Il capitale umano (sprecato): perché si può uscire dalla crisi solo investendo su istruzione e formazione

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(Shutterstock)
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Il virus non smette di mordere. Il compito è difficilissimo: emergere dalla pandemia, battere la crisi e imboccare la strada di un nuovo sviluppo. Non dimentichiamoci che Mario Draghi ha già avuto un ruolo importante in un’altra svolta critica del paese, quando fu nominato da Ciampi direttore generale del Tesoro nel 1991. Anche allora l’Itala doveva tirarsi fuori da una brutta crisi, mentre il quadro europeo e mondiale cambiava rapidamente. C’era da adattarsi a un’apertura più intensa dei mercati internazionali, a nuove tecnologie, all’integrazione europea che culminava con l’ingresso nell’euro.

Oggi si può dire che le cose non sono andate nel modo migliore. Le riforme tentate incontrarono resistenze enormi, tali da renderle incomplete e, in alcuni casi, distorte. Negli anni ’90 l’Italia ha cominciato ad allontanarsi dalle economie più sviluppate, interrompendo una secolare convergenza. Basta qualche dato per rendersene conto. Nel 1995 il nostro reddito per abitante aveva raggiunto il 70% di quello americano (la produttività del lavoro invece era all’80%). Venticinque anni dopo, alla fine del 2019, il divario è tornato al livello del 1948, con “il reddito per abitante italiano poco più della metà di quello statunitense”, come ricorda lo storico dell’economia Gianni Toniolo.

La produttività

Per spiegare il declino, gli economisti spesso tengono d’occhio l’andamento della produttività. La cui bassa crescita, è vero, accomuna negli ultimi tempi parecchie economie del mondo ormai sviluppato. In Italia, però, la stagnazione è in corso da almeno 25 anni. Dal 2010 al 2016, solo la Grecia ha fatto peggio tra i paesi Ocse.

Una cosa interessante è cercare un legame tra questo calo e l’arrivo dell’euro. Si scopre che la produttività è messa particolarmente male nei servizi, un comparto poco esposto alla concorrenza estera. Mentre nel manifatturiero, che si confronta di più fuori dai confini nazionali, la situazione non è così catastrofica: siamo ancora competitivi anche rispetto alla Germania. In realtà, l’Italia possiede un nucleo fantastico di medie imprese ultra-efficienti, che sono però troppo poche per sostenere da sole la crescita e troppo piccole per fare abbastanza ricerca e sviluppo. Cosa che, di solito, è prerogativa delle grandi imprese o dello Stato, e da cui dipende molto la capacità di generare innovazione.

Istruzione e formazione

C’è quindi un collegamento tra produttività e ricerca e sviluppo. Ma c’è un’altra variabile di cui si tiene conto: il capitale umano. Un concetto ampio, anche se spesso ci si concentra su due aspetti: istruzione e formazione. Su cui l’Italia investe poco. Ad esempio: dal 1990 al 2011, rispetto al totale dei consumi pubblici, la spesa per istruzione è scesa di 7,3 punti percentuali, mentre le spese per la sanità sono cresciute del 4,8%. In pratica si sono trasferite risorse dai giovani ai vecchi, e si continua a farlo.

Dal 2009 al 2017 la spesa in istruzione è calata di circa 6 miliardi, mentre in Francia è salita di 15 e in Germania di 28 miliardi.  Del resto, buona parte degli studenti non votano, e gli adulti, magari senza grandi titoli di studio, pensano che scuola e università non siano così fondamentali per far strada nella vita. E in effetti è stato proprio così.

Tra gli anni ’50 e ’70 l’Italia ha registrato tassi di crescita tra i più alti al mondo. Diversi studiosi pensano che una relativa ignoranza abbia addirittura favorito lo sviluppo. Erano richieste conoscenze pratiche e informali, trasmesse sul lavoro piuttosto che sui banchi di scuola. Oggi, però, non è più così. Avvicinandosi alla frontiera tecnologica, l’economia ha bisogno di conoscenza.

Un Paese in ritardo

Oggi i ritardi del paese sono evidenti. Siamo penultimi in Europa per numero di laureati: solo il 27,6% dei giovani tra i 30 e 34 anni ha finito l’università, contro il 40,3% della media Ue. La Germania, con una struttura economica simile all’Italia, è intorno al 35%, la Francia al 46,2, la Spagna al 42,4. E i laureati italiani, anche se pochi, incontrano lo stesso una certa difficoltà a trovare lavoro. Nel 2019 aveva un impiego il 78,9% di loro, quando la media UE era dell’87,7%.

Il confronto con la Germania è ancora abbastanza illuminante. Negli ultimi 15 anni la disoccupazione dei laureati tedeschi nella fascia d’età 25-39 ha oscillato tra il 2 e il 4%, quella degli italiani tra l’8 e il 13%. Come mai? Sicuramente la Germania ha un’economia più robusta, ma non è solo questo. Il mese scorso, ad esempio, Confindustria ha detto che a Brescia un terzo delle imprese non trova le specializzazioni che cerca. Da uno studio del 2019 di Unioncamere e Anpal è uscito fuori qualcosa di molto simile: il 31% delle aziende ha avuto difficoltà a trovare i dipendenti giusti per 1,5 milioni di contratti stabiliti per l’inizio di quell’anno.

Lo “skills mismatch”

Potrebbe anche essere colpa, almeno in parte, delle imprese che cercano con metodi antidiluviani – passaparola, annunci sui quotidiani locali – invece che regolari posizioni aperte su Internet. Oltre a questo, però, in Italia c’è senza dubbio un problema di skills mismatch, cioè un disallineamento tra le discipline di studio scelte dai giovani e le esigenze del mercato del lavoro. Un equivoco che costa carissimo e che in Italia è molto diffuso: in questa classifica negativa siamo terzi al mondo, secondo uno studio JP Morgan-Bocconi. 

Anche la Germania non produce tanti laureati – sta ben al di sotto della media europea -, ma ne indirizza parecchi verso facoltà stem (scienza, tecnologia, ingegneria e matematica). La sua quota è del 32,2%, sopra quelle di Spagna (27,5%), Francia (26,8%) e Italia (24,7%). 

I laureati italiani, poi, sono vittima di un ultimo crudele paradosso. Quando trovano lavoro, non è raro che debbano svolgere mansioni per cui sono sovraqualificati. E capita con maggior frequenza agli stem, che hanno un tasso di occupazione del 90%. Significa che una parte ancora troppo grande del capitalismo italiano non ha fatto quel salto necessario verso produzioni più tecnologiche e a maggior valore aggiunto. Anche questo è un ritardo a cui bisogna rimediare.