Seguici su
Leader 24 Novembre, 2020 @ 9:13

Green, giovani e riqualificazione urbana: il futuro del real estate secondo l’imprenditrice Angelica Donati

di Forbes.it

Staff

La redazione di Forbes.Leggi di più dell'autore
chiudi
Angelica Donati, esperta del mercato immobiliare
Angelica Donati ha creato la Donati Immobiliare Group, property developer internazionale.

Con una laurea in Management alla London School of Economics e un master in Business Administration alla Said Business School dell’Università di Oxford, Angelica Donati ha maturato un’esperienza di quasi 15 anni nel settore delle costruzioni, del marketing e della finanza, lavorando all’inizio della propria carriera nel team di foreign exchange sales in Goldman Sachs Uk e ricoprendo il ruolo di retail marketing manager in Ralph Lauren. Dopo essere entrata nel 2012 nel business familiare, la società di costruzioni Donati, in qualità di head of international business, l’imprenditrice decide di creare la Donati Immobiliare Group, property developer internazionale, che si occupa di operazioni di natura residenziale. Oltre all’esperienza come manager, il suo impegno si rivolge a sostenere anche altri giovani imprenditori attraverso attività di associazionismo quali, tra le altre, l’Ance (Associazione nazionale costruttori edili), Yep global (Young entrepreneurs in property), Bpf (British property federation) e Nfb (National federation of builders). Le abbiamo chiesto quali saranno, secondo lei, i futuri scenari del mercato immobiliare internazionale.

Come ha capito che quello delle costruzioni sarebbe stato il suo campo?
Di questo periodo sono sempre meno i ragazzi che scelgono una carriera nel settore delle costruzioni, vuoi perché non va di moda, vuoi perché è un campo a cui molti non vengono mai esposti durante il percorso formativo, e quindi non contemplano neanche la possibilità di intraprendervi una carriera. La maggior parte di coloro che sono impiegati nel settore edilizio hanno in media più di 50 anni. I giovani rappresentano oggi meno del 25% degli occupati, e questo ha delle conseguenze rilevanti su tutto il settore. Io, invece, sin da piccola accompagnavo mio padre in cantiere, come è d’altronde normale per la figlia di un imprenditore edile. Ma ho cominciato la mia carriera in un altro campo, quando, a seguito della laurea in management, ancora prima di compiere 21 anni sono stata assunta dalla Goldman Sachs a Londra. Dopo svariati anni di lavoro all’estero e dopo aver conseguito un Mba all’Università di Oxford, ho voluto intraprendere il percorso nel campo delle costruzioni per due motivi: dare continuità al lavoro fatto negli anni da mio padre, e, dopo aver avuto per tanti anni a che fare con cose intangibili, perchè sentivo il bisogno di lavorare in un campo dove poter vedere crescere nel mondo reale i risultati dei miei sforzi.
Da Roma, passando per Londra e New York: quali differenze ha riscontrato in questi mercati?
Le differenze tra questi mercati sono numerose, e la crisi dovuta al Covid le sta inasprendo ancora di più. Da quel che ho potuto osservare, molto dipende dalla differente cultura che sottintende ad azioni e atteggiamenti, ma questo vale un po’ per tutti i settori. Con la pandemia si è registrato un crollo generalizzato del settore immobiliare in tutti i Paesi: nel Regno Unito il comparto edilizio è crollato del 35% in estate, mentre negli Usa, l’American institute of architects ha stimato un -11% e già gli Stati Uniti non partivano bene: già a febbraio, prima della pandemia, si era registrato un -8% di nuovi cantieri edili.
Come si è avvicinata al proptech, la tecnologia applicata al settore delle costruzioni?
Personalmente mi dedico da sempre all’innovazione, anche perché penso sia ormai chiaro a tutti che il successo di un’azienda dipenda da questo. Il settore delle costruzioni, tuttavia, ha sempre scontato un leggero ritardo rispetto ad altri comparti, soprattutto per quanto riguarda le piccole realtà che sono la spina dorsale del mercato immobiliare italiano. Dati Ance ci dicono infatti che la propensione all’innovazione cresce al crescere delle dimensioni dell’impresa: nelle realtà più grandi (almeno 250 addetti), quasi due imprese di costruzioni su tre (il 65%) svolgono attività innovative (contro una media del 30,8%). Il 57,5% del totale si è attivato per introdurre innovazioni di prodotto o processo. In Italia il mercato del proptech, di cui il contech ovvero le tecnologie nelle costruzioni, costituisce una parte, rappresenta ancora una nicchia ma sono convinta che abbia enormi potenzialità: nel 2019, a livello globale, valeva quasi 25 miliardi di dollari. In prospettiva, il proptech potrà portare sicuramente a una velocizzazione dei processi, ma anche a un una maggiore efficienza. La digital trasformation è la protagonista della quarta rivoluzione industriale e sta prendendo piede in quasi tutti i settori industriali. La pandemia ha accelerato questo meccanismo e ha spinto il settore edilizio a ripensare molte logiche, ma la vera sfida sarà mantenere queste novità trasformandole in cavallo di battaglia anche nel momento in cui si tornerà alla normalità.  In questo periodo di crisi, l’obiettivo della mia azienda è ripartire innovando in modo sostenibile e green per rispondere alle nuove esigenze del mercato immobiliare, che a mio avviso in Italia si incentreranno sullo sviluppo e la manutenzione del nostro network infrastrutturale e su importanti interventi di riqualificazione urbana che ormai non possono più attendere.
Parliamo a questo punto di Ance, di cosa si occupa per l’associazione?
Dal 2016 sono membro del consiglio di presidenza nazionale del gruppo con delega all’internazionalizzazione, e sono da poco stata eletta presidente di Ance Lazio giovani. Nella mia esperienza associativa ho cercato di portare valore aggiunto dando l’impulso a quegli imprenditori che volevano affacciarsi sui mercati esteri, cercando anche di creare sinergie con altre imprese italiane. Sono da sempre una grande sostenitrice dell’innovazione e delle tecnologie che potranno portare crescita e valore aggiunto alle nostre aziende e al nostro settore e in questi anni mi sono impegnata in molte iniziative in tal senso. Poi, dato che la mia azienda fa principalmente appalti pubblici mi dedico da sempre a tutte le attività legate a essi. In Ance Lazio l’obiettivo è restituire valore al territorio e alle aziende attive nel nostro settore, attraverso le molte attività che stiamo instradando con il gruppo giovani. Anche noi giovani siamo tutti in prima linea in azienda ormai, non siamo in associazione per giocare a fare gruppo senza lavorare e quindi le tematiche che ci competono e ci appassionano sono sempre molto concrete.
Investimenti in infrastrutture, spesso tema dolente in Italia…cosa dovrebbe cambiare?
Le infrastrutture sono giustamente un tema centrale in Italia per una lunga serie di motivi. Viviamo e lavoriamo in un Paese mal collegato, dove l’alta velocità si ferma a Salerno e attraversare la penisola diventa un viaggio infinito. Quelle che abbiamo sono vecchie, necessitano di manutenzioni straordinarie che procedono a rilento, e troppo spesso queste incurie sfociano in tragedia. L’Italia ha un enorme collo di bottiglia normativo e burocratico che lega le mani di tutti. Ad esempio, in un censimento di qualche tempo fa, è emerso che esistono migliaia di viadotti che attraversano strade della rete Anas e dei quali non si riesce a determinare l’appartenenza. Poi c’è la questione dei ritardi: in Italia ci vuole il doppio della media europea per portare a compimento un’opera infrastrutturale. Il problema si risolverebbe solo sciogliendo il nodo a monte delle gare d’appalto, semplificando i processi di approvazione dei progetti, e poi velocizzando l’aggiudicazione e la partenza dei cantieri a valle di gara, non commissariando tutto in deroga a ogni legge in merito. A mio avviso serve un cambiamento sistemico importante per concretizzare i tanti buoni propositi. Eppure, le infrastrutture con investimenti green in conformità con le direttive europee possono essere un forte motore della ripartenza per la nostra economia.
Che peso può avere il recovery fund a questo proposito?
Le risorse del recovery fund devono andare a finanziare rinascita di infrastrutture, città e territori in chiave di sviluppo sostenibile: devono sostenere investimenti a lungo termine per una vera rigenerazione del Paese, non limitarsi a tamponare la falla con sussidi a pioggia. Il presidente dell’Ance, Gabriele Buia, ha giustamente voluto sottolineare che: “Non possiamo pensare di far ripartire l’economia con città obsolete, inquinate e degradate”. Il Governo, oltretutto, per raggiungere gli obiettivi dell’European green deal dovrà pianificare un vasto programma di investimenti tra cui potremmo trovare, ad esempio, piani urbani per il miglioramento della qualità dell’aria, efficientamento energetico degli edifici e progetti per aumentare la resilienza di questi stessi rispetto agli eventi naturali. In attuazione del secondo pilastro del recovery fund è già stata lanciata l’iniziativa dell’ecobonus 110%: al netto dei nodi burocratici ancora da sciogliere e della proroga che è essenziale affinché la misura abbia efficacia, è una delle poche misure che potrebbe avere delle concrete ricadute per il settore nel breve termine.
Quali sono i suoi progetti futuri?
Il Covid sta rubando a tutti noi la progettualità; viviamo quasi alla giornata ormai, ed è difficile fare programmi a lungo termine quando a stento sappiamo cosa succederà il mese prossimo. In questo caos, il lavoro rimane un punto saldo ed è diventato ancora più importante di prima. Mi sto dedicando a costruire il futuro della mia azienda in un mondo che sta rapidamente mutando. E’ centrale per me l’impegno associativo, anche perché questa crisi ci ha insegnato quanto sia importante fare squadra per reagire e andare avanti. La resilienza individuale e le competenze da sole non bastano. 

Vuoi ricevere le notizie di Forbes direttamente nel tuo Inbox? Iscriviti alla nostra newsletter!