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Business 12 Agosto, 2020 @ 11:41

Goldman prevede almeno un vaccino approvato entro il 2020. Su la stima del Pil Usa

di Forbes.it

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Articolo di Sergei Klebnikov apparso su Forbes.com

Goldman Sachs è diventata più ottimista sui tempi necessari per lo sviluppo di un vaccino contro il coronavirus affermando di aspettarsi che almeno un trattamento sarà ampiamente disponibile entro il prossimo anno. Cosa che ha condotto i suoi analisti ad aumentare le prospettive di crescita economica (per gli Stati Uniti) per il 2021.

Aspetti principali

  • Goldman Sachs ha aumentato le sue previsioni economiche per il prossimo anno in quanto prevede che “almeno un vaccino” sarà ampiamente distribuito entro il secondo trimestre del 2021.
  • Sebbene la banca d’affari abbia lasciato invariate le sue previsioni economiche per il 2020, con un aumento del Pil annualizzato del 25,2% e dell’8% rispettivamente nel terzo e nel quarto trimestre, ha aggiornato le sue previsioni per l’intero 2021.
  • Goldman Sachs prevede che la crescita del Pil nel 2021 raggiungerà il 6,2% su base media annua, in aumento rispetto a una stima precedente del 5,6% (e superiore alla proiezione della Federal Reserve del 5% ).
  • Una variazione che si scompone in aumenti trimestrali del 10%, 8% 4% e 3% nel 2021, rispetto alle precedenti stime dell’8%, 6,5%, 5% e 4%.
  • Goldman afferma che l’arrivo più rapido di un vaccino aumenterebbe le prospettive di una ripresa economica, con la spesa dei consumatori destinata ad accelerare nella prima metà del 2021 quando gli americani “riprenderanno le attività che in precedenza li avrebbero esposti al rischio di Covid-19”.
  • La società ha mantenuto le previsioni sul tasso di disoccupazione per il 2020 al 9% (in calo rispetto all’attuale 10,1%), ma ha rivisto il suo dato per il 2021 al 6,5% dal 7%.

Citazione di rilievo

“I vaccini per il Covid-19 vengono sviluppati a un ritmo rapido … nonostante la sostanziale incertezza, il risultato più probabile è che almeno un vaccino otterrà l’approvazione della FDA questo autunno”, hanno scritto gli analisti di Goldman Sachs in una recente nota.

Contesto

Il governo degli Stati Uniti ha finanziato tre potenziali vaccini contro il coronavirus per le sperimentazioni di fase 3. Le aziende che si stanno occupando di queste sperimentazioni sono Moderna, AstraZeneca (in collaborazione con l’Università di Oxford), Pfizer e BioNTech. Ci sono un totale di 42 aziende che hanno vaccini attualmente in fase di sviluppo, secondo la Regulatory Affairs Professionals Society.

Grandi numeri: 5,1 milioni

Sono 5,1 milioni i casi di coronavirus finora confermati negli Stati Uniti, con poco più di 164.000 morti, secondo gli ultimi dati della Johns Hopkins University.

A cosa prestare attenzione

Un pericolo che potrebbe minacciare la ripresa economica è che il Congresso non sia d’accordo su un altro round di stimolo, afferma Goldman Sachs. I democratici e la Casa Bianca rimangono incerti su come dovrebbe essere il prossimo pacchetto di aiuti per il coronavirus, con disaccordi su questioni chiave come l’estensione dei sussidi federali di disoccupazione. “I rischi al ribasso a breve termine sono aumentati a causa del fallimento del Congresso nel far passare un pacchetto fiscale di Fase 4”, ha detto Goldman nella sua nota. “Ci aspettiamo ancora che un pacchetto del valore di almeno 1.5 trilioni di dollari diventi legge entro la fine di agosto, ma il rischio di non vedere ulteriori azioni legislative è aumentato e potrebbe rappresentare una minaccia per la ripresa ai suoi albori”.

Business 16 Luglio, 2020 @ 11:21

Come 46 ceo di grandi imprese stanno progettando la ripresa

di Forbes.it

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Marco Sesana (Generali Italia)
Marco Sesana, country manager Italy & global business lines Generali e ceo di Generali Italia

Un contributo per ricostruire il tessuto sociale ed economico del Paese mettendo al centro della riflessione persona e futuro. Questo il senso del tavolo che si è tenuto a Roma ospitato da Cassa depositi e prestiti e che ha coinvolto i 46 ceo italiani che aderiscono al Consorzio Elis nel semestre presieduto da Marco Sesana, country manager Italy & global business lines di Generali e ceo di Generali Italia.

Le riflessioni dei ceo, come spiega una nota stampa, verranno arricchite e approfondite nei prossimi mesi per poi essere convogliate dal team di Elis, durante la presidenza di Sesana, in una “Bussola per la Ri-Nascita”, un documento che sintetizzerà tutti i contributi dei ceo sui valori che devono ispirare la rinascita del Paese e i temi sui quali le imprese, in concerto con le istituzioni, dovranno far sentire il loro apporto concreto per una reale ripartenza.

“Dobbiamo fare in modo che tutto ciò che stiamo pensando diventi azione. Il mio messaggio da uomo d’azienda è: cerchiamo di diventare i leader del fare positivo, diventare non più solo portatori di un’idea ma portatori di un’azione”, ha detto il ceo di Generali Italia, Marco Sesana. “Un’azienda ha successo quando fa crescere i propri dipendenti, collaboratori e stakeholders, il territorio e le comunità in cui opera dove vivono famiglie, aziende e associazioni”.

Tra gli altri contributi quelli dei ceo di Anas, Enel, Illimity e tanti altri ancora. Eccone alcuni:

“Ritengo che questo momento di crisi ci abbia dato grandi opportunità. Abbiamo rimesso al centro le persone. Famiglia, capitale umano, innovazione, azione sono tutti temi collegati e devono continuare ad esserlo”, ha dichiarato” Massimo Simonini, ceo & general manager Anas.

“Ridurre significativamente l’economia sommersa, rimodernare il tessuto economico, fare investimenti sulla scuola e sui giovani: il lavoro deve stare al centro della ripresa del Paese”. Così Corrado Sciolla, amministratore delegato Cedacri.

Secondo Nazzarena Franco, ceo di DHL Express Italy, “tra i valori su cui far leva c’è la capacità di visione per il futuro, che appartiene al DNA del nostro Paese. Abbiamo bisogno di una visione puntuale e strategica, valore da tener presente insieme alla cura dell’altro. Penso che la cura intergenerazionale, sia quella dei giovani sia delle persone con esperienza, sia fondamentale. Bisogna concentrarsi su ciò che si può fare su di loro come elemento cardine di crescita futura”.

“La verità è importante per comprendere ciò che succede intorno a noi ma necessita di coraggio”, ha dichiarato Francesco Starace, ceo Enel. Bisogna fare le cose insieme ed è possibile solo grazie ad un collante, la fiducia: un valore raro che si costruisce nel tempo, grazie alla responsabilità e senza il quale non si lavora. Verità, coraggio di affrontare la realtà, fiducia verso le persone e responsabilità. L’aprirsi agli altri non può avvenire se non su queste quattro basi”.

“Uguaglianza o libertà? Merito o solidarietà? Identità o apertura? Non bisogna scegliere ma avere la capacità di combinare i valori positivi che ci accomunano e lavorare insieme. Il modello europeo dimostra come l’equilibrio dei valori sia possibile”. Queste le parole di Corrado Passera, ceo illimity.

“Per ripartire bisogna investire sui talenti e sulle competenze per l’occupazione. Creare opportunità deve essere la priorità nell’agenda di tutti”, ha detto Silvia Candiani, ceo Microsoft Italia. “Oggi, siamo di fronte a un tasso di disoccupazione giovanile molto alto, con previsioni di crescita, e dall’altro lato registriamo la mancanza di risorse in alcuni settori chiave per la crescita del Paese. Servono iniziative concrete di formazione e creazione di competenze digitali per cercare tutti insieme di ispirare e costruire il futuro dell’Italia”.

“Le nostre responsabilità, come uomini d’impresa e come cittadini, sia oggi che per il futuro, sono enormi. Un’azione indispensabile, da manager d’impresa, sta nel provare ad indicare possibili soluzioni a chi ha il compito di decidere. Da cittadini adulti siamo però anche chiamati ad individuare per i giovani la giusta chiave di lettura per interpretare questo mondo in continuo cambiamento”. Sono le parole di Stefano Donnarumma, amministratore delegato Terna.

Infine Graziano Debellini, presidente TH Resorts: “Bisogna conservare il fuoco dell’inizio e i valori e poi avere il coraggio di innovare investendo in formazione e innovazione per creare posti di lavoro, perché il lavoro è un bisogno dell’uomo, una dimensione della vita, in cui ognuno esprime il proprio essere”.

L’idea di una “Bussola per la Ri-Nascita”, precisa la nota, rientra nel progetto Mindset Revolution, nato dalla volontà dei ceo di grandi imprese del Consorzio Elis di essere guida del cambiamento all’interno delle proprie organizzazioni, assumendosi il compito di stimolare tutta la popolazione aziendale ad operare il cambio di mindset.

 

Business 13 Luglio, 2020 @ 1:50

Come le persone più facoltose vedono la loro vita dopo Covid-19

di Forbes.it

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Il 75% degli investitori facoltosi a livello mondiale ritiene che la pandemia abbia trasformato profondamente il modo di vivere delle persone a seguito del COVID-19, secondo quanto emerso dall’ultima ricerca Investor Watch di UBS, leader mondiale nel settore della gestione patrimoniale.

La ricerca, condotta nel mese di maggio, ha coinvolto oltre 3.750 investitori. Tale campione era costituito da persone di 25-30 anni con almeno 250mila dollari di attivi investibili, da persone di 31-39 anni con almeno 500mila dollari di attivi investibili e, infine, da soggetti di età pari o superiore a 40 anni e almeno 1 milione di attivi investibili.

Stando alla ricerca, che ha coinvolto oltre 3.750 investitori in 15 mercati a livello mondiale, gli investitori
stanno già pensando di rivedere il proprio stile di vita in seguito alla pandemia:
 7 investitori su 10 in futuro ridurranno viaggi e spostamenti verso i luoghi di lavoro
 La metà ha intenzione di stabilirsi in prossimità della famiglia
 Il 46% potrebbe rinunciare a vivere in città, optando per delle zone meno popolate
 Per l’88% la massima priorità è il mantenersi in buona salute

Il 67% degli investitori sostiene inoltre che la pandemia ha inciso sulla percezione della propria situazione finanziaria:
 Il 56% teme di non aver sufficienti risparmi nel caso in cui si verificasse un’altra pandemia
 Il 58% si preoccupa di dover lavorare più a lungo per compensare minori introiti contributivi
pensionistici
 Il 60% teme di diventare un peso economico per la famiglia, in caso di malattia
 Il 54% si preoccupa di non lasciare sufficienti risorse finanziarie per le generazioni future

Nel complesso, l’83% degli investitori desidera ricevere più assistenza del solito da parte del consulente
finanziario di riferimento, in termini di gestione patrimoniale durante la pandemia.

Paolo Federici, market head di UBS Global Wealth Management in Italia (Courtesy UBS Gwm)

Paolo Federici, market head di UBS Global Wealth Management in Italia, si è concentrato sulle principali evidenze relative al nostro Paese: “Il Covid-19 ha costretto molti investitori a rivedere le proprie priorità a causa delle ripercussioni che la pandemia ha generato sul proprio stile di vita e sulla situazione finanziaria. Tuttavia questa situazione sta generando anche diverse opportunità, infatti il 79% degli investitori italiani vede la volatilità come una proficua occasione per riallocare i propri investimenti. I millennial italiani poi, nonostante la preoccupazione per la situazione economica, sono sempre più proiettati verso gli investimenti sostenibili. In linea generale, la consulenza giocherà un ruolo sempre più fondamentale, l’86% degli investitori italiani dichiara infatti di aver ancora più bisogno di assistenza”.

Da un punto di vista generazionale, gli investitori millennial intervistati erano più propensi ad affermare di aver subito ripercussioni economiche a causa della pandemia e più preoccupati per la loro situazione finanziaria rispetto alle generazioni precedenti. Il 73% di loro ha infatti dichiarato di aver sofferto un impatto sul versante finanziario a causa della pandemia. Il 74% sostiene che quest’ultima ha inciso sulla percezione della loro situazione finanziaria. Inoltre, i millennial temono di dover lavorare più a lungo per compensare minori introiti, di non avere sufficienti risparmi e di perdere il lavoro nel contesto attuale. Gli stessi rivelano di essere sensibili anche al tema dell’impatto sociale generato dai loro investimenti. Circa un terzo ha aumentato il sostegno economico a familiari e amici, mentre il 69% si definisce interessato agli investimenti sostenibili. Infine il 60% si dichiara incline alla filantropia a seguito del COVID-19.

 

Business 9 Luglio, 2020 @ 8:21

Brooks Brothers, le camicie di Wall Street dichiarano bancarotta

di Forbes.it

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Brooks Brothers
(Shutterstock)

Aveva resistito a una Guerra civile e a diverse crisi economiche. Questa volta invece Brooks Brothers, il produttore di abbigliamento più longevo degli Stati Uniti, ha dovuto alzare bandiera bianca.

Dopo aver vestito 40 presidenti degli Stati Uniti e aver rappresentato uno status symbol per i banchieri rampanti di Wall Street la compagnia si è arresa di fronte alla pandemia di coronavirus e all’avanzata dello stile casual anche negli ambienti di lavoro.

Brooks Brother ha così chiesto l’adesione alla procedura fallimentare nota con il nome di Chapter 11, andando ad allungare l’elenco delle catene di abbigliamento entrate in difficoltà nel corso del 2020.

Le prime avvisaglie di una situazione problematica si erano scorte durante il mese di giugno quando erano emerse indiscrezioni circa la possibile chiusura di tre impianti produttivi di proprietà della società.

Nonostante il ricorso al Chapter 11, Brooks Brothers continua a guardarsi attorno per la ricerca di un possibile cavaliere bianco intenzionato a rilevare la società.

Forbes Italia 2 Luglio, 2020 @ 5:33

Anche il più grande franchisee di Pizza Hut deve fare i conti con la bancarotta

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(Photo by Shannon O’Hara/Getty Images for Pizza Hut)

Articolo di Karen Robinson-Jacobs apparso su Forbes.com

La fame dei consumatori di cibo da asporto e a domicilio non è stata abbastanza forte da salvare Npc International, il più grande franchisor di ristoranti Pizza Hut negli Stati Uniti, che ha presentato istanza fallimentare mercoledì, dopo che i problemi per il lockdown legati al coronavirus si sono aggiunti a un calo di popolarità del marchio.

Aspetti principali

-Confermando le voci che avevano erano circolate questa settimana, Npc International, che ha sede in Kansas, ha dichiarato di aver stipulato un accordo di supporto alla ristrutturazione con i suoi finanziatori per “ridurre sostanzialmente il debito a lungo termine e rafforzare la struttura del capitale della società”.

-La società ha debiti per 903 milioni di dollari e, come riporta Bloomberg, ha pre-negoziato un accordo di ristrutturazione con circa il 90% dei suoi istituti di credito e il 17% di altri finanziatori. Il piano mira a ridurre il debito della società, con istituti di credito di primo livello che parteciperanno a una nuova iniezione di liquidità. Nel piano anche la vendita di almeno una parte dei ristoranti dell’azienda.

-L’aumento dei costi delle materie prime e un “livello più elevato di leva finanziaria” sono le sfide per l’operatore della ristorazione, secondo le dichiarazioni Jon Weber, amministratore delegato e presidente della divisione Pizza Hut di Npc.

-Npc possiede 1.225 negozi con insegna Pizza Hut, 385 ristoranti di Wendy, ha 7.500 dipendenti a tempo pieno, circa 28.500 lavoratori part time e opera in 30 Stati e a Washington Dc, secondo la società che ha dichiarato di voler mantenere i suoi locali aperti e continuare a pagare i lavoratori.

-In una nota, Pizza Hut ha detto che spera che la ristrutturazione aiuterà “i ristoranti Pizza Hut gestiti da Npc a generare lo stesso slancio che stiamo vedendo in tutto il business di Pizza Hut negli Stati Uniti”, che a maggio ha registrato una media di vendite effettuate in delivery più alte degli ultimi otto anni.

-Ma Pizza Hut come marchio ha affrontato per anni sfide legate all’aumento della concorrenza. Quando i risultati trimestrali al 31 marzo per la casa madre del marchio, Yum Brands, sono stati pubblicati alla fine di aprile, le vendite in tutto il mondo sono diminuite del 2% per il marchio gemello Kfc e sono diminuite del 9% per Pizza Hut, con il cali parzialmente compensati dalla crescita delle vendite del 4% di Taco Bell.

Dichiarazione chiave

“Queste sfide sono state ingigantite di recente dall’impatto e dall’incertezza del Covid-19”.
Jon Weber, amministratore delegato e presidente della divisione Pizza Hut di Npc.

Contesto di fondo

Npc International è il più grande franchisee per numero di location di qualsiasi altro ristorante negli Stati Uniti. Con sede a Leawood, nel Kansas, la società è stata a lungo la spina dorsale della comunità di franchising di Pizza Hut. Ma anche prima della pandemia, secondo Bloomberg, la compagnia ha cercato aiuto dai consulenti per ristrutturare il debito. I ristoranti in tutto il paese sono stati duramente colpiti dalle chiusure obbligatorie mentre la nazione cerca di frenare la diffusione di Covid-19.

Business 7 Giugno, 2020 @ 8:37

Via al bonus affitti per le imprese: a chi spetta e come fruire del credito d’imposta

di Forbes.it

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Da ieri è possibile utilizzare il credito d’imposta del 60 per cento del canone mensile per la locazione, il leasing o la concessione di immobili ad uso non abitativo destinati allo svolgimento di attività industriali, commerciali, artigianali, agricole. Lo rende noto l’Agenzia delle entrate con la risoluzione n. 32/E che ha istituito il codice tributo “6920” che consente alle imprese la compensazione con modello F24, utilizzando i servizi telematici delle Entrate. È inoltre disponibile la circolare n. 14 firmata dal Direttore dell’Agenzia, Ernesto Maria Ruffini, che fornisce i primi chiarimenti sull’utilizzo della misura agevolativa prevista dall’articolo 28 del decreto Rilancio. Dai requisiti per accedere sino alle modalità di fruizione del credito, il documento si sofferma anche sui beneficiari includendo anche i forfetari e gli enti non commerciali, compresi gli enti del terzo settore e gli enti religiosi civilmente riconosciuti, che svolgono attività istituzionale di interesse generale.

In cosa consiste – Il credito d’imposta è pari al 60 per cento del canone locazione degli immobili ad uso non abitativo e al 30 per cento del canone nei casi contratti di affitto d’azienda. L’importo da prendere a riferimento è quello versato nel periodo d’imposta 2020 per ciascuno dei mesi di marzo, aprile e maggio. È comunque necessario che il canone sia stato corrisposto. In caso di mancato pagamento la possibilità di utilizzare il credito d’imposta resta sospesa fino al momento del versamento. Se il canone invece è stato versato in via anticipata, sarà necessario individuare le rate relative ai mesi di fruizione del beneficio parametrandole alla durata complessiva del contratto. Quando le spese condominiali sono pattuite come voce unitaria all’interno del canone di locazione e tale circostanza risulti dal contratto, anche le spese condominiali possano concorrere alla determinazione dell’importo sul quale calcolare il credito d’imposta.

A chi spetta – Beneficia del credito d’imposta per canoni di locazione degli immobili a uso non abitativo e affitto d’azienda chi svolge attività d’impresa, arte o professione, con ricavi o compensi non superiori a 5 milioni di euro nel periodo d’imposta precedente a quello in corso alla data di entrata in vigore del decreto Rilancio. Il credito di imposta è riconosciuto alle strutture alberghiere e agrituristiche a prescindere dal volume di ricavi e compensi registrato nel periodo d’imposta precedente. Vi rientrano anche gli enti non commerciali, compresi gli enti del terzo settore e gli enti religiosi civilmente riconosciuti. Per questi ultimi l’eventuale svolgimento di attività commerciale in maniera non prevalente rispetto a quella istituzionale non pregiudica la fruizione del credito d’imposta anche in relazione a quest’ultima attività. Si ritengono inclusi i forfetari e le imprese agricole. Sono inclusi anche coloro che svolgono un’attività alberghiera o agrituristica stagionale; in tal caso, i mesi da prendere a riferimento ai fini del credito d’imposta sono quelli relativi al pagamento dei canoni di aprile, maggio e giugno.

Requisiti – Il credito d’imposta spetta a condizione che i soggetti esercenti attività economica abbiano subito una diminuzione del fatturato o dei corrispettivi in ciascuno dei mesi di marzo, aprile e maggio di almeno il cinquanta per cento rispetto allo stesso mese del periodo d’imposta precedente. Il calo del fatturato o dei corrispettivi deve essere verificato mese per mese. Quindi può verificarsi il caso, ad esempio, che spetti il credito d’imposta solo per uno dei tre mesi. La condizione del calo del fatturato si applica esclusivamente ai locatari esercenti attività economica. Per gli enti non commerciali non è prevista tale verifica con riferimento all’attività istituzionale. Per questi soggetti, quindi, il requisito da rispettare ai fini della fruizione del credito d’imposta (oltre al non aver conseguito nell’anno precedente flussi reddituali in misura superiore a 5 milioni di euro) è che l’immobile per cui viene corrisposto il canone abbia una destinazione non abitativa e sia destinato allo svolgimento dell’attività istituzionale. La circolare inoltre chiarisce che il credito spetta a prescindere dalla categoria catastale dell’immobile, rilevando l’effettivo utilizzo dello stesso nelle attività sopra menzionate.

Utilizzo del credito – Il credito d’imposta è utilizzabile in compensazione, nella dichiarazione dei redditi relativa al periodo d’imposta di sostenimento della spesa; o, in alternativa può essere ceduto. La cessione può avvenire a favore del locatore o del concedente, oppure di altri soggetti, compresi istituti di credito e altri intermediari finanziari, con facoltà di successiva cessione del credito per questi ultimi. Nell’ipotesi in cui il credito d’imposta sia oggetto di cessione al locatore o concedente il versamento del canone è da considerarsi avvenuto contestualmente al momento di efficacia della cessione, nei confronti dell’amministrazione finanziaria. In altri termini, in questa particolare ipotesi è possibile fruire del credito anche in assenza di pagamento, fermo restando, però, che deve intervenire il pagamento della differenza dovuta rispetto all’importo della cessione pattuita. Le modalità attuative delle disposizioni relative alla cessione del credito d’imposta saranno definite nel provvedimento del direttore dell’Agenzia delle entrate previsto per le altre misure emanate per fronteggiare l’emergenza da COVID-19.

Compensazione del credito – Il credito è utilizzabile nella dichiarazione dei redditi relativa al periodo d’imposta di sostenimento della spesa oppure in compensazione (articolo 17 del decreto legislativo 9 luglio 1997, n. 24) successivamente all’avvenuto pagamento dei canoni. La compensazione avviene utilizzando il modello F24 da presentare esclusivamente attraverso i servizi telematici messi a disposizione dell’Agenzia delle Entrate e indicando il codice tributo “6920”.

Business 29 Maggio, 2020 @ 3:10

Quello che il Decreto Rilancio non dice, la Fase 2 delle Pmi secondo Federico Pozzi Chiesa

di Forbes.it

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Federico Pozzi Chiesa
Federico Pozzi Chiesa

Crescita dell’insoluto, compressione di volumi del fatturato, incertezza dei business con l’estero causata dall’alert sul Paese da parte di alcune assicurazioni sul credito, sono questi i principali ostacoli alla ripresa economica delle piccole e medie imprese italiane, spesso parte di filiere internazionali. Una situazione sicuramente complessa che Federico Pozzi Chiesa analizza grazie alla sua posizione privilegiata come amministratore delegato della Italmondo SpA, controllata del gruppo ITLM guidato dallo stesso Federico Pozzi Chiesa che, attiva da oltre 65 anni, è tra le principali realtà nel settore dei servizi logistici italiani ed internazionali.

L’azienda Italia ha le casse vuote

Il primo elemento di pressione sui bilanci è l’aumento degli insoluti: secondo Cna oscillerà attorno al 60% la percentuale di fatture non pagate alle piccole imprese; e in generale per il mese di marzo gli insoluti variano dal 20% al 70%, mentre aprile ha visto un peggioramento con una forbice media che si innalza tra il 30% e il 50%, con picchi fino al 100%.

In questa situazione, il Decreto Rilancio con il suo carico di promesse rischia di essere ancora insufficiente per far fronte alle enormi esigenze di cassa delle imprese italiane. Esigenze che l’Osservatorio sul Working Capital di Cribis e Workinvoice stima essere intorno ai 15 miliardi nell’arco di 3 mesi e 45 miliardi nell’arco di un anno. Si tratta di un passo in avanti rispetto ai Decreti precedenti perché vengono introdotte norme innovative – come la garanzia sull’assicurazione del credito – ma che dovrà misurarsi con la prova dei regolamenti attuativi e con il reale trasferimento degli stanziamenti, passaggio che finora è stato molto farraginoso.

I mancati incassi si sommano al calo di fatturato, praticamente azzerato per due mesi per il 90% delle aziende domestiche che sono state costrette a chiudere i battenti nel tentativo di contenere la pandemia, soprattutto se pensiamo al retail e al mondo della ristorazione colpiti già pre- lockdown. Si pensi solo che Cerved stima che la perdita di fatturato causata dal Covid nel 2020-21 sarà tra i 509 e i 671miliardi e ipotizza scompensi per i diversi settori variabili dal 55% di tour operator e agenzie viaggi, al 60,8% dei trasporti aerei di persone, fino all’oltre 65% del settore cinematografico. Con un impatto che raddoppia nello scenario più pessimista (con una nuova ondata dell’epidemia in autunno e il protrarsi del lockdown per l’intero 2020).

Mentre ci addentriamo nella fase due, inoltre, è chiaro che le riaperture non consentiranno ai diversi settori coinvolti di tornare ai livelli di fatturato precedenti, perché saranno obbligati per almeno quattro mesi ancora a lavorare parzialmente e questo si tradurrà in un ulteriore deterioramento della liquidità, con effetti sia nell’immediato che nel medio periodo – almeno fino a fine 2020 – la cui reale portata si potrà valutare solo in base a come evolverà la situazione. Un esempio concreto riguarda il settore della ristorazione, uno tra i più colpiti: in un locale di circa 70 mq in cui prima era possibile accogliere 20/25 persone a regime, oggi il limite scende a circa 1/5 dei clienti, con evidenti conseguenze sui fatturati e sulla sostenibilità stessa del business.

La crisi delle imprese italiane in un orizzonte internazionale

Attraverso le nostre controllate sul territorio asiatico, abbiamo già potuto assistere alla parziale ripartenza del mercato cinese dove ci si aspettava già nel mese di marzo una piena ripresa, che poi si è tradotta invece, almeno inizialmente, in una ripresa tra il 70% e l’80% dei volumi, influenzata dal fatto che nel corso del lockdown alcune aziende che si approvvigionavano da fornitori locali hanno dovuto sostituirli con produttori di altri territori per garantire la prosecuzione del loro core business. Perché non dovremmo aspettarci lo stesso effetto in Italia ed in Europa? Ad eccezione dei player in grado di offrire prodotti unici e insostituibili per qualità o per tecnologia, anche per quanto riguarda le aziende esportartici italiane ed europee, si potrebbe configurare una situazione equiparabile, che creerebbe ulteriori ostacoli ad una ripartenza effettiva. Il rischio è che alla fine dell’emergenza le aziende clienti non tornino sui propri passi e anche se lo facessero non è improbabile che si inneschi una gara al ribasso sui prezzi oppure che il cliente scelga di mantenere entrambi i fornitori, riducendo quindi almeno in parte il valore degli ordini di quello storico.

Gli aiuti dello Stato: fondamentali ma forse insufficienti

Oggi abbiamo un quadro abbastanza chiaro di quelli che sono gli interventi pubblici con cui si cerca di far fronte a questo che potrebbe essere un vero disastro per l’economia reale italiana. Con il Decreto Liquidità, lo Stato ha esteso la copertura del Fondo di garanzia a un pacchetto di 400 miliardi di euro di prestiti, lasciando però tutte le responsabilità operative sull’erogazione del credito in capo alle banche. Le banche si sono trovate a dover gestire una mole di richieste enorme – con non poche polemiche sui tempi di richiesta ed erogazione. Per sopperire a questa situazione è sceso il campo il settore del Fintech che ha notoriamente la capacità di andare incontro alle esigenze delle imprese in maniera più rapida e snella. Nel nostro caso assistiamo all’effort messo in campo da una delle nostre partecipate BorsadelCredito.it che, tramite il recente accordo stretto con Azimut, ha ampliato ulteriormente la sua capacità di finanziare le PMI Italiane.

La garanzia basterà a far tornare le assicurazioni sul credito?

In quanto imprenditore, ritengo infine che un ulteriore elemento negativo (il cui effetto è solo appena visibile e forse è al momento il meno discusso) sia legato alle assicurazioni sul credito che nelle settimane scorse hanno declassato l’intero Paese, mettendo in stato di allerta tutti i fornitori esteri verso le aziende italiane, o meglio, verso l’intero Sistema Italia. Anche fornitori con cui le aziende hanno costruito rapporti decennali hanno irrigidito le maglie del credito, imponendo un ulteriore limite sul volano di un eventuale rilancio. Alcuni player hanno addirittura azzerato tutti i fidi alle aziende italiane, in maniera aprioristica, senza richiedere né la bozza di bilancio 2019 né i dati andamentali.

Anche in questo caso qualche segnale di speranza è rintracciabile nell’ultimo Decreto che introduce, per la prima volta nel nostro Paese e sulla scorta di quanto avviene in Francia e Germania, uno strumento di garanzia pubblica sulle assicurazioni del credito. Questo potrebbe far tornare sui propri passi le compagnie di assicurazione e incentivarle a concedere nuovamente le coperture sui crediti italiani, contribuendo a rimettere in moto la filiera dei pagamenti anche attraverso l’anticipazione dei crediti.

Per quanto riguarda l’outbreak, nelle ultime settimane in Italia si iniziano a scorgere timidi segnali di miglioramento. Questo è un trend che si intravede anche in altri Paesi europei, in opposizione però alla situazione che invece affligge gli USA e ai nuovi picchi di contagi che stanno investendo UK, Russia, Brasile e India. Le ripercussioni sul PIL globale e sulla bilancia commerciale del rallentamento di questi Paesi, che in molti casi sono ancora in fase pre-picco, impongono che le misure di sostegno messe in atto non solo debbano concretizzarsi e consolidarsi per dare un aiuto immediato, ma debbano anche prevedere un termine di medio periodo, tenendo conto di questo rallentamento generale dei mercati.

Business 29 Maggio, 2020 @ 12:21

Il packaging italiano in corsa per sfruttare l’exploit dell’e-commerce, il caso CMC

di Forbes.it

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È sotto gli occhi di tutti come il lockdown abbia dato un’incredibile spinta al settore e-commerce e, a conferma dell’esperienza empirica, arrivano i numeri. Secondo l’analisi NetComm, il Consorzio del commercio elettronico Italiano, da inizio anno sono stati registrati 2 milioni di nuovi consumatori online nel nostro Paese su un totale di 29 milioni, 1,3 milioni dei quali, “nati” a seguito dell’emergenza sanitaria del Covid-19. Un significativo balzo in avanti se si considera che negli stessi mesi dello scorso anno il numero di nuovi utenti e-commerce si attestava a 700.000.

Quello che invece è meno evidente agli occhi dei consumatori è come l’esplosione dell’e-commerce abbia creato un indotto positivo anche in molti settori ad esso connesso, non ultimo il settore del packaging. È il caso ad esempio del gruppo CMC, azienda con sede in Città di Castello (Umbria), che, grazie alla sua esperienza nella costruzione di macchinari innovativi per il packaging e il mailing maturata in più di 40 anni di attività, ha saputo rispondere alle necessità emergenti dei grandi operatori dell’e-commerce, dalla gestione dei picchi operativi all’abbattimento dei costi e ottimizzazione energetica.

Gruppo CMC Packaging
Famiglia Ponti, titolari del Gruppo CMC

Con la sua “CartonWrap”, macchina in grado di realizzare imballaggi dinamici in cartone, protettivi e perfettamente dimensionati al prodotto da spedire, il gruppo CMC è diventando negli ultimi anni un punto di riferimento per i principali operatori internazionali del settore, esportando in tutto il mondo il proprio portafoglio di soluzioni e macchinari altamente innovativi. Un successo che, tradotto in numeri, nel 2019 ha generato un fatturato di circa 61 milioni di euro, registrando una crescita del 17% rispetto all’anno precedente e un tasso di annuo di crescita tra il 2017 e il 2019 del 35%. Un successo che non dovrebbe fermarsi grazie a un portafoglio ordini in forte espansione.

Francesco Ponti, azionista e ceo del gruppo nonché figlio del fondatore Giuseppe Ponti, racconta l’ultimo passo sul sentiero della crescita: l’operazione con cui Francesco e Lorenzo Ponti, supportati dal padre Giuseppe, hanno rilevato le quote di minoranza, riacquistando il 100% del Gruppo CMC, e riorganizzato la capital structure. Con l’operazione di oggi ci prepariamo per affrontare, più patrimonializzati e strutturati, un nuovo importante percorso di crescita”, racconta Francesco. Nell’ambito dell’operazione infatti, Alantra, in qualità di advisor finanziario del gruppo, ha coordinato un club deal di investitori privati, che hanno sottoscritto un aumento di capitale di € 2,5m a fronte dell’emissione di strumenti finanziari partecipativi, e l’emissione di due prestiti obbligazionari per un totale di € 7,0m, interamente strutturati e sottoscritti da Riello Investimenti Partners SGR attraverso il fondo di private debt Impresa Italia.

 

Leader 28 Maggio, 2020 @ 5:22

Luisa Todini a Forbes: “Così il Made in Italy è pronto a ripartire” – VIDEO

di Marco Barlassina

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Luisa Todini, imprenditrice e presidente del Comitato Leonardo creato da Ice e Confindustria (Courtesy Comitato Leonardo)

Luisa Todini, imprenditrice e presidente del Comitato Leonardo che riunisce oltre 130 aziende di diversi settori accomunate da una forte presenza all’estero ha discusso con Forbes del futuro del Made in Italy.

Quali esigenze e speranze stanno emergendo tra gli imprenditori? Il Made in Italy è davvero a rischio a causa della crisi come sostenuto da alcuni? Su quali asset stanno puntando le aziende per la ripresa economica? Solo sulla tecnologia o ci sono anche altri fronti su cui si sta investendo? E quali interventi sono attesi dalle istituzioni?

Sono alcune delle domande dell’intervista andata in onda ieri nell’ambito di ForbesLEADER, la trasmissione visibile ogni mercoledì alle 21.30 sul canale 511 di Sky e che vi proponiamo integralmente.

 

Innovazione 28 Maggio, 2020 @ 4:06

E se Covid-19 avesse anche impatti nascosti sulla tecnologia?

di Forbes.it

Staff

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digitalizzazione
(GettyImages)

Commento a cura di Julie Dickson, Investment Director di Capital Group

A causa del COVID-19 abbiamo assistito a uno sconvolgimento in tutto il settore tecnologico che è partito in Cina, con interruzioni della catena di fornitura principalmente nell’hardware. Ma quando la Cina è tornata al lavoro, la pandemia è diventata globale. Ora il settore della tecnologia si trova ad affrontare un problema ancora più grande – la disgregazione della domanda globale, soprattutto nei prodotti di consumo – mentre il mondo entra in recessione.

Nonostante questa perturbazione della domanda, non osserviamo finora un grande impatto sulle aziende dei semiconduttori, ma ci aspettiamo che le ricadute si presentino nella seconda metà del 2020 a causa dei lunghi tempi di produzione. È anche importante considerare come il lancio di nuovi prodotti, come per esempio nuovi cellulari, sarà ritardato a causa dei lockdown e dei divieti di viaggio.

Per i settori di internet e del software, il COVID-19 ha velocizzato alcune tendenze che abbiamo sperimentato negli ultimi cinque o dieci anni, e che includono l’adozione accelerata dell’e-commerce, dei servizi di consegna di prodotti alimentari, del tempo trascorso sulle piattaforme video e l’adozione di servizi basati sul cloud. È probabile che questa accelerazione spinga la domanda dei data center, che potrebbe a sua volta guidare la domanda di semiconduttori e potenzialmente contribuire a compensare la debolezza delle applicazioni legate ai consumatori.

Molte internet company in Cina hanno acquisito tanti nuovi utenti in questo periodo: ad esempio, la generazione più anziana – che non aveva mai fatto acquisti online prima d’ora – sta adottando sempre più l’e-commerce. Detto questo, hanno subito l’impatto anche le internet company che dipendono fortemente dalle entrate pubblicitarie, soprattutto perché ne hanno risentito le piccole-medie imprese che rappresentano importanti inserzionisti per queste realtà.

Per l’e-commerce, la tendenza maggiore per il 2020 è lo streaming in diretta. Si tratta di un fenomeno unico in Cina, che probabilmente si diffonderà anche in altri Paesi emergenti come quelli del Sudest asiatico. Il live streaming era già popolare nel Paese prima del coronavirus, ma durante il blocco, i rivenditori online hanno abbracciato sempre più il servizio.  Il live streaming ha ridotto il tempo che intercorre tra lo stimolo dell’interesse di un cliente e l’effettivo acquisto – ora questo processo può richiedere appena dai cinque ai dieci minuti. In un consumer journey più tradizionale passa molto tempo tra il consumo di pubblicità, la ricerca di un prodotto in negozio e il completamento dell’acquisto.

Con il COVID-19, sembra anche che il governo cinese stia iniziando a riconoscere pienamente il valore dei pagamenti mobile. Pechino è pronta a esportare le tecnologie delle proprie aziende nazionali in altri Paesi emergenti dell’Asia, soprattutto perché le banconote sono ormai viste come una potenziale fonte di trasmissione del virus. 

Per quanto riguarda il cloud, rispetto agli Stati Uniti, la Cina storicamente è stata lenta nell’adozione. Anche se abbiamo assistito a una rapida crescita di alcune piattaforme, questa è guidata principalmente da start-up e società internet e non da business tradizionali come negli Stati Uniti. Tuttavia, il COVID-19 ha cambiato questo panorama, poiché le aziende si rendono conto che le piattaforme cloud sono la soluzione per operare in remoto durante il blocco. In passato molte aziende erano riluttanti ad adeguare i loro processi di business ad alta intensità di lavoro, ma ora guardano alla trasformazione dei processi. In Cina, le opportunità a livello domestico rimangono enormi per l’e-commerce e il cloud. 

Sarà un’ardua battaglia per le aziende tecnologiche globali penetrare in Cina, poiché le realtà locali sono forti nel loro mercato locale e hanno già modellato il comportamento degli utenti. Al contrario, alcune aziende cinesi hanno ambizioni globali, mentre altre potrebbero essere meglio posizionate per servire i mercati emergenti. Probabilmente ci sarà un’attenzione sempre maggiore da parte delle autorità di regolamentazione se le aziende tecnologiche cinesi cercheranno di acquisire player negli Stati Uniti e in Europa.