Il nuovo mercato del lavoro secondo lo studio giuslavorista specializzato nel mondo post Covid

Gli avvocati Daniele Compagnone (a sinistra) e Giulio Mosetti.
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Uno studio legale giuslavorista specializzato nel mondo post Covid, quando la nuova conformazione del mercato del lavoro richiederà consulenza di alto livello per venire a capo dei problemi. I legali Daniele Compagnone e Giulio Mosetti, titolari dello studio friulano Mosetti&Compagnone, sono tra i primi nel nostro Paese ad aver voluto sviluppare una competenza specifica in questo ambito attraverso le loro 4 sedi di Udine, Trieste, Conegliano e Gorizia.

Nella visione dei due avvocati, le problematiche che si verranno a creare in seguito all’introduzione dei modelli di lavoro ibrido (in parte in ufficio, in parte da casa) con tutto quello che ne conseguirà: responsabilità per l’ergonomia delle postazione, responsabilità per gli infortuni sul lavoro da casa, compartecipazione alle spese vive, buoni pasto e molto altro ancora, richiederà una consulenza specifica per gli imprenditori.

Lo studio Mosetti&Compagnone, tuttavia, pur essendosi specializzato nel mondo post Covid, ha una storia ben più lunga da raccontare, a partire da quella dei suoi fondatori. “Daniele Compagnone ha 44 anni e io 56”, spiega Giulio Mosetti, “ci incontrammo anni fa e, anche se era più giovane di me, mi accorsi subito che era un fuoriclasse così lo coinvolsi nella mia attività e iniziammo un percorso che poi lo ha portato a essere mio socio al 50 per cento. Oggi siamo uno studio consolidato. Personalmente, dopo alcune esperienze nei sindacati, ho deciso di passare dall’altro lato e diventare un consulente per le aziende, per cui abbiamo la prima peculiarità di essere a vocazione unicamente datorialista”.

Il periodo del Covid ha creato parecchio lavoro agli studi come Mosetti&Compagnone, i cui protagonisti dichiarano di aver lavorato anche 15 o 16 ore al giorno per l’interpretazione dei vari decreti governativi che non sempre si sono rivelati chiari fin da subito. Passata l’emergenza, tuttavia, il carico di lavoro potrebbe rimanere impegnativo. “La fase iniziale non è stata affatto semplice da seguire”, spiega Compagnone, “la gestione degli ammortizzatori sociali, della cassa integrazione in deroga e di svariate problematiche nate tra Inps e governo ci ha tenuto davvero sotto pressione. C’è poi la questione del divieto dei licenziamenti e, ora, quella in riferimento al tema delle vaccinazioni in azienda. Abbiamo inoltre numerose richieste di consulenza sulle modalità di svolgimento dello smart working”.

In Italia, infatti, sono in molti ad avere scoperto i pregi del lavoro da remoto. Non per tutti, comunque, l’utilizzo dello smart working ha voluto dire un’implementazione ottimale. “Nella zona del Friuli Venezia Giulia alcuni nostri clienti come realtà assicurative e bancarie hanno fatto ricorso al lavoro da remoto in modo pressoché forzato”, spiega Mosetti, “non per tutti, però, a un risparmio dei costi è corrisposto un aumento dell’efficienza. Altre aziende, in particolari quelle di dimensioni più ridotte, hanno saputo abbinare bene risparmio dei costi e produttività del lavoro. Personalmente, credo che il modello che si affermerà sarà quello ibrido. E penso anche che questo periodo ci abbia insegnato l’importanza del benessere delle persone, al quale corrisponde quasi sempre un miglioramento della vita lavorativa”.

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L’istituto dello smart working, come spesso accade nel nostro Paese, sta generando alcune problematiche e controversie. I contratti collettivi di lavoro, infatti, ancora non abbracciano il lavoro da remoto. Non tutti, infatti, dispongono di una connessione a internet a casa loro o dispongono di un computer e una postazione di lavoro ergonomica. Chi si deve occupare di fornire tutto questo? E che dire della tematiche del diritto alla disconnessione? Questi sono solo alcuni temi che dovremo affrontare nei mesi a venire. “Il governo può metterci una pezza declinando meglio a livello contrattuale questo modello di lavoro che si affaccia all’orizzonte”, è l’opinione dei legali, “Dall’altro lato, però, i sindacati dovranno in qualche modo andare incontro agli imprenditori per trovare un equilibrio”.