L’Economia della bellezza in Italia genera il 17% del Pil nazionale. “È una risorsa per la ripresa”

Ernesto Furstenberg Fassio, vicepresidente di Banca Ifis, e il ministro Massimo Garavaglia
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Se c’è un filone dell’economia che vede l’Italia protagonista assoluta nel mondo. Un segmento che si può individuare e definire con una semplice frase: Economia della bellezza. Ma siamo altrettanto bravi – dopo averla creata nei secoli – a sfruttarla nel rispetto del criteri dello sviluppo sostenibile? Quanto pesa e quanto potrebbe pesare sul nostro sistema?

Uno studio (che può facilmente contribuire ad una visione) sul progetto Economia della Bellezza nasce dalla collaborazione tra Banca Ifis e il Padiglione Venezia, della Biennale di Architettura, il cui titolo dell’edizione 2021 è Sapere come usare il sapere. In questo contesto Banca Ifis ha avviato un’analisi pensata per descrivere un modello di innovazione sostenibile che possa far leva sul ruolo dell’arte, del design, della cultura e del paesaggio come base distintiva dell’economia Made in Italy.

Lo studio realizzato dal Centro Studi di Banca Ifis ha disegnato una mappa delle relazioni che individua e sintetizza i flussi e i meccanismi economici generati dall’interazione tra luoghi, attori e servizi a supporto del sistema. In questo senso l’Economia della Bellezza si definisce in quanto “valorizzazione del nostro patrimonio culturale, architettonico, enogastronomico, di tradizioni, di identità” in grado, come stimato dall’ufficio studi di Banca Ifis, di creare valore economico attraverso canali aggregati. Tra questi la fruizione del patrimonio italiano, che determina ogni anno il 6% del PIL grazie a una spesa diretta di 43 miliardi di euro e una spesa indiretta di 64 miliardi di euro relativa all’utilizzo dei servizi di ristorazione, hospitality e quant’altro è funzionale alla produzione. Il “saper fare” e la produzione made in Italy di circa 341.000 imprese che rappresentano il 31% delle aziende di 8 settori produttivi (agroalimentare, automotive e altri mezzi di trasporto, meccanica e alta manifattura, cosmetica, moda, orologeria e gioielleria, sistema casa e artigianato artistico) con un volume annuo di fatturato complessivo pari a 682 miliardi di euro che contribuisce all’11,2% del PIL nazionale. Insomma Secondo l’analisi di Banda Ifis, il contributo complessivo di questo comparto genera il 17,2% del Pil nazionale.

Attraverso lo studio sono state individuate e narrate case history che corrispondono a tre città/luoghi italiani: Venezia come città – contenitore di ricchezze naturali, artistiche e di gusto che influenzano la produzione. Attraverso due casi aziendali la città racconta l’economia della Bellezza in un territorio da esplorare anche nelle sue accezioni contemporanee. E ancora: Bologna e il sistema Emilia-Romagna che sono un esempio di pianificazione strategica cooperativa di tipo manageriale con forte tensione al risultato. Nel territorio si contano due distretti – Motor Valley e Food Valley – che sono diventati brand internazionali, approfondite nello studio tramite due eccellenze d’impresa. La terza città è Sciacca, comune in provincia di Agrigento che ha intrapreso un percorso di valorizzazione del turista come cittadino contemporaneo attraverso la costruzione di un “Museo diffuso dei cinque sensi” che coinvolge tutta la comunità.

La ricerca del Centro Studi di Banca Ifis racconta la Bellezza anche attraverso la lente e l’opinione di alcuni dei principali esponenti e operatori di mercato in un progetto corale: Federculture che testimonia il valore economico e sociale della nostra cultura; Confindustria Emilia che racconta i distretti tramite testimonial d’eccezione; Confindustria Venezia attraverso gli esempi di una città unica al mondo. Ma anche Museimpresa, con l’esperienza dei luoghi di lavoro e dei Musei d’Impresa e Camera della moda attraverso l’evoluzione del concetto di Bellezza nel mondo fashion. E poi c’è un’altra chiave fondamentale: la Bellezza non più solo estetica, ma come sostenibilità etica: ed ecco Altagamma con l’Heritage del made in Italy che sa rinnovarsi nel tempo; Poli.design che delinea la Bellezza come capitale culturale; Artex che esalta l’importanza della tradizione come valore economico e sociale; l’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo che esalta il valore della bellezza nella gastronomia italiana.

“La bellezza rappresenta una vera e propria risorsa strategica per progettare il futuro in modo sostenibile e collaborativo, responsabile e solidale” precisa il vicepresidente di Banca Ifis, Ernesto Fürstenberg Fassio. “Da questo presupposto nasce il desiderio di Banca Ifis di puntare un riflettore, attraverso lo studio L’Economia della bellezza, sull’infinito potenziale del nostro patrimonio culturale come punto fondamentale per la ripresa. Un’iniziativa, infine, che attesta l’importanza di mettere a disposizione del bene comune le proprie competenze e i propri processi.”

Secondo l’analisi di Banda Ifis, il contributo complessivo di questo comparto genera il 17,2% del PIL nazionale complessivo. L’Ufficio Studi ha esaminato le tre dimensioni che compongono l’ecosistema della bellezza italiano: il patrimonio storico, artistico e culturale, e quello naturalistico e paesaggistico; i servizi ad essi collegati (es. trasporti e hospitality) e la produzione dei settori del Made in Italy design-driven, ovvero guidati da logiche estetico-funzionali. Il contributo derivante dalla fruizione del patrimonio culturale e paesaggistico è pari al 6%, comprensivo di fruizione diretta e servizi a supporto, quali trasporti e hospitality. Ma anche le imprese producono bellezza: sono 341.000, per un fatturato complessivo annuo di 682 miliardi di euro, e sono attive in 8 settori produttivi (agroalimentare, automotive e altri mezzi di trasporto, cosmesi, meccanica e altra manifattura, cosmetica, moda, orologeria e gioielleria, sistema casa e artigianato artistico), generando l’11,2% del PIL nazionale.