Diversificazione e investimenti stranieri: la Libia può diventare la nuova Dubai?

Libia Tripoli
Lo skyline di Tripoli (Shutterstock)
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A sud di Lampedusa si estende un Paese immenso, dal potenziale umano ed economico strepitoso, che langue in una crisi che non sembra avere mai fine. Stretta tra la Tunisia e l’Egitto, capace di finire in cronaca solo come piattaforma di partenza o di raccolta dei migranti, da quarant’anni senza neppure un chilometro di ferrovie agibili, la Libia è sparita da ogni narrazione che non sia apocalittica.

Ma se, in uno slancio di ottimismo, provassimo a ipotizzare per Tripoli un futuro non solo meno cupo, ma addirittura brillante, grazie a una serie di allineamenti astrali positivi? Ha senso, nelle condizioni attuali, immaginare la Libia come gioiellino del capitalismo finanziario e del turismo sul Mediterraneo, come una Dubai che si affaccia sul canale di Sicilia?

“La nuova Dubai dell’Africa”

Il paragone può suonare scandaloso, ma era stato già proposto dieci anni fa, quando, con la caduta del regime Gheddafi e le prime elezioni “libere”, il Paese si avviava al suo decennio più infernale (anche se la stampa mainstream era in preda a un insano entusiasmo). Secondo Qamar-Ul Huda dell’Institute of Peace statunitense, ad esempio, grazie all’aiuto umanitario occidentale e al ritorno dei laureati ad alta specializzazione, la Libia sarebbe emersa dall’isolamento diventando “forse la nuova Dubai dell’Africa” entro il 2020.

Nel 2017 Boris Johnson, allora ministro degli Esteri britannico, parlando al congresso del Partito conservatore e descrivendo le sofferenze del popolo libico in seguito alla guerra civile scoppiata nel 2011, dichiarò che la Libia, grazie alle sue spiagge bianche e ai suoi brillanti giovani, avrebbe potuto attrarre turisti e investitori nel Paese. Soprattutto a Sirte, che sarebbe potuta diventare la nuova Dubai. “L’unica cosa che i libici devono fare è rimuovere i cadaveri”, disse prima di mettersi a ridere.

La Libia oggi

Nel 2020, in realtà, la Libia ha registrato il suo annus horribilis. L’acutizzazione della guerra civile e il suo allargamento ad attori esterni, il Covid e il crollo del prezzo del petrolio al barile sono stati una triade mortale, che ha contribuito a far crollare il Pil di quasi il 60 percento. Una delle più drammatiche recessioni della storia, che ha riportato le lancette dell’orologio libico alle miserie degli anni Settanta e ha annullato tutti i progressi fatti – pur tra mille difficoltà e non certo con le buone maniere – dalla ‘rivoluzione verde’ del Colonnello.

Eppure, nonostante l’instabilità politica degli ultimi decenni, l’economia libica ha visto di recente periodi di crescita significativa. E il 2022 potrebbe fare ben sperare. L’anno scorso il Paese ha visto la formazione di un governo di unità nazionale, con una crescita del 30 percento e la ripresa di numerose attività culturali e diplomatiche, anche se, a dicembre, le elezioni sono state rinviate a data da destinarsi. Il rialzo dei prezzi del petrolio ha portato nel 2021 alla riattivazione dei pozzi petroliferi e delle raffinerie, e a un decollo della produzione petrolchimica e delle industrie legate al petrolio.

Ma la Libia vede anche la rivitalizzazione dei suoi sottosettori, pur tra mille difficoltà e nell’immancabile anarchia che la frammentazione tribale porta con sé. Attualmente le zone industriali si trovano tutte nei pressi di Tripoli e di Bengasi. La produzione comprende principalmente cibo, cemento e prodotti tessili. 

Diversificazione e investimenti stranieri

Diversificare è la parola d’ordine. È quanto è emerso anche dal convegno di economisti tenutosi all’Università di Bengasi a metà gennaio. Qui sono state stilate una serie di ricette per uscire dal pantano, tra le quali quella di dare un maggiore peso all’iniziativa privata, cercare una maggiore stabilità per la moneta libica, il dinaro, ma soprattutto diversificare. A partire dall’approvvigionamento energetico (ampliando l’offerta di rinnovabili), passando per la distribuzione geografica delle attività industriali (in modo da non lasciare indietro alcune regioni storicamente depresse) e magari anche creando “zone economiche speciali” sul modello cinese, così da attirare i cruciali investimenti stranieri. Un mix di dirigismo e teorie neoclassiche, insomma.

Il sogno libico è quello di emanciparsi sempre più dalle fluttuazioni del prezzo del petrolio. Perché anche quando l’andamento del mercato è favorevole, il settore è reso instabile dalla fragilità dei oleodotti, danneggiati da anni di conflitto e di incuria. Mentre l’Opec (Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio) vuole rilanciare la produzione di barili, fiduciosa per la domanda globale del 2022, la Libia, che siede sulle più grandi riserve dell’Africa, vedrà nelle prossime settimane chiudere per manutenzione, dopo l’assalto di alcune milizie, diversi stabilimenti.

Il suo gettito si ridurrà così a 700mila barili al giorno: quasi la metà rispetto agli 1,2 milioni medi del 2021. L’obiettivo della National Oil Corporation libica era di toccare i due milioni di barili al giorno entro il 2027. Per questo, il governo nazionale sta cercando disperatamente di attirare miliardi di dollari di investimenti da società straniere, tra cui la francese TotalEnergies e l’italiana Eni.

Il modello Dubai

Che esempio potrà venire da Dubai, che in meno di una generazione si è trasformato in un hub globale per gli investimenti, il commercio e la cultura? Se il settore petrolifero rappresenta circa il 95 per cento dei proventi delle esportazioni libiche e il 60 per cento del pil, il potenziale di diversificazione economica dipenderà da come verrà reinvestito il capitale critico guadagnato dalle esportazioni di petrolio in altri settori emergenti.

L’approccio allo sviluppo di Dubai è quello tipico degli stati del Golfo: una società guidata da un’élite governativa di tipo paternalistico, molto legata alle tradizioni tribali, onnipotente nella determinazione del modello economico. A volte Dubai viene soprannominata la “Singapore del deserto” perché, come la città-stato asiatica, la sua crescita economica è stata guidata da istituzioni molto centralizzate. Senza contare che Dubai rappresenta, nel mondo, un vero e proprio marchio, garantito dalla stabilità politica, dalla sicurezza interna e da uno standard di vita elevato che attira gli expat qualificati di tutto il mondo.

Queste sono caratteristiche che la Libia vede solo col binocolo, se è vero che gli accordi di pacificazione nazionale sono lungi dall’essere consolidati. E manca, a parte forse la Turchia, un potente garante esterno della tranquillità nazionale, come lo furono, ad esempio, gli Stati Uniti per il Giappone e la Corea del Sud. Ma anche la struttura fisica dei due Paesi si assomiglia.

L’assenza di lavoratori stranieri

La Libia, con il 60 percento di disoccupazione, non ha modo di integrare il vantaggio competitivo costituito dalle risorse energetiche con politiche del lavoro che possano attirare manodopera straniera meno qualificata per alimentare il suo motore di crescita, come è successo con Dubai. Lo stato del Golfo è noto per le durissime condizioni di lavoro a cui sottopone gli immigrati. Peggio ancora fa la Libia, che, con la complicità dell’Unione Europea, tiene i migranti in campi disumani, senza possibilità di integrazione. Ma nel secondo caso l’assenza di lavoratori stranieri potrebbe diventare un problema strutturale nel lungo periodo, dato che la Libia ha una superficie di 1,7 milioni di chilometri quadrati, spazi sconfinati per le infrastrutture e meno di sette milioni di abitanti, dall’età media più alta rispetto al resto del continente africano.

Il turismo in Libia

Strade, ponti e porti da ricostruire, trivellazioni da proteggere, aeroporti da ampliare, nuove abitazioni residenziali da tirare su. Sono tanti i settori che avrebbero bisogno di manodopera in una Libia tornata stabile. Non bisogna dimenticare poi quello agricolo. Nonostante le attività siano limitate alle “aree verdi” del nord, gli investimenti e lo sviluppo di progetti su larga scala nel Paese potrebbero ampliare significativamente il settore. Ricordiamo iniziative come l’oasi di Al-Kufrah, Tāwurghāʾ, gli sviluppi di Sarīr, oppure uno dei migliori esempi di reiniezione del capitale petrolifero: il Great Manmade River (Gmmr) della Libia, la più grande rete di condutture sotterranee e di irrigazione dell’Africa, da restaurare e rimettere in funzione dopo i danni della guerra. Costruita a Qouwea nel 2020, la prima fattoria idroponica libica coltiva piante senza suolo, utilizzando solo nutrienti minerali. 

Infine, il settore del turismo potrebbe essere un fattore chiave nella diversificazione economica e sociale. Anni di conflitto e di sanzioni hanno allontanato qualsiasi visitatore non diplomatico o commerciale, ma a sole quattro ore di volo da Tripoli ci sono almeno mezzo miliardo di abitanti nell’Unione Europea, e quasi altrettanti tra Nigeria, Egitto, Turchia, Israele e Iran. Se si riuscissero a sviluppare le infrastrutture di ospitalità e collegamento, fondamentali per attrarre persone nelle bellissime aree costiere, la Libia avrebbe tra le mani tutti gli ingredienti per diventare un’attrazione popolare in tutto il mondo. Anche senza aspirare a replicare il controverso modello di Dubai.

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