rende l’Europa forte e unita, ma questa visione torna nelle parole di Enrico Letta. L’ex presidente del Consiglio è ora Dean all’università Sciences Po di Parigi e presidente dell’istituto Jacques Delors. Tornato a Roma durante l’emergenza, ci fa riflettere sul significato dell’Unione Europea in tempo di crisi. Una lezione di unità e solidarietà reciproca, che si accompagna ad un monito: un’Italia isolata, è un’Italia più debole.

 

L’Europa sta seguendo la strategia giusta in risposta alla crisi?

La strategia è in corso di definizione e bisognerà attendere che i piani siano meglio delineati. Fino ad oggi, individuo due aspetti positivi: la rapidità e la dimensione multilivello. A confronto con la crisi del 2008, le prime risposte sono arrivate in quattro settimane anziché quattro anni. Inoltre, queste affrontano allo stesso tempo crisi finanziaria, dell’economia reale e dello stato sociale. Ripensando alla scorsa crisi, la svolta del whatever it takes della BCE e del Meccanismo Europeo di Stabilità (MES) arrivò solo nel 2012. Oggi sono stati già messi in campo MES per la sanità, BEI per gli investimenti, Recovery Fund per le imprese, piano Sure contro la disoccupazione.

Con il piano Sure l’Europa sta diventando sociale?

Il piano Sure è una novità importante perché durante la scorsa crisi non ci fu una risposta sociale di rilievo – escluso il piano Garanzia Giovani, ma con cifre minime. Il motivo fu il veto britannico che ha sempre impedito una politica sociale europea, la quale veniva lasciata in capo ai singoli Stati. Con la Brexit, oggi l’Europa è libera di occuparsi del sociale e il piano Sure ne è il primo frutto. Non credo sarà sufficiente e andrà rafforzato nei prossimi mesi, ma rispetto al passato è un grande passo in avanti.

Pensa sia l’inizio di un cambiamento permanente?

Penso di sì. C’è un’evidente richiesta da parte di cittadini e Paesi membri di un’Europa più presente sul lato sociale. Questa crisi sta battezzando una nuova era europea dove l’agenda sociale è al centro delle risposte comuni ai problemi ed è la prima volta che questo accade.

Recentemente ha definito il Recovery Fund una “scatola vuota da riempire”: lei come la riempirebbe?

L’obiettivo del fondo deve essere dare liquidità alle imprese per evitare che chiudano, un problema che gli strumenti esistenti non riescono a risolvere. La liquidità deve arrivare direttamente alle imprese, senza perdersi nella burocrazia. Il finanziamento può avvenire tramite emissione di bond da parte della Commissione Europea o da più risorse destinate al bilancio di quest’ultima. Il Recovery Fund può essere una buona occasione per aumentare i contributi degli Stati membri al bilancio della Commissione. È tuttavia essenziale che venga cogestito da tutti per rompere le diffidenze reciproche.

COVID-19 sembra avere avvicinato Italia, Francia e Spagna: siamo di fronte a un nuovo asse europeo?

La crisi sta cambiando gli equilibri esistenti. Adesso Italia, Francia e Spagna insieme anche a Belgio, Portogallo e Irlanda lavorano di comune accordo. La chiave sarà portare a bordo la Germania, che come abbiamo imparato ha dei limiti costituzionali più rigidi. Per convincere i tedeschi e formare un asse solido occorre giocare pulito e comprendere i limiti altrui. Più difficile sarà convincere gli olandesi, per i quali non vedo soluzione se non quella di isolarli. Il vero quadrilatero in Europa è rappresentato da Germania, Francia, Italia e Spagna: Paesi diversi, ma che possono trovare un’intesa a beneficio di tutti.

Allo stesso tempo, però, la Corte costituzionale tedesca minaccia di ritirare la Bundesbank dal programma di acquisto titoli della BCE.

La recente sentenza della Corte tedesca, sebbene neutrale rispetto alle importanti attività della BCE sui mercati in questi giorni, crea un precedente pericoloso. Tenta di imporre una gerarchia delle fonti del diritto che favorisce il livello nazionale su quello europeo. Se questa linea dovesse essere seguita da altri stati membri, sarebbe la fine dell’idea di Europa.

In queste dinamiche europee, l’Italia è spettatrice o protagonista?

L’Italia è senz’altro protagonista. Siamo la terza maggiore economia d’Europa, ma allo stesso tempo il Paese più indebitato, con la più bassa crescita e tra i più colpiti da COVID-19. La combinazione di questi fattori ci pone nell’occhio del ciclone. Si può essere tuttavia protagonisti in positivo, contribuendo con più energia ad individuare le soluzioni per rimettersi in piedi.

Servono leader europei più legittimati a prendere decisioni?

La crisi può portare un cambiamento nella legittimazione sovranazionale dei leader europei. Il tema centrale è che l’organo portante del sistema, il Consiglio europeo, è formato dai capi di governo dei Paesi membri – portati a promuovere i propri interessi nazionali. Noto tuttavia dai recenti dibattiti la crescita di un’opinione pubblica europea che va incoraggiata. Io tifo per due novità istituzionali che avvicinerebbero i cittadini alle scelte europee: una è l’elezione diretta del Presidente della Commissione, l’altra la creazione di liste di candidati transnazionali per la carica di parlamentare europeo.

Qualora l’Europa non trovasse una risposta comune, l’Italia può guardare altrove? Ad esempio, alla Cina?

L’Unione Europea non ha alternative possibili. Credo sarebbe un disastro per l’Italia uscire come ha fatto la Gran Bretagna. Meglio battersi all’interno delle istituzioni europee per ottenere il massimo, poiché Italia e Francia insieme possono avere un peso maggiore di Germania e Olanda. La Cina è la potenza emergente e un partner importante per l’Italia. Tuttavia, non può sostituirsi all’Europa. Il rapporto con la Cina andrà rafforzato, ma rappresenta un’altra dimensione non un’alternativa. Non si può immaginare di lasciare l’Europa per entrare sotto la guida cinese.

Per supportare i cambiamenti che ha illustrato, immagina un suo ritorno in politica?

No, perché non vedo le condizioni politiche adeguate. Oltretutto, sono soddisfatto delle mie attuali attività. A Parigi sono impegnato su due fronti: il primo è il mio lavoro di direttore della scuola di Affari Internazionali all’università Sciences Po, che offre master a 1600 studenti da 110 Paesi – un osservatorio unico sulle relazioni internazionali. Il secondo è la presidenza dell’istituto Jacques Delors, che ha l’obiettivo di mettere in campo idee per migliorare l’Unione Europea e avvicinarla ai cittadini. Uno strumento è l’Accademia Nostra Europa, che ogni anno offre a trenta giovani un percorso formativo all’interno degli istituti europei. C’è anche un’attività non-profit che svolgo in Italia: si chiama Scuola di Politiche, a significare policy, che sostiene cento studenti italiani l’anno con borse di studio.

Allora come mai la vediamo più presente nei dibattiti?

La ragione di una mia maggiore presenza mediatica è che ultimamente ho visto crescere in Italia una pericolosa tendenza a staccarsi dall’Europa. La osservo nei sondaggi, nelle espressioni della classe dirigente, nei valori dei politici. Penso invece che si debba combattere per un’Italia sempre più legata all’Unione Europea e il momento storico mi sembra adeguato. È nata questa nuova intesa tra Italia, Francia e Spagna che rispecchia la linea da me sempre perseguita. Un’Italia che si allontana dall’Europa sarebbe lo scenario peggiore che posso immaginare. Oggi più che mai abbiamo bisogno di massima unità, a livello nazionale così come europeo.

Leader 25 Marzo, 2020 @ 4:53

La lettera di Conte all’Ue (firmata da altri 8 Paesi) per chiedere i coronabond

di Massimiliano Carrà

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giuseppe conte scrive lettera all'ue per i coronabond
Il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte (Imagoeconomica)

“Caro presidente, caro Charles”. Inizia così la lettera scritta dal presidente del consiglio Giuseppe Conte al presidente del consiglio europeo Charles Michel. Pubblicata sul sito ufficiale del governo italiano, la lettera del premier Conte è stata firmata dai leader di altri 8 Paesi dell’Ue: Belgio, Francia, Grecia, Irlanda, Lussemburgo, Portogallo, Slovenia e Spagna.

Come si evince dalla lettera stessa, l’obiettivo dei firmatari è uno: rispondere alla pandemia da coronavirus “con misure eccezionali per contenere la diffusione del contagio all’interno dei confini nazionali e tra Paesi, per rafforzare i nostri sistemi sanitari, per salvaguardare la produzione e la distribuzione di beni e servizi essenziali e, non ultimo, per limitare gli effetti negativi che lo shock  produce sulle economie europee”.

Per farlo, soprattutto dal punto di vista economico, il premier Conte evidenzia in maniera chiara l’importanza dell’introduzione dei coronabond. Tant’è che nella lettera scrive: “Dobbiamo lavorare su uno strumento di debito comune emesso da una Istituzione dell’UE per raccogliere risorse sul mercato sulle stesse basi e a beneficio di tutti gli Stati Membri

La lettera del premier Giuseppe Conte all’Ue per combattere il coronavirus

Caro Presidente, caro Charles

la pandemia del Coronavirus è uno shock senza precedenti e richiede misure eccezionali per contenere la diffusione del contagio all’interno dei confini nazionali e tra Paesi, per rafforzare i nostri sistemi sanitari, per salvaguardare la produzione e la distribuzione di beni e servizi essenziali e, non ultimo, per limitare gli effetti negativi che lo shock produce sulle economie europee.

Tutti i Paesi europei hanno adottato o stanno adottando misure per contenere la diffusione del virus. Il loro successo dipenderà dalla sincronizzazione, dall’estensione e dal coordinamento con cui i vari Governi attueranno le misure sanitarie di contenimento.

Abbiamo bisogno di allineare le prassi adottate in tutta Europa, basandoci su esperienze pregresse di successo, sulle analisi degli esperti, sul complessivo scambio di informazioni. È necessario ora, nella fase piu’ acuta dell’epidemia. Il coordinamento che tu hai avviato, con Ursula von der Leyen, nelle video-conferenze tra i leader è d’aiuto in tal senso.

Sarà necessario anche in futuro, quando potremo ridurre gradualmente le severe misure adottate oggi, evitando sia un ritorno eccessivamente rapido alla normalità sia il contagio di ritorno da altri Paesi. Dobbiamo chiedere alla Commissione europea di elaborare linee guida condivise, una base comune per la raccolta e la condivisione di informazioni mediche ed epidemiologiche, e una strategia per affrontare nel prossimo futuro lo sviluppo non sincronizzato della pandemia.

Mentre attuiamo misure socio-economiche senza precedenti, che impongono un rallentamento dell’attività economica mai sperimentato prima, abbiamo comunque bisogno di garantire la produzione e la distribuzione di beni e servizi essenziali, e la libera circulazione di dispositivi medici vitali all’interno dell’UE. Preservare il funzionamento del mercato unico è fondamentale per fornire a tutti i cittadini europei la migliore assistenza possibile e la più ampia garanzia che non ci saranno carenze di alcun tipo.

Siamo pertanto impegnati a tenere i nostri confini interni aperti al necessario scambio di beni, di informazioni e agli spostamenti essenziali dei nostri cittadini, in particolare quelli dei lavoratori transfrontalieri. Abbiamo anche bisogno di assicurare che le principali catene di valore possano funzionare appieno all’interno dei confini dell’UE e che nessuna produzione strategica sia preda di acquisizioni ostili in questa fase di difficoltà economica. I nostri sforzi saranno prioritariamente indirizzati a garantire la produzione e la distribuzione delle attrezzature mediche e dei dispositivi di protezione fondamentali, per renderli disponibili, a prezzi accessibili e in maniera tempestiva a chi ne ha maggiore necessità.

Le misure straordinarie che stiamo adottando per contenere il virus hanno ricadute negative sulle nostre economie nel breve termine. Abbiamo pertanto bisogno di intrapredere azioni straordinarie che limitino i danni economici e ci preparino a compiere i passi successivi. Questa crisi globale richiede una risposta coordinata a livello europeo. La BCE ha annunciato lo scorso giovedì 19 marzo una serie di misure senza precedenti che, unitamente alle decisioni prese la settimana prima, sosterrano l’Euro e argineranno le tensioni finanziarie.

La Commissione europea ha anche annunciato un’ampia serie di azioni per assicurare che le misure fiscali che gli Stati membri devono adottare non siano ostacolate dalle regole del Patto di Stabilità e Crescita e dalla normativa sugli aiuti di Stato. Inoltre, la Commissione e la Banca Europea per gli Investimenti (BEI) hanno annunciato un pacchetto di politiche che consentiranno agli Stati membri di utilizzare tutte le risorse disponibili del bilancio dell’UE e di beneficiare degli strumenti della BEI per combattere l’epidemia e le sue conseguenze.

Gli Stati membri dovranno fare la loro parte e garantire che il minor numero possibile di persone perda il proprio lavoro a causa della temporanea chiusura di interi settori dell’economia, che il minor numero di imprese fallisca, che la liquidità continui a giungere all’economia e che le banche continuino a concedere prestiti nonostante i ritardi nei pagamenti e l’aumento della rischiosità. Tutto questo richiede risorse senza precedenti e un approccio regolamentare che protegga il lavoro e la stabilità finanziaria.

Gli strumenti di politica monetaria della BCE dovranno pertanto essere affiancati da decisioni di politica fiscale di analoga audacia, come quelle che abbiamo iniziato ad assumere, col sostegno di messaggi chiari e risoluti da parte nostra, come leader nel Consiglio Europeo.

Dobbiamo riconoscere la gravità della situazione e la necessità di una ulteriore reazione per rafforzare le nostre economie oggi, al fine di metterle nelle migliori condizioni per una rapida ripartenza domani. Questo richiede l’attivazione di tutti i comuni strumenti fiscali a sostegno degli sforzi nazionali e a garanzia della solidarietà finanziaria, specialmente nell’Eurozona.

In particolare, dobbiamo lavorare su uno strumento di debito comune emesso da una Istituzione dell’UE per raccogliere risorse sul mercato sulle stesse basi e a beneficio di tutti gli Stati Membri, garantendo in questo modo il finanziamento stabile e a lungo termine delle politiche utili a contrastare i danni causati da questa pandemia.

Vi sono valide ragioni per sostenere tale strumento comune, poichè stiamo tutti affrontando uno shock simmetrico esogeno, di cui non è responsabile alcun Paese, ma le cui conseguenze negative gravano su tutti. E dobbiamo rendere conto collettivamente di una risposta europea efficace ed unita. Questo strumento di debito comune dovrà essere di dimensioni sufficienti e a lunga scadenza, per essere pienamente efficace e per evitare rischi di rifinanziamento ora come nel futuro.

I fondi raccolti saranno destinati a finanziare, in tutti gli Stati Membri, i necessari investimenti nei sistemi sanitari e le politiche temporanee volte a proteggere le nostre economie e il nostro modello sociale.

Con lo stesso spirito di efficienza e solidarietà, potremo esplorare altri strumenti all’interno del bilancio UE, come un fondo specifico per spese legate alla lotta al Coronavirus, almeno per gli anni 2020 e 2021, al di là di quelli già annunciati dalla Commissione.

Dando un chiaro messaggio di voler affrontare tutti assieme questo shock unico, rafforzeremmo l’Unione Economica e Monetaria e, soprattutto, invieremmo un fortissimo segnale ai nostri cittadini circa la cooperazione determinata e risoluta con la quale l’Unione Europea è impegnata a fornire una risposta efficace ed unitaria.

Abbiamo inoltre bisogno di preparare assieme “il giorno dopo” e riflettere sul modo in cui organizziamo le nostre economie attraverso i nostri confini, le catene di valore globale, i settori strategici, i sistemi sanitari, gli investimenti comuni e i progetti europei.

Se vogliamo che l’Europa di domani sia all’altezza delle sue storiche aspirazioni, dobbiamo agire oggi e preparare il nostro futuro comune. Apriamo pertanto il dibattito ora e andiamo avanti, senza esitazione.

Firmato da

Sophie Wilmès, Primo Ministro del Belgio
Emmanuel Macron, Presidente della Repubblica francese
Kyriakos Mitsotakis, Primo Ministro of Greece
Leo Varadkar, Primo Ministro of Ireland
Giuseppe Conte, Presidente del Consiglio dei Ministri italiano
Xavier Bettel, Primo Ministro del Lussemburgo
António Costa, Primo Ministro del Portogallo
Janez Janša , Primo Ministro della Slovenia
Pedro Sánchez, Primo Ministro della Spagna