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Lifestyle 7 Agosto, 2020 @ 12:23

Dallo smart working all’holiday working, dove coniugare lavoro e vacanza in famiglia

di Mara Cella

Mi occupo di moda, lifestyle e imprenditorialità.Leggi di più dell'autore
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(Shutterstock)

In questa strana estate, tanto corta o tanto lunga (dipende dai punti di vista) in cui le distanze hanno avuto la meglio su ogni forma di socialità, gli italiani si sono reinventati le vacanze in sicurezza coniugandole alle nuove esigenze lavorative. Ha preso forma un nuovo trend che sta privilegiando località meno note, dimore private in montagna o al mare, ville lussuose con giardino e piscina fuori città.

Secondo i dati Istat 6 aziende su 10 hanno dichiarato che continueranno ad utilizzare lo smartworking anche dopo la fine dell’emergenza Covid e sono tante le realtà, fra studi professionali e aziende di servizi, che non chiuderanno nemmeno a Ferragosto con la quasi totalità di dipendenti impegnati a lavorare da remoto.

Ebbene i fortunati con casa di famiglia al mare o in montagna stanno sperimentando questo tipo di vacanza-lavoro già da mesi.  E chi non possiede una location ad hoc si è attivato per vacanze su misura: è la cosiddetta nuova tendenza dell’holiday working.

Appartamenti a Pula (CA) prenotabili sul portale italianway.house _Locanda della Meridiana

Un trend confermato dal portale italianway.house che ha registrato un boom di richieste da parte di famiglie e gruppi di amici in cerca di case al mare, in montagna o in piccoli borghi per poter lavorare in serenità mentre gli altri componenti della famiglia o del gruppo si godono un sano relax per poi ritrovarsi la sera e organizzare attività ricreative o piccole escursioni nel weekend.

Ad un mese dal lancio della prima online travel agency tutta italiana dedicata agli affitti brevi con oltre 300mila notti prenotabili in un anno, Italianway  – la startup innovativa prop-tech del settore hospitality ha saputo anticipare appieno le nuove esigenze e il nuovo modo di concepire le vacanze in questa complicata estate all’insegna della fase 3.

Sulle 70mila notti vendute, il 20% è all’insegna dell’holiday working. Il budget medio messo in campo è di 120 -150 euro a notte, tariffa che scende man mano che il soggiorno si allunga; i criteri di selezione della casa tengono conto certamente dei costi ma spesso il fattore determinante, più della scelta della destinazione, è la tipologia della casa disponibile.

Uno chalet a Valdisotto (SO) prenotabile sul portale italianway.house _Vendrello

Le case scelte? Sono molto grandi, con aree esterne private, come giardini recintati per far giocare i bambini in sicurezza magari mentre mamma e papà lavorano; altrettanto apprezzati e funzionali sono i dehors o le terrazze.

Fondamentali almeno tre ambienti separati, come pure il barbecue e la piscina ad uso esclusivo. Altro requisito imprescindibile è senz’altro il wi-fi illimitato e perfettamente funzionante. E altro elemento importantissimo: poter prenotare case sottoposte al protocollo di garanzia e disinfezione. Quindi parole d’ordine: sicurezza, privacy, spazi ampi, indipendenza e alta qualità dei servizi. Ci si sposta con serenità ma purché ci siano ambienti comodi e luminosi con postazioni per poter lavorare: tavoli in salotto, verande-studio, tavoli in giardino.  Tutta la famiglia deve poter avere i propri spazi senza interferire con chi lavora.

I viaggiatori in questa fase si stanno spostando tendenzialmente in auto quindi gli holiday workers cercano case con parcheggio.

Fra le mete più gettonate ci sono località ben raggiungibili fra cui Bormio, Rapallo, le Marche o la Puglia.

Questa tendenza è condivisa anche oltre confine dai cosiddetti stranieri di prossimità – francesi, tedeschi e svizzeri – che fanno dei mini tour e prenotano soggiorni diffusi basati su itinerari di 3 settimane fra le Langhe, le Cinque terre, il Lago di Como o di Garda. Alcuni prediligono il Conero con Sirolo oppure il borgo antico di Termoli in Molise, itinerario molto apprezzato dai tedeschi.

Un trullo a Martina Franca (TA) prenotabile sul portale italianway.house _Trullo Nel Bosco

 

“Famiglie e gruppi di amici – spiega Marco Celani, a.d. di Italianway – hanno cambiato modo di viaggiare, destinazioni e tipologia delle case ricercate per far fronte alle esigenze lavorative ed ormai le prenotazioni sotto data sono la norma. Stesso trend per le comitive più giovani che ricercano prevalentemente case con ampi spazi esterni con barbecue, richiestissimo, e piscina. L’incertezza sui trasporti che disincentiva viaggi lunghi ha come rovescio della medaglia la riscoperta di zone che tradizionalmente non erano mete turistiche ma lo stanno diventando”.

Al network delle 100 aziende italiane, già attive nel campo dello short term con 1400 immobili a disposizione di cui circa 1000, tra appartamenti, ville e residenze d’epoca in tutta Italia, prenotabili direttamente dal portale Italianway su oltre 130 destinazioni tra borghi suggestivi e sconosciuti ai più e località già note al turismo nazionale e non solo, stanno per aggiungersi altre 100 realtà di operatori professionali.

Infatti è appena stata inaugurato la  sezione dedicata ai soggiorni a lungo termine (fino ai 18 mesi) che va ad arricchire un’infrastruttura digitale che solo a livello di tecnologia è costata 4 milioni di euro.

“È molto apprezzato dai partner – continua Celani –  soprattutto il nostro approccio multicanale che assicura la massima esposizione possibile, ma anche la possibilità di beneficiare dell’Ufficio di Prenotazioni centralizzato e del contatto diretto costruito negli anni tra l’Ufficio Revenue di Italianway e le OTA d’Oltralpe. E piace l’unicità del software integrato, che abbiamo sviluppato internamente, in grado di gestire l’intero processo del vacation rental e far risparmiare così agli operatori meno strutturati risorse che non potrebbero in ogni caso destinare all’innovazione. Il property manager che entra nel network infatti paga i servizi solo a fronte di una effettiva prenotazione invece di pagare un consulente fisso a prescindere”.

Potrebbe essere un modo per proseguire lo smart working con stile anche in autunno ma da location suggestive e da riscoprire?

Business 28 Luglio, 2020 @ 9:53

I dipendenti di Google potranno lavorare in smart working fino all’estate 2021

di Forbes.it

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Google
Sundar Pichai ceo di Google (Justin Sullivan/Getty Images)

Articolo di Isabel Togoh su Forbes.com

Secondo quanto riferito al Wall Street Journal da persone che hanno familiarità con l’ambiente di Google, l’azienda consentirà ai dipendenti di lavorare da casa fino al luglio 2021, ritardando un ritorno in ufficio originariamente previsto per la fine di quest’anno. La causa è l’assenza di segnali di tregua da parte della pandemia di coronavirus.

Aspetti principali

  • Il ceo Sundar Pichai ha deciso di estendere la politica del lavoro da casa la scorsa settimana, a seguito di una discussione interna tra i dirigenti dell’azienda, riferisce il WSJ.
  • Inizialmente Google aveva pianificato di riaprire gli uffici in tutto il mondo dal mese scorso per alcuni dipendenti, mentre la maggior parte dei membri dello staff non sarebbe dovuta rientrare in sede fino alla fine del 2020.

Grandi numeri

La mossa riguarderà quasi 200.000 dipendenti, sia a tempo pieno che a contratto, secondo il WSJ.

Contesto di fondo

Quando la pandemia di coronavirus è diventata più grave negli Stati Uniti, i giganti della tecnologia sono stati tra i primi a implementare il lavoro da casa già a marzo. Inizialmente ai dipendenti di Amazon è stato detto di lavorare da casa fino al 2 ottobre, per estendere successivamente la data sino al 2 gennaio del prossimo anno. I dipendenti Microsoft potrebbero essere tra i primi a tornare in ufficio con una riapertura prevista a ottobre. Ma poiché le infezioni stanno registrando una tendenza al rialzo in almeno 30 Stati, tra cui la California, anche i ricoveri e i decessi sono in aumento. Di conseguenza, Google potrebbe finire per essere una delle molte grandi aziende a estendere il lavoro da casa oltre gennaio.

Notizia correlata

A maggio Twitter ha annunciato che avrebbe consentito ai suoi dipendenti di lavorare da casa a tempo indeterminato, qualora preferissero questa modalità.

Business 22 Luglio, 2020 @ 2:43

Vi hanno parlato dello smart working a Barbados, noi vi diciamo quanto costa e come farlo davvero

di Forbes.it

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Smart working da una spiaggia tropicale
shutterstock.com)

Tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare, ma se il mare è quello di Barbados forse non sarà poi così complicato concretizzare le proprie aspirazioni di lavorare da casa immersi in un paradiso tropicale.

È notizia di qualche giorno fa il lancio del Barbados Welcome Stamp, il programma sostenuto dal Primo ministro di Barbados, Mia Amor Mottley, che propone un visto della durata complessiva di un anno ai lavoratori in smart working che sceglieranno di lavorare dall’isola.

Ma come fare concretamente a lavorare in smart working da Barbados?

Cosa serve per ottenere il visto di 1 anno

Lo spiega la Barbados Tourism Marketing Inc. (BTMI), l’ufficio preposto allo sviluppo del turismo dell’isola: da oggi, tramite il sito creato ad hoc www.barbadoswelcomestamp.bb, possono presentare la domanda per il visto di 1 anno coloro che – singolarmente o in team – decidono di cogliere l’opportunità di vivere e lavorare da remoto da una delle oltre 60 spiagge di Barbados.

Per ottenere il visto di 1 anno per Barbados il candidato lavoratore dovrà compilare e presentare pochi ma essenziali documenti in formato elettronico:

  • Due fototessere
  • Dati del passaporto
  • Certificato di nascita (di tutte le persone per cui si fa la richiesta)
  • Prova della relazione di persone a carico

Quanto costa ottenere il visto 

Una volta ricevuta l’approvazione dei documenti è richiesto il pagamento di due commissioni a seconda se si parte soli o accompagnati

  • Tariffa individuale – 2.000,00 dollari (circa € 1.748,00)
  • Tariffa speciale per il pacchetto famiglia – 3.000,00 dollari (circa € 2.600,00)

Il visto è valido per un anno ma può essere richiesto nuovamente. Inoltre, spiega BTMI, i richiedenti non saranno responsabili per l’imposta sul reddito di Barbados.

Attenzione però, qualora ci si dovesse ripensare tali cifre non saranno rimborsate.

Business 13 Luglio, 2020 @ 11:30

In smart working alle Barbados: visto per un anno a chi lavora dall’isola

di Forbes.it

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Smart Working dalle Barbados
(shutterstock.com)

Lavorare da casa piace, ma se la casa si affaccia su di una incontaminata spiaggia caraibica, lontana dai luoghi dove il Covid-19 sta sprigionando tutta la sua virulenza, piace ancora di più. Ne è convinta il primo ministro delle Barbados Mia Amor Mottley promotrice del programma Barbados Welcome Stamp che consiste in un visto per 12 mesi destinato a tutti coloro che sceglieranno di lavorare in smart working dall’isola. Questa nuovo progetto di hospitality punta a sopperire al crollo del turismo, fortemente penalizzato dal blocco dei voli prima e dai periodi di quarantena obbligatoria imposti all’arrivo da molti Paesi.

“Non devi lavorare in Europa, negli Stati Uniti o in America Latina se puoi venire qui e lavorare per un paio di mesi alla volta, ripartire e tornare”, ha dichiarato il primo ministro Mottley che prosegue: “Vogliamo creare un ambiente che permetta alle persone di venire alle Barbados per lavorare, riposare e giocare da qui per un lungo periodo di tempo durante Covid-19. Perché? Perché sappiamo che questo è uno dei posti migliori sulla terra in cui essere e rimanere grazie alla cura che mettiamo per proteggere le persone di questa nazione e coloro che sono qui sull’isola con noi”.

Intanto, revocate già tutte le regole del coprifuoco dal 1° luglio, dal 12 del mese è stato anche riaperto lo spazio aereo commerciale dell’isola insieme alla pubblicazione di nuovi protocolli per garantire la salute e la sicurezza di visitatori e residenti. Come riporta il sito ufficiale del turismo alle Barbados, entro 72 ore prima della partenza per l’isola, tutti i viaggiatori provenienti da Paesi ad alto rischio sono fortemente incoraggiati a sottoporsi al test molecolare PCR Covid-19 presso un laboratorio accreditato, mentre i viaggiatori provenienti da Paesi a basso rischio avranno fino a una settimana prima della partenza per le Barbados per sottoporsi al test.  Ci sarà anche una nuova carta di imbarco / sbarco online (carta ED), con domande di salute personale relative ai sintomi Covid-19, che i viaggiatori dovranno completare. I viaggiatori sprovvisti di risultato del test PCR negativo rilasciato da un laboratorio accreditato saranno tenuti a sostenere un test all’arrivo e verranno messi in quarantena a proprie spese, in attesa dei risultati. Il periodo di attesa previsto per i risultati del test è di 48 ore. Se i viaggiatori non supereranno il test, verranno messi in isolamento dove riceveranno assistenza dal Ministero della Salute e del Benessere.

Innovazione 3 Luglio, 2020 @ 6:06

Le migliori aziende dove lavorare al 100% da remoto

di Forbes.it

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Lavorare da remoto: giovane in smart working
(Shutterstock)

L’emergenza coronavirus e il conseguente lockdown ci hanno mostrato due cose: primo le aziende tecnologiche rappresentano il nostro futuro (e come tali dovrebbero garantire una possibilità lavorativa superiore a molti altri settori), secondo il remote work piace e funziona.

Per chi è già attivo nel mondo del lavoro o vi si sta affacciando adesso e desidera trovare un nuovo equilibrio tra vita privata e professionale grazie alla modalità di lavoro da remoto ecco dunque la classifica di Glassdoor, uno dei più grandi siti web di job recruiting, delle società più “cool” al 100% remote. Si tratta perlopiù di aziende che non possiedono nemmeno una sede fissa e che invece spingono su incontri full immersion, attività di team building in sedi alternative e conferenze per creare un senso di gruppo tra dipendenti che lavorano a distanza, in qualsiasi luogo sia per loro più congeniale. Senza cartellini e scrivanie queste realtà prendono il nome di aziende virtuali o aziende distribuite.

Lavorare da remoto: la classifica delle migliori aziende dove il telelavoro è la sola modalità prevista

Ecco dunque le aziende virtuali selezionate da Glassdoor, realizzata anche sulla base dei riscontri di chi ad oggi ci lavora, che realmente stravolgono il paradigma casa-ufficio.

Collage.com

Valutazione Glassdoor: 4.7

Cosa fanno: Collage.com consente agli utenti di creare e acquistare collage fotografici personalizzati in cornici, tazze, coperte e altro ancora con il loro sito web facile da usare.

PartnerCentric

Valutazione Glassdoor: 4.9

Cosa fanno: “PartnerCentric, Inc. è un’agenzia di marketing ad alte prestazioni con oltre 40 dipendenti a tempo pieno con sede negli Stati Uniti e in Europa. Al centro, costruiamo relazioni significative e miriamo a essere i migliori partner per i nostri clienti e per l’altro”.

Automattic

Valutazione Glassdoor: 4.4

Cosa fanno: “Siamo le persone dietro WordPress.com, WooCommerce, Jetpack, Simplenote, Longreads, VaultPress, Akismet, Gravatar, Polldaddy, Cloudup e altro. Crediamo nel rendere il web un posto migliore”.

Cosa dicono i dipendenti: “Open source, grandi salari e benefici, gruppo di supporto. La mancanza di carica significa meno politica. Burocrazia sorprendentemente piccola per un’azienda di cinquecento persone. ” – Dipendente attuale

Toptal

Valutazione Glassdoor: 4.2

Cosa fanno: “Toptal è una rete del 3% al mondo di talenti di ingegneria del software, progettazione e finanza – disponibile su richiesta per aiutare le aziende ad accelerare, adattarsi e ridimensionare”.

Close.io

Valutazione Glassdoor: 4.8

Cosa fanno: “Close.io è il CRM di vendita interno di prima scelta per startup e PMI. Aumenta la produttività con tutte le tue comunicazioni di vendita in un unico posto. Stiamo cambiando il modo in cui il mondo vende fornendo la leadership nel set di strumenti e nella mentalità”.

Zapier

Valutazione Glassdoor: 4.6

Cosa fanno: “Aiutiamo le persone a connettersi e automatizzare facilmente le app che usano ogni giorno in modo da poter svolgere più lavoro con meno sforzo. Partner e sviluppatori, tra cui Google, Salesforce, Intuit e Dropbox, utilizzano Zapier per offrire ai propri clienti integrazioni con oltre 1.000 altre app”.

MoveOn

Valutazione Glassdoor: 4.4

Cosa fanno: “MoveOn è la più grande organizzazione indipendente, progressista e connesso digitalmente negli Stati Uniti”.

Aha!

Valutazione Glassdoor: 4.7

Cosa fanno: “Siamo una delle aziende in più rapida crescita negli Stati Uniti e il software di roadmap dei prodotti n. 1 al mondo. Più di 150.000 creatori di prodotti e società si fidano di Aha! per creare un collegamento tra strategia e lavoro del team e costruire roadmap visive”.

InVision App

Valutazione Glassdoor: 3.8

Cosa fanno: “InVision è la piattaforma di progettazione di prodotti digitali utilizzata per offrire ai clienti le migliori esperienze al mondo. Forniamo strumenti di progettazione e risorse educative per i team per navigare in ogni fase del processo di progettazione del prodotto, dall’ideazione allo sviluppo”.

TrustHCS

Valutazione Glassdoor: 4.4

Cosa fanno: “TrustHCS serve il settore sanitario eliminando gli arretrati, migliora la documentazione e riduce i tempi di inattività per te e la tua organizzazione. In definitiva, il team TrustHCS è dedicato a [implementare] nuovi ed efficienti processi di codifica, conformità e cicli di entrate che rimangono in vigore molto tempo dopo la fine del nostro incarico di consulenza. Fornendo valore a lungo termine con ogni iniziativa di consulenza, il successo reciproco è assicurato”.

Modern Tribe

Valutazione Glassdoor: 4.9

Cosa fanno: “Modern Tribe, Inc. è una società di software e design in rapida crescita. Sviluppiamo soluzioni personalizzate per alcune delle più grandi aziende del mondo, istituzioni governative e organizzazioni in crescita più piccole”.

Articulate Inc.

Valutazione Glassdoor: 4.3

Cosa fanno: “Scelto da oltre 78.000 organizzazioni in tutto il mondo, Articulate semplifica la creazione di corsi coinvolgenti per ogni dispositivo.”

Student Loan Hero

Valutazione Glassdoor: 5.0

Cosa fanno: “Student Loan Hero combina educazione finanziaria con strumenti di facile utilizzo, consulenza personalizzata e piani di rimborso per aiutare i mutuatari dei prestiti per gli studenti a diventare finanziariamente sani”.

Podcast 29 Giugno, 2020 @ 9:04

Il benessere è un elemento strategico della ripresa – PODCAST

di Roberto D’Incau

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Ora che lentamente ne stiamo venendo fuori, lo possiamo dire: la crisi Covid è stata una vera e propria guerra, che da un giorno all’altro ci ha travolti tutti, stravolgendo le nostre abitudini lavorative e di vita. Le nostre priorità sono improvvisamente cambiate, la priorità numero uno è stata per diverse settimane quella che di solito diamo abbastanza per scontata, perlomeno quando lavoriamo: stare bene fisicamente, la salute fisica.

Oggi siamo immersi in una nuova normalità, tutt’altro che facile: torniamo al lavoro scaglionati, con mascherine negli spazi comuni, con necessità di distanziamento sociale. Lavoriamo, in parte in ufficio, in parte a casa, in parte entrambe le cose. Le abitudini più semplici che avevamo ancora pochi mesi fa, come ritrovarci con un gruppo di colleghi alla macchinetta del caffè per scambiarci delle idee informalmente, sono ancora complicate.

Dopo che la priorità è stata per mesi la salute fisica, e tuttora lo è, emerge oggi prepotente un’altra priorità: il benessere psicologico di chi lavora, stare bene, ritrovare l’energia e la motivazione, ritrovarsi, fare gruppo, condividere, superare l’isolamento in cui abbiamo lavorato per interi mesi.

L’ultimo episodio di Job Trends, il mio podcast per Forbes Italia, è dedicato a un management tip che ritengo fondamentale oggi per i manager: pensare al benessere delle loro persone. Quello che a fine 2019, quando pubblicai il mio Lessico della felicità, era un semplice nice to have, ora è un must have assoluto, a mio avviso.

È necessaria infatti una grande attenzione al benessere delle persone, e alla loro felicità. Le aziende più attente coi loro interventi di formazione e coaching stanno pensando al benessere delle persone nei prossimi mesi come a una chiave strategica della ripresa. Il rischio, facendo finta di nulla, è di avere risorse e team demotivati e con poca lucidità lavorativa. L’ultima cosa di cui hanno bisogno le nostre aziende, e la nostra economia, per riprendersi.

 

Tutte le puntate di Forbes Job Trends:

Ascolta e scarica Job Trends, il podcast di Roberto D’Incau, su Forbes.it nella sezione dedicata ai podcast, ma anche su Spreaker, Spotify, Apple Podcast e Google Podcast.

Innovazione 26 Giugno, 2020 @ 8:15

I punti deboli dello smart working per la sicurezza aziendale

di Forbes.it

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Le aziende non erano preparate a gestire un ricorso massiccio allo smart working. Tanto che l’emergenza Covid-19 potrebbe diventare anche una pandemia digitale, con il 95% delle aziende che ha sperimentato problemi di sicurezza legati allo smart working.

E’ quanto emerge da una ricerca di Check Point Software Technologies, il principale fornitore di soluzioni di cybersecurity a livello globale, che insieme a Dimensional Research ha analizzato i dati e gli eventi di sicurezza informatica relativi a questa pandemia

La ricerca rivela anche che il 61% delle aziende si preoccupa dei rischi per la sicurezza e dei cambiamenti necessari per facilitare lo smart working, il 55% cerca come migliorare la sicurezza dell’accesso da remoto e il 49% richiede più sicurezza anche per gli endpoint.

La pandemia Covid-19 ha colto aziende e dipendenti sostanzialmente impreparate a un lavoro da remoto di tipo massivo: “Anche aziende che già praticavano varie forme di smart working sono state colte alla sprovvista e hanno dovuto implementare misure integrative per permettere a tutti i dipendenti di lavorare da remoto. La maggior parte delle imprese però si è trovata a dover creare tutto da zero e in brevissimo tempo. Si sono rese necessarie dunque modifiche all’infrastruttura per gestire gli accessi (partendo dalla creazione di VPN e al passaggio al cloud) e si è fatto ricorso massiccio alle piattaforme di videoconferenza – che sono comode ma se non vengono attuati gli accorgimenti necessari possono diventare estremamente rischiose per la sicurezza aziendale”, ha commentato Marco Urciuoli, country manager di Check Point Italia.

La situazione si complica se l’accesso ai file avviene da infrastrutture personali, magari non aggiornate all’ultima release o non protette adeguatamente tramite sistemi antivirus completi. Oltre a queste minacce legate all’hardware, in queste settimane sono aumentati notevolmente i rischi legati all’interazione umana e a phishing.

Gli hacker sanno riposizionarsi molto in fretta e hanno cominciato prima a creare siti legati al Coronavirus, con oltre 4.000 domini nuovi riconducibili al virus in poche settimane, l’8% di cui è sospetto o malevolo, poi hanno iniziato ad attaccare direttamente le persone inviando un’enorme mole di e-mail phishing a tema Covid-19. Il picco è stato raggiunto il 28 marzo con 5.000 attacchi riconducibili al virus. Un’analisi di Check Point svolta in Italia ha dimostrato che più di un sito su dieci registrato negli ultimi 30 giorni e legato ai temi della “salute” è malevolo. Ora che si sta parlando della Fase 2, e dell’attivazione degli aiuti di Stato, gli hacker stanno diffondendo domini ingannevoli e inviando e-mail che diffondono malware per approfittare di questo nuovo tema d’interesse. Ad esempio, nel solo mese di nel marzo 2020 sono stati registrati 2.081 nuovi domini legati a sussidi, fondi e supporti statali (di cui 38 malevoli e 583 sospetti).

“La particolarità italiana è senza dubbio l’altissimo tasso di attacchi attuati tramite e-mail phishing rispetto alla media del resto del mondo (89%, rispetto al 57% globale) e, soprattutto, che per veicolare i malware vengano utilizzati documenti .xls, con un’incidenza doppia rispetto alla media internazionale (30,1%, rispetto al 14,8% globale)”, ha commentato Peter Elmer, Security Expert Office of the CTO di Check Point.

“Questi dati indicano che gli italiani utilizzano molto la mail, ma che non sono ancora sufficientemente formati sui rischi che si corrono quando si aprono documenti come .doc o .xls, che se non vengono controllati possono essere molto pericolosi quanto un file esecutivo”, ha dichiarato Pierluigi Torriani, Security Engineering Manager di Check Point Italia.

Aziende e dipendenti possono proteggersi grazie a tecnologie già consolidate che consentono di superare questo momento e permettere di lavorare da remoto in modo sicuro, come il software Check Point Access VPN, Endpoint Threat Prevention, Mobile Security e Mobile Secure Workspace, tutti finalizzati alla sicurezza pratica dei lavoratori da remoti. L’agente SandBlast di Check Point offre una prevenzione completa delle minacce agli endpoint contro gli attacchi zero-day, con un tasso di blocco del 100%, anche per le minacce sconosciute con zero falsi positivi.

Nella cybersecurity non ci sono seconde possibilità, quindi la migliore strategia di protezione si basa sulla prevenzione degli attacchi e, quindi, delle loro potenziali conseguenze. Per questo motivo, e in considerazione dell’attuale scenario occupazionale in cui lo smart working è diventato la norma, è essenziale fornire ai dipendenti nozioni di base di sicurezza che consentano loro di evitare di diventare una nuova vittima dei cyber-criminali e, allo stesso tempo, è essenziale disporre degli strumenti tecnologici necessari per proteggere tutti i dispositivi aziendali e i dati a distanza”, conclude David Gubiani, regional director SE EMEA Southern di Check Point.

Maire Tecnimont
5 Giugno, 2020 @ 12:06

Maire Tecnimont, dove lo smart working è di casa dal 2016

di Matteo Rigamonti

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Articolo tratto dal numero di maggio 2020 di Forbes Italia

 

La pandemia da coronavirus si è rivelata un grande acceleratore della rivoluzione digitale in Maire Tecnimont. “Non è solo un fatto di hardware, ma anche di attitudine e change management per aderire a un nuovo modello”, dice l’amministratore delegato e direttore generale Pierroberto Folgiero.

Il sentiero verso l’industria del futuro è lastricato di soluzioni digitali utili, come le più innovative applicazioni della tecnologia informatica e delle telecomunicazioni, a loro volta contaminate da responsabili declinazioni del lavoro in team o soli da remoto. Stratagemmi che per fecondare davvero la cultura del lavoro nel quotidiano necessitano di un reagente che non si trova a buon mercato: persone preparate e pronte a vagliare e trattenere tutto ciò che può migliorare la prassi di ogni giorno, senza timore di modificare le abitudini consolidate. 

Ne sanno qualcosa, anzi parecchio, in Maire Tecnimont dove lo smart working è di casa dal 2016 e dove è stato avviato il progetto Digital Advantage che ha come obiettivo quello di governare lo sviluppo digitale di un gruppo industriale multinazionale leader nell’ingegneria impiantistica nel settore degli idrocarburi (petrolchimico, fertilizzanti, e raffinerie dell’oil & gas). Una realtà complessa: 9.300 professionisti dislocati in oltre 45 paesi attraverso 50 società, ricavi 2019 a 3,3 miliardi di euro e ordini per 6,4 miliardi. Un soggetto che non può permettersi il lusso di non progettare il domani, come dimostra il varo di NextChem, business unit dedicata alla transizione energetica e alla chimica verde.

Pierroberto Folgiero, amministratore delegato e direttore generale di Maire Tecnimont

Alla guida di Maire Tecnimont c’è l’amministratore delegato e direttore generale Pierroberto Folgiero, che a Forbes Italia spiega: “La digitalizzazione non è solo un fatto di hardware e piattaforme informatiche, ma anche di attitudine e change management per aderire a un nuovo modello”. Ciò che non è cambiato, precisa, sono “i nostri processi core: engineering, procurement e construction”, in una sigla Epc che significa progettazione di impianti e loro realizzazione fino alla consegna. Mantenendo alta la capacità di comprendere e gestire i processi chimici di base, cioè “come rompere le molecole”. Ma dopo l’avvio di progetti pilota di successo il gruppo ha gradualmente affiancato all’Epc tradizionale la sua versione digitalizzata”. È quello che è stato fatto, per esempio, con il Digital Advantage Smart Platform applicato al progetto Oq Liwa Plastic in Oman o che normalmente avviene con Digital Twin, il fratello virtuale che riproduce le sequenze complete di un progetto evidenziando in simultanea le fasi di processo e anticipando la presa in carico dell’impianto. “Così possiamo storicizzare i dati, elaborare previsioni e abbattere i costi”.

Il punto di partenza è la “lungimiranza di aver abbracciato tempestivamente il cloud computing investendo in infrastruttura di rete, banda e dispositivi mobili”, prosegue Folgiero, “il secondo step sono stati i software, gestionali di base all’avanguardia e suite specifiche per ogni esigenza”. Il risultato è duplice: Maire Tecnimont oggi è in grado di cablare interamente ogni suo impianto remotizzandone la progettazione e costruzione, il controllo e la gestione dei processi; mentre lo smart working praticato è quello vero, che non significa semplicemente telefonarsi per fare riunioni online: “Siamo in grado di digitalizzare ogni nostro processo core, virtualizzandolo o remotizzandolo”. Dal monitoraggio dell’avanzamento lavori al funzionamento a regime. 

La pandemia da coronavirus che sta facendo grippare il motore dell’economia globalizzata si è rivelata un gigantesco acceleratore della rivoluzione digitale in Maire Tecnimont, constata l’ad: “Abbiamo dovuto fare di necessità virtù, anche per le attività dove eravamo ancora a uno stadio pilota”. Così che il gruppo, non soltanto ha mantenuto caldi business con clienti che avrebbero potuto vacillare di fronte all’immensità della sfida – “li abbiamo sorpresi facendo capire loro che eravamo pronti ad affrontare il Covid-19” –, ma è ai nastri di partenza per veder nascere nuovi progetti. 

Tra le più recenti aggiudicazioni della controllata Tecnimont, per un importo complessivo pari a circa 10 milioni di dollari, ci sono: la sezione ad alta pressione di un impianto di polietilene a bassa densità (Ldpe) da realizzare in Corea per una delle maggiori aziende energetiche e chimiche dell’Asia Pacifico che sta sviluppando un nuovo complesso petrolchimico integrato; e due studi di fattibilità, uno per una nuova Unità di polipropilene in India per Borealis AG e l’altro per un’ulteriore linea di acrilonitrile in Russia per Lukoil.

“Da italiani”, conclude con orgoglio Folgiero, “stiamo dimostrando tutta la nostra propensione a trovare soluzioni efficaci quando i problemi sono molti e complessi, traendo motivazioni ulteriori da circostanze avverse”. Infine una menzione speciale per le donne e gli uomini di Maire Tecnimont: “La vera differenza nel processo di digitalizzazione la fanno le persone. Persone forti e preparate sono la risorsa più scarsa sul mercato, dunque il vero pregio di un’azienda come la nostra”.

Podcast 25 Maggio, 2020 @ 2:57

Luci e ombre della rivoluzione smart working – PODCAST

di Roberto D’Incau

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La crisi del Covid-19 ha messo l’Italia di fronte alla necessità di utilizzare massicciamente lo smartworking, un fatto che ha avuto un impatto molto forte su tutti noi, semplicemente perché non ci eravamo affatto abituati. Solo poche centinaia di migliaia di italiani infatti ricorrevano abitualmente allo smartworking prima, con un approccio quasi “sperimentale” per lo più, tranne poche grandi aziende.

Qual è il bilancio di questa vera e propria rivoluzione? Molto positivo, ci tengo a dirlo. Passato il primo momento di smarrimento ci siamo resi conto tutti, aziende e lavoratori, dei benefici di questo nuovo modo di lavorare, che non implica solo l’adozione di nuove tecnologie e di digitalizzazione spinta, ma anche e soprattutto un rinnovamento culturale e un nuovo concetto di leadership e di misurazione dei risultati del proprio lavoro, non più legato e “certificato” dalla mera presenza in ufficio.

Come tutte le rivoluzioni, però, c’è anche un’altra faccia della medaglia, diciamo degli aspetti che vanno meglio messi a punto nei prossimi mesi: vediamone insieme alcuni.

Lavorare da casa, in appartamenti di dimensioni ristrette, con la presenza del partner e dei figli, non è proprio semplicissimo: seguire le riunioni e al tempo stesso seguire i compiti dei figli, armonizzare la propria agenda lavorativa con quella del partner non è facile, ha messo a dura prova le ottime doti di organizzazione e la resilienza dei lavoratori italiani. In particolare, va detto, delle donne italiane, cui ancora oggi purtroppo spetta una fetta più importante delle responsabilità di gestione famigliare rispetto agli uomini. Lo smartworking in questi casi ha creato uno stress addizionale.

Work life balance. Mi sono sentito dire spesso in questo periodo che lo smartworking ammazza il work life balance; chi lavora da casa lamenta che si mette al desk la mattina presto, e finisce la sera tardi. Inoltre, a volte i capi non capiscono che ci sono delle esigenze famigliari precise, esempio i pasti alle 13, o alle 20, e la vita lavorativa straborda in quella famigliare, problematizzando il tutto. Servono dei paletti, e un’ottima capacità di time management.

Lavoratori LGBT. Come sappiamo, in Italia le persone che in ufficio fanno un chiaro coming out sul proprio orientamento sessuale sono ancora una minoranza, peraltro per motivi del tutto legittimi dato il livello di omofobia (dichiarata o inconscia) che ancora resiste nel nostro Paese. Lo smartworking – con il “rischio” che i colleghi vedano durante una riunione online spuntare il proprio compagno/compagna, di cui non si è mai parlato in ufficio – ha creato vari problemi a livelli di privacy ai lavoratori LGBT. Lunga ahimè è ancora la strada dell’inclusione in Italia, e questa ne è una delle facce.

In conclusione, non stupisce che meno del 40% dei manager e delle manager italiani si senta più produttivo con lo smartworking: non è poco, certo, ma vanno create le basi per una ottimizzazione del suo uso, laddove un investimento tecnologico adeguato è la condizione necessaria ma non sufficiente. La tecnologia, se si inserisce in una cultura del lavoro “vecchia”, rischia di essere sottoutilizzata, e in modo solo cosmetico non sostanziale: è l’uso armonioso di tecnologia e di una nuova cultura del lavoro che farà la vera differenza nel futuro prossimo.

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BrandVoice
18 Maggio, 2020 @ 11:44

Smart working: le strategie per farlo in sicurezza, a partire dalla connessione

di Forbes.it

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La sede di Fortinet a Sunnyvale in California (Courtesy Fortinet)

Mai come ora ci troviamo a fare una considerazione importante: tutte le aziende sono vulnerabili ed esposte a potenziali situazioni di crisi, che prescindono dal loro operato, come disastri climatici, interruzioni di energia o epidemie – caso più attuale che mai – e potrebbero non essere in grado di sostenere le normali operazioni in loco. Ora, ogni azienda deve prevedere un piano di business continuity e di disaster recovery per garantire la produttività sia in casi straordinari che prevedano che molti o addirittura la quasi totalità dei dipendenti lavorino da remoto, sia in circostanze più ordinarie per esigenze personali. Per tutelare la propria attività e quella degli impiegati al di fuori dalla sede di lavoro – maggiormente esposta a minacce digitali – le aziende devono assicurarsi di rendere sicure le reti Vpn (Virtual private network). La capacità di supportare da remoto i dipendenti con una connettività sicura alla rete aziendale è essenziale per garantire continuità operativa e sicurezza. Occorre adottare un approccio integrato e una gestione centralizzata, mettendo a disposizione soluzioni che siano facilmente implementabili e configurabili e che consentano di mantenere la piena sicurezza, visibilità e controllo indipendentemente dall’ambiente di implementazione.

Filippo Monticelli, country manager per l’Italia di Fortinet (Courtesy Fortinet)

Come cambia lo scenario oggi

Bisogna mettere in conto che la forza lavoro oggi è sempre più composta da millennials: con l’emergere di nuove tecnologie, molti dipendenti si aspettano un livello elevato di integrazione tra dispositivi e applicazioni personali e di lavoro. Ma il più delle volte non si tengono in considerazione i rischi informatici che possono verificarsi portando nuove tecnologie in un ambiente aziendale. Spesso le società sono esposte anche alla negligenza dei propri dipendenti o alla mancata attenzione alle best practice in materia di sicurezza, fattori che mettono involontariamente a rischio tutta la rete aziendale, che si lavori in sede o da remoto. I responsabili della sicurezza in azienda devono essere pronti, stare all’erta e avere un approccio vigile per poter garantire la miglior protezione possibile: le nuove tecnologie richiedono l’implementazione di nuove soluzioni e processi innovativi per evitare che comportamenti apparentemente innocui si trasformino in una compromissione della rete o violazione dei dati.

Le minacce interne continueranno a crescere con l’aumentare della superficie di attacco. Basti solo pensare che si prevede che entro il 2022 ci saranno sei miliardi di utenti Internet. Per ridurre al minimo i rischi, è necessario conoscere gli strumenti utilizzati dai dipendenti e predisporre i controlli necessari per la messa in sicurezza.

Le best practice per lavorare da remoto

La direzione aziendale dovrebbe suggerire ai dipendenti alcune strategie, incentivare l’adozione di best practice: innanzitutto utilizzare password diverse per diversi account, piattaforme e canali e cambiarle frequentemente, ricorrendo anche a software di password management. Molti usano le stesse credenziali di accesso su tutti, indipendentemente dal fatto che si tratti di account personali o aziendali. Per minimizzare il rischio di utilizzo della Vpn da parte di estranei, si può ad esempio introdurre l’autenticazione a due fattori con i mobile token. Si può anche valutare l’implementazione di software di endpoint protection (Epp) completi, che possano supplire alla protezione offerta normalmente dal firewall aziendale. Per fare un esempio concreto, la nostra soluzione FortiClient può fare web filtering sul Pc con le stesse categorie di un firewall aziendale, anche quando l’utente lavora da casa, evitando la navigazione su siti dannosi dei device e inviando artefatti sospetti alla sandbox in cloud; incoraggiare l’uso di Vpn per chi lavora da remoto, assicurarsi che i dispositivi siano collegati da punti di accesso sicuri. È fondamentale tenere conto che la Vpn, oltre a dare accesso a servizi e risorse interne, può essere la porta di accesso per potenziali vettori di infezione. Per questo, oltre a un’autenticazione forte, è necessario mettere in campo una valutazione del rischio durante la fase di accesso alla Vpn, che riguarda possibili vulnerabilità del dispositivo in fase di accesso – come sistemi operativi, app, software, impostazioni dei registri di sistema non aggiornati – o mancanza di software anti-malware; infine insegnare a riconoscere gli schemi di social engineering volti a sottrarre dati personali per accedere alle reti e agli account aziendali. L’integrazione e l’automazione tra gateway di posta elettronica sicuri, firewall, protezioni degli endpoint, gestione degli accessi e altro ancora forniscono una visione olistica dell’attività in tutta la rete, consentendo ai responsabili sicurezza di rilevare rapidamente comportamenti o azioni potenzialmente minacciose e quindi di rispondere in modo coordinato.

Ogni impresa, dal canto suo, deve preoccuparsi di tenere sotto controllo e costantemente monitorato il livello di sicurezza, investendo e adottando sistemi di protezione e di security avanzati, sistemi di analisi, di prevenzione, di anti-intrusione specifici, ottimizzando l’infrastruttura Vpn e tutte le più evolute tecniche di cifratura e autenticazione. Solo così si alzerà la soglia di affidabilità e di security posture, come diciamo in gergo, ossia lo stato di salute della sicurezza informatica di una realtà. 

Uno sguardo all’Italia oggi e in futuro

In alcuni paesi, come gli Stati Uniti e altre nazioni del nord Europa, molte aziende hanno già adottato politiche di smart working spinti dall’onda della trasformazione digitale. In Italia molte Pmi e grandi imprese stanno introducendo ora politiche di smart working, specialmente incentivate ultimamente da fattori contingenti come l’emergenza sanitaria che ci siamo ritrovati ad affrontare; tanti sono dovuti correre ai ripari, non avendo fatto una pianificazione strategica a priori o implementato gli strumenti adatti. In Fortinet questa è una prassi consolidata da anni, circa il 50% del personale lavora infatti a distanza frequentemente. Ora forse, su larga scala, cambierà l’approccio nei confronti questa modalità di lavoro che, oltre a comportare dei benefici, porterà a un cambiamento radicale dei tradizionali luoghi di lavoro. Il passaggio al 5G sicuramente ridurrà molto il digital divide e abbatterà i limiti legati alle possibilità di lavorare a distanza: resta comunque essenziale utilizzare reti Vpn sicure e offrire soluzioni integrate per una visibilità a 360°, dentro e fuori la rete aziendale.