Il Banksy della tecnologia: l’intervista di Forbes a Fnnch, l’artista preferito della Silicon Valley

Fnnch Dreamers Bears
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I suoi strumenti di lavoro preferiti? Stencil e vernice spray. Vive a San Francisco, dice di avere 34 anni, ma vuole mantenere la sua identità segreta. È divenuto famoso grazie ai suoi honey bears, gli orsetti del miele, che ha rappresentato in diversi modi originali e reso virali sia in rete che alle finestre della gente. Fnnch è l’artista di strada più ammirato dai guru della Silicon Valley, che continuano a investire nelle sue opere. Ed è stato in grado di conquistare anche il grande pubblico, proprio grazie alla tecnologia. Lui viene proprio da quel mondo, dato che si è laureato alla Stanford University sia in economia che matematica.

La sua fama è tale che alcuni lo vedono come il Banksy del futuro. Lo abbiamo incontrato a San Francisco, nel suo studio a Mission, per un’intervista in esclusiva. A ottobre ha piazzato la sua famosa scultura Lips a Calistoga, nel cuore della Napa Valley.

Burning Man Lips Fnnch
Le celebri labbra di Fnnch

Come è entrato nel mondo della street art?
Cominciai a fare illustrazioni a 14 anni, come volontario per un gioco a cartoni animati. Lo feci fino a 18 anni, era come un progetto comunitario. L’ispirazione mi venne forse dalla mia matrigna, che era una scultrice professionista. In principio non pensavo all’arte come a una professione, ma più come a un hobby. Dopo il college lavorai a creare giocattoli digitali e software, ma al tempo stesso scoprii su internet l’arte di strada di personaggi come Banksy, C215 e Invader. Quando mi trasferii a San Francisco vidi molti murales, ma non era la street art che avevo scoperto online. Così decisi di sfruttare le mie doti di illustratore digitale nel design di stencil. Mi notarono subito, perché facevo qualcosa di diverso da tutti gli altri. 

I suoi soggetti sono molto semplici, ma hanno avuto grande impatto.
Sono attratto da soggetti che portano positività, che richiamano le mie memorie d’infanzia o che mi fanno sorridere o mi provocano una piacevole nostalgia. E dato che in principio realizzavo street art, quasi sempre illegalmente, volevo che la gente per lo meno sorridesse, invece di arrabbiarsi quando vedeva la mia arte. Così cominciai a fare cose divertenti sui marciapiedi – e in questo mi ispirai all’artista di San Francisco Jeremy Novy – e per strada: due uova fritte, per esempio. Volevo creare il bacio di un rossetto sulla strada e, invece, ne nacque una bocca: sono le labbra che sono diventate tanto famose. Le ho portate perfino, trasformate in una grande scultura in metallo, tagliata col laser e dipinta a mano, a The Burning Man. Nel 2013 ho creato gli honey bears. L’idea mi è venuta vedendo uno di questi orsetti di plastica che contengono il miele. Nel 2018 ho inventato le papere gialle, come quelle che si usano nella vasca da bagno. Nel 2021 i palloni colorati da spiaggia, perché ho pensato che la gente, dopo la pandemia, avesse voglia di giocare e festeggiare l’estate. E poi ci sono i miei fenicotteri rosa, o i disegni colorati di creature dell’oceano che ancora dipingo per strada.

Dog walker balloon dog Fnnch

Lei non realizza solo street art, ma anche tele, T-shirt, tazze, flip flop, mascherine, palloni di plastica.
Sì, ho una vasta linea di prodotti. In questo mi sono ispirato a Shepard Fairey, che realizza moltissimi prodotti a suo nome. Quest’anno abbiamo lanciato una collaborazione con l’azienda Williams Sonoma per grembiuli, tovaglie e tutta una linea per la cucina.

Durante la pandemia lei è stato molto attivo, creando un vastissimo progetto.
I miei honey bears sono creati sotto diverse forme: pompieri, manghi, pirati, cuochi, astronauti. Allora ho pensato di mettere loro le mascherine. E dato che non potevo lavorare molto per strada col lockdown, mi è venuto in mente che la gente poteva mettere i miei honey bears alle finestre e acquistarli su internet. In fondo, pensai, la posta funzionava ancora. Ne preparai 500. In quattro giorni ne vendetti 4mila e dovetti ingrandire il team. Alla fine abbiamo venduto più di 18mila Hunt kits in 18 paesi di cinque continenti e 50 stati d’America (le caricature di grandi nomi della tecnologia come Mark Zuckerberg, Daniel Ek e Tobias Lütke in versione orsi del miele sono state vendute per 38,88 Ethereum, circa 64mila dollari, e il 20% del ricavato è andato a GiveDirectly per combattere il Covid, ndr). Mi piace sperimentare la mia arte su mezzi anticonvenzionali, essere io a raggiungere le persone con diversi mezzi e avvicinarle alla street art, anche se non sono mai entrate in un museo. Sono stato il primo artista a mettere la mia arte su una macchina di Lift, nel 2014. Misi un annuncio su Craiglist per trovare autisti disposti a farmi dipingere la loro auto. Su una di esse installai un vinile con sopra uno dei miei orsetti del miele.

Per ingrandire il suo business si è servito prima di tutto della tecnologia.
Amo la tecnologia e voglio espandermi con la tecnologia. Per me è stata una scelta naturale: sapevo che, se dovevo diventare un artista professionista, dovevo farlo senza andare in bancarotta. Allora decisi di lavorare come consulente software e creare prototipi di giorno. Di notte e nel weekend, poi, realizzavo street art. Adesso sono totalmente indipendente: per vendere uso la rete e Shopify, tra l’altro utilizzato sia da Banksy che da Shepard Fairey, e ho una partnership con l’Ups che viene a prelevare direttamente le opere. Gallerie e musei mi hanno contattato, ma non mi interessa. Preferisco tenere i prezzi più bassi, così sono più accessibile e vendo direttamente ai collezionisti o a chiunque ami ciò che faccio. La mia street art in questo modo, secondo il mio principio, può rimanere invece gratuita e non la realizzo su commissione.

Starfish road

Lei non ha mai dimostrato, a differenza di Banksy, per esempio, una visione politica.
Ho preso alcune posizioni. Ho realizzato gratuitamente un’opera di orsetti del miele arcobaleno per il San Francisco lgbt community center, nel giugno 2020, per promuovere l’uguaglianza. E ho orsetti del miele Black Lives Matter, per promuovere questa causa. Sono stato considerato molto politico anch’io, quando ho cominciato a realizzare orsetti del miele con le mascherine, o con il segno della vaccinazione, anche se la mia intenzione non era quella. Mi sono reso conto successivamente che, in effetti, era come prendere una posizione. Comunque, a mio parere, lo stile di Banksy è il suo stile. Molta gente lo copia, ma per me i giovani artisti dovrebbero cercare di fare qualcosa di nuovo e originale. Bisogna pensare al futuro, essere innovativi. 

Robin Hood bearIn che senso?
A partire dagli strumenti. Esiste un manipolo ristretto di street artist elitari che sono un po’ snob riguardo agli strumenti che usano e disdegnano il fatto di non avere un contatto diretto. Io sono aperto, invece, alla tecnologia. Disegno con Wacom, il tablet giapponese di grafica, direttamente al computer, con la penna che non ha nemmeno bisogno di toccare lo schermo. Utilizzo le Montana-Cans della Germania, stampatrici supertecnologiche per tutto, perfino le etichette. Uso Instagram, tutti i social media e, soprattutto, le newsletter. Ho una grandissima lista di indirizzi e-mail e so che le mie newsletter raggiungeranno tutte le persone a cui le inviamo. Ricordo sempre quello che disse Pierre-Auguste Renoir: “Senza i colori nei tubetti di colore, non ci sarebbero Cézanne, Monet, Pissarro e l’impressionismo”. A quei tempi i tubetti di colore erano una rivoluzione, l’equivalente dell’attuale tecnologia.

Come definirebbe la sua visione? 
La gente mi chiede: come puoi studiare matematica ed essere un artista? Ma in realtà un ingegnere è anche un artista, può essere molto creativo. Che tu faccia tecnologia o arte, vuoi fare qualcosa che alla gente piaccia e non vuoi finire senza soldi. La scienza impone di essere creativi e sperimentare per riuscire, proprio come l’arte. I fini sono diversi, ma il processo è lo stesso. E lo stesso vale per i software. Inoltre ogni artista è un imprenditore di se stesso. Ora, per esempio, ho impiegati, un affitto e costi fissi da pagare. Uno dei miei obiettivi è portare almeno il 95% delle persone a conoscere l’arte, usando la strada come mezzo. Intendo sperimentare con diversi mezzi, strumenti, idee e fare diventare l’arte come la musica, che in un istante raggiunge tutti. Voglio cercare di cambiare la percezione dello spazio pubblico, per la gente e per le istituzioni. Da Jeff Koons ho imparato a essere commerciale, da Andy Warhol a usare immagini e oggetti pop, da Banksy a creare una legacy, a risolvere conflitti che dimostrano che la legge è sbagliata, ad avere obiettivi mirati per fare arrivare l’arte al pubblico.

Vuole diventare completamente legale?
Al momento sono quasi completamente legale. A volte il problema è complesso: a San Francisco il business immobiliare è talmente severo che talvolta ci vogliono anche quattro anni per ottenere un permesso. Per fortuna ho gente che crede nel mio lavoro e mi sostiene. Le grandi labbra realizzate su una parete a North Beach, lungo Columbus Avenue, sono state possibili perché la proprietaria del locale mi ha visto dipingere per strada e mi ha offerto quello spazio. Ma ora, anche quando viaggio, cerco di fare tutto legalmente.

Sea turtle wall

Lei vive e lavora a San Francisco. È originario di qui?
Molta gente lo pensa, ma sono in realtà di Saint Louis, in Missouri. Venni in Silicon Valley nel 2005, per frequentare la Stanford University. Adesso vivo nei Lower Haight e nessuno, nemmeno i miei vicini, sanno chi sono. Lavoro nel quartiere di Mission. Lo studio che ho qui, questo capannone, non include solo le mie opere, lo divido con altri, come quando non ce la facevo a pagare l’affitto da solo. C’è un prototipo di barca a vela tecnologica che pende dal soffitto: è di un velista professionista e ottimo fotografo, che ha lavorato anche come manager dell’America’s Cup e che viaggia il mondo con la Volvo Cup. È leggerissima, in carbonio, e velocissima, adatta una persona sola. Stavo per andarmene da qui perché era troppo caro, quando questo velista mi offrì di pagare la metà, anche se è quasi sempre in viaggio. L’altra persona con cui divido lo spazio è un appassionato di motociclette. Tutti coloro che lavorano con me sono artisti che tengo a sostenere. Ma mi diverte pensare che tante persone credono che io sia molto noto solo a San Francisco: più di metà della mia arte è venduta negli Stati Uniti, ma fuori da qui, e poi in Canada, in Germania, a Londra, Hong Kong, Seoul, e in Perù, tra i vari luoghi. Miro a creare nuove opere in Asia, a Chicago, a Los Angeles, a Brooklyn, a Miami e in Europa. Amo viaggiare, ma mi sento comunque americano, perché mi piace la mentalità di frontiera, l’idea di essere una comunità che si aiuta per sopravvivere e proteggersi e di essere valutato per il tuo valore, non per le persone che conosci. 

Ha altri piani per il futuro?
Avevo piani per il 2020 e sono andati in fumo a causa della pandemia. Questo mi ha insegnato a non pianificare più. So che vorrei realizzare un murales nel campus della Stanford University, che da sempre supporta molto le arti. La sua Anderson collection è incredibile e c’è un quadro di Jackson Pollock che si dice che, se fosse venduto, avrebbe un valore tra i più alti al mondo. Basta questo per comprendere quanto sia magico quel luogo.