Essere un venture capitalist di successo a 30 anni: la storia dell’imprenditore romano Lorenzo Castelli

Lorenzo Castelli
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Un vecchio detto recita: “Non puoi fare il padrone se non hai fatto il garzone”. Non allude ad altro se non alla necessità di fare nella vita la dovuta gavetta. E di gavetta, Lorenzo Castelli, classe 1991 – selezionato da Forbes Italia tra gli under 30 2021 per la categoria Venture Capital – ne ha fatta parecchia considerato che a soli 30 anni ne ha maturati sette nel venture capital con parallele esperienze nel real estate e nel settore del lusso. Prima di avviare insieme all’imprenditore Paolo Barletta il veicolo di investimento attivo nel settore del venture capital Alchimia Investments, di cui oggi è co-fondatore e portfolio manager, Lorenzo è stato project manager in gruppo Barletta, società real estate che fa capo alla famiglia Barletta, project manager in Ufirst e managing director di una società italiana attiva nella produzione e distribuzione di denim lusso. Dalla VR, all’aerospace, dalle cryptovalute al fashion, dove sono attivi con Chiara Ferragni Collection, dalla logistica ai trasporti fino al quantum computing, tra il 2019 e il 2020 il team di Alchimia ha analizzato oltre 1.400 società tra l’Italia e l’estero.

Ad alimentare la sua intraprendenza è sempre stata la ‘fame’ di fare, insieme a una grossa dose di curiosità: “Credo di aver ereditato l’anima imprenditoriale di mio padre, è una cosa con cui si nasce, una smania difficile da controllare”, racconta. “Ad ogni modo, il mondo di oggi non è più quello dei nostri genitori. È un mondo complesso e settoriale con grandi opportunità ma anche con tanta competizione, che richiede competenze specializzate e delle spiccate capacità manageriali. Le buone idee e lo spirito di iniziativa non bastano più”.

Prima di approdare nel mondo del Vc, Lorenzo, laurea triennale in Economia del lavoro all’Università degli Studi Roma Tre e un master in Project management alla Luiss Business School, appena maggiorenne si trasferisce a New York, dove rimarrà per circa due anni, e dove conoscerà il funzionamento di una corporate quotata operante nel luxury lavorando come assistente personale del vicepresidente di Ralph Lauren Corporate, John Vizzone. “Ho avuto la fortuna di conoscere uno dei vicepresidente di Ralph Lauren a un matrimonio di amici di famiglia. Mi disse: ‘Vieni a vivere a NY, ti farà bene e se resisterai come mio assistente ti farai ossa e curriculum…ho bisogno di qualcuno sveglio che parli italiano’. Per intenderci, quel periodo fu un pò la versione italiana e al maschile de Il diavolo veste Prada“, ricorda. Dopo i primi ruoli da intern, le sue responsabilità nel team aumentano: inventari di tutti gli accessori uomo, organizzazione dei meeting con i clienti vip, supporto alla gestione delle collezioni tra Italia e NY, organizzazione dello showroom centrale, tutto si rivela un’ottima palestra di crescita personale.

Poi, dalla Grande Mela è stata la volta di Miami. Forte del network che aveva costruito a New York, Lorenzo pensa di aprire una catena di cinque store di food italiano con l’idea di rivenderla in un secondo momento a un fondo o gruppi che investivano nel settore. “Una catena di mini Eataly, per intenderci. Avevo 22 anni, mi stavo laureando in economia a Roma Tre, avevo la ragazza a Londra e di sera pianificavo le call con NY e Miami per avviare il progetto. Di certo non mi annoiavo”. Raccoglie 500mila dollari e investe personalmente. Individua con i suoi soci una location nel quartiere di Wynwood e avvia il business poco prima dell’Ultra Music Festival. “Dopo un anno e mezzo di attività e un fatturato di quasi 1,8 milioni eravamo davanti a un bivio: aprire gli altri quattro punti vendita e lanciare un format da vendere a un fondo oppure vendere la location di Miami; sfortunatamente, i miei soci avevano interessi diversi così fui costretto a rinunciare al piano di espansione”. Da questa esperienza, Lorenzo impara che per portare avanti qualsiasi  progetto, il team e le persone di cui ti circondi sono più importanti delle idee e dei soldi. E soprattutto a gestire l’eventualità di un fallimento.

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Il destino bussa per la seconda volta alla sua porta quando, complice il consiglio di un’amica, Lorenzo contatta Paolo Barletta, vecchio compagno di liceo. “All’epoca avevo appena terminato il master, da un anno facevo l’Analyst in una boutique di project financing dividendomi tra Roma e Milano e stavo per finire in una grande banca; in altre parole, avevo un po’ messo in secondo piano l’esperienza da startupper e il mondo del venture”.

Dopo i saluti iniziali, Barletta prese un foglio, ci scrisse sopra Alchimia e con quattro caselle disegnò una sorta di organigramma. Paolo gestiva il Gruppo Barletta, società attiva in Italia nel real estate, ma aveva fatto degli investimenti in venture come business angel e le cose stavano andando positivamente. “Mi spiegò che voleva creare un team per seguire gli investimenti che aveva fatto e per investire su nuove opportunità. Accettai”. I due decisero quindi di creare un veicolo di investimento che non ragionasse secondo gli standard dei loro competitor italiani:  “Volevamo costruire una vision e non ragionare come asset manager. Avevamo l’intenzione di portare le best practice internazionali in Italia e di andare a cercare le migliori opportunità in giro per il mondo”.

Alchimia nasce nel 2016 e nel 2018 viene lanciata ufficialmente con un team strutturato di cinque persone. Alla base del business model, l’unione tra anima imprenditoriale e gestione manageriale. “Avevamo necessità di costruire un network e una credibilità che ci permettesse di sederci ai tavoli giusti. Viaggiammo moltissimo, non è stato banale accreditarci a livello internazionale nel mondo del venture. Eravamo pur sempre dei giovani italiani ambiziosi, con tutti gli oneri e gli onori che racchiude questa descrizione. Ad ogni modo, grazie a tutto il team, organizzammo il veicolo per essere il più flessibile possibile in termini di reattività alle opportunità di investimento, ma allo stesso tempo rigoroso in termini di processi di analisi degli investimenti e gestione del portafoglio”. Decidono quindi di rischiare anche capitali privati e creare un ponte tra il mercato internazionale e quello italiano. “Non volevamo essere gestori del risparmio da allocare nel Vc ma degli imprenditori del venture capital”, prosegue Lorenzo.

Lorenzo Castelli
Lorenzo Castelli, 30 anni, co-fondatore e portfolio manager di Alchimia Investments.

Iniziarono con tre investimenti nel 2016, che diventarono otto nel 2018 e 17 nel 2019, anno in cui la famiglia Bulgari nella persona di Nicola Bulgari, tramite Annabel Holding, decise di investire in Alchimia oltre 10 milioni di euro. E ad oggi, Alchimia  conta 19 partecipazioni tra Usa, Israele, Gran Bretagna, Francia, Dubai, Italia e concentra i propri investimenti in società (prevalentemente startup) in fase di seed / series A attraverso un range di investimento che varia tra 500mila e 1,5 milioni di euro per singolo investimento. Nonostante le difficoltà del 2020, i due manager hanno riorganizzato il team accogliendo nuove figure (tutte under 35) di cui metà quote rosa, portato il numero degli investimenti a 21. Tra i successi più recenti ci sono l’esempio della società ufirst, che con oltre 3,5 milioni di utenti ha supportato moltissimi operatori retail nella gestione dei flussi e delle file durante tutte le fasi della pandemia in Italia, la società Cue Health, che ha chiuso un contratto di 480 milioni di dollari con il governo americano grazie allo sviluppo di innovativi tamponi rapidi per il Covid-19 e Virgin Hyperloop One che, per la prima volta nella storia, ha eseguito un test con persone a bordo di un treno con tecnologia hyperloop e si preparara ad approdare in Italia grazie ad Alchimia che è stato scelto come unico partner per questo mercato.

“Nei prossimi 18-24 mesi puntiamo a raddoppiare la size di Alchimia sia per numero di investimenti che di capitale gestito. Nel mirino sempre il mercato internazionale, in particolare il Latino americano dove ci sono importanti opportunità. Anche l’Italia gioca per noi un ruolo fondamentale. Vogliamo ritagliarci un ruolo primario nel sistema per portare le startup meritevoli all’estero e attrarre quelle internazionali nonché supportare l’ampliamento del segmento corporate venture per le grandi aziende italiane che stanno iniziando a capire l’importanza di questa attività”, spiega Castelli.

Ma cosa guarda un venture capitalist nel suo interlocutore durante un meeting che serve per decidere se investire nella sua realtà? “Per i founder alle prime armi, ascolto e osservo molto. Cerco di analizzare i dettagli per capire se ha reali conoscenze nell’ambito del business che mi presenta e del relativo mercato. Per i fondatori di società in fase di Series A o più avanzati è più semplice: hanno già dimestichezza con gli investitori e quindi cerco di capire se mi stanno vendendo un sogno o un’azienda (il confine è spesso labile)”.