Come si prendono le decisioni nelle società liberali e capitalistiche? Un nuovo concetto di leadership

anatra anatroccoli leader leadership
(Getty Images)
Share

La domanda fondamentale per un leader o un aspirante tale – in campo politico ed economico – è facile da esporre, ma difficile da risolvere: cosa significa decidere? Le scelte, ad esempio, spesso difficili e dagli esiti molto incerti che sono state compiute per affrontare la pandemia hanno reso evidente una caratteristica della nostra società: essa dipende dalla capacità di decidere in modo efficiente, pur non potendo eliminare del tutto gli errori di percorso.

E dunque come fare? Il tratto fondamentale delle società libere e aperte, e quindi fondate su un capitalismo più o meno temperato, è la democrazia, che non vuol dire solo “potere del popolo”, ma anche delle istituzioni. Ma le istituzioni, così come i consigli di amministrazione, sono fatte da uomini. Oggi sappiamo molto del rapporto tra biologia umana (soprattutto grazie ai recenti progressi nelle neuroscienze), contesto sociale (cioè cultura) e decisioni collettive. Tutte queste conoscenze aiutano a capire i fenomeni sottostanti alla politica e all’economia, offrendo utili prospettive. Oggi possiamo contare su strumenti, come la teoria dei giochi, sviluppati appositamente per mappare i processi decisionali in forma razionale, senza per questo escludere il ruolo delle emozioni e degli istinti. Sarebbe infatti curioso analizzare la sfera politica ed economica, ignorando totalmente il funzionamento dei suoi protagonisti: esseri umani fatti di cellule, connessioni neurali, idee, abitudini.

L’economia comportamentista

Si tratterrebbe dunque di applicare, in forma aggiornata e in chiave sia individuale sia collettiva, la massima socratica del “conosci te stesso”? Proprio così. Ciascun essere umano ha (ironie a parte) due cervelli in uno: cioè ha due canali distinti per arrivare a una decisione. In un famoso libro del 2011 sono stati definiti “Sistema Uno” e “Sistema Due” dallo psicologo Daniel Kahneman (Nobel per l’Economia nel 2002).

Il Sistema Uno è incentrato sulle parti più antiche del cervello, si attiva rapidamente e in modo quasi inconscio (per cui ottiene un giudizio di massima prima ancora di ragionare consapevolmente). Il Sistema Due è più lento, richiede attenzione e uno sforzo deliberato. L’intuizione è un ottimo strumento, almeno in prima battuta (perché è veloce e testato da millenni), ma può portare fuori strada. Il ragionamento è ugualmente importante, ma richiede tempo, fatica e molto addestramento. Siamo alle porte di vera branca della disciplina economica, cioè l’economia “comportamentista”, che è ormai piuttosto consolidata.

Causa-effetto o semplice correlazione?

Gli economisti hanno sempre più bisogno di capire gli effetti collettivi delle decisioni individuali, assieme a quello delle dinamiche evolutive in un vasto ecosistema come il mondo globalizzato. Ma il rischio, in politica e in economia, è che la pars destruens (pure necessaria) prevalga sulla pars construens. In un regime liberale, così come in un cda o in una public company, si lascia infatti la possibilità che le divergenze vengano alla luce, e per certi versi ciò è perfino incoraggiato dal continuo ricorso al dibattito, alla dialettica politica e allo stesso esercizio periodico del voto.

Da qui nasce però una critica molto aspra che alcuni muovono alla democrazia: come ha scritto in un saggio provocatorio il politologo americano Jason Brennan, “la politica ci rende nemici gli uni degli altri”, poiché trasforma limitate differenze di opinione in questioni ideologiche, e addirittura “il nostro tribalismo politico si riversa sul nostro comportamento al di fuori della politica, corrompendolo”. Anche se, così facendo, roviniamo la qualità della nostra vita e, anche, dei nostri asset economici.

L’identificazione di un rapporto di causa-effetto è spesso un utile esercizio analitico, ma può diventare una scorciatoia pericolosa, perché portare l’osservatore a vedere cause dove ci sono soltanto correlazioni, cioè eventi in sequenza cronologica che sembrano (ma non è detto che siano) legati da un rapporto causale. È un errore in cui gli algoritmi dei motori di ricerca invece non cadono, visto che sono progettati per identificare esattamente le correlazioni, senza porsi il quesito se venga prima l’uovo o la gallina. Le persone in carne e ossa, invece, si porranno sempre quesiti “causali”, o più precisamente teleologici, cioè legati ai fini di chi agisce: chi ha voluto raggiungere un determinato obiettivo nel fare una scelta politica? Chi ha prodotto deliberatamente un determinato risultato? Insomma: chi decide in democrazia e nei cda? E con quali criteri?

Chi decide davvero?

La risposta può piacere e non piacere: decidiamo noi. Un esempio: se noi desideriamo godere dei frutti – beni e servizi sempre più sofisticati – dei grandi mercati transnazionali, dobbiamo accettare i meccanismi che, nel bene e spesso nel male, li fanno funzionare, sapendo che neppure il migliore dei sistemi democratici potrà proteggere del tutto i suoi cittadini dalle forze impersonali di un’economia transnazionale. Sono gli elettori-consumatori ogni giorno – cioè noi – a dover decidere se accettare il trade-off: accesso a beni e servizi numerosi e variegati a prezzi bassi e competitivi, in cambio di alcuni rischi legati ai mercati globali.

Dopo la grande paura scatenata dal Covid-19, in molti Paesi hanno preso forza le tesi sul reshoring della produzione di beni strategici, come i prodotti sanitari che si sono rivelati scarsi o introvabili in piena emergenza epidemica. È un ragionamento importante, sia per motivi di sicurezza che di convenienza economica (riportare in casa posti di lavoro dopo decenni di delocalizzazioni), ma si deve ricordare cosa accade se lo si spinge al limite: se tutti fanno operazioni di reshoring a tappeto, nessuno esporterà più nulla (perché nessuno importerà più nulla).

È legittimo sostenere il Made in Italy, ad esempio, ma non bisogna poi stupirsi se i nostri partner commerciali faranno altrettanto con le loro produzioni nazionali, danneggiando ovviamente l’export italiano. Temi complessi, ma ineludibili; forse la miglior analisi aggiornata a portata di libro è quella scritta da Roberto Menotti per Rubbettino (pp 180), dove ogni parola è spesa con spirito galileiano: “Io credo alla dolce violenza che la ragione usa agli uomini. A lungo andare, non le sanno resistere”.