Seguici su
Investimenti 4 Agosto, 2020 @ 12:37

Non ci sarà un’altra Argentina: accordo in extremis per evitare un nuovo default

di Massimiliano Carrà

Staff

Leggi di più dell'autore
chiudi
argentina, evitato default finanziario
Il presidente argentino Alberto Fernández (Ricardo Ceppi – Getty Images)

L’Argentina dice no al nono default finanziario della sua storia e raggiunge in extremis il tanto agognato e inseguito accordo con i suoi creditori. A renderlo noto è lo stesso governo sudamericano in una nota ufficiale: “La Repubblica argentina e i rappresentanti del gruppo ad hoc di obbligazionisti argentini, il comitato dei creditori argentini e il gruppo di obbligazionisti di Borsa e altri detentori (collettivamente, i “creditori che forniscono sostegno”) hanno raggiunto un accordo che consentirà ai membri dei tre gruppi di creditori di sostenere la proposta di ristrutturazione del debito argentino e di concedere alla Repubblica una significativa riduzione del debito”.

In base all’accordo, rivela il comunicato (condiviso anche su Twitter dal ministero dell’Economia) “l’Argentina adeguerà alcune delle date di pagamento previste per le nuove obbligazioni stabilite nell’invito del 6 luglio”.


L’accordo, ovviamente, oltre ad essere una buona notizia per tutto il paese (tra i più colpiti dall’emergenza sanitaria ed economica scaturita dal Covid-19), non può che fare felici anche altri investitori internazionali, compresi quelli italiani. Anche se la situazione non era per nulla paragonabile a quella del 2001, quando l’Argentina andò incontro al suo ultimo default finanziario, e quando molti investitori italiani, che avevano in portafoglio i tango bond (i titoli di Stato del paese sudamericano), persero gran parte dei propri risparmi.

L’Argentina e i dettagli dell’accordo per evitare il default

Entrando nel merito dell’accordo stipulato dal governo argentino, guidato dal presidente Alberto Fernández, e dai creditori (tra i quali spicca anche BlackRock), il comunicato evidenzia quattro punti ben precisi:

  • le date di pagamento sulle nuove obbligazioni saranno il 9 gennaio e il 9 luglio anziché il 4 marzo e il 4 settembre;
  • le nuove obbligazioni da emettere come compensazione per gli interessi maturati e la compensazione per il consenso aggiuntivo inizieranno ad ammortizzarsi nel gennaio 2025 e scadranno nel luglio 2029;
  • gli ammortamenti per le nuove obbligazioni 2030 in dollari e in euro inizieranno nel luglio 2024 e scadranno nel luglio 2030, dove la prima rata avrà un importo equivalente;
  • gli ammortamenti per le nuove obbligazioni 2038 in dollari e in euro, da emettere a titolo di corrispettivo per le obbligazioni di sconto esistenti, inizieranno nel luglio 2027 e scadranno nel gennaio 2038;

Inoltre, evidenzia il governo, “i possessori di obbligazioni denominate in euro e franchi svizzeri saranno in grado di scambiare le proprie obbligazioni con le nuove obbligazioni denominate in dollari, in base ai tassi di cambio in Euro / CHF / USD” da qualsiasi fonte di quotazione riconosciuta selezionata dalle banche di collocamento a loro esclusiva e assoluta discrezione, intorno alle 12.00 ora di New York dal 6 agosto 2020”. 

Infine, l’Argentina, se da una parte “adeguerà alcuni aspetti delle clausole di azione collettiva nei nuovi documenti obbligazionari per rispondere alle proposte presentate dai membri della comunità dei creditori, che mirano a rafforzare l’efficacia del quadro contrattuale come base per la risoluzione della ristrutturazione del debito sovrano”, dall’altra “proroga la data di scadenza del suo invito dalle 17:00 (ora di New York City) del 4 agosto 2020 alle 17:00 del 24 agosto, a meno che non sia prorogato per un ulteriore periodo o terminato in anticipo”.

Leader 24 Luglio, 2020 @ 12:11

Il giro del mondo in 200 economie di un commercialista italiano. Ecco cosa ha visto

di Federico Morgantini

Staff

ContributorLeggi di più dell'autore
chiudi

Articolo tratto dal numero di luglio 2020 di Forbes. Abbonati

“Sono nato a Bergamo. Ho fatto scuole e università e i primi anni da praticante nel raggio di un chilometro da casa. Poi a quasi trent’anni, sono partito e non mi sono più fermato”. Esordisce così Lorenzo Riccardi. Dopo una gioventù a chilometro zero, dal 2006 fa base a Shanghai, dove si trova la sede principale di Rsa Asia, il suo studio di commercialisti con 40 professionisti che seguono la contabilità delle filiali cinesi di molte multinazionali italiane. In più tiene anche un corso alla Shanghai Jiao Tong University su m&a e fiscalità internazionale. In realtà c’è ben altro, perché in questi 14 anni Riccardi ha viaggiato in tutto il mondo. E non tutto per modo di dire, come racconterebbero in molti agli amici. Lui ha visitato tutti i 193 Paesi riconosciuti dalle Nazioni Unite e vari altri territori autonomi.

“Mi piace definire i miei viaggi come il giro del mondo in 200 economie, il G200, come lo chiamo io. Infatti oltre ai 193 Paesi Onu, esistono quelli che non ne fanno parte, come Città del Vaticano, e altri territori che non godono dello status di stato sovrano, ma hanno comunque grande autonomia. Un esempio? Macao e Hong Kong, che hanno economie proprie, addirittura la propria moneta, ma a livello diplomatico sono territori a statuto speciale della Repubblica Popolare Cinese”, spiega Riccardi.

Dopo i primi anni in Cina, ha iniziato a fare viaggi d’affari in tutta Asia per clienti che avevano interessi diffusi e si è dedicato a studiare le economie dei vari Paesi, tanto da scrivere due libri: Guida alla fiscalità di Cina, India e Vietnam, edito da Il Sole 24 Ore e Gli investimenti in Asia Orientale, Maggioli.

Poi cosa è successo? “Con il passare del tempo, i miei viaggi sono andati oltre le necessità dei clienti e sono diventati una passione e una grande fonte di apprendimento per il mio lavoro. Così in me è nato il desiderio di realizzare il più grande viaggio d’affari che sia mai stato fatto. Ho cercato e scoperto che ci sono più persone che hanno viaggiato nello spazio rispetto a chi ha visitato ogni nazione della terra e tutti lo hanno fatto per turismo o per sfida, nessuno si è soffermato a studiarne le economie e le opportunità d’affari”.

Non una cosa semplice. E la preparazione a questi viaggi deve essere minuziosa. Con le grandi nazioni è più facile, si trova molto da leggere, hanno collegamenti facili e spesso si possono visitare senza visto con il passaporto italiano. “Per altri non è così: alcuni visti sono complessi da ottenere, come quelli per la Guinea Equatoriale e il Turkmenistan. E tante sono le zone con collegamenti aerei difficili o poco frequenti, come Kiribati che è il Paese più a est del pianeta, o Nauru, che è il meno visitato del mondo con soli 180 visitatori l’anno”. E spesso avrà trovato anche situazioni pericolose. “Sì, certo! È necessario avere conoscenza delle zone pericolose o con conflitti in corso, come in Iraq, Siria, Somalia, Yemen. Lo stesso per le zone con rischio di malattie: ebola nella Repubblica Democratica del Congo, febbre gialla in gran parte dell’Africa e dengue in alcune aree del Sud Est Asiatico”. E di stranezze ne ha viste tante: “Ad esempio si può volare a Timor Est solo dall’Indonesia o in Nord Corea solo dalla Cina. Addirittura ci sono due Paesi, Kiribati e Samoa, che hanno deciso di perdere un giorno nel proprio calendario per essere i primi a svegliarsi in Oriente invece che gli ultimi ad andare a letto in Occidente, ma soprattutto per essere nell’influenza geopolitica della Cina invece che in quella degli Stati Uniti”.

Proprio l’influenza delle grandi potenze su molti Paesi è importante per capire le varie economie. E lo si vede soprattutto dalle ambasciate presenti, dalle aziende internazionali che fanno opere pubbliche, dalle doppie lingue che trovi negli aeroporti oltre a quella locale. “Ad esempio in Africa è tangibile l’influenza di Pechino: il nuovo aeroporto di Algeri, le ferrovie lungo la costa della Nigeria, il palazzo dell’Unione Africana ad Addis Abeba e la più grande moschea del continente sono tutte opere costruite da aziende cinesi”. E qui si ferma, come a riflettere, come a cercare una summa, per poi riprendere: “Fusi orari, clima, sistemi politici, religioni, etnie, influenze di grandi potenze… sono moltissime le variabili che formano un Paese. Non basta leggere, in tanti casi è impossibile comprendere l’economia di una nazione senza visitarla, senza incontrare le persone che ci vivono”. Una scelta, quella di Riccardi, che inevitabilmente ha ripercussioni sulla sua vita più personale: “Non sono sposato. Il lavorare e il viaggiare hanno sempre avuto la priorità sul farmi una famiglia. Comunque molti Paesi li ho visitati in compagnia: è capitato di viaggiare con la mia compagna, con i clienti o altri viaggiatori incontrati nei vari scali o nelle code per il controllo dei visti”.

E dopo 14 anni di viaggi con l’obbiettivo di visitare tutti i 193 Paesi Onu, tanto da farne una ragione di vita, come ci si sente ad averli finiti? “L’ultima tappa è stata Trinidad e Tobago, a inizio 2020. È stato un traguardo da un lato e una nuova partenza dall’altro. Dopo ho aperto il sito 200-economies.com e ora sto lavorando a un libro e a una mostra fotografica. Voglio raccontare le mie esperienze, farne partecipi gli altri e comunque continuare ad approfondire i cambiamenti economici dei vari Paesi. Il Covid-19 porterà tanti cambiamenti, anche geopolitici”. Insomma, il suo futuro sarà ancora con lo zaino in spalla. “Sicuramente meno di prima. Sarà tanto fra Asia e Europa”. Poi si ferma, cambia espressione, e con lo sguardo di chi vede una nuova sfida: “E poi c’è ancora l’Antartide!”.

Business 23 Giugno, 2020 @ 9:47

Wirecard nel caos tra miliardi mancanti e buchi nella gestione

di Massimiliano Carrà

Staff

Leggi di più dell'autore
chiudi
wirecard scandalo
shutterstock

Un altro scandalo finanziario travolge la Germania. Dopo la frode fiscale, soprannominata “Cum-Ex”, il paese tedesco si ritrova a dover gestire una nuova situazione senza precedenti all’interno del mondo fintech a causa di Wirecard, la startup bavarese divenuta in pochi anni un colosso finanziario.

Dopo le voci iniziali, la società tedesca (che offre soluzioni per i pagamenti elettronici, la gestione dei rischi e l’emissione di carte di credito a oltre 7.000 clienti) a partire da giovedì 18 giugno ha acceso su di sé i riflettori di tutto il mondo.

Dopo aver sospeso Jan Marsalek, membro del consiglio di amministrazione della società (proprio il 18 giugno) e aver accettato le dimissioni (19 giugno) di Markus Braun, ceo e maggior azionista del gruppo (al suo posto è stato nominato ceo ad interim James Freis), Wirecard, in un comunicato stampa diffuso nella giornata di ieri, ha ammesso che quasi 2 miliardi di euro di liquidità (con precisione 1,9) che dichiarava di avere in cassa “molto probabilmente non esistono”. Di conseguenza, la fintech bavarese ha deciso “di ritirare i risultati finanziari più recenti” e ha inoltre ammesso che i conti degli altri anni potrebbero essere inaccurati.

Una notizia che, inevitabilmente, ha gettato più ombre che luci sulle figure proprio di Jan Marsalek e di Markus Braun. Per essi, infatti, secondo quanto riportato da diversi giornali tedeschi, il tribunale di Monaco sta valutando l’accusa di falso in bilancio e il mandato d’arresto.

Wirecard: il tracollo delle azioni in Borsa

Sulla base di quanto emerso negli ultimi giorni, a cui si aggiunge da una parte che la società tedesca è in trattativa  con le sue banche creditrici per il proseguimento delle linee di credito e dall’altra che sta valutando di ridurre i costi (attraverso la ristrutturazione, la cessione o la cessazione delle unità di business e dei segmenti di prodotti), il titolo Wirecard, quotato alla Borsa di Francoforte, è andato incontro a un crollo senza precedenti. 

Solamente nelle ultime tre sedute di contrattazioni, compresa quella di ieri, le azioni sono scese dell’86%, passando quindi dal prezzo di 100,40 euro per azione (registrato giovedì 18 giugno alle ore 10.30) a quello di 14,13 euro per azione. Un vero e proprio tracollo che intacca ovviamente anche la capitalizzazione di mercato, passata da 24 miliardi di euro (massimo di due anni fa) a 1,8 miliardi di euro. 

Infine, è importante evidenziare che, come riportato anche da Forbes.com, la società fondata nel 1999 proprio da Markus Braun era già finita nel mirino del Financial Times che da 18 mesi lavora a un mega dossier proprio su Wirecard. In tutto questo, l’agenzia americana Moody’s, dopo aver declassato a spazzatura l’azienda, ha deciso di sospendere il suo rating di credito a causa delle “informazioni insufficienti o inadeguate”.

Investimenti 26 Maggio, 2020 @ 12:15

La classifica degli aiuti di Stato: la Germania doppia Italia e Francia

di Massimiliano Carrà

Staff

Leggi di più dell'autore
chiudi
germania aiuti di stato
shutterstock

La Germania surclassa Italia e Francia, e in generale tutti i paesi europei, in materia di aiuti di Stato. A renderlo noto è Margrethe Vestager, vicepresidente esecutiva della Commissione europea responsabile per la Concorrenza.

Durante un’audizione in videoconferenza al Parlamento europeo, Margrethe Vestager ha comunicato i dati aggiornati sulla distribuzione per Paese degli aiuti di Stato, autorizzati a partire dall’entrata in vigore del Quadro temporaneo. Quest’ultimo, infatti, ha reso meno restrittive le norme antitrust Ue per fronteggiare la crisi scatenata dal Covid-19.

Aiuti di Stato: oltre 2mila miliardi di misure autorizzate

Entrando nel dettaglio, secondo i dati riportati al Parlamento europeo dalla Vestager,  “le misure nazionali autorizzate si sono attestate a 175, per un totale stimato di 2.130 miliardi di euro”.

Di questo totale – come dicevamo – quasi la metà è rappresentato dalla Germania. In materia di aiuti di Stato, infatti, Berlino si prende la scena con una percentuale del 47%, surclassando di conseguenza gli altri stati membri.

Per fare un esempio, Italia e Francia che sono gli altri Paesi dell’Ue che inseguono la Germania più da vicino, rappresentano il 18% e il 16% del totale delle misure nazionali autorizzate in materia di aiuti di Stato. Molto più distanti gli altri paesi: Spagna (4%), Regno Unito (2,5%), Polonia e Belgio (1,5%). 

Vestager: è tempo di equità fiscale

Successivamente, la vicepresidente esecutiva della Commissione europea responsabile per la Concorrenza si è soffermata su un tema molto importante e delicato, quello dell’equità fiscale all’interno dell’Ue. Infatti, secondo la Vestager è sempre più urgente che tutte le imprese paghino le tasse quando fanno i loro affari qui (nel territorio dell’Unione Europea)”.

“La crisi provocata dalla pandemia da Covid-19 – dichiara la politica danese – deve offrire l’occasione per scelte coraggiose a questo punto imprescindibili”. Anche perché – conclude Margrethe Vestager – “il mercato comune è il principale motore della ripresa perché la nostra prosperità deriva dal fatto che commerciamo tra di noi”.

Investimenti 8 Maggio, 2020 @ 5:10

Italia, occhio a Moody’s: i Btp oscillano tra “spazzatura” e opportunità

di Massimiliano Carrà

Staff

Leggi di più dell'autore
chiudi
La sede di Moody’s a New York (Shutterstock)

Dopo il declassamento da parte di Fitch, che ha portato il rating italiano a un gradino sopra l’area dei cosiddetti “junk bond”, e la conferma da parte di S&P’s, oggi l’Italia si prepara ad affrontare un’ennesima sfida: la valutazione (che arriverà come di consueto a mercati chiusi) sui titoli di Stato di altre due agenzie di rating: l’americana Moody’s e la canadese Dbrs.

Proprio il giudizio della prima sarà quello più rilevante, visto che un’eventuale suo declassamento, anche solo di un notch, trascinerebbe i Btp italiani dall’area “Investment Grade” a quella tanto temuta “Non Investment grade”, ossia titoli che nel gergo degli operatori di mercato vengono chiamati junk (spazzatura).

Ipotesi che, secondo Vincenzo Longo, premium client manager di IG Italia, “non dovrebbe realizzarsi, in quanto sarebbe troppo gravoso per il nostro Paese”. “Inoltre – evidenzia Longo – Moody’s potrebbe non tagliare il rating italiano anche a causa della mancata decisione di qualche settimana fa di S&P’s. È insolito, infatti, che ci sia una differenza di due notch tra le tre più importanti agenzie di rating in materia di titoli di debito sovrani”.

Di contro, “è più probabile – rivela Longo – che sia la Dbrs a tagliare il rating dell’Italia visto che al momento il giudizio dell’agenzia canadese è il più generoso di tutti: “BBB high (tre gradini sopra l’area “Non Investment Grade”). Proprio per questo, non escludo che potrebbe dar vita a un taglio di due notch”. 

Moody’s potrebbe tagliare il rating dell’Italia a settembre

Anche se le sensazioni sono positive, è ovvio che l’eventuale declassamento di Moody’s sul rating del nostro Paese potrebbe comportare dei risvolti negativi per l’Italia. “Anche se la Bce – dichiara Vincenzo Longo – può accettare i titoli cosiddetti junk, tuttavia non sarebbe un bel segnale per l’economia italiana. Potrebbero, infatti, realizzarsi dei declassamenti sui settori sottostanti, soprattutto quello bancario, che avrebbe difficoltà a collocare questi bond”.

Tuttavia – evidenzia Longo – “tenendo conto che gli effetti di questa crisi economica sul Pil italiano, sulle casse dello Stato, sul lavoro e sul debito si vedranno tra un paio di mesi, o forse anni (a livello di sostenibilità del debito), è più probabile che Moody’s riveda in prima battuta l’outlook italiano da stabile a negativo per poi realizzare il downgrade nella prossima riunione di settembre”. Anche perché – svela il client manager premium di IG Italia – se si dovesse realizzare un fondo europeo di condivisione del debito tra i vari paesi membri, l’Italia potrebbe essere fuori pericolo”.

Sarà molto interessante – sottolinea Vincenzo Longo – “capire cosa scriverà  Moody’s all’interno del suo report di oggi, ossia quali saranno i fattori determinanti che potrebbero portare l’agenzia a un taglio futuro, sempre se non dovesse avvenire già questa sera”.

I Btp italiani stanno diventando un’opportunità

Partendo dal presupposto che il downgrade sui titoli di Stato italiani potrebbe penalizzare soprattutto chi investe nel settore bancario, secondo Longo gli investitori più a rischio “dovrebbero essere gli operatori del mercato, ossia coloro che tradano i bond e non i risparmiatori che detengono in portafoglio i Btp italiani”.

Infatti, come evidenzia il manager di IG Italia, “alla scadenza il prezzo del Btp va sempre a 100 ed è, sempre che lo Stato non venga dichiarato insolvente, liquidato. Di conseguenza, se i cassettisti non si fanno prendere dal panico, non vendono e portano i Btp a scadenza, non dovrebbero risentirne”.

Inoltre, aggiunge Longo, c’è anche un ultimo aspetto da considerare: “i Btp ormai sono praticamente considerati un’opportunità. Infatti, in un contesto in cui i principali titoli decennali sovrani offrono un rendimento negativo, il 2% offerto da quelli italiani fa gola a tutti, soprattutto per le grandi istituzioni, i fund manager o le assicurazioni. Lo dimostra il fatto che, durante l’ultima asta del Tesoro, la richiesta di titoli decennali italiani si è attesta a circa 120 miliardi di euro”.

Infine, sulla sentenza della Corte Costituzionale tedesca sul QE della Bce, il pensiero di Vincenzo Longo è chiaro: “A livello europeo è stato un messaggio di rottura. Credo che adesso la Bce – prima di realizzare determinate azioni economiche – ci penserà due volte, anche se nella pratica credo che non cambierà nulla”. 

Leader 26 Marzo, 2020 @ 10:49

La lettera aperta di Mario Draghi al FT: agire ora o i danni saranno irreversibili

di Massimiliano Carrà

Staff

Leggi di più dell'autore
chiudi

mario draghi scrive un suo pensiero sul coronavirusDopo la lettera scritta dal premier Conte al presidente del consiglio Ue per richiedere l’introduzione dei coronabond, anche l’ex presidente della Banca Centrale Europea Mario Draghi sul Financial Times ha voluto esprimere il suo pensiero diretto sull’emergenza sanitaria ed economica dettata dal coronavirus. 

L’ex numero uno della Bce già all’inizio della sua “lettera aperta” dà una risposta chiara su come affrontare questa pandemia: “Si deve agire con sufficiente forza e velocità per evitare che la recessione si trasformi in una depressione prolungata, resa più profonda da una pletora di inadempienze che lasciano danni irreversibili”.

Proprio per questo, Mario Draghi insiste su due aspetti ben precisi: debito pubblico e occupazione.  Scrive: “È già chiaro che la risposta deve comportare un significativo aumento del debito pubblico. Gli Stati lo hanno sempre fatto di fronte alle emergenze nazionali. Le guerre – il precedente più rilevante – sono state finanziate da aumenti del debito pubblico”.

“La questione chiave – insiste ancora Mario Draghi – non è se, ma come lo Stato debba fare buon uso del suo bilancio. La priorità non deve essere solo quella di fornire un reddito di base a chi perde il lavoro. Dobbiamo innanzitutto proteggere le persone dal rischio di perdere il lavoro”.

Mario Draghi e il coronavirus: il ruolo delle banche sarà decisivo

Ecco alcuni passaggi chiave del testo scritto da Mario Draghi:

La questione chiave non è se, ma come lo Stato debba fare buon uso del suo bilancio. 

[…]

I diversi paesi europei hanno strutture finanziarie e industriali diverse, l’unico modo efficace per rispondere immediatamente a un crack dell’economia è quello di mobilitare completamente i loro interi sistemi finanziari. E deve essere fatto immediatamente, evitando ritardi burocratici. 

[…]

O i governi compensano i mutuatari per le loro spese, o questi ultimi falliranno e la garanzia sarà rimborsata dal governo. 

[…]

I livelli del debito pubblico saranno aumentati. Ma l’alternativa – una distruzione permanente della capacità produttiva e quindi della base fiscale – sarebbe molto più dannosa per l’economia ed eventualmente per il credito pubblico.

[…]

Di fronte a circostanze impreviste, un cambiamento di mentalità è necessario in questa crisi come lo sarebbe in tempo di guerra. Lo shock che stiamo affrontando non è ciclico. La perdita di reddito non è colpa di nessuno di coloro che ne soffrono. Il costo dell’esitazione può essere irreversibile.

Trending 25 Marzo, 2020 @ 12:17

1.200 dollari a ciascun cittadino, il piano Usa anti Coronavirus da 2mila miliardi

di Massimiliano Carrà

Staff

Leggi di più dell'autore
chiudi
Piano economico usa contro coronavirus
Win McNamee – Getty Images

“È il più grande pacchetto di salvataggio nella storia americana. Un vero e proprio piano Marshall”. Così il leader democratico del Senato americano Chuck Schumer ha definito il piano economico Usa da 2mila miliardi di dollari in risposta alla crisi dettata dal coronavirus.

Dopo due bocciature, arrivate nelle giornate di domenica 22 marzo e lunedì 23 marzo, proprio nelle scorse ore la maggioranza repubblicana al Senato Usa ha dichiarato di aver trovato l’accordo con i democratici per l’approvazione del piano economico da 2mila miliardi di dollari che il leader repubblicano del Senato Mitch McConnell definisce “un investimento ai livelli di quelli che la nostra nazione fa in tempo di guerra”.

Proprio in base a quanto comunicato da McConnell la votazione decisiva dovrebbe essere fatta nelle prossime ore. Dalle dichiarazioni rilasciate dai due partiti non dovrebbero esserci sorprese. Di conseguenza, dopo la votazione al Senato e alla Camera, si attenderà la firma del presidente Usa Donald Trump.

Coronavirus, cosa prevede il piano economico Usa 

Entrando più nel dettaglio, il piano economico Usa contro il coronavirus prevederebbe, dal punto di vista prettamente riferito alle famiglie, assegni diretti da 1.200 dollari a tutti i cittadini americani e di circa 500 dollari per i bambini. 

Circa 867 miliardi di dollari sarebbero invece stanziati per prestiti agevolati e aiuti per le aziende dei settori più colpiti dalla crisi, Stati e città. Nello specifico, 367 miliardi sarebbe la quota prevista per le piccole imprese e i prestiti; 500 miliardi, invece, andranno al Dipartimento del Tesoro.

Oltre a ciò, il piano economico Usa contro il coronavirus dovrebbe prevedere anche significativi aumenti di spesa per gli ospedali e gli operatori sanitari in prima linea nell’emergenza. Proprio gli ospedali dovrebbero ricevere circa 150 miliardi di dollari. 

Grazie a questi stanziamenti, la Federal Reserve – che nei giorni scorsi ha annunciato un Qe illimitatopotrà mobilitare fino a 4mila miliardi di dollari  grazie a un effetto leva. Il segretario al Tesoro Steven Mnuchin potrà assegnare parte dei fondi alle società danneggiate dal blocco.

Inoltre, va anche sottolineato che il piano economico Usa dovrebbe prevedere anche un importante impulso alle assicurazioni contro la disoccupazione, che consentirà ai lavoratori fermi di non essere licenziati e di ricevere regolarmente i loro stipendi per un massimo di quattro mesi.

Business 12 Marzo, 2020 @ 9:05

La nuova economia del Coronavirus: i settori che possono ancora crescere

di Paolo Mossetti

Contributor, scrivo di cultura economica.Leggi di più dell'autore
chiudi
Via Vittor Pisani, una strada centrale di Milano, deserta nei giorni del Coronavirus (Shutterstock)

Nell’ultima settimana sono state poche le società risparmiate dal massacro nelle borse. Le vendite sui mercati finanziari hanno riguardato qualunque settore, ma ci sono alcune società e alcuni settori dell’economia che, sia pur in un contesto drammatico, potrebbero uscirne bene, se non addirittura rivitalizzati.

Si tratta di società che, durante quella che l’Oms ha classificato mercoledì sera ufficialmente come “pandemia globale”, guardano con ottimismo alla sua conseguenza più lampante: centinaia di persone, di tutte le età e in tutto il mondo, costrette a restare a casa. Dunque società che sfornano prodotti come, ad esempio, burro d’arachidi, attrezzi sportivi e software per le telecomunicazioni. Una vera e propria economia emergente, che non va inquadrata soltanto nel suo aspetto speculativo, ma come la possibile evidenza di una società che continuerà a produrre le sue merci e a spostarle, mentre il virus farà il suo corso.

Negli ultimi giorni, mentre diverse potenze mondiali si dimostrano ondivaghe di fronte alla pandemia, ci sono i broker che scommettono su quali saranno i comportamenti dei consumatori man mano che il virus si espanderà: l’Italia è stata già sigillata nel suo epocale lockdown, ma la più importante economia al mondo, gli Stati Uniti, restano un’incognita. Alla borsa newyorchese hanno reagito bene agli scossoni società come Clorox, la marca leader nel segmento delle salviette disinfettanti, oppure Gilead Sciences e Regeneron, società di biotecnologia che stanno lavorando a possibili trattamenti per il coronavirus, oppure l’azienda farmaceutica Moderna, che sta lavorando sul vaccino del Covid-19.

Altri marchi considerati possibili beneficiari del movimento limitato su scala globale, e in particolare della decisione di sempre più aziende nel mondo di far lavorare da casa i propri dipendenti sono Zoom (che favorisce le conferenze a distanza) Teledoc (telemedicina e assistenza sanitaria virtuale) e Dropbox (servizi di cloud storage). Se il trend del lavoro da remoto dovesse in parte restare anche dopo la crisi, il valore di chi offre strumenti sempre più avanzati di teleconferenze e strumenti di registrazione audio e video potrebbe salire in maniera esponenziale.

La tendenza a restare in casa e l’abbandono delle palestre (per paura del contagio o per decreto) ha fatto salire anche le azioni di Peloton, startup americana del fitness che produce “cyclette” con un allenatore virtuale e corsi online. Ma che possa rappresentare un modello diffuso è decisamente complicato dal prezzo proibitivo dell’oggetto in questione (in media 2000 euro) e dalla sensazione di avere a che fare con un brand troppo elitario e distopico. Del resto, L’attuale crisi non sta coinvolgendo tutti i Paesi nello stesso modo e le preoccupazioni sono tuttora differenti, così come le possibilità di modificare le proprie abitudini di consumo.

Tra i riflessi del virus, com’è ormai noto, c’è una corsa ai disinfettanti per le mani, come Amuchina che in Italia è diventato per alcuni giorni introvabile o venduto a prezzi stellari su internet. Negli Stati Uniti la società Purell, specializzata nella stessa tipologia di prodotto, ha visto le sue bottiglie sparire da un giorno all’altro in molti scaffali, e ha annunciato di aver aumentato notevolmente i volumi di produzione. Per evitare nuovi esaurimenti delle scorte, lo Stato di New York – dove i casi ormai superano quota 200 – nel frattempo si è attrezzato da solo, e ha iniziato a distribuire del liquido disinfettante fatto in casa, dai suoi detenuti.

Secondo Michael Lasser, analista per Ubs intervistato da Axios, le corse dei cittadini ai supermercati, nonostante gli sforzi delle autorità per contenerle, potrebbero beneficiare le grandi catene della distribuzione, che si trovano di fronte a un traffico in crescita nei propri negozi, per lo meno nel breve periodo. Il panico dell’acquisto negli Stati Uniti sta andando oltre gli articoli di emergenza come la carta igienica e l’acqua in bottiglia e si sta estendendo alle conserve, alla farina e allo zucchero, e aziende come Costco si stanno preparando ad assumere nuovo personale e aumentare le ore di lavoro, anche se non è facile per nessuna azienda settare la propria agenda in un scenario ancora incerto come quello attuale, in cui non si sa quando entreranno in vigore le misure più restrittive né quanto dureranno.

In questa nuova “economia del coronavirus”, tra i settori che sembrano potersi fregare le mani ci sono le società che offrono servizi di streaming online, che quando non hanno registrato crescite delle proprie azioni, quasi ovunque hanno contenuto le perdite in un panorama terrificante. Chi se non Netflix, ad esempio, potrebbe beneficiare del fatto che i consumatori restino piantati per giorni e giorni sul proprio divano? In un momento nel quale, con musei e cinema chiusi per decreto, le società legate a spettacoli e spazi d’intrattenimento si stanno mettendo le mani nei capelli?

In realtà, le prospettive per Netflix et similia sono un tantinello più complicate di così: avere più gente bloccata a casa, spinta e fare ingordigia di ore e ore di serie tv e film non necessariamente si potrebbe tradurre in profitti più alti per società del genere. Un colosso come Netflix ha un costo di abbonamento fisso mensile (spesso suddiviso tra più utenti) che non cambia con la variazione dell’uso che se ne fa. In poche parole: più ore di contenuti guardati non vengono automaticamente monetizzati dalla società, che continua a resistere all’ipotesi di inserire spot pubblicitari nel suo servizio. Con l’aumentare della concorrenza in questo settore da parte di Amazon e Disney, nei prossimi mesi, qualcosa sotto questo profilo potrebbe cambiare ma, per adesso, un’audience costretta a isolarsi a casa propria non verrà capitalizzata granchè.

C’è anche un altro fattore di cui tenere conto: con il mercato americano già saturato con oltre 60 milioni di abbonamenti, è improbabile che il Covid-19 porterà nuovi sottoscrittori. Questi, anzi, potrebbero addirittura ridursi in quelle economia ben più fragili di quella statunitense, inclusi gli oltre 100 milioni di sottoscrittori fuori dai confini Usa, dove i contraccolpi sul reddito familiare della crisi post-virus potrebbero farsi laceranti. In Italia milioni di lavoratori con partita IVA vedranno i loro introiti calare visosamente e in fondo, tra i consumi superflui, Netflix potrebbe finire tra quelli sacrificabili. Se a questo aggiungiamo il fatto che Netflix dovrebbe investire oltre 15 miliardi di euro nei contenuti del 2020, superando l’investimento dello scorso anno, e che si tratta di una somma già mobilitata e non stornabile, le cose potrebbero farsi complicate anche per il brand che più viene (anche ironicamente) associato alla nuova routine forzata.

Forse meno complicato da calcolare, ma comunque incerto, un altro effetto delle mutate condizioni economiche al tempo del virus: il forte calo del petrolio di questi giorni, per effetto di una guerra geopolitica tra Stati Uniti, Russia e Arabia Saudita. Come suggerito anche da Codacons, il greggio ormai stabilmente sotto i 40 dollari al barile potrebbe portare a una diminuzione della spesa degli italiani per i rifornimenti. Sul medio periodo le quotazioni petrolifere potrebbero riflettersi positivamente anche sulle bollette energetiche, con un calo delle tariffe per luce e gas nei prossimi mesi. Un vantaggio non da poco in un momento così delicato. Tuttavia il condizionale è d’obbligo perché altri cali storici del prezzo del greggio non hanno corrisposto a ritocchi significativi sui prezzi.

Trending 29 Febbraio, 2020 @ 2:19

L’Italia fa i conti con il virus: quanto può costare all’economia

di Forbes.it

Staff

La redazione di Forbes.Leggi di più dell'autore
chiudi
Milano: coronavirus in Italia
(Imagoeconomica)

di Andrea Giuricin

L’Italia rischia di entrare in recessione tecnica dopo la caduta del Pil dell’ultimo trimestre 2019. È chiaro che l’impatto economico del coronavirus dipenderà dalla grandezza del blocco economico, sia in termini di spazio che di tempo, ma è altresì evidente che sarà molto difficile evitare la caduta del prodotto interno lordo anche nel primo trimestre del 2020.

Non si parla solo di un impatto di 0,2 punti percentuali (che comunque sono 3 miliardi di euro), dato che gli effetti potrebbero essere nell’ordine dei punti percentuali, se la situazione dovesse peggiorare. E la situazione non sta certo migliorando, dato che diversi Paesi hanno iniziato a bloccare molti voli dall’Italia.

Per tale motivo è giusto parlare di un impatto da coronavirus di molti miliardi di euro e la recessione purtroppo sembra inevitabile.

È bene tuttavia andare con ordine circa l’impatto per i diversi settori:

In primo luogo il settore dei trasporti sarà duramente colpito e potremo vedere diverse aziende aeree, e non solo, in difficoltà. Ad esempio, Alitalia potrebbe finire in pochi mesi i soldi dell’ultimo prestito ponte di 400 milioni di euro, per il quale la Commissione Europea ha aperto l’ennesima indagine di aiuto di Stato illegale. Non a caso la cassa integrazione speciale di 4000 dipendenti evidenzia una situazione di crisi gravissima.

Tuttavia tutte le compagnie aeree rischiano di andare in forte difficoltà a causa della caduta della domanda che è già nell’ordine del 70 per cento.

Per tale ragione sarebbe corretto valutare l’eliminazione delle “tasse comunali” che sono pari a 6,5 euro a passeggero al fine di spingere la domanda in questo momento così critico.

Anche il settore del trasporto ferroviario sconta un impatto economico importante con una forte riduzione di traffico e con perdite che rischiano di essere molto dure. Per tale ragione anche in questo settore è estremamente importante prendere misure urgenti.

Il settore automotive (se il Coronavirus avrà un impatto duro come in Cina) andrà in forte difficoltà. In Cina si è registrata una caduta delle vendite di auto fino al 92% nei primi 20 giorni di febbraio, con mancante vendite per 46 miliardi di dollari al mese.

In Italia, l’impatto potrebbe essere nell’ordine di centinaia di milioni di euro e con rischi per molte concessionarie che potrebbero sperimentare un problema di cassa se le vendite dovessero continuare a rimanere bloccate.

In generale la catena logistica globale, dopo essere andata in crisi con il blocco cinese, rischia di andare in forte sofferenza con il blocco della parte produttiva dell’Italia (e avere conseguenze non indifferenti per la Germania). Anche in questo caso si parla di centinaia di milioni di euro d’impatto.

Un altro settore in immediata difficoltà è il turismo e non a caso alcune compagnie stanno chiudendo i voli per l’Italia. Solo i turisti stranieri spendono almeno 40 miliardi di euro in Italia all’anno.
Nel primo trimestre tra italiani all’estero e stranieri in Italia parliamo di almeno 13 miliardi di euro di spesa.

Un blocco fino a fine marzo potrebbe costare solo per turismo straniero in Italia e italiani all’estero 5 miliardi di euro di mancati introiti per gli operatori, senza considerare il turismo nazionale. Gli eventi e le fiere registreranno un blocco completo con un impatto per centinaia di milioni di euro.

Infine il settore industriale rischia di andare in sofferenza se la situazione dovesse peggiorare nel medio periodo con un impatto anche in questo caso per miliardi di euro.

L’impatto economico del coronavirus rischia di essere una vera e propria tragedia economica per l’Italia, ma la situazione rischia di peggiorare e di moltiplicarsi nel momento in cui la crisi dovesse espandersi agli altri paesi europei.

Investimenti 28 Febbraio, 2020 @ 12:50

Le Borse verso la peggiore settimana da Lehman Brothers

di Massimiliano Carrà

Staff

Leggi di più dell'autore
chiudi
coronavirus (crisi)
Oli Scarff – Getty Images

L’effetto coronavirus non si ferma e continua a causare ingenti perdite economiche giorno dopo giorno. Una crisi mondiale, come prospettato dall’agenzia di rating Moody’s, non è effettivamente uno scenario improbabile e le principali economie mondiali lo sanno. Dal Giappone a Wall Street, dall’Europa a Seul, il coronavirus ha costretto i mercati a mandare in fumo miliardi su miliardi. 

Gli effetti del coronavirus in Italia: a Piazza Affari pesa per 14 miliardi

Partendo proprio dall’Italia, il coronavirus ha mandato nel buio più totale il principale indice di Piazza Affari: il Ftse Mib. In meno di una settimana, esattamente dalla seduta di venerdì scorso a quella odierna (al momento in negativo del 3%), il principale paniere della Borsa Italiana ha visto vanificare oltre 14 miliardi di euro in termini di capitalizzazione. Al momento, tra l’altro, il Ftse Mib è ai minimi da luglio 2018.

Ieri il ministro dell’Economia e delle Finanze Roberto Gualtieri a Radio 24 ha confermato che in risposta agli effetti del coronavirus “il governo è pronto utilizzare gli spazi di flessibilità, o meglio, di adattamento alle circostanze eccezionali”. Proprio per questo, ha rivelato Gualtieri, “stiamo lavorando a queste misure da diversi giorni, il primo decreto ci sarà già questa settimana, l’altro la prossima settimana”. 

Ovviamente, anche se questa può essere considerata una notizia positiva, l’intervento va a inserirsi in un contesto che già scontava un rallentamento dell’economia. A soffrire è così anche il debito, con l’impennata dello spread Btp-Bund oltre 160 punti e il rendimento del titolo decennale all’1,07%.

Gli effetti del coronavirus su tutta Europa

Il coronavirus ovviamente ha avuto degli effetti economici anche in tutta Europa. E i principali indici di Borsa del vecchio continente lo dimostrano.

Solo nella seduta di oggi, che ha aperto le contrattazioni da poco più di due ore, le principali borse del vecchio continente sono nel profondo rosso: Parigi -3,76%, Madrid -3,95, Francoforte -4,19% (al momento la peggiore), Londra -3,65%.

Come nel caso dell’Italia, l’andamento negativo dei principali indici europei è iniziato dalla seduta di venerdì scorso, ossia dall’inizio della diffusione del coronavirus. Dal 21 febbraio ad oggi Parigi ha ceduto l’8,86%, Madrid il 9,1%, Francoforte l’8,92% e Londra l’8,21%. Come ha affermato il nostro ministro dell’Economia Roberto Gualtieri non serve, quindi, solamente una risposta italiana al coronavirus, “ma una risposta comune e concertata da tutta l’Unione Europea”. 

Gli effetti del coronavirus Oltreoceano

Sorvolando l’Europa e andando Oltreoceano, sia ad est sia ad ovest, la situazione non cambia. Gli effetti del coronavirus si riflettono su tutte l’economie, anche su quella americana.

Crisi Wall Street: ieri la peggior seduta di sempre

Dopo un 2019 da record per Wall Street, che ha permesso ai tre principali indici di far segnare, seduta dopo seduta, nuovi massimi, anche a causa dello scivolone di alcuni dei titoli più importanti (dai grandi colossi tecnologici come Apple, Microsoft, Tesla, fino ad arrivare a Jp Morgan, Bank of America e Coca Cola), il Dow Jones ieri ha messo a segno la peggiore seduta di sempre in termini di punti in una singola seduta (quasi 1.200). 

Dalla chiusura delle contrattazioni di venerdì 21 a quella di ieri l’indice ha ceduto poco più dell’11%. L‘S&P500 non è stato da meno. Ieri, infatti, ha ceduto la medesima percentuale, il 4,4% scendendo sotto la soglia psicologica dei tremila punti. Ma non è tutto. Come nel caso del Dow Jones, l’S&P 500 dalla chiusura di venerdì ha ceduto circa l’11%, portando entrambi gli indici nel territorio di una correzione tecnica.

L’indice tecnologico Nasdaq, invece, ieri ha ceduto il 4,6 per cento. Anch’esso, come gli altri due indici principali di Wall Street, dalla chiusura di venerdì a quella di ieri ha ceduto quasi l’11%.

A causa di ciò Wall Street minaccia di chiudere la settimana peggiore dal 2008, ossia dalla grande crisi finanziaria legata allo scoppio della bolla dei mutui subprime che divenne poi la più grave debacle economica dalla Grande Depressione.  

Goldman Sachs a causa del coronavirus ha previsto una crescita azzerata per gli utili della Corporate America nel 2020 e un possibile, ulteriore calo ravvicinato della borsa del 7 per cento. Ha inoltre ammonito che “una più severa pandemia può portare a effetti più prolungati e a una recessione negli Usa”. 

Seul, Shanghai, Hong Kong, Tokyo: la crisi continua

Al di là dell’Oceano Pacifico le cose non migliorano, anzi continuano ad andare peggio, visto che comunque il coronavirus (che ormai ha contagiato 50 Paesi) ha iniziato la sua diffusione proprio nel continente asiatico, più precisamente, in Cina. Proprio Shanghai nella giornata di oggi ha ceduto per esempio il 3,55%, l’Hang Seng di Hong Kong  il 2,68%.

Male anche Tokyo. Questa mattina, infatti, dopo essere arrivata a cedere il 4,51% ha chiuso la seduta odierna in negativo del 3,67%. Ma non è tutto. Sempre nella giornata di oggi, Seul ha messo a segno una chiusura negativa del 3,35%, Singapore il 2,83% e Shenzen il 4,07%.  

Come difendersi dalla crisi e dagli effetti del coronavirus

Secondo Amundi, società di asset management francese, dopo che i mercati azionari sono stati la scelta migliore in questi mesi, adesso, a causa degli effetti del coronavirus e all’incertezza dettata da esso è preferibile puntare sui tassi Usa posizioni lunghe, sull’oro e sullo yen.

Questi, secondo Matteo Germano, chief investment di Amundi, sono “asset che fungono da bene rifugio nelle fasi di tensione, ma anche di protezioni su azioni e credito”. Anche il franco svizzero è un approdo consigliato. Sul fronte dei bond, è, invece, preferibile il debito societario europeo investment grade, sostenuto da fattori tecnici, come il Quantitative easing della Bce e la domanda degli investitori. 

Secondo quanto affermato da Hans-Jörg Naumer, director Global Capital Markets & Thematic Research di Allianz Global Investors, “la crescita deve essere stimolata subito, non frenata”. Tuttavia, anche se “siano già state adottate alcune misure a sostegno dell’attività, abbiamo motivo di ritenere che tali interventi non saranno sufficienti”. Questo perché “gli operatori del mercato attendono le prossime mosse della Federal Reserve e della Bce”.

 Infine, secondo quanto Naumer, “i settori più vulnerabili saranno quelli più esposti alle filiere asiatiche, mentre i “settori difensivi mostreranno probabilmente maggiore resilienza, come pure le obbligazioni governative, considerate beni rifugio”.