Il cerotto che dimezza i tempi di guarigione: la startup biomedicale di tre under 30 italiani

Prometheus Ematik
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La serie dedicata agli ZetaMillennials ad alto contenuto tecnologico prosegue con l’intervista ad Alice Michelangeli. Aveva 25 anni quando – nel 2017 – con Valentina Menozzi e Riccardo Della Ragione fondava Prometheus, startup innovativa che sviluppa dispositivi per la medicina rigenerativa. Il prodotto di punta si chiama Ematik, un cerotto che dimezza i tempi di guarigione delle ferite croniche. 

Su Ematik sono in molti a scommettere, tanto che l’ultima campagna di equity crowdfunding ha raggiunto il milione di euro. Del resto, il mercato di riferimento ha un valore di 20 miliardi e cresce a un tasso del 25%.

Alice Michelangeli ci spiega piani e sviluppi dell’azienda. Lo fa in rappresentanza dei co-fondatori, biotecnologi – come lei – sotto i trent’anni.

Ora gli investimenti toccano il milione di euro, ma andiamo al 2017, l’anno di fondazione di Prometheus e dei primi 12mila euro ottenuti con un bando.

Grazie ai fondi iniziali ci costituivamo depositando, inoltre, il primo brevetto. L’anno dopo vincevamo il Bando Sme-Instrument Phase equivalente a 50mila euro. E sempre nel 2018 registravamo il primo aumento di capitale pari a 210mila euro. Poi era la volta del Bando Startup Innovative ER che ci permise di accedere ad altri 70mila euro a fondo perduto. 

Ematik è utilizzato, ma non testato sugli animali. Questo cosa implica?

Ematik è in uso nel settore veterinario, ma i casi trattati con Ematik in quell’ambito non vengono riconosciuti a livello regolatorio per l’applicazione sull’uomo. Per questo motivo dovremmo condurre dei test ad hoc secondo normativa, che possano essere presentati al comitato etico, così da ricevere l’approvazione per avviare i trial sull’uomo.

Ci racconti i dettagli del vostro piano di guerra.

Il primo passo sarà l’industrializzazione della macchina che realizza il cerotto, così da renderla pronta per la certificazione e avviare i test preclinici, in-vitro e in-vivo, per validare il cerotto seguendo la direttiva dei dispositivi medici, necessaria per ottenere il marchio CE. Terminata questa fase, che nel complesso richiederà circa due anni, avvieremo gli studi sull’uomo.

Coltivate prospettive internazionali?

Vorremmo arrivare al mercato veterinario europeo, per poi internazionalizzare le vendite anche negli Stati Uniti e in Australia. Siamo quindi alla ricerca di partner interessati a costruire una rete vendite che ci permetta di accelerare il processo di scale-up. In questo momento ci stiamo muovendo con commerciali in Italia, ma abbiamo già iniziato a prendere contatti con rivenditori che coprono i mercati europei di maggiore interesse. Quanto al mercato della cura delle ferite umane, l’intento è di partire direttamente su scala europea, avviando già in fase di certificazione CE i discorsi con l’Fda per iniziare da subito l’internazionalizzazione negli Usa.

Il mercato della veterinaria non è scalabile quanto quello umano. La strategia sarà quella di portare nellumano soluzioni brevettate nel mondo animale?

Il settore veterinario è in forte crescita soprattutto all’estero, perciò non vorremmo trascurarlo. Stiamo lavorando assiduamente per poter far crescere l’azienda a livello commerciale. Il nostro sogno è vedere un ospedale utilizzare il nostro prodotto affinché più pazienti possibili possano beneficiare della nostra tecnologia. 

Da 1 a 10, in che misura vi concentrerete sullanimale e quanto sullumano?

7 sull’animale e 10 sull’uomo.

Al mondo non esiste un equivalente di Ematik? Neppure un cugino lontano?

Ematik è una soluzione unica sia dal punto di vista procedurale, ossia della macchina che realizza il prodotto, sia dal punto di vista del prodotto stesso: non esiste nulla che combini il sangue del paziente ai biomateriali. Questo ci ha permesso non solo di depositare vari brevetti, ma anche di ottenere risultati in termini clinici davvero sorprendenti.

Andiamo alla prima scintilla da cui scaturì il progetto.

Ci siamo incontrati all’università di Urbino ed è li che abbiamo scoperto di avere passioni comuni, come la stampa 3D. Di base avevamo voglia di fare qualcosa che fosse nostro, poter decidere di ogni aspetto in totale autonomia, sentirci responsabili della ricerca e soprattutto dei risultati di quest’ultima.

Siete a Mirandola perché è lì che ha senso radicarsi. Corretto?

È il terzo distretto biomedicale più grande a livello mondiale. Per questo motivo ci è sembrata, e tuttora è, la scelta giusta per la nostra startup. Siamo a pochi minuti di distanza da qualsiasi fornitore.

Quali sono i vostri ritmi di lavoro? 

Inizialmente lavoravamo no-stop dal lunedì alla domenica, dalle 9 a quando non ne potevamo più. Quando abbiamo lanciato Prometheus non avevamo ancora una sede, lavoravamo tutti insieme a casa. Per questo motivo era difficile rispettare un orario. Sapevamo quando avremmo iniziato, ma mai a che ora avremmo terminato. Le cose sono cambiate quando ci siamo trasferiti presso l’incubatore di Mirandola, il Tpm Cube. Gli orari ora sono più a misura d’uomo.