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Life 7 Giugno, 2020 @ 11:38

Così Marco Casamonti ha ripensato i luoghi del vivere nell’era post Covid

di Simona Politini

Staff

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Smart-working a casa
(shutterstock.com)

C’è chi chiuso nella propria casa durante il lockdown ha sfruttato il tempo ritrovato per pensare a come dare il proprio contributo affinché, nel prossimo futuro, le criticità rilevate durante l’emergenza pandemica vengano superate. E’ ciò che ha fatto l’architetto Marco Casamonti, cofondatore dello studio di progettazione Archea di Firenze, nonché firma di importanti progetti in Italia e all’estero tra i quali: la nuova Cantina Antinori nel Chianti Classico a San Casciano Val di Pesa (Firenze), il Yanqing Grape Expo nei pressi di Pechino, il recupero e la trasformazione dell’Ex Magazzino Vini di Trieste di Eataly e il recupero e la trasformazione del Mercato Centrale di La Valletta a Malta.

Così dunque su Zoom, la piattaforma di videoconferenze più utilizzata durante il coronavirus, un gruppo formato dall’architetto Casamonti, dai colleghi Ramon Prat di Barcellona e Massimiliano Fuksas di Roma, ma anche da noti esponenti della medicina quali i dottori Ottavio Alfieri, Camillo Ricordi e Michele Gallucci, si è riunito per interrogarsi su come riprogettare gli spazi della prima emergenza, perché, se forse il coronavirus sta allentando la sua presa, altre malattie virali potrebbero riportarci in futuro a vivere situazioni di questo tipo.

Già dai confronti iniziali, proprio su input del “fronte” medico, è però emersa una considerazione inaspettata: deve essere la casa il luogo del primo soccorso. Con un sistema sanitario non pronto ad accogliere nelle proprie strutture eventuali nuove ondate di pazienti, la casa diventa lo spazio dove curarsi, almeno sino a quando l’ospedalizzazione non sia ritenuta necessaria. Come dev’essere questa casa del futuro lo racconta a Forbes direttamente l’architetto Casamonti.

Come cambia la casa nell’era post Covid

Sempre più piccole e con funzioni ridotte all’essenziale, le case hanno perso il loro originario compito di accogliere e fornire un rifugio ospitale a chi le abita. Basti pensare che in città come Milano o Genova è consentito costruire abitazioni dalle dimensioni minime di 28mq. Pur avendo l’uomo una capacità di adattamento infinita, e il lockdown ne ha dato prova, come possono pochi metri quadri diventare un luogo dove trovare rifugio per la propria salute fisica prima e mentale poi? Se vivere in questi spazi diventa ogni giorno una prova di equilibrismo, figuriamoci lavorare quando lo smart working diventa l’unico modo per mandare avanti l’attività. Ripensare gli spazi diventa dunque fondamentale per avere case abitabili e una vita a prova di emergenza.

In realtà non c’è bisogno poi di molto. Certo, prima di tutto è necessario che l’amministrazione pubblica riveda i regolamenti edilizi ridefinendo gli standard di abitabilità non sulla logica del profitto portata avanti in questi anni dai privati, ma in ottica di tutela del benessere collettivo. Azione questa utile anche a calmierare un mercato immobiliare a tratti impazzito.

Una volta stabilita una grandezza minima ottimale delle abitazioni, buona norma sarà includere nella progettazione un ingresso affiancato ad un secondo piccolo bagno di servizio. Si potrebbe definire questa zona della casa come una sanification area nella quale “ripulirsi” prima di entrare nel cuore dell’abitazione.

L’utilizzo di lampade ultraviolette da accendere durante la notte, potrebbe essere un’altra comoda e rapida soluzione per uccidere i batteri e sanificare gli spazi di casa, come anche uffici e luoghi pubblici.

Da non dimenticare infine la definizione di un piccolo spazio nel quale potersi dedicare allo smart working senza esser disturbati, ridefinendo così anche il giusto confine tra lavoro e vita privata.

Più aree comuni nei condomini a prova di lockdown

Se all’estero è ormai un modello residenziale diffuso, in Italia il cohousing come il social housing sono ancora tipologie abitative poco promosse. Queste forme dell’abitare condiviso prevedono la presenza di spazi comuni quali palestra, giardino, sala lavanderia, sala giochi per bambini e altri locali dedicati all’intera comunità che vive nel condominio. Spazi che rappresentano una risorsa qualora, con un nuovo lockdown, fosse necessario improntare un’area di lavoro distaccata dalle abitazioni o un’area scuola per i più piccoli o ancora un luogo dove poter accogliere residenti in quarantena.

La connettività al centro della nuova edilizia residenziale

Ripensare gli spazi della casa e del contesto abitativo nel quale è inserita tuttavia vale a poco se prima di ogni cosa non si interviene sulle infrastrutture tecnologiche del Paese, portando la connessione veloce dalle città alle zone suburbane sino alle aree più decentrate. Solo grazie ad una buona connessione è possibile pensare allo smart working, come allo smart learning, finanche alla telemedicina che davvero potrebbe rappresentare il primo soccorso trasferendo ai medici di base i dati a distanza e supportando così la medicina sul territorio.

Open space e coworking: l’importante è sanificare

Nessun veto agli spazi di lavoro in condivisione, anzi. L’importante è utilizzare il buon senso per costruire e organizzare luoghi facilmente sanificabili. Se negli open space, per esempio, si mantiene la giusta distanza tra una postazione di lavoro e l’altra si può tranquillamente lavorare in sicurezza a patto però che, ed è questo l’elemento fondamentale, gli impianti di climatizzazione siano idonei. L’utilizzo di impianti centralizzati che funzionano attraverso il riciclo dell’aria interna può contribuire a diffondere virus. Meglio scegliere sistemi radianti a pavimento e soffitto che non movimentano l’aria affidando il ricambio alle finestre.

Entrare nei luoghi pubblici: igienizzarsi è la parola d’ordine

Infine bisogna imparare a entrare nei luoghi pubblici e sanificarsi. È necessario tornare a progettare gli spazi come si progettavano una volta, identificando delle aree filtro nelle quali potersi igienizzare, attività che deve rappresentare la priorità per ogni cittadino.

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