Controllo, responsabilità e intelligenza: vivere social secondo Facebook

Luca Colombo, country director di Facebook Italia.
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Facebook e le sfide della pandemia, tra lockdown e smart working
Luca Colombo, il country director di Facebook

Articolo tratto dal numero di dicembre 2020 di Forbes Italia. Abbonati.

Non sembra un leone in gabbia. Rimanere in casa è stata una scelta consapevole. Però gli manca tanto la piscina che percorre con lunghe nuotate quasi ogni giorno per tenersi in allenamento, unite a qualche seduta in palestra. Luca Colombo, il country director di Facebook, vive il lockdown nella sua abitazione come tutti i dipendenti del gruppo che ha fatto questa scelta di sicurezza. Una delle tante: sicurezza non solo fisica ma anche digitale. Facebook, con WhatsApp e Instagram, vive questo periodo con grande intensità anche perché i social, lo dice la parola stessa, hanno un obbligo sociale verso la popolazione: distribuire corretta informazione, che in questi frangenti diventa fondamentale e può addirittura contribuire a salvare vite umane. Esagerato? Provate a chiedere a quelli che hanno messo in rete notizie tipo che per salvarsi dal Covid bisogna ingerire candeggina. Se non ci fosse stata un’adeguata campagna di pulizia della rete e controinformazione cosa poteva succedere?

Già cosa poteva succedere? Forbes ha chiesto questo, e molto altro, proprio a Colombo.

Siamo al secondo lockdown. Come vi state comportando?
Cerchiamo di tenere le persone al sicuro, facendo in modo che possano accedere facilmente alle informazioni ufficiali sulla pandemia e sappiano come comportarsi per evitare il contagio. Altrettanto, abbiamo cercato di fare in modo che, nella distanza fisica, ci potesse essere comunque vicinanza e quindi aiutare, con i vari strumenti, a tenere le persone in contatto.

Il vostro ruolo è anche quello di informare le persone.
Sin da quando è iniziata la pandemia, abbiamo messo a disposizione su Facebook e Instagram un centro informazioni sul Covid-19 che veicolasse notizie ufficiali e che indirizzasse le persone verso fonti informative certe, come l’Oms o il ministero della Salute locale. Oltre due miliardi di persone l’hanno visitato e si sono informate. 

In questi frangenti poter contare su informazioni corrette è basilare.
Certo. Abbiamo dato un piccolo-grande contributo nel cercare di far sì che le persone abbiano accesso a informazioni certe, sicure e che le tutelino da un punto di vista della salute. Su WhatsApp piuttosto che su Instagram o Facebook sono state veicolate alcune notizie non corrette sulla pandemia e quindi, grazie alla collaborazione con 70 organizzazioni indipendenti di fact-checking nel mondo, siamo stati in grado di rimuovere, da Facebook e Instagram, oltre sette milioni di contenuti di disinformazione dannosi sul Covid.

Evidentemente il mondo del web è una prateria anche per i truffatori.
Soprattutto durante il primo lockdown, abbiamo visto numerose promozioni online di mascherine o disinfettanti. Alcune di queste pubblicità non erano veritiere o erano assolutamente false. Le abbiamo rimosse e abbiamo lavorato in Italia con il ministero della Salute e il Governo, ma anche con l’Oms nel mondo, per offrire loro supporto advertising gratuito per veicolare i messaggi ufficiali, come il distanziamento, l’utilizzo della mascherina o il lavarsi spesso le mani. Informazioni che abbiamo sostenuto attraverso la nostra piattaforma.

Contro la pandemia siete intervenuti anche finanziariamente?
Abbiamo donato 20 milioni di dollari a Oms e Centers for Disease Control per aiutarli a fronteggiare la pandemia. Sul tema informativo abbiamo messo a disposizione 1 milione di dollari per le organizzazioni di fact-checking e 3 milioni di dollari a supporto dei piccoli editori in Europa: a dimostrazione di quanto promuovere un’informazione corretta sia per noi fondamentale. 

E in Italia?
In Italia abbiamo lanciato un progetto pilota di fact-checking su WhatsApp. Con la collaborazione di Facta News, società di Pagella Politica, abbiamo messo a disposizione delle persone un numero di telefono su WhatsApp a cui inviare notizie sul Covid ricevute via messaggio di cui si vuole verificare la veridicità. Facta le esamina e poi pubblica l’analisi sul suo sito e nel resoconto giornaliero che manda agli iscritti al servizio su WhatsApp.  

Vuol dire che i social e in particolare WhatsApp, Instagram e Facebook sono stati i garanti della corretta informazione?
Abbiamo fatto tantissime attività sul tema informativo. C’è stato un aumento importante di accessi alle nostre piattaforme e alle piattaforme digitali in senso lato. C’è stato un grande sforzo per garantire che fossero sempre effettivamente attive e funzionanti perché, se Facebook non avesse funzionato anche soltanto per due minuti, in quel periodo avrebbe non soltanto generato problemi ma avrebbe anche potenzialmente creato distanze tra persone che potevano essere in contatto per motivi di salute.

Cosa avete fatto soprattutto per le piccole medie imprese?
A marzo abbiamo annunciato che avremmo messo a disposizione 100 milioni di dollari per 30mila aziende in tutto il mondo su 30 Paesi. Bene, quel programma globale di sovvenzioni annunciato a marzo è arrivato anche in Italia a fine settembre quando abbiamo messo a disposizione 2 milioni di dollari per le piccole e medie imprese italiane.

Come avete selezionato le aziende?
Abbiamo lavorato con Deloitte per raccogliere le candidature e individuare, in base a criteri specifici e pubblici, le aziende impattate dalla crisi a cui assegnare gli aiuti e, dalla metà di novembre (le candidature sono arrivate tra il 29 settembre e l’8 ottobre), abbiamo iniziato a erogare un mix di cash, come contributo economico concreto, e di crediti di advertising su Facebook a oltre 580 piccole attività. 

Questa situazione vi ha costretto anche a pensare un nuovo modo di affrontare il mercato?
Abbiamo apportato molte innovazioni e accelerato il rilascio di alcuni dei prodotti che avevamo già in cantiere. Alcuni esempi: abbiamo lanciato Shops su Facebook e Instagram per dare una nuova vetrina digitale alle piccole e medie imprese che vogliono avere una presenza online; e abbiamo messo a disposizione delle piccole attività la raccolta fondi, una funzionalità che prima era solo per le persone o le ong, per consentire loro di ottenere il supporto dei tanti clienti affezionati. Abbiamo messo in campo tantissime attività per aiutare le aziende a fare fatturato e a rimanere in contatto con i propri clienti. 

Tutte queste novità hanno richiesto anche un processo di formazione per gli utenti?
Tantissime realtà hanno scoperto il digitale ma certamente lo hanno scoperto in fretta e furia e hanno dovuto attrezzarsi. La formazione e le informazioni offerte alle aziende per far sì che utilizzassero al meglio queste piattaforme sono state l’altro grande sforzo. Abbiamo lanciato a luglio, in Italia, un’iniziativa chiamata #piccolegrandimprese che ha l’obiettivo di mettere a disposizione strumenti, materiali e momenti di formazione gratuiti, realizzati con la collaborazione di Confcommercio, Shopify e Talent Garden, alle aziende che vogliono sfruttare al meglio il digitale per sostenere il proprio business e crescere.

In Italia c’è un terreno fertile, una cultura per il passaggio al digitale di tantissime attività oppure è particolarmente difficile?
Sicuramente è stato fatto di necessità virtù, perché ci sono tante persone o tante aziende che hanno scoperto il digitale o lo hanno adottato maggiormente. Tutto questo rimarrà? Si consoliderà? Penso proprio di sì. È chiaro che, come sempre, non bisogna andare troppo per estremi e pensare che, siccome abbiamo scoperto il digitale tutto il mondo sarà digitale. Le persone, le aziende trovano sempre un equilibrio tra le cose e penso sarà lo stesso anche tra digitale e fisico. 

Cosa avete imparato? Cosa vi ha insegnato questa situazione?
Quello che abbiamo imparato non è tanto come lavorare a distanza ma come vivere in questa situazione che si sta prolungando. Si è trattato di una sorta di esperimento – tutti questi mesi di smart working – che non era stato mai fatto prima; ci sono persone che per il lavoro che fanno non possono lavorare a distanza ma per me, che ad esempio lavoro spesso da casa, non è mai capitato di lavorare per così tanto tempo senza alcun contatto fisico con le persone. Questa è stata sicuramente la parte più sfidante, per noi. Quello che è accaduto ha richiesto una maggiore interazione tra persone da un punto di vista digitale e virtuale. Per questo abbiamo cercato di essere creativi e trovare nuove soluzioni di aggregazione che permettessero di sopperire a queste mancanze. 

Più che di smart working si potrebbe parlare di hard working o heavy working? Non abbiamo mai lavorato così tanto da quando utilizziamo massicciamente la teleconferenza.
Vero. Bisogna imparare a gestire bene l’agenda. Significa essere bravi anche a dire no, e in una realtà così connessa come la nostra (anche a livello internazionale) arrivano moltissime sollecitazioni e richieste. Ho cercato di far capire alle persone del team che è fondamentale saper gestire in modo efficiente la propria agenda. Altrimenti si finisce con l’affogare negli impegni.

Finora il modello di sviluppo è stato concentrato molto sulle metropoli. Con il meccanismo dello smart working invece può essere centro economico anche il resto del mondo. Cioè il lavoro diventa diffuso anziché concentrato in alcune località e pure la ricchezza si redistribuisce territorialmente.
Assolutamente sì, concordo al 100%. Il concetto di distribuzione delle risorse, anche con riferimento all’ambiente, credo porti un valore per il territorio non indifferente. Se pensiamo a quella che è la ricchezza del territorio italiano rispetto ad altre nazioni, c’è una forte opportunità per l’Italia di attrarre le persone, di far diventare il nostro Paese un luogo di lavoro per tanti ruoli anche internazionali. E che l’attenzione non sia solo su Milano, Roma o le grandi città, ma anche sulle singole cittadine sparse sul territorio. Fondamentale però è l’aspetto infrastrutturale: la buona connettività è decisiva, ci deve essere quella altrimenti non riusciamo a coniugare le due esigenze.

Voi sicuramente avrete già delle esperienze.
Già da giugno in Facebook abbiamo cominciato ad adottare un nuovo approccio alle assunzioni che offrisse ad alcuni ruoli la possibilità di lavorare da remoto in maniera permanente. Attenzione però: le persone possono scegliere se vogliono lavorare da remoto oppure no, non è un diktat. Le ultime assunzioni in America e poi in Europa consentiranno di poter lavorare anche lontano dai centri nodali di Facebook. L’abbiamo fatto perché c’è una possibilità di avere un impatto positivo sull’ambiente. Ci sono infatti tanti dipendenti Facebook che lavorano a Menlo Park ma vivono a San Francisco e che ogni giorno fanno almeno 35 minuti di macchina senza traffico, un’ora con il traffico, per andare in ufficio. E parliamo di decine di migliaia di persone. Quindi immaginiamo qual è il vantaggio da un punto di vista ambientale. Inoltre, distribuire la forza lavoro permette di non avere un’eccessiva pressione sociale sulle metropoli, anche in termini di costi delle case.

Insomma lo smart working ha il volto umano?
Prendiamo il caso Facebook. Oggi se vuoi ricoprire un ruolo da sviluppatore o comunque tecnico devi stare a Menlo Park, ed è chiaro che una persona che vive a Pittsburgh o – che so? – nel Nevada, non prende neanche in considerazione di candidarsi. Dare la possibilità di lavorare da qualunque posto a persone che sono assolutamente qualificate ma che fino a ieri non prendevano in considerazione certi ruoli per non spostarsi, dà all’azienda la possibilità di accedere a un pool di talenti molto più ampio. Quindi, se uniamo tutti questi pezzettini ci accorgiamo che effettivamente il lavoro a distanza, se ben gestito e ben organizzato, offre delle opportunità gigantesche.