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Business 25 Maggio, 2020 @ 2:41

I flussi di capitali stranieri verso le imprese italiane, la survey dell’Associazione banche estere

di Forbes.it

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Moderato deflusso di capitali dall’Italia e ripresa delle attività produttive entro l’anno, opportunità per fondi e aziende estere di estendere il controllo sul made in Italy, sì a iniziative di condivisione del debito (Eurobond) ma insieme ad altri strumenti e nessun pregiudizio all’impiego del MES.

Questo, in sintesi, il risultato della prima “Instant Survey” condotta dall’Aibe, l’Associazione italiana delle banche estere, con la collaborazione del Censis, per sondare l’opinione sulle misure economiche e di contenimento prese dal Governo a seguito della pandemia e confrontarsi sugli elementi che hanno particolare rilevanza per l’Italia, per il suo grado di attrattività e per le prospettive di ripresa nei prossimi mesi.

La rilevazione – cui seguirà a settembre una seconda edizione quando il quadro generale del contagio e dell’impatto economico sarà più consolidato – è stata condotta dal 5 al 15 maggio presso un panel internazionale di società finanziarie, fondi di investimento, imprese multinazionali.

Nel dettaglio l’indagine si è concentrata su tre elementi: 1) la direzione dei flussi di investimento, in entrata e in uscita, che riguardano l’Italia in questa fase; 2) la valutazione sulle politiche e gli strumenti messi in atto dai diversi paesi per contrastare l’emergenza;  3) il ruolo dell’Unione europea e le politiche di contrasto all’emergenza.

Impatto della pandemia sui flussi di investimento in ingresso e in uscita dall’Italia

Per certi aspetti – spiega il rapporto dell’Aibe – la domanda sottoposta alla valutazione del Panel può essere considerata al pari di un giudizio complessivo sulla tenuta del sistema Italia di fronte alla crisi.

Il 38,8% delle risposte prospetta un moderato deflusso di capitali in attesa di una ripresa delle attività nel corso del 2020 (tab. 1).

A seguire, circa un terzo delle risposte (32,7%) ritiene plausibile il verificarsi, invece, di un moderato afflusso di risorse verso quei settori per i quali proprio la pandemia ha determinato un aumento della domanda: su tutti la filiera farmaceutica-medicale e quella alimentare, nei confronti delle quali si sta osservando un oggettivo orientamento della domanda interna.

In generale, l’area della sfiducia sulla tenuta del sistema economico italiano e sulle possibilità di recupero a medio termine della sua forza produttiva è circoscritta al 16,2% delle risposte.

Netto è invece l’orientamento del panel al quesito riguardante la possibilità che si verifichi, in questa fase, una sorta di “shopping” delle imprese italiane, favorito anche da una maggiore debolezza sul versante della capitalizzazione.

L’84% delle risposte (fig. 1) ritiene che l’ipotesi dell’estensione del controllo di imprese italiane da parte di soggetti esteri sia verosimile e considera quindi questa situazione profittevole soprattutto in ambiti di attività di elezione del made in Italy, come buona parte del manifatturiero, l’agroalimentare, la moda. Rilevazione, questa, che conferma i valori già rilevati dalla indagine annuale AIBE-INDEX sull’attrattività del sistema Italia.

Il ruolo dell’Unione europea e le politiche per di contrasto all’emergenza

Fra le diverse misure proposte dall’EU e sottoposte al Panel, l’eventualità di emettere obbligazioni comunitarie per sostenere l’impatto del Covid 19 e per avviare la ripresa dell’Unione, ha stimolato un esteso dibattito.

La richiesta di valutazione al Panel concerneva l’indispensabilità dello strumento, data la gravità della situazione e l’auspicabilità della sua adozione.

Il 58% dei componenti del Panel considera utili gli eurobond, con la condivisione del debito pubblico, ma segnala anche la necessità che questo strumento sia affiancato da altri dispositivi (tab. 3).

Il resto delle risposte si distribuisce in maniera equa sugli altri tre item (14,0% per ognuno). Da una lettura trasversale delle risposte, emerge comunque un’apertura, seppure condizionata, all’utilizzo dello strumento, mentre l’area dell’esclusione a priori degli eurobond resta piuttosto circoscritta.

Un discreto grado di fiducia per sostenere la fase di ripresa in Europa è invece assegnato al MES (Meccanismo Europeo di Stabilità).

Il 34,7% delle risposte considera utile il ricorso al MES, mentre circa un terzo del Panel richiama l’attenzione alle potenzialità di intervento che sono conferite alla Banca Europea degli Investimenti (tab. 4).

Poco meno di un quarto delle risposte considera importante estendere l’intervento della Banca Centrale Europea nell’acquisto di titoli del debito pubblico dei paesi – dando così non solo continuità, ma anche una direzione più decisa al quantitative easing esercitato dalla Banca in questi anni – mentre solo 10 risposte su 100 considerano utile ricorrere alla cancellazione di parte del debito detenuta dalla Banca Centrale.

A margine dello studio, il presidente di Aibe, Guido Rosa, ha tracciato alcune riflessioni sulla situazione economico-politica:

  • La crisi ha messo in evidenza la fragilità del funzionamento istituzionale interno dello Stato, sottolineando una marcata conflittualità e concorrenzialità tra i diversi livelli di governo. Questo non è un messaggio positivo per gli investitori esteri che stanno osservando con particolare attenzione all’evolversi del contesto economico e politico del nostro Paese.
  • Dalla crisi non si esce attraverso proclami e prese di posizione ideologiche, e questo lo hanno capito anche gli osservatori esteri. Serve un’azione congiunta di diversi strumenti tra cui certamente un recovery fund finanziato con risorse comuni e con trasferimenti diretti, ma anche prestiti a tasso agevolato (attraverso il MES nella nuova versione proposta dalla Commissione). E’ impensabile fare a meno di tutti gli strumenti disponibili solo per una questione di opportunità politica anche perché Il rischio, sempre attuale, è che la crisi reale dell’economia possa riflettersi sulla fiducia dei mercati.
  • Detto questo, occorre anche sottolineare che gli aiuti europei non sono sostituivi della necessità di iniziare un periodo di riforme strutturali (e cioè burocrazia, fisco, giustizia, semplificazione e chiarezza legislativa – come anche evidenziato nella ricerca AIBE-Index del 2019). Il fatto che la Commissione Europea abbia accennato alla necessità di riforme per chi chiederà aiuto finanziario, non deve essere vista come una imposizione ma come una opportunità. L’Italia rischia di diventare una democrazia che muore di burocrazia.
  • I corsi di borsa particolarmente depressi, uniti alle difficoltà economiche di molte aziende, potrebbero portare ad accelerare i processi di acquisizione da parte di operatori internazionali. Se è comprensibile che il Governo utilizzi lo strumento della golden rule per preservare le aziende a valenza strategica, dobbiamo anche ricordare che viviamo in un mondo globalizzato per cui non ha senso dire che il capitale straniero, tout court, non va bene, soprattutto se è di origine europea.

A mio avviso è invece ora di rivedere le regole di concorrenza europee per consentire la nascita e la proliferazione di campioni continentali in grado di competere con i colossi statunitensi e cinesi. Piccolo non è più sinonimo di bello, né in Italia né in Europa.

 

Business 23 Maggio, 2020 @ 9:19

Per la prima volta in 30 anni la Cina non fissa un obiettivo di crescita del Pil

di Forbes.it

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Cina: il primo ministro cinese Li Keqiang
Il primo ministro cinese Li Keqiang, si inchina prima del suo discorso al Congresso nazionale del popolo, alla presenza del presidente Xi Jinping, in alto a destra (Kevin Frayer/Getty Images)

Articolo di Isabel Togoh apparso su Forbes.com

La pandemia di coronavirus ha costretto la Cina a non dichiarare il suo obiettivo di crescita annuale per la prima volta da quando ha iniziato a pubblicare gli obiettivi di Pil nel 1990. Si tratta dell’ennesimo segno dei danni  inferti dalla crisi sulla seconda più grande economia del mondo.

Fatti chiave

  • L’omissione dell’obiettivo di Pil ha messo in ombra la posticipazione di una settimana della riunione del Congresso nazionale del popolo, il più importante evento politico dell’anno in Cina.
  • Il premier cinese Li Keqiang ha dichiarato alla riunione di venerdì: “Non abbiamo fissato un obiettivo specifico per la crescita economica quest’anno. Questo perché il nostro Paese dovrà affrontare alcuni fattori che sono difficili da prevedere a causa della grande incertezza circa la pandemia di Covid-19 e il contesto economico e commerciale mondiale”.
  • La Cina ha annunciato per la prima volta ulteriori stimoli per mille miliardi di yuan in buoni del Tesoro, a sostegno delle imprese e delle regioni colpite duramente dalla pandemia.
  • Nello scorso trimestre l’economia cinese si è contratta per la prima volta negli ultimi decenni, del 6,8%. La pandemia ha spinto verso il basso gli obiettivi di creazione di posti di lavoro, le esportazioni, i consumi e gli investimenti poiché i blocchi hanno influenzato la produzione e la domanda sia in patria sia all’estero.
  • Prima della pandemia, la Cina puntava a pubblicare obiettivi di crescita del 6%. Li invece ha detto che la Cina ha preparato le basi per “raggiungere l’obiettivo di costruire una società moderatamente prospera sotto tutti gli aspetti”.
  • Pechino sta affrontando una crescente pressione internazionale per rispondere alle domande sulle origini del coronavirus.
  • Le tensioni con Washington si stanno moltiplicando ancora una volta mentre i funzionari si accusano a vicenda per la cattiva gestione dell’epidemia e le speranze di un accordo commerciale [con gli Usa], sul tavolo prima della pandemia, stanno rapidamente svanendo.

Informazione collegata

I futures sul petrolio a New York sono scesi di quasi il 6% venerdì mattina, a causa delle preoccupazioni per il tasso di crescita della Cina e per le tensioni tra Washington e Pechino.

Grandi numeri

Li ha annunciato l’obiettivo di creare 9 milioni di posti di lavoro nelle aree urbane nel prossimo anno, in calo rispetto all’obiettivo dello scorso anno di 11 milioni. L’obiettivo è il più basso degli ultimi sette anni. I funzionari affermano che la disoccupazione urbana è di circa il 5,5%, ma gli analisti ritengono che la disoccupazione potrebbe quasi raddoppiare, afferma il Guardian.per

Il contesto di fondo

Le speranze della Cina di continuare il suo percorso di crescita economica sono state compromesse dal coronavirus, che è stato individuato per la prima volta a Wuhan nel dicembre 2019. Milioni di persone sono state messe in lockdown, le attività non essenziali sono state chiuse e l’economia è stata messa in pausa per contenere il virus. Nel frattempo, la pandemia si è configurata come una delle maggiori sfide di leadership del Partito Comunista. Venerdì, Li ha fatto un cenno alla rabbia pubblica nei confronti dei funzionari per la loro lenta risposta al virus e per le punizioni inflitte ai sanitari che avevano avvertito dell’inizio dell’epidemia. C’è “ancora spazio per migliorare il lavoro del governo”, ha detto. La Cina ha riportato oltre 84.000 casi di Covid-19 e 4.600 decessi legati al virus.

Intanto a Hong Kong

La Cina ha rinnovato le mosse per affermare il proprio dominio su Hong Kong nel momento in cui nell’ex protettorato britannico sono riprese le proteste democratiche. Venerdì il governo ha annunciato l’intenzione di imporre una legge sulla sicurezza nazionale per vietare “tradimento, secessione, sedizione e sovversione”, suscitando preoccupazioni per un giro di vite sulle libertà di Hong Kong.

Business 23 Maggio, 2020 @ 8:30

Hertz ha dichiarato bancarotta in Usa e Canada, ma le attività proseguono

di Forbes.it

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(Shutterstock)

Articolo di Rachel Sandler apparso su Forbes.com

Hertz, una delle più grandi compagnie di autonoleggio degli Stati Uniti, ha presentato istanza di bancarotta venerdì dopo che il coronavirus ha colpito profondamente la sua attività, diventando l’ennesima grande azienda interessata da problemi finanziari a causa della pandemia.

Aspetti principali

  • Hertz presenterà la richiesta di bancarotta secondo la normativa statunitense del Chapter 11, ma rimarrà in attività durante il procedimento utilizzando il suo miliardo di liquidità disponibile.
  • Le operazioni di Hertz in Europa, Australia e Nuova Zelanda non sono incluse nella richiesta.
  • La società ha attribuito la decisione al brusco calo delle entrate e delle prenotazioni future a causa del crollo della domanda di viaggi.
  • La società ha dichiarato di aver cercato di ottenere aiuti dal governo federale, ma “l’accesso ai finanziamenti per l’industria del noleggio auto non è diventato disponibile”.
  • Prima della richiesta, Hertz aveva già licenziato 12.000 lavoratori.
  • Il leggendario investitore Carl Icahn possiede la maggioranza delle azioni di Hertz, quasi il 39%.

Citazione di rilievo

“Con la gravità dell’impatto di Covid-19 sulla nostra attività e l’incertezza circa quando i viaggi e l’economia ripartiranno, dobbiamo compiere ulteriori passi per superare una ripresa potenzialmente prolungata”, ha dichiarato il presidente e ceo di Hertz Paul Stone in una nota. “L’azione odierna proteggerà il valore della nostra attività, ci consentirà di continuare le nostre operazioni e di servire i nostri clienti allo scopo di guadagnare tempo per creare una nuova base finanziaria più solida e passare con successo attraverso questa pandemia posizionandoci meglio per il futuro.”

Gli altri casi

Il settore dei trasporti è in gravi difficoltà finanziarie a causa della pandemia. Il concorrente di Hertz, Avis, ma anche Uber e Lyft, hanno dovuto licenziare migliaia di lavoratori per rimanere a galla. Anche retailer quali JC Penny e Neiman Marcus hanno presentato istanza di bancarotta nelle ultime settimane a causa del coronavirus.

Contesto di fondo

La società è stata fondata oltre 100 anni fa con una flotta composta all’epoca da uuna dozzina di Ford Model Ts. Walter Jacobs, che fondò la compagnia a Chicago, la vendette a John D. Hertz nel 1923.

Investimenti 22 Maggio, 2020 @ 6:28

Gli effetti del Covid-19 sui risultati delle società quotate, studio Mediobanca

di Forbes.it

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(Imagoeconomica)

L’Area Studi Mediobanca ha analizzato l’impatto della pandemia del Covid-19 sui bilanci del primo trimestre 2020 di 25 società industriali e di servizi concorrenti all’indice di Borsa Ftse MIB. Si tratta di 13 società a controllo privato e 12 società a controllo pubblico, 16 manifatturiere, 6 energetiche/utilities, 2 di servizi e 1 petrolifera. Lo studio contiene un focus dedicato interamente ai gruppi manifatturieri pubblici e privati.

Trascurando gli impatti in termini di capitalizzazione, variati dal momento in cui l’analisi è stata conclusa a oggi, lo studio si concentra sui risultati finanziari nei primi tre mesi dell’anno.

I dati finanziari del primo trimestre 2020

Rispetto al primo trimestre del 2019, le società analizzate hanno perso complessivamente ricavi per quasi €14 mld (-13,7%).  Tra i settori, i servizi hanno registrato il minore calo (-8,8%), seguiti dalle energetiche/utilities (-10,5%), mentre il petrolifero con Eni (-25,2%) e la manifattura (-11,8%) riportano le maggiori perdite di fatturato.  Tra le società brillano Recordati (+12%), Snam (+8,1%) e STM (+7,4%). Nei primi tre mesi del 2020 le società analizzate hanno perso oltre €5 mld a livello di margini industriali (-48,2% sul 1Q 2019).

Se da un lato il settore energia/utilities è riuscito ad aumentare il Margine operativo netto (+3,7%), dall’altro si registrano il crollo della manifattura (-61,9%), la flessione dei servizi -27,9%) e il passaggio in terreno negativo di Eni. Recordati (+19%) si distingue anche per la crescita del MON, seguita da STM (+11,4%) ed ENEL (+4,3%).

Capitolo risultato netto. Per le società del FTSE MIB il primo trimestre 2020 si è chiuso in rosso, segnando una perdita netta di quasi €8 mld (-8,2 p.p. sul 1Q 2019). Petrolifero (-27 p.p.) e manifattura (-9,6 p.p.) i comparti più in difficoltà. Bene, invece, i servizi (+4,9 p.p.) e l’energia/utilities (+0,9 p.p.). Da segnalare TIM con un utile più che triplicato (determinato in massima parte dalla plusvalenza sulla cessione del 4,3% di INWIT), Recordati (+20,7%) e STM (+8,0%).

Per quanto riguarda i dividendi, nel 2020 ne verranno distribuiti complessivamente oltre 900 milioni in meno (-7,2%) rispetto al 2019. La riduzione riguarderà soltanto i gruppi privati (-€1,6mld), mentre aumenteranno leggermente i dividendi distribuiti dai gruppi pubblici (+€0,7 mld).

Anche sul fronte liquidità si registra una contrazione: nel primo trimestre 2020 essa è diminuita di oltre €9 mld, pari a un sesto delle consistenze a inizio anno (-15,3%). Tra i settori, i servizi sono gli unici ad aver incrementato la propria cassa (+51,7%), con petrolifero (-39,3%) e manifattura (-23,9%) in netto calo. Tra le società, invece, le migliori sono state Poste Italiane e Amplifon (consistenze raddoppiate), Hera (+38,2%) e DiaSorin (+14,6%). Complessivamente, a fine marzo 2020, la liquidità è pari al 19,1% dei debiti finanziari (era il 24,4% a fine dicembre 2019); un dato molto vicino a quello della crisi finanziaria del 2008.

Discorso simile per il rapporto debiti finanziari/capitale netto. Anche questo indicatore, che misura la stabilità finanziaria, ha segnato un peggioramento aumentando al 117,7% (era al 107,0% a fine 2019).

Il Focus sulla manifattura

La pandemia da Covid-19 ha prodotto una crisi economica senza precedenti che si è abbattuta con violenza anche sulla grande manifattura italiana quotata sul FTSE MIB e che opera sul territorio nazionale con 101 grandi stabilimenti (51 al Nord, 23 al Centro, 22 al Sud e 5 nelle Isole).

Una crisi che non sorprende: tra tutti i settori, il manifatturiero è stato il più penalizzato dal lockdown, con il 59% delle aziende costrette alla chiusura (contro il 37% dei servizi). Il calo del fatturato avvenuto nel primo trimestre 2020 (-11,8%) è il peggiore degli ultimi 30 anni e l’unico in doppia cifra. A diminuire sono stati specialmente i ricavi realizzati nell’area EMEA (-15,4%), seguita dalle Americhe (-10,6%) e dall’area Asia e Pacifico (-5,7%).

La flessione è più netta per la manifattura privata (-13,6%) rispetto a quella pubblica (-3%). Allo stesso modo, per quanto riguarda i margini industriali (MON -61,9%), la manifattura privata registra un crollo (-71,1%) assai superiore rispetto a quello dei gruppi a partecipazione pubblica (- 31,1%).L’incidenza del margine industriale sul fatturato (ebit margin) è il più basso dal 1994 e si ferma a quota 2,9% (era il 7,9% nel 2019). Le difficoltà riguardano anche le altre principali voci di bilancio: nei primi tre mesi del 2020 si è registrata infatti una perdita netta di €2,2 mld e una contrazione di -9,6 p.p. del risultato netto rapportato al fatturato rispetto al 1Q 2019 (la più ampia delle ultime tre decadi). Anche in questo caso la manifattura privata subisce un colpo più pesante (-10,4 p.p.) rispetto a quella pubblica (-5,9 p.p.). Per quanto concerne la liquidità , infine, il calo si avvicina a un quarto del totale (-23,9%, pari a -7,4 mld), con la manifattura privata che perde -4,8 mld di cassa e la pubblica -2,6 mld rispetto alla fine del 2019.

Business 22 Maggio, 2020 @ 12:01

L’altra faccia della pandemia: in due mesi il patrimonio dei miliardari Usa è cresciuto del 15%

di Forbes.it

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Bill Gates è il secondo uomo più ricco del pianeta secondo Forbes. (Photo by Stefan Postles/Getty Images)

Articolo di Tommy Beer, apparso su Forbes.com

Secondo un nuovo report, i miliardari americani hanno visto aumentare la loro ricchezza di $ 434 miliardi nel corso della pandemia globale, una cifra sbalorditiva che ha coinciso con lo sconvolgimento dell’economia globale e con oltre 38 milioni di americani che hanno presentato domanda di disoccupazione.

Aspetti principali
– Secondo il report Americans for Tax Fairness e il Program for Inequality dell’Institute for Policy Studies, tra il 18 marzo e il 19 maggio, il patrimonio netto totale degli oltre 600 miliardari statunitensi è balzato di $ 434 miliardi, pari a circa il 15%, sulla base delle analisi effettuate su dati Forbes.

– I primi cinque miliardari statunitensi (Jeff Bezos, Bill Gates, Mark Zuckerberg, Warren Buffett e Larry Ellison) hanno visto crescere la loro ricchezza di $ 75,5 miliardi, mentre il fondatore e ceo di Amazon Jeff Bezos ha visto aumentare il suo patrimonio netto del 30,6% negli ultimi due mesi, arrivando a $ 147,6 miliardi. Le fortune di Bezos e Zuckerberg messe insieme sono cresciute di quasi $ 60 miliardi, ovvero il 14% del totale dei $ 434 miliardi.

– Le azioni tecnologiche hanno continuato a salire: sia Facebook che Amazon hanno toccato nuovi massimi storici mercoledì.

– Mentre il settore della tecnologia è rimasto solido, molti americani in altri comparti non sono stati altrettanto fortunati, come dimostrato dagli oltre 2,4 milioni di lavoratori che hanno presentato una richiesta di sussidi di disoccupazione temporanea la scorsa settimana, e dal fatto che il 47% degli adulti ha riferito che loro o un’altra persona della loro famiglia ha visto venire meno il reddito da metà marzo.

– I lavoratori a basso reddito sono stati colpiti più duramente negli ultimi due mesi, poiché quasi il 40% delle persone che lavoravano a febbraio e che guadagnavano meno di $ 40mila all’anno hanno perso il lavoro nell’ultimo mese.

La forbice sociale
“Mentre milioni di persone rischiano la vita e i mezzi di sussistenza, come gli operatori sanitari in prima linea, questi miliardari beneficiano di un’economia e di un sistema fiscale fatto per incanalare la ricchezza verso l’alto”, ha affermato Chuck Collins, direttore del Programma Ips sulla disuguaglianza.

Grandi numeri
Secondo il report, il patrimonio netto totale dei miliardari americani è aumentato del 15% in due mesi, passando da $ 2.900 miliardi a $ 3.400 miliardi.

Contesto di fondo
Il divario tra coloro che stanno in cima alla scala economica americana e coloro che invece si posizionano vicino al fondo era già enorme prima che il coronavirus iniziasse a devastare l’economia degli Stati Uniti. La frattura esistente è aumentata negli ultimi due mesi, come evidenziato dalla relazione inversa tra i numeri di occupazione (in particolare per i lavoratori a basso reddito) e la ricchezza composita della classe miliardaria americana. Oltre alle perdite di posti di lavoro, circa 16 milioni di lavoratori statunitensi hanno probabilmente perso l’assicurazione sanitaria fornita dal datore di lavoro da quando la pandemia ha iniziato a colpire l’America. Quelli con una ricchezza considerevole hanno beneficiato della ripresa del mercato azionario, dopo un iniziale crollo nelle prime fasi della pandemia, facendo affidamento sulle promesse di assistenza della Federal Reserve. In definitiva, l’economia globale, nel peggiore dei casi, potrebbe subire un colpo di $ 80mila miliardi, secondo un recente studio.

Business 20 Maggio, 2020 @ 12:15

Rischi e opportunità nel mondo post-Covid secondo il World Economic Forum

di Forbes.it

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(weforum.org)

Una recessione mondiale prolungata, l’elevata disoccupazione, un’altra epidemia e il protezionismo. Sono le principali preoccupazioni delle aziende nel breve termine emerse dal report COVID-19 Risks Outlook: A Preliminary Mapping and Its Implications, pubblicato dal World Economic Forum in collaborazione con Marsh & McLennan e Zurich Insurance Group.

Se i leader mondiali, le imprese e i responsabili politici non collaborano per gestire le conseguenze della pandemia, nei prossimi 18 mesi aumenteranno le difficoltà economiche e il malcontento sociale. E’ l’avvertimento del report.

Il report si basa sul punto di vista di quasi 350 risk manager, a cui è stato chiesto di valutare le prospettive per i prossimi 18 mesi e di classificare le loro maggiori preoccupazioni in termini di probabilità e conseguenze per il pianeta e per le attività economiche.

L’immediata ricaduta economica del COVID-19 domina la percezione dei rischi da parte delle aziende, che vanno da una prolungata recessione all’indebolimento della posizione fiscale delle principali economie, a restrizioni più severe sulla circolazione transfrontaliera di merci e persone, fino al crollo di un importante mercato emergente. Due terzi degli intervistati ha indicato una “prolungata recessione globale” come una delle principali preoccupazioni per l’economia. La metà del campione considera i fallimenti aziendali e il consolidamento del settore, la mancata ripresa e l’interruzione delle catene di approvvigionamento come preoccupazioni cruciali.

Nell’esaminare le interconnessioni tra i rischi, il report invita anche i leader ad agire subito contro una serie di futuri shock sistemici come la crisi climatica, le turbolenze geopolitiche, l’aumento delle disuguaglianze, le tensioni psicologiche delle persone, le lacune nella governance tecnologica e la continua pressione sui sistemi sanitari.

Considerata la spinta impressa alla digitalizzazione dell’economia nel corso della pandemia, anche gli attacchi cyber e l’utilizzo fraudolento di dati vengono annoverati tra le maggiori minacce da parte della metà degli intervistati, ma anche i guasti delle infrastrutture e delle reti informatiche rappresentano un timore importante. I disordini geopolitici e le limitazioni alla circolazione delle persone e delle merci sono in cima all’elenco delle preoccupazioni.

Il report Challenges and Opportunities in the Post-COVID-19 World si basa, invece, sull’esperienza e sulle intuizioni di leader di pensiero, scienziati e ricercatori, per delineare le opportunità che potrebbero presentarsi per la realizzazione di un mondo più prospero, equo e sostenibile su una serie di temi fondamentali come governance, scambi commerciali, salute, lavoro e tecnologia. 

Queste le principali opportunità rilevate dal report:

  • Cooperazione regionale, miglioramento della gestione, tramite cooperazione, delle crisi sistemiche per essere pronti in caso di nuova crisi
  • Sociale, implementazione di una Roadmap europea comune che miri alla diminuzione delle diseguaglianze
  • Sostenibilità, modificare le politiche economiche in modo sviluppare un modello di sviluppo globale più resiliente e sostenibile
  • Città, ridisegnare i contesti urbani per ridurre la vicinanza tra le persone e offrire più spazi pedonali e ciclabili, con un potenziale impatto positivo sulla mobilità
  • Digitale, riformare le pratiche amministrative per rendere i servizi pubblici digitali
  • Sanità, riforma dei sistemi sanitari per consentire la fruibilità dei servizi a un numero maggiore di soggetti e implementazione di progetti di educazione sanitaria, anche riguardanti i problemi di salute mentale
  • Leadership, creazione di una nuova coalizione internazionale di leader credibili (governatori regionali, sindaci)
Business 19 Maggio, 2020 @ 10:41

Che forma avrà la curva della ripresa? Cosa indicano le esperienze di Cina e Corea

di Paolo Mossetti

Contributor, scrivo di cultura economica.Leggi di più dell'autore
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Persone in fila a Seoul per un esame presso la General Insurance Association (Chung Sung-Jun/Getty Images)

La Cina e la Corea del Sud sono diventate una specie di sfera di cristallo per il resto del mondo: hanno dovuto affrontare il coronavirus prima di altri e prima di altri, seppur con metodi diversi, sono venute fuori dalla fase più acuta dell’emergenza. Che si tratti di un lockdown spietato che ha coinvolto una provincia da 60 milioni di persone, nel caso cinese, o di un piano di testing a tappeto e di ricorso tempestivo alle mascherine, nel caso coreano, i risultati dal punto di vista sanitario sembrano formidabili: una manciata di casi positivi al giorno – stando ai numeri ufficiali – e un tasso di mortalità inferiore a quello di molte altre nazioni avanzate.

In Cina, dove nel trimestre appena concluso l’economia si è contratta per la prima volta dal 1976, quando morì Mao Zedong, il mese scorso le fabbriche si sono rimesse in moto a un ritmo sostenuto: la produzione industriale del Paese, diminuita dell’1,1 per cento a marzo rispetto all’anno precedente e precipitata a febbraio quando l’epidemia era al suo picco, è cresciuta ad aprile del 3,9 per cento rispetto allo stesso periodo dodici mesi prima – meglio di quanto molti economisti si aspettassero. Da Pechino a Seoul la gente è tornata in strada, al lavoro, sui mezzi pubblici e nelle caffetterie.

Ma i dati sui consumatori sembrano dirci che qualcosa non quadra. Ad aprile, in Cina le vendite al dettaglio di aprile sono diminuite del 7,5 per cento su base annuale: una cifra impensabile persino durante le crisi del 1997 o del 2008. Stessa storia in Corea del Sud, dove la “domanda interna è probabile che non si riprenderà più di tanto questo trimestre, a causa delle persone che continuano a praticare il distanziamento sociale”, ha spiegato all’emittente “Cnn” Alex Holmes, economista di Capital Economics. In entrambi i Paesi le industrie focalizzate sull’export sono poi tentennanti a causa della domanda stagnante in Occidente, dove in molti casi il lockdown non è stato per nulla addolcito. La riapertura graduale delle società “che ce l’hanno fatta” non è seguita insomma da una altrettanto vigorosa rinascita dell’economia.

Queste considerazioni ci portano a una domanda che sta facendo grattare la testa a molti economisti: se non è chiaro che andamento avrà la rinascita delle nazioni, che forma dovrà avere lo stimolo finanziario post-epidemia? Fino a poco tempo fa, molti responsabili politici e dirigenti aziendali speravano in una ripresa dal coronavirus a forma di V: un crollo breve e grave seguito da un ritorno ai livelli di attività pre-disastro. Ora, tuttavia l’opinione più diffusa tra gli esperti è che non si tratterà di una ripresa rapida, ma di un processo che si protrarrà per diversi trimestri, se non per diversi anni.

Per questo il Wall Street Journal ha parlato della ripresa che ci aspetta ricorrendo alle lettere dell’alfabeto: sarà forse a L, con livelli di output persi che non verranno più recuperati? Oppure a W, cioè con una rapida ascesa seguita da un’altrettanto rapida ricaduta? E perché non a forma di swoosh, dal nome del logo Nike? Ossia con una grande recessione seguita da una ripresa dolorosamente lenta, con molte economie occidentali, tra cui Stati Uniti ed Europa, che non risaliranno ai livelli di produzione del 2019 fino alla fine del prossimo anno, o oltre.

“Abbiamo messo da parte tutti gli scenari che avevamo a forma di V”, ha detto Graeme Pitkethly, direttore finanziario di Unilever. “Probabilmente attraverseremo un lungo periodo di convivenza con Covid”. Le prospettive sono così incerte che le multinazionali hanno rinunciato a fornire agli analisti gli outlook per l’anno in corso. “Se da un lato si possono certamente fare dei paragoni con le perturbazioni meteorologiche o i disastri naturali o le recessioni, la realtà è che non abbiamo mai visto così tanti fattori in gioco allo stesso tempo su scala globale”, ha detto al “Wsj” Michele Buck, amministratore delegato di Hershey.

Tra i motivi di questo pessimismo c’è il fatto che, anche quando le restrizioni verranno allentate in tutto l’Occidente, molte attività su larga scala – come i concerti o lo sport professionistico – saranno evitate dalle persone come la peste. In molti casi saranno gli stessi imprenditori ad optare per restare chiusi: pensiamo ai ristoranti, dove le nuove regole sul distanziamento sociale ridurranno in alcuni casi di due terzi il numero possibile di coperti. O ai cinema indipendenti, alle caffetterie a conduzione familiare. O ad alcune sale concerti.

Ma quel che più conta è che saranno i consumatori – preoccupati per i rischi di un contagio che per mesi è stato descritto come subdolo e letale – ad avere l’ultima parola. Secondo un sondaggio di Swg, circa un italiano su due si ripromette di non usufruire di servizi come ristoranti e pizzerie ora chiusi a causa dell’emergenza Covid-19 anche quando saranno di nuovo aperti. Per quanto riguarda bar, pub e locali serali, si arriva a sei italiani su 10 che cercheranno di frequentarli il meno possibile, o di non frequentarli affatto. È una scelta che rappresenterà la vita o la morte di moltissimi esercizi commerciali.

Considerato quanto duro sarà far tornare le persone alle vecchie abitudini, dunque è probabile che anche nella Penisola la ripresa sarà tutt’altro che a forma di V: alcuni settori forse schizzeranno di nuovo verso l’alto, come le costruzioni, la produzione alimentare o la logistica; altri, come la ristorazione, l’intrattenimento e il turismo si riprenderanno molto più lentamente. Le aziende di beni di consumo prevedono che i consumatori passeranno a prodotti più economici e rinunceranno a spendere come facevano prima, per paura di restare senza soldi e con la deflazione che di fatto funge da incentivo a non spendere. Il settore immobiliare commerciale, peraltro già alle prese con hotel e rivenditori in difficoltà, dovrà fare i conti con spazi per uffici che resteranno sottoutilizzati, dato che molte aziende negli Stati Uniti e in Europa hanno già detto ai dipendenti di potersene restare a casa. La prolungata onda di disoccupazione, con le aziende che prevedono ulteriori licenziamenti in autunno, non fa che alimentare questo circolo vizioso.

In altre parole quello che traspare dalle economie asiatiche è che mesi o addirittura anni di distanziamento sociale si riverseranno come una valanga sulle economie. La possibilità che il virus ricompaia (con alcuni piccoli, nuovi focolai attivi in Corea e una certa incertezza degli esperti sui numeri cinesi) spinge molti analisti a diffidare di narrazioni consolatorie sul ritorno alla normalità. La Cina, uscita con cautela dall’ibernazione già a marzo, sta lanciando un segnale di come si vive in convivenza col virus: l’80 per cento dei suoi ristoranti ha riaperto i battenti, si legge sul “Wsj”, ma operano solo al 50-70 per cento della capacità, e circa il 15 per cento potrebbe non riaprire più. C’è una certa stabilizzazione, ma non è come prima.

Questo stato di cose sembra invitarci a ricorrere con ancora più solerzia al cosiddetto helicopter money: una bella cascata di pagamenti diretti che dalle banche centrali finiscono nelle tasche della gente. Una sorta di quantitative easing del popolo, come suggerito anche dall’hedge funder Ray Dalio. Questo tipo di sussidio non può essere liquidato quando si tratta di interi segmenti di popolazione che rischiano di ritrovarsi dalla sera alla mattina senza i soldi per mangiare, o per pagare l’affitto. I 1.200 dollari stanziati dalla Fed statunitense una tantum non impediranno che molti disoccupati, senza i patrimoni familiari e le case di proprietà tipici degli europei, allungheranno le file alle mense dei poveri che già sono chilometriche.

Ma va tenuto conto, da un punto di vista macroeconomico, anche  di quella grande fetta di popolazione occidentale che userebbe quei soldi per proseguire il suo isolamento sociale: ad esempio, campando di cibo d’asporto e ordinando tutto il resto su Amazon. Questo potrebbe avere due effetti: il primo è di natura sociale, con una classe di lavoratori della logistica e della grande distribuzione sempre più spremuta fino all’arrivo dei robot, da un lato, e una classe di insegnanti, creativi, lavoratori del terziario avanzato che potranno vivere con il mondo a portata di click.

Il secondo effetto dell’helicopter money potrebbe essere quello di rafforzare la posizione dominante degli oligopoli statunitensi dell’hi-tech, che assorbirebbero ancora più facilmente i “pesci piccoli” devastati dalla crisi e si consoliderebbero come infrastrutture ancora più imprescindibili delle nostre esistenze. Gli analisti sono già da tempo convinti di questa prospettiva, e stanno consigliando di investire proprio nei cinque big della Silicon Valley: Google, Apple, Microsoft, Alphabet e Amazon, posizionati ciascuno nel miglior modo possibile per rafforzare il proprio quasi-monopolio.

La difficoltà nel coordinare i vari piani di ripresa in Occidente sta nel fatto che questi non potranno essere fatti su misura per il mondo che c’era prima, ma per il mondo che verrà, e che possiamo solo definire con tratti grezzi. Un mondo che non consideri tabù la riconversione di intere categorie di lavoratori, che riorganizzi le università prima che ricomincino a sfornare soltanto potenziali rentier che vivono sulle spalle di chi deve andare a lavoro tutti i giorni, e soprattutto che immagini investimenti per ampliare e aggiornare la rete di trasporti pubblici, e rendere più credibili le istituzioni che invitano alla convivenza col virus.

Senza dimenticare che, alla fine, a decidere se come collettività torneremo a una parvenza di vita normale sarà la solita interazione tra educazione familiare e gruppi di interesse, tra affiliazioni politiche e teste pensanti. Il coronavirus, e la paura dello stesso, ha modificato e modificherà ancora i comportamenti della gente sul lungo periodo, qualunque cosa suggeriscono di fare i governi. Per sbloccare l’economia non basterà sbloccare le restrizioni, semmai si dovrà allentare il lockdown, almeno parziale, che perdurerà a lungo dentro di noi.

 

 

Life 19 Maggio, 2020 @ 9:45

La compagnia di assicurazioni di Magic Johnson presterà 100 milioni $ alle piccole imprese Usa

di Forbes.it

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Magic Johnson
(shutterstock.com)

Articolo di Lisette Voytko per Forbes.com

L’ex star dell’NBA Magic Johnson ha dichiarato al Wall Street Journal che la sua compagnia di assicurazioni sulla vita fornirà finanziamenti per 100 milioni di dollari alle piccole imprese guidate da donne o da persone appartenenti minoranze nell’ambito del Paycheck Protection Program (PPP) della Small Business Administration (un prestito che aiuta le aziende a conservare i posti di lavoro durante la crisi del Coronavirus).

Aspetti chiave

  • I prestiti sono offerti attraverso una partnership tra Johnson EquiTrust Life Insurance Co. e MBE Capital Partners, una finanziaria non bancaria con sede nel New Jersey specializzata nel finanziamento di imprese dove titolari sono donne o minoranze.
  • Johnson ha detto di aver appreso dalle news che le piccole imprese stavano lottando per ottenere prestiti PPP.
  • Ma l’ex squadra di Johnson, i Los Angeles Lakers (ha giocato 13 stagioni per loro, ed è stato anche il loro presidente) è stata, tra le grandi aziende, quella in grado di ottenere i prestiti, notizia che ha ricevuto accese critiche.
  • L’amministratore delegato dell’MBE, Rafael Martinez, aveva ricevuto denunce da parte di clienti che non erano riusciti ad ottenere prestiti dal primo round di finanziamento del PPP; la stampa ha in seguito rivelato che alcuni istituti di credito hanno dato la priorità alle imprese con le quali avevano relazioni esistenti.
  • Martinez ha dichiarato al WSJ che l’impegno di Johnson per 100 milioni di dollari verrà utilizzato per la prima volta per i 5.000 prestiti PPP che la sua azienda ha approvato finora.
  • “Questo significa, se ci pensi, vita o morte per molti imprenditori. Non hanno altro posto dove rivolgersi”, ha detto Johnson al WSJ .

Citazione rilevante

“Sapevamo perché i soldi erano spariti e non potevamo trasferirli alle piccole imprese, in particolare alle piccole minoranze, perché non avevano ottimi rapporti con le banche”, ha detto Johnson al WSJ .

Grandi numeri

Le minoranze sono state colpite in modo sproporzionato dalla pandemia di coronavirus, secondo i dati diffusi da New York, Los Angeles e Chicago. Gli afroamericani a New York City rappresentano il 28% delle morti per coronavirus, ma rappresentano solo il 22% della popolazione. E a Los Angeles, il 17% delle persone che sono morte di coronavirus erano afroamericane, ma il gruppo è il 9% della popolazione. A Chicago, i numeri sono i più netti: il 71% delle morti per virus hanno colpito afroamericani, che rappresentano il 29% della popolazione della città.

Il contesto

La pandemia di coronavirus ha fatto crollare i mercati statunitensi e, con gli Stati che hanno temporaneamente bloccato le attività non essenziali, i proprietari di piccole imprese stanno lottando per sopravvivere. Il programma di prestiti PPP è stato progettato per aiutare le piccole imprese a cavarsela durante questo periodo, e approvato dal Congresso come parte del piano da migliaia di miliardi di incentivi economici. Sono emerse segnalazioni, tuttavia, che grandi aziende come Shake Shake , Chris Steak House di Ruth e Lakers sono state in grado di ottenere decine di milioni di prestiti PPP. Il conseguente contraccolpo le ha convinte – tra l’altro – a restituire i loro prestiti. Il lancio iniziale del programma è stato segnalato come caotico e il finanziamento si è rapidamente esaurito. Altri 310 miliardi di dollari in finanziamenti in PPP sono stati approvati dal Congresso e sono stati resi disponibili il 27 aprile. Tale lancio sarebbe stato analogamente afflitto da problemi di accesso e da sistemi informatici lenti, e sono state sollevate domande sul fatto che i prestiti siano davvero in grado di raggiungere le aziende che ne hanno maggiormente bisogno.

Business 18 Maggio, 2020 @ 12:56

Bain & Co. ha calcolato l’impatto della crisi su bar e ristoranti italiani: a rischio chiusura il 30%

di Forbes.it

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La chiusura di bar e ristoranti nel periodo marzo-metà maggio ha già causato perdite di fatturato per circa 14 miliardi di euro, 1,6 miliardi di euro in minori entrate fiscali e messo a rischio circa 230mila posti di lavoro. E includendo le misure restrittive sulla riapertura l’impatto sull’intero 2020 arriverebbe a oltre 30 miliardi, con il 30% di bar e ristoranti in Italia a rischio chiusura.

E’ quanto emerge dall’uno studio di Bain & Company, che ricorda come il settore rappresenti il 4% del totale Pil italiano e il 5% dei posti di lavoro. “Le modalità di riapertura che saranno applicate nei prossimi mesi insieme alle altre misure di supporto sia pubbliche che da parte dell’industria – scrivono gli analisti della società di consulenza – saranno determinanti per il futuro del settore”.

 

Lo studio di Bain & Company curato dai partner Sergio Iardella e Duilio Matrullo e dal principal Aaron Gennara ha analizzato i dati di 40mila punti vendita, con interviste a circa 1.000 esercenti in tutta Italia per analizzare non solo il costo già sostenuto ma, soprattutto, per capire le implicazioni che le scelte attualmente in discussione avranno sul futuro di breve e di medio periodo dei circa 320mila bar e ristoranti già messi a dura prova dal periodo di lockdown.

“In questo contesto ci troviamo di fronte alla scelta difficilissima di coniugare la prevenzione e la salute con la sopravvivenza di un pilastro strategico dell’economia italiana e del Made in Italy” spiega Sergio Iardella, partner di Bain & Company”. 

“Le modalità di riapertura in discussione in questi giorni e che si prevedere possano vedere revisioni e modifiche nei prossimi mesi, cercano di bilanciare la necessità di contenimento del rischio epidemiologico con quella di perdita economica, esercizio difficile ma necessario. Si è discusso di prenotazione necessaria, di uso della mascherina (non al tavolo) di requisiti di sanificazione, la misura più dibattuta è stata però quella della distanza minima tra persone e dei m2 per coperto” (in tabella le due opzioni): 

 

OPZIONE A

OPZIONE B

Distanza inter-personale minima

1 m

2 m

Mq minimi per coperto

~1,5 mq

~4 mq


Bain si è focalizzata sull’analizzare e quantificare gli impatti economici delle due opzioni.

Quanto sia drammatica e complessa la scelta è riflesso nei numeri di confronto dei due scenari su un periodo anche solo di 15 giorni (che è la frequenza con cui è stato comunicato che le decisioni potrebbero essere riviste). L’applicazione delle misure più restrittive (i quattro metri quadri per persona) rispetto a misure comunque restrittive rispetto ad una ipotetica situazione normale pre-Covid (1,5 metri quadrati per persona e limiti non necessari per esempio per persone di uno stesso nucleo famigliare) comporta, nelle due settimane di riferimento:

o   Quasi 600 €M di fatturato e consumi persi

o   Quasi 70 €M di minori entrate fiscali

o   Circa 2,7 K posti di lavoro a rischio

 

La differenza su base annuale (da metà maggio a fine dicembre) tra le due opzioni è che l’opzione B (più restrittiva) comporterebbe minore fatturato per il settore di circa 8 miliardi di euro, circa 1,0 miliardi di euro di minori entrate fiscali e 45 mila posti di lavoro a rischio in più. I risultati complessivi sono riassunti nella tabella sottostante.

LOCKDOWN (inclusa ipotesi chiusure POS 2020)

OPZIONE A (metà maggio 2020-fine dicembre 2020)

OPZIONE B (metà maggio 2020-fine dicembre 2020)

OPZIONE A VS. B
Per ogni 15 giorni

IMPATTO 2020

Fatturato

24 €B

4 €B

12 €B

~0,6 €B

27-36 €B

Occupazione

230 K

15 K

60 K

~2,7 K

250-300 K

Entrate fiscali

2,5 €B

0,7 €B

1,7 €B

~0,1 €B

3,3-4,2 €B

 

 “Al di là degli scenari, purtroppo entrambi “drammatici” – commenta Duilio Matrullo, partner di Bain & Company “sarà necessario un approccio strutturale e di sistema a supporto del settore”.

L’impatto totale a fine anno, considerando gli effetti duraturi del lockdown ed includendo le aziende che potrebbero non sopravvivere alla crisi, sarebbe di –40%/-50% di fatturato per il comparto di bar e ristorazione, ovvero circa 2 punti di PIL persi con circa 250-300 mila posti di lavoro a rischio, ovvero con quasi 100 mila bar o ristoranti in pericolo. Questo si tradurrebbe anche in minori entrate fiscali fino a 5,0 miliardi di euro, l’equivalente di circa il 15% della manovra di bilancio 2020.

“Nei prossimi mesi sarà fondamentale che tutti gli attori – produttori, distributori ed esercenti – facciano squadra per contribuire alla sopravvivenza delle parti più esposte della filiera. I produttori di beni di largo consumo sono chiamati ad un momento di leadership cruciale” commenta Aaron Gennara, principal di Bain & Company.

“In questo contesto saranno probabilmente necessarie altre misure di liquidità e forse interventi a fondo perduto da parte dello stato” spiega Sergio Iardella, partner di Bain & Company, “e le grandi aziende del settore alimentare operanti nel fuori casa e le associazioni di settore dovranno adottare un vero e proprio approccio congiunto di filiera per aiutare gli esercenti a ripartire”.

“Come Bain rimaniamo convintamente a disposizione di istituzioni, aziende e stakeholder per aiutare a mitigare gli effetti della crisi in atto ed a difendere un settore, quello del fuori casa, che deve essere messo in condizione di rimanere un fiore all’occhiello del sistema Italia” conclude Matrullo.

Business 14 Maggio, 2020 @ 9:19

Detrazioni, versamenti e crediti d’imposta: le misure fiscali nel Decreto Rilancio

di Forbes.it

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banconota da 500 euro
(GettyImages)

Il Decreto Rilancio approvato ieri dal Governo contiene numerose misure anche sul fronte fiscale.
Ecco le previsioni introdotte:

  • cancellazione clausole IVA: soppresse definitivamente a partire dal 1° gennaio del 2021, le cosiddette “clausole di salvaguardia” che prevedono aumenti automatici delle aliquote IVA e delle accise su alcuni prodotti carburanti;
  • detrazione nella misura del 110 per cento delle spese sostenute tra il 1° luglio 2020 e il 31 dicembre 2021 per specifici interventi volti ad incrementare l’efficienza energetica degli edifici (ecobonus), la riduzione del rischio sismico (sismabonus) e per interventi ad essi connessi relativi all’installazione di impianti fotovoltaici e colonnine per la ricarica di veicoli elettrici. Per tali interventi – come per altre detrazioni in materia edilizia specificamente individuate – in luogo della detrazione, il contribuente potrà optare per un contributo sotto forma di sconto in fattura da parte del fornitore, che potrà recuperarlo sotto forma di credito di imposta cedibile ad altri soggetti, comprese banche e intermediari finanziari, ovvero per la trasformazione in un credito di imposta;
  • credito d’imposta per l’adeguamento degli ambienti di lavoro: è previsto un credito di imposta dell’60% delle spese sostenute nel 2020 per la riapertura in sicurezza degli esercizi aperti al pubblico, nei limiti di 80.000 euro per beneficiario;
  • credito d’imposta per la sanificazione degli ambienti di lavoro: ai soggetti esercenti attività d’impresa, arte o professione, alle associazioni, alle fondazioni e agli altri enti privati, compresi gli enti del terzo del settore, viene riconosciuto un credito d’imposta in misura pari al 60 per cento delle spese sostenute nel 2020. Il credito d’imposta spetta fino a un massimo di 60.000 euro per ciascun beneficiario;
  • compensazioni fiscali: a decorrere dall’anno 2020, il limite per la compensazione orizzontale è elevato da 700 mila a 1 milione di euro;
  • credito imposta ricerca e sviluppo al sud: maggiorazione dell’aliquota ordinaria dal 12 al 25% per grandi imprese e dal 12 al 35% per medie imprese e dal 12 al 45% per piccole imprese;
  • riduzione iva dei beni necessari al contenimento e gestione dell’epidemia: dal 22% al 5% su beni e dispositivi medici e di protezione individuale come ventilatori polmonari, mascherine e altri presidi per la sicurezza dei lavoratori. Fino al 31 dicembre 2020, la vendita degli stessi beni è totalmente esentata dall’Iva;
  • incentivi per gli investimenti nell’economia reale: potenziata la capacità dei piani di risparmio a lungo termine (pir) di convogliare risparmio privato verso il mondo delle imprese, affinché l’investimento di specifici pir sia diretto, per oltre il 70% del valore complessivo del piano, a beneficio di pmi non quotate sul Ftse Mib e Ftse Mid;
  • versamenti sospesi fino a settembre: prorogato dal 30 giugno 2020 al 16 settembre 2020 il termine per i versamenti di imposte e contributi, già sospesi per i mesi di marzo, aprile e maggio. I versamenti potranno essere effettuati in unica soluzione o rateizzati;
  • sospesi pignoramenti su stipendi e pensioni: fino al 31 agosto 2020 sono sospesi i pignoramenti su stipendi, salari e pensioni effettuati dall’agente della riscossione;
  • sospensione pagamenti per avvisi bonari e avvisi di accertamento: per i pagamenti in scadenza tra l’8 marzo e il giorno antecedente all’entrata in vigore del decreto, i versamenti potranno essere effettuati entro il 16 settembre;
  • sospensione della compensazione tra credito imposta e debito iscritto a ruolo: si consente di effettuare i rimborsi nei confronti di tutti i contribuenti senza applicare la procedura di compensazione con i debiti iscritti a ruolo;
  • proroga termini per notifiche atti: gli atti per i quali i termini di decadenza scadono tra il 9 marzo 2020 ed il 31 dicembre 2020, sono notificati non prima del 1°gennaio 2021 e fino al 31 dicembre 2021;
  • proroga rideterminazione del costo di acquisto di terreni e partecipazioni: la disposizione prevede la possibilità di rivalutare le partecipazioni non negoziate ed i terreni posseduti al 1° luglio 2020. Le aliquote dell’imposta sostitutiva sono stabilite nella misura dell’11 per cento;
  • rinvio procedura automatizzata di liquidazione dell’imposta di bollo sulle fatture elettroniche: rinviata al 1° gennaio 2021 l’applicazione della procedura di integrazione da parte dell’agenzia delle entrate dell’imposta di bollo dovuta sulle fatture elettroniche inviate tramite il sistema di interscambio che non recano l’annotazione di assolvimento dell’imposta;
  • rinvio dell’entrata in vigore di plastic tax e sugar tax al 1° gennaio 2021;
  • rinvio della lotteria degli scontrini e dell’obbligo del registratore telematico al 1° gennaio 2021;
  • modifiche alla disciplina degli indici sintetici di affidabilità fiscale (Isa) per i periodi di imposta 2020.