La censura cinese miete un’altra vittima: addio al videogioco Fortnite

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Nemmeno Fortnite ha potuto resistere ai rigidi regolamenti in Cina sulla supervisione degli eventi governativi sui contenuti. Il videogioco di Epic Games, giocato da milioni di persone ogni giorno, chiuderà in Cina il 15 novembre.

Sebbene nel comunicato Epic Games non abbia giustificato la sua decisione, il motivo è in realtà evidente. Non avrebbe mai potuto monetizzare Fortnite perché gli enti governativi non glielo avrebbero permesso.

Il mercato dei videogiochi in Cina

Fortnite è arrivato in Cina nel 2018 attraverso un accordo con il colosso cinese Tencent, che nel 2012 ha acquisito il 40% delle azioni di Epic Games. Anche per i videogiochi la Cina è un mercato con regole di ingaggio proprie. Per questo, quando gli editori di videogiochi devono lanciare un prodotto in Cina si rivolgono ad aziende locali, che conoscono meglio il mercato e riescono più facilmente ad approcciare un contenuto in modo che sia approvato dal Governo. Il Partito Popolare Cinese ha infatti imposto regole piuttosto stringenti per quello che riguarda i videogiochi.

In Cina è stato deciso di limitare a tre alla settimana il numero massimo di ore che i minorenni possono giocare online (chiedendo ai produttori di integrare ogni sistema, anche di riconoscimento facciale, atto a impedire l’elusione di tali regole). E ogni videogioco dev’essere approvato dall’ente governativo preposto, il National Press and Publication Administration (Nppa), seguendo specifiche linee guida. È dalla fine di luglio, ha riportato il South China Morning Post, che non viene approvato un nuovo gioco in Cina.

Fortnite appartiene a un genere specifico, chiamato battle royale. I giocatori vengono messi tutti insieme in un’arena (come un’isola) dove devono sfidarsi. L’unico che sopravvive vince la partita. Questo genere di giochi è fortemente osteggiato dal Nppa.

Inoltre, fintanto che un gioco non viene approvato dal Nppa, non può monetizzare. Le transazioni in app, per l’acquisto di oggetti cosmetici come nuovi costumi, sono la principale fonte di ricavi di Fortnite, che può essere scaricato su pc, console e smartphone gratuitamente.

Non solo Fortnite dice addio

Il motivo per cui Fortnite chiuderà in Cina, quindi, è fortemente commerciale. Le condizioni del mercato avrebbero impedito a Tencent ed Epic Games di monetizzare sul gioco. L’accordo fra le due società stava scadendo e avrebbe dovuto essere rinnovato. E farlo non avrebbe avuto, alla luce di tale contesto, alcun senso commerciale.

Ma non è soltanto Fortnite che ha patito tale destino. Il consumo di videogiochi in Cina registra un giro d’affari da 43,1 miliardi di dollari (e arriverà a 55,1 miliardi entro il 2025, secondo le stime) con oltre 727 milioni di persone che giocano. Eppure, molti dei giochi più popolari a livello internazionale non riescono a essere pubblicati in Cina. Un ulteriore esempio è PUBG, un altro gioco battle royale.

Prodotto dalla coreana Krafton, a settembre non è stata concessa la licenza per la pubblicazione in Cina perché non rispetta le linee guida sancite dal Nppa. Mentre Fortnite ha uno stile grafico simile a quello dei film di animazione, molto colorato e con elementi dello scenario non sempre realistici, l’aspetto di PUBG è molto più credibile. Anche PUBG avrebbe dovuto essere pubblicato tramite Tencent, che si trova quindi impossibilitata a pubblicare due dei titoli più popolari al mondo in questo momento.

La mancata concessione della licenza ha portato al divieto di tenere eventi di esport, gli sport elettronici, legati al gioco. “Il divieto colpirà migliaia di organizzatori di tornei di PUBG, squadre, creatori di contenuti, streamer e giocatori professionisti”, ha commentato a Sports Business Journal Yibo Zhang, vicepresidente del China Cultura Management Association Esports Committe.

Per PUBG Mobile la situazione invece è stata diversa. Tencent ha dovuto realizzare un’apposita versione, intitolata Game for Peace, per poter convincere l’ente governativo. Diversamente dalla versione internazionale, quest’ultimo non include sangue. E quando l’avatar di un giocatore viene ucciso anziché giacere a terra esanime, saluta il giocatore che lo ha colpito.

Anche i film sotto la censura cinese

Non sono solo i videogiochi a dover trovare il modo di accomodare le richieste del governo cinese, bensì qualunque forma di espressione, fra cui anche libri e film. Nel 2020, per esempio, un rapporto di PEN America, associazione dedicata alla libertà di espressione, accusò le grandi case cinematografiche di realizzare i loro film in modo che potessero facilmente arrivare in Cina senza dover imbattere nella censura. In Cina la National Film Administration decide se un film può essere proiettato.

Nel 2019, per esempio, C’era una volta in Hollywood di Quentin Tarantino è stato bloccato a pochi giorni dal debutto nelle sale cinematografiche cinesi per la raffigurazione di Bruce Lee, ritenuta poco fedele. Nel film, Bruce Lee viene interpretato da Mike Moh. Tarantino si rifiutò di modificare il montaggio finale del film.

Nel suo lungo rapporto PEN ha sottolineato che molte parti dei film (il contenuto, il cast, i dialoghi, la trama e persino l’ambientazione) vengono studiate per “evitare di contrastare i funzionari cinesi che decidono se un film può avere accesso al crescente mercato cinese”. L’approccio di Hollywood sta diventando lo standard per tutti gli altri produttori internazionali: sottostare alle richieste perché il ricco mercato è troppo ghiotto.