La fabbrica lenta: la storia della vicentina Bonotto, riferimento del tessile italiano. “Ognuno di noi è un piccolo artista”

Bonotto
(foto Bonotto)
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Se il concetto di ‘rallentare’ sembra assurgere a nuovo diktat di questo periodo – nella moda e non solo – c’è chi della lentezza ha fatto un manifesto in tempi non sospetti. È il caso della Bonotto, azienda vicentina – oggi parte del Gruppo Ermenegildo Zegnanata nel 1912 come fabbrica di cappelli di paglia e trasformatasi poi in un punto di riferimento nel panorama tessile italiano. Un punto di riferimento unico nel suo genere, perché la Bonotto non è certo un’azienda come tante. Per scoprirlo basta entrare nello stabilimento di Molvena e passeggiare tra telai e macchinari antichi, lenti e per questo incredibilmente preziosi, che producono tessuti densi di materia, storie e contaminazioni. Lì, proprio tra un telaio e l’altro, sono disposte centinaia di opere realizzate dagli artisti che a partire dagli anni ‘70 hanno iniziato a frequentare l’azienda su invito di Luigi Bonotto. Artisti di fama mondiale, esponenti delle arti performative e del movimento Fluxus, che qui passarono più volte per lasciarsi ispirare dalla vita di fabbrica, dai suoni, dall’automazione. Le opere di Yoko Ono, Joseph Beuys, Nam Jun Paik, John Giorno e John Cage si scorgono tra scaffali, scampoli di tessuti e macchinari, come nel caso di ‘Dream’, l’installazione di Yoko Ono che svetta nel reparto produttivo, oppure della ‘Macchina Musicale’ di Joe Jones, posta nella sala dove si riunisce il cda. Perché qui si produce con l’arte e immersi nell’arte.

Una ‘Fabbrica Lenta’, come la chiama Giovanni Bonotto, nipote del fondatore e direttore creativo dell’azienda. “L’anima della Bonotto nasce dalla commistione tra l’approccio degli artisti e il ritmo della fabbrica. Negli anni ‘70, con la diffusione delle arti performative, gli artisti venivano qui e registravano per giorni interi i suoni sequenziali dei macchinari industriali, oppure osservavano per ore i telai in funzione. All’inizio eravamo a disagio: noi in fabbrica parliamo in dialetto, pensi come ci innervosiva sentir parlare l’inglese o il giapponese!”, racconta. Eppure, fu proprio la presenza costante degli artisti a comporre il dna dell’azienda: “A un certo punto successe qualcosa di magico: la nostra mentalità diventò sperimentatrice, aperta, curiosa. Mi piace ripetere che dagli artisti abbiamo ereditato gli occhiali della fantasia: ogni problema è un’opportunità per scoprire qualcosa di nuovo. Ognuno di noi si sente un piccolo artista, e ogni tessuto Bonotto è un’opera d’arte. Il concetto di ‘Fabbrica Lenta’ è nato così”. 

Oggi, oltre 24mila opere e documenti compongono l’archivio della Fondazione Bonotto – forse la più importante collezione di arte Fluxus e di Poesia Sperimentale del mondo -, che organizza residenze d’artista ed esposizioni nei musei internazionali più prestigiosi, tra cui il Palais de Tokyo di Parigi, il Centre Georges Pompidou e la Whitechapel Gallery di Londra. A richiedere i tessuti-opere d’arte della Bonotto sono i più grandi marchi del lusso. “I nostri prodotti piacciono alla nicchia più nobile degli stilisti, come Virgil Abloh. Per crearli, usiamo anche telai meccanici del 1956 che dialogano con macchinari digitali 4.0: ne nascono tessuti spessi, compatti, proprio come quelli dei nostri nonni, indistruttibili. Materiali che le aziende di fast fashion non vogliono, perché sono fatti per durare una vita”. Tessuti autentici che nascono anche da un impegno etico nella scelta dei filati. “Utilizziamo soprattutto cotoni con certificazione Gots, ovvero organici, coltivati senza pesticidi e tinti con pigmenti naturali, mentre per le lane usiamo prevalentemente quelle certificate Rws – Responsible wool standard e No mulesing, prodotte senza maltrattamenti dell’animale”. 

Inoltre, da più di sette anni Bonotto ha iniziato, pionieristicamente, a produrre un tessuto realizzato con plastica riciclata certificata Grs – Global recicle standard, che garantisce la tracciabilità della filiera. Proprio utilizzando questo tessuto, Bonotto ha dato vita a un importante progetto per le Olimpiadi di Tokyo: un arazzo che rivestirà Casa Italia, il luogo di ritrovo degli atleti italiani all’interno di The Kihinkan – Takanawa Manor House, un palazzo in stile liberty nel quartiere di Minato. L’arazzo, che misura 430 metri quadrati ed è stato prodotto con 500 kg di filato composto da bottiglie di plastica riciclata, rappresenta l’incontro tra la bandiera italiana e la cultura giapponese. “A chiederci di partecipare sono state Beatrice Bertini e Benedetta Acciari, coordinatrici del progetto Casa Italia, che erano rimaste colpite dalla nostra installazione per i Green Fashion Awards del 2018, dove avevamo rivestito il Teatro alla Scala con il nostro tessuto in plastica riciclata. Abbiamo così pensato questa volta di tessere il tricolore: nel realizzarlo eravamo emozionatissimi, quasi commossi. Perché è proprio la nostra bandiera a rappresentare la summa ed espressione dell’identità italiana. È stato un momento di sacralità molto forte, sentito in tutta l’azienda”. A stupire, poi, è il fatto che l’arazzo, realizzato con la tecnica artigianale del Jumbo Jacquard, sia stato prodotto sugli antichi telai della ‘Fabbrica Lenta’: una dimostrazione che l’incontro tra la lentezza della sapienza artigiana e la velocità dell’innovazione tessile è più che possibile. Anche (o soprattutto) attraverso l’arte.