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Innovation 25 Gennaio, 2021 @ 9:02

Vedere lontano con l’intelligenza artificiale. Cosa fa Vedrai, l’azienda fondata da Michele Grazioli

di Forbes.it

Staff

La redazione di Forbes.Leggi di più dell'autore
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Michele Grazioli fondatore della startup Vedrai
Michele Grazioli (ph G. Zanotti)

Articolo tratto dal numero di gennaio 2021 di Forbes Italia. Abbonati

Michele, imprenditori si nasce o si diventa? Michele Grazioli sorride seduto nel suo studio, avvolto in un maglioncino grigio semplice ed elegante. Iniziando a raccontare la sua storia ha il coraggio di dire “quando ero giovane”, ma poi si corregge in “quando ero piccolo”. Sintomi di una vita vissuta a mille all’ora. E come può essere altrimenti per uno che a 13 anni già si districava, quasi inconsapevolmente, tra algoritmi e intelligenza artificiale per creare un software che potesse aiutare suo padre? E che a 25 anni ha fondato Vedrai, la startup innovativa che si occupa dello sviluppo di piattaforme per il miglioramento dei processi decisionali delle aziende?

Michele è un tipo interessante, tanto che Forbes gli aveva già messo gli occhi addosso inserendolo nel 2019 tra i 100 Under 30, la selezione dei giovani italiani di talento. È il caso di conoscerlo meglio.

“Sin da quando ero piccolo sognavo di fare l’imprenditore”, racconta. “Quando andavo all’asilo e ci veniva chiesto ‘che cosa vuoi fare da grande?’ c’era chi voleva fare l’astronauta, chi disegnava un calciatore. Io mi ritraevo davanti a un capannone perché all’ingresso del mio paese, Gallignano, frazione di Soncino, in provincia di Cremona, c’è una zona industriale e per me avere un capannone appena fuori casa era normale come avere una pianta in giardino”. Michele ha capito presto di essere portato per i numeri. Sempre da piccolo si divertiva a indovinare le distanze chilometriche tra le città sbigottendo i parenti. Però da qui a creare un’azienda specializzata nell’intelligenza artificiale ce ne passa.

Ma come ti è venuta l’idea dell’intelligenza artificiale?
L’idea nasce dalla volontà di aiutare mio padre. Aveva una piccola attività edile insieme a mio nonno e, quando nel 2008 c’è stata la crisi del settore, lo vedevo tornare a casa tutte le sere sempre più preoccupato. Quindi ho pensato: “Cavolo, io cosa posso fare?”. Avevo già un po’ di esperienza nel fare sistemi per analizzare i bilanci e un giorno sono andato da mio padre e gli ho detto: “Ti vorrei fare un bel software, per aiutarti a gestire i cantieri”.

E lui cosa ha detto?
All’inizio è stato difficile: non riuscivamo a capirci, parlavamo due lingue diverse. Il problema è che quando devi elaborare un software è necessario che ci sia qualcuno in grado di indicare i requisiti e spiegare come si trasformano gli input in un output. Purtroppo mio padre non sapeva nulla di software e io non sapevo nulla di edilizia: mancava un punto di incontro. Banalmente: come potevo trasformare un computo metrico in un piano di lavoro in modo sistematico? Lui non sapeva spiegarmelo e io, di conseguenza, non potevo farlo.

Allora?
Allora mi è venuta l’idea di creare un sistemino in grado di leggere i dati così come sono in cantiere: computi metrici, bolle, numeri, ordini, fatture e così via. Ho fatto sì che il sistemino imparasse da solo le relazioni tra i dati, in modo da capire le decisioni che mio padre aveva preso fino a quel punto e consigliargli quelle che avrebbe potuto prendere. Questo è stato il modo in cui ho approcciato all’intelligenza artificiale.

Detta così, sembrerebbe un rapporto molto casuale. Quasi impensabile.
Sì, tutto è nato per caso, perché non sapevo niente di statistica, non sapevo che esistesse l’intelligenza artificiale e all’epoca di reti neurali e di AI se ne parlava solo nei centri di ricerca universitari. Ho scritto tutto partendo da zero e, a logica, mi è venuta quest’idea di utilizzare delle funzioni che, guardando il rapporto tra preventivo e consuntivo, potessero portarsi dietro delle informazioni e capire il nesso fra causa e effetto.

Che anno era?
Era il 2008 e avevo 13 anni.

Invece l’idea di Vedrai è l’evoluzione del famoso sistemino?
Beh, non direttamente. Ci sono stati prima una serie di passaggi. Inizialmente ho cominciato a lavorare nell’ambito finanziario per prevedere, tramite l’intelligenza artificiale, il comportamento degli speculatori alla variazione dei derivati. Ma questo mondo è diventato un po’ inflazionato tra il 2011 e il 2012, allora mi sono stufato della finanza e mi è venuta voglia di dar vita alla mia prima azienda. Così ho fondato Divisible, che all’inizio è stato un disastro (ride).

Un disastro? In che senso? Lo sai che spesso le grandi idee nascono sempre da un fallimento?
Pensavo che il mercato avesse la capacità di autoregolamentarsi e capire da solo quale sarebbe stata la tecnologia migliore. Ho sviluppato tecnologie che non abbiamo venduto perché se crei una tecnologia che risolve i problemi che il mondo non sa ancora di avere, diventa un problema, almeno dal punto di vista commerciale. Proponevo di interpretare le reti neurali quando invece le aziende non le usavano ancora.

Allora? La storia comincia a diventare appassionante.
A un certo punto ho capito che non aveva più senso questa strada e ho cercato di interpretare la catena del valore, spiegando alle aziende l’impatto che avrebbero avuto queste nuove tecnologie sul loro business e solo dopo integrare la parte di consulenza strategica. L’approccio ha funzionato e così il gruppo Divisible ha iniziato a crescere nel corso degli anni.

Va bene. Però siamo ancora a Divisible, la prima creatura strutturata. Come arrivi all’idea di Vedrai?
Mi ha sempre affascinato il mondo della piccola e media impresa e in generale quello dei capannoni: mi sono reso conto che con Divisible lavoravo per tipologie di aziende che non rispecchiavano quello che era il mio sogno, la mia vision. Allora ho deciso di riavvicinarmi alle tecnologie che ritenevo più significative e che avevano un potenziale anche per le piccole medie imprese.

Finalmente ci siamo arrivati.
Sì. Infatti nel 2020, pur non abbandonando Divisible, ho fondato Vedrai conferendo una tecnologia per il processo decisionale e altre innovazioni che avevamo già potuto validare sul mercato. Con Vedrai utilizziamo l’intelligenza artificiale per vedere l’impatto che una decisione può avere a livello aziendale.

Un esempio?
Sono un imprenditore e devo decidere se aumentare o non aumentare del 3% il prezzo di un prodotto. Adottando una determinata decisione, la tecnologia di Vedrai, utilizzando sia dati storici dell’azienda che quelli di contesto, riesce a calcolare quasi al centesimo l’impatto su tutti i Kpi rilevanti, anche non economico-finanziari, da qui ai prossimi 18-24 mesi. Insomma, Vedrai indica che impatto quella decisione avrà sui ricavi, sull’ebitda, sulla soddisfazione del cliente e qual è la probabilità che aumenti la difettosità dei prodotti e così via.

E come si arriva a questo obiettivo?
Il nostro software prende dati storici aziendali e li mette relazione con qualche milione di variabili che raccogliamo giornalmente o settimanalmente e quindi, per esempio, il numero di ricerche che vengono fatte per una data parola chiave su Google, il sentimento sui social e il volume di scambi da Paese a Paese di una tale materia prima, il suo prezzo, quello delle azioni, temperatura, meteo e chi più ne ha più ne metta: raccogliamo davvero un enorme quantitativo di dati. Quindi il software confronta le variabili rilevanti per determinare l’andamento aziendale e simula come cambia lo scenario di volta in volta.

Perché hai chiamato la tua nuova azienda Vedrai?
Uno dei miei soci mi stava convincendo a lanciare la startup e mi disse: “Faremo grandi cose, vedrai”. Questa parola mi è piaciuta perché tutte le volte che dobbiamo infondere speranza a qualcuno, trasmettere entusiasmo, usiamo “vedrai” come intercalare. È un verbo coniugato al futuro e poi ci sono le due lettere finali, AI, la sigla di artificial intelligence.

Ma le Pmi sono attrezzate culturalmente per accettare queste nuove tecnologie?
Normalmente non sono attrezzate, anche se parliamo con imprese non piccolissime e che mediamente fatturano dai 5 milioni. Tuttavia sono convinto che per tante Pmi sia un problema culturale: nessuno ha spiegato loro le cose in maniera semplice, quindi vedono le tecnologie come qualcosa che va contro il loro modo di essere e di interpretare il lavoro. Ma siamo arrivati a un punto in cui avere queste tecnologie in azienda non può essere una scelta: è una necessità.

Passami la battuta: detta così sembra quasi una minaccia.
È la realtà. Le piccole medie imprese che non si dotano di strumenti previsionali o di sistemi di intelligenza artificiale, saranno tra 5-10 anni completamente fuori mercato. Chi oggi prende una decisione, infatti, tiene in considerazione tra le 35 e le 40 variabili; uno strumento come il nostro, anche nella sua configurazione base, ne considera più di 50 mila.

Sostanzialmente Vedrai è una sfera di vetro informatica.
(Sorridendo) Non è magia, è matematica molto avanzata.

Hai applicato il tuo software a questa intervista per vedere che ricaduta avrà presso la tua azienda o no?
(Ancora sorridendo) No, no. Non sono un tipo molto commerciale. Quello a cui aspiro, da qui ai prossimi cinque anni, è incontrare tanti imprenditori al bar che mi ringraziano perché ho fatto qualcosa per loro. E mi piacerebbe che anche mio figlio potesse sognare guardando i capannoni all’ingresso del paese.

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