Il truffatore di Tinder si fingeva figlio di Lev Leviev: ecco chi è veramente (e quanto è ricco) il Re dei diamanti israeliano

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Lev Leviev, uomo d’affari, filantropo e investitore israeliano di origine ebrea noto come il “Re dei diamanti”
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Questo articolo è apparso su Forbes.com

Jet privati, diamanti inestimabili, inseguimenti: è questa la giornata-tipo di Simon Leviev, alias “il truffatore di Tinder”, al centro del nuovo film di successo di Netflix, che si dice abbia truffato decine di donne estorcendo una cifra nell’ordine dei 10 milioni di dollari fingendosi il figlio di Lev Leviev, magnate israeliano dei diamanti.

Simon Leviev, il cui vero nome è Shimon Hayut, ha scontato 5 mesi (su 15 di condanna) in Israele per precedenti accuse di frode (il suo rilascio anticipato, nel 2020, pare sia avvenuto per buona condotta). La scorsa settimana è apparso nel suo profilo Instagram intento, come faceva prima, a godersi uno stile di vita da favola.

Tinder, tuttavia, ha ribadito la sua posizione, confermando di aver bannato Leviev e di aver condotto ulteriori indagini dopo l’uscita del documentario: “Abbiamo bandito Simon Leviev e tutti i suoi pseudonimi conosciuti non appena la storia delle sue azioni è diventata pubblica nel 2019. È stato definitivamente bandito da Tinder. In vista dell’uscita del documentario, abbiamo condotto ulteriori indagini interne e possiamo confermare che Simon Leviev non è attivo su Tinder con nessuno dei suoi noti pseudonimi.”

Alcuni aspetti della facciata pubblica da “re del jet-set” del truffatore di Tinder rispecchiano quelli dell’ex miliardario di cui si è finto figlio. Nel 2003, Forbes si è unito a Lev Leviev e al suo gruppo di guardie del corpo in un tour in Ucraina per un servizio che raccontava in che modo era diventato il “Re dei diamanti”. Come ha conquistato il trono? Grazie a solidi legami con personaggi del calibro di Vladimir Putin e del presidente angolano José Eduardo dos Santos che lo hanno aiutato ad acquistare gemme, ad accaparrarsi miniere e ad indebolire la presa di De Beers sul mercato.

In altre parole, la fortuna di Leviev, stimata per l’ultima volta da Forbes in poco meno di 1 miliardo di dollari nel 2020, è tanto vera e favolosa quanto è falsa la storia di Simon Leviev. La scorsa settimana l’azienda LLD Diamonds di Lev Leviev ha rilasciato una dichiarazione nella quale, tra le altre cose, afferma: “Appena appreso della frode abbiamo sporto denuncia alla polizia israeliana e speriamo che il sig. Hayut affronti le conseguenze legali delle sue azioni”.

Forbes si è occupato di Lev Leviev nel servizio del 15 settembre 2003 “il miliardario che ha sconfitto De Beers”, che qui ripubblichiamo per intero.

di Phyllis Berman e Lea Goldman

Quando il jet Gulfstream 2000 di Lev Leviev atterra a Kiev dopo un volo di tre ore da Tel Aviv, ad aspettarlo trova la polizia. Questo dispiegamento di forze non è per arrestare un criminale, bensì per accogliere degnamente un cittadino illustre, insieme ad un corteo di limousine e Mercedes-Benz, ciascuna con due guardie del corpo armate. Dopo l’arrivo, il corteo si lancia lungo le strade dissestate dell’Ucraina, attraverso semafori, fattorie solitarie e strade polverose, fino al villaggio di Zhitomir.

Leviev è un eroe per la gente del posto. Ha restaurato l’unica sinagoga rimasta di questa città, che i nazisti avevano trasformato in un deposito di armi e i comunisti, successivamente, in un cinema. Ora una sgangherata band di musica klezmer gli fa una serenata mentre i fotografi scattano foto e i ragazzi eseguono una danza chassidica tradizionale in suo onore. Questa scena si è ripetuta innumerevoli volte in circa 400 villaggi in Russia e nelle ex repubbliche sovietiche. Leviev è un cittadino israeliano di 47 anni, di origine uzbeka e un devoto ebreo lubavitcher, che dona almeno 30 milioni di dollari all’anno per restituire al gregge gli ebrei perduti.

La battaglia con De Beers per l’accesso diretto ai diamanti

Questo miliardario non molto famoso è anche la spina nel fianco di De Beers, il colosso del settore dell’estrazione, lavorazione e commercio di diamanti, noto come il “Sindacato”. Leviev un tempo era un Sightholder, ovvero uno dei pochi esclusivi acquirenti diretti di diamanti grezzi De Beers. Oggi è il più grande tagliatore e lucidatore al mondo di gemme preziose e una fonte primaria di pietre grezze per altri tagliatori, lucidatori e produttori di gioielli in tutto il mondo. Coloro che hanno assistito alla sua carriera negli ultimi tre decenni affermano che è stato il suo intenso odio per De Beers ad alimentare la sua ascesa. Leviev ha ritenuto ingiusta e inaccettabile la prepotenza del Sindacato nei confronti degli acquirenti, a cui spesso venivano dati lotti di diamanti grezzi a prezzi e condizioni “prendere o lasciare” con il rischio di venire esclusi da qualsiasi giro se si fossero rifiutati.

Leviev non critica mai apertamente il suo ex socio in affari sudafricano, né però si nasconde dietro giri di parole. “Non permetto a nessuno di dirmi come gestire la mia attività”, dice. “Sono cresciuto in Unione Sovietica. So cosa significa avere paura. Ricordo bene quando a scuola venivo picchiato regolarmente dai bulli e ho sempre ripetuto a me stesso che non avrei mai più avuto paura di niente e di nessuno”.

E così è stato, dato che Leviev è riuscito a sottrarre a De Beers contatti e clienti importanti in Russia e Angola, due dei maggiori produttori mondiali di diamanti grezzi in termini di valore. Tuttavia Leviev non ha umiliato il Sindacato, un tempo quasi onnipotente, da solo. La sua sfida ha ispirato altri, come Rio Tinto, proprietario della miniera australiana Argyle, che nel 1996 ha deciso di scavalcare De Beers per la prima volta e di vendere i suoi 42 milioni di carati direttamente ai lucidatori di Anversa. All’inizio degli anni ’90 il governo russo iniziò a vendere parte della sua fornitura grezza ad altri, nonostante il suo accordo esclusivo di lunga data con De Beers. Quando le aziende di estrazione scoprirono enormi riserve di diamanti nei Territori del Nordovest del Canada, De Beers dovette lottare per aggiudicarsi una fetta della torta. La sua quota di mercato nel settore dei diamanti grezzi è scesa al 60%, dall’80% di cinque anni fa.

Il motivo per cui Leviev è così pericoloso è che ha scosso in profondità il business dei diamanti, molto legato alla tradizione. Fino a poco tempo fa De Beers teneva virtualmente in pugno il mondo dei diamanti, determinando chi poteva acquistare pietre non tagliate, quante e quali ne poteva acquistare e dove i centri di taglio potevano prosperare. Leviev ha messo fine al cartello, trattando direttamente con i governi produttori di diamanti e mandando in frantumi l’importantissimo rapporto di De Beers con i Sightholder. Inoltre è diventato il primo commerciante di diamanti del settore a tenere sotto controllo ogni aspetto della produzione, dall’estrazione e dal taglio alla lucidatura e alla vendita al dettaglio, guadagnando in ogni fase.

Altre attività, partecipazioni e amicizie in politica

Sconfiggere De Beers ha reso Leviev un uomo molto ricco. Leviev possiede il 100% della sua attività, Lev Leviev Group, e una partecipazione di controllo in Africa Israel Investments, un conglomerato con sede a Yehud, in Israele, con partecipazioni in: immobili commerciali a Praga e Londra; Gottex, un’azienda di costumi da bagno; 1.700 distributori di benzina Fina nel sud-ovest degli Stati Uniti; 173 7-Eleven nel New Mexico e nel Texas; una partecipazione del 33% nella Cross Israel Highway, la prima strada a pedaggio del paese; e una quota dell’85% di Vash Telecanal, il canale televisivo israeliano in lingua russa. Leviev possiede anche una miniera d’oro in Kazakistan, pezzi di due miniere di diamanti in Angola e licenze minerarie negli Urali e in Namibia. Il suo patrimonio è, probabilmente, intorno ai 2 miliardi di dollari.

Una parte della sua ricchezza deriva dalla sua capacità di sfruttare le conoscenze tra i politici. Fatto che ha creato intorno alla sua figura anche inimicizie e qualche sospetto. Un esempio recente: mentre Leviev stava preparando un’offerta per acquistare il 40% della miniera di diamanti Argyle in Australia, le banche che lo sostenevano si sono ritirate all’ultimo momento. Diverse fonti sostengono che ciò fosse dovuto alla mancanza di trasparenza nelle attività di Leviev. Anche se le sue mani sono pulite, Leviev ha avuto a che fare con persone di cui non si può dire la stessa cosa. La sua onnipresente brigata di robuste e armate guardie del corpo non è lì solo per scena.

Il sostegno a Putin e l’ostilità dell’establishment ebraico in Russia

Alcuni membri dell’establishment ebraico russo non apprezzano il fatto che Leviev sostenga così smaccatamente una sua corrente personale dello chassidismo. Leviev si è attirato molte critiche per aver fatto in modo che un rabbino lubavitch, nato in Italia e che ha studiato in America, ricevesse la cittadinanza dal presidente russo Vladimir Putin pochi giorni prima che Leviev lo nominasse rabbino capo del paese (che però ne aveva già uno). I suoi detrattori sostengono che, allineandosi in modo così esplicito con Putin, Leviev stia giocando col fuoco. Se il presidente gli togliesse il suo appoggio, le attività ebraiche di Leviev potrebbero essere viste come una violazione della promessa fatta dagli oligarchi russi a Putin di rimanere fuori dalla politica per mantenere i loro beni, molti dei quali notoriamente acquisiti all’inizio degli anni ’90.

Non si può negare che Leviev abbia amici influenti. I suoi rapporti con Putin risalgono al 1992, quando il presidente, allora vicesindaco di San Pietroburgo, autorizzò l’apertura della prima nuova scuola ebraica (finanziata da Leviev) della città dopo mezzo secolo, dopo le esitazioni del sindaco. Leviev è anche diventato una sorta di punto di riferimento tra Israele e i paesi dell’Asia centrale, arruolando i regimi laici in quegli stati principalmente islamici nella lotta contro i gruppi terroristici fondamentalisti. Leviev, che ora vive a Bnei Brak, un’enclave ultra-ortodossa in Israele, è uno stretto collaboratore del primo ministro israeliano Ariel Sharon e dei presidenti del Kazakistan e del suo nativo Uzbekistan. Tra i suoi amici in Africa ci sono i presidenti Jose Eduardo Dos Santos dell’Angola e Sam Nujoma della Namibia.

La storia di Lev Leviev: da quel torto alla famiglia all’ascesa nel mondo dei diamanti

Leviev è cresciuto a Tashkent, capitale dell’Uzbekistan. Sebbene il comunismo fosse imperante, la famiglia di Leviev faceva parte del movimento Chabad-Lubavitch e tutti i maschi, incluso Leviev, impararono a eseguire in segreto le circoncisioni rituali. Il padre di Leviev, Avner, era un commerciante di tessuti di successo e un collezionista di rari tappeti persiani. Dopo sette anni di attesa, la famiglia emigrò in Israele nel 1971, dopo aver convertito la propria ricchezza pari ad 1 milione di dollari in diamanti grezzi, che portò fuori dal paese. Quando però cercarono di venderli in Israele, vennero a sapere che i diamanti erano di qualità inferiore, del valore di appena 200mila dollari. Leviev, all’epoca 15enne, giurò che avrebbe riparato a questo torto. Nonostante le obiezioni di suo padre, lasciò la yeshiva e una vita di educazione religiosa per dedicarsi al taglio dei diamanti.

Nel 1977 aprì un centro di taglio di diamanti quando le speculazioni, nel fiorente mercato dei diamanti israeliano, erano del tutto incontrollate. La maggior parte dei tagliatori si teneva strette le sue riserve, scommettendo sul continuo aumento dei prezzi. Quando, tre anni dopo, il mercato crollò, le banche smisero di fare credito e molti tagliatori fallirono. Leviev però non aveva preso prestiti dando in garanzia la sua riserva e quindi era messo abbastanza bene da riuscire ad espandersi, aprendo 12 piccoli centri di taglio in cinque anni. Volava spesso a Londra, Anversa, Johannesburg e in Siberia, sempre in cerca di nuove pietre grezze. Inoltre adottò nuove tecnologie, tra cui il laser e un software di taglio, elementi davvero rivoluzionari per l’epoca, per sfruttare fino in fondo il grande valore dalla sua preziosa scorta. Successivamente i suoi tagliatori poterono produrre modelli digitali 3D di vari tagli di diamante, che gli permettevano di analizzare imperfezioni, dimensioni, peso e forma di una pietra prima di lavorarci. “Parte del suo genio”, afferma Charles Wyndham, cofondatore di Www International Diamond Consultants ed ex direttore del reparto vendite di De Beers, “è stato coniugare la tecnologia all’avanguardia con ciò che il mercato voleva davvero”.

Nel 1987 De Beers invitò Leviev a diventare un Sightholder, onore concesso a meno di 150 persone. All’epoca era uno dei maggiori produttori israeliani di pietre già lucidate. Due anni dopo il gruppo statale russo di estrazione e vendita di diamanti, ora chiamato Alrosa, chiese a Leviev di aiutarlo a creare dei centri di taglio, creando così il primo caso di diamanti grezzi lavorati interamente nel paese di origine, in una joint venture chiamata Ruis. (Per decenni De Beers ha incanalato tutti i diamanti grezzi attraverso la sua Diamond Trading Co. a Londra prima di rivenderli ai Sightholder, ovviamente con un ricarico; ad esempio un diamante estratto in Africa andava a finire dall’altra parte del mondo per poi essere rivenduto ad un Sightholder… in Africa). Oggi, Leviev possiede il 100% di Ruis, che taglia 140 milioni di dollari di diamanti all’anno e si occupa di diverse attività di lucidatura, tra cui una a Perm, in Russia, e un’altra in Armenia.

Si aprono a Leviev le porte del Cremlino e inizia l’ostilità con De Beers

Leviev entra in questi affari coltivando una relazione intima con Valery Rudakov, che gestiva Alrosa sotto il leader sovietico Mikhail Gorbaciov. La partnership ha aperto le porte del Cremlino a Leviev. “Non ho mai parlato di affari con Gorbaciov”, insiste Leviev. “Gli ho parlato dell’apertura di scuole ebraiche dove non ce n’erano da 70 anni”. Ma probabilmente ha confermato i sospetti di Rudakov (e quelli di Gorby) che De Beers stesse giocando al ribasso sul valore delle gemme, recando danno alla Russia.

Questo accordo diede a Leviev accesso ad una parte della riserva di diamanti grezzi della Russia e provocò a De Beers qualche mal di testa. Nel 1995 De Beers si stancò di questo parvenu e gli revocò la qualifica di Sightholder. È opinione diffusa che Leviev, forse anticipando la rappresaglia del Sindacato, si fosse già assicurato una quota sostanziosa delle riserve di Gokhran, la più nota “cassaforte” statale russa di gemme, oro, opere d’arte e oggetti d’antiquariato, gestita dall’amico di Boris Eltsin Yevgeni Bychkov. Il governo russo aveva deciso di liberarsi di alcune delle pietre grezze e levigate che accumulava da molto tempo, probabilmente dal 1955: un tesoro del valore di 12 miliardi di dollari all’inizio degli anni ’90, secondo Chaim Even-Zohar, editore dell’influente rivista specializzata Diamond Intelligence Briefs di Ramat Gan, Israele. In molti ritengono che Leviev divenne il punto di riferimento principale nello smaltimento di questa immensa riserva. Questa riserva conteneva alcune delle pietre più preziose del mondo: “100 carati e più” afferma Richard Wake-Walker, cofondatore di Www International Diamond Consultants. “L’incredibile qualità che ci siamo trovati davanti non poteva provenire da un solo anno di estrazioni”, afferma Barry Berg, vicepresidente vendite internazionali di William Goldberg Diamond, un’azienda di Manhattan che ha saputo approfittare di questa vera e propria manna dal cielo. Nel 1997 una parte significativa di quella riserva era sparita.

Quest’operazione di liquidazione era del tutto lecita? “È a questo che servono le riserve statali”, afferma Rudakov, oggi presidente di un’unità di Norilsk Nickel. “Quando un paese è in difficoltà, le può vendere”.

Il ruolo di Leviev nella liquidazione della riserva russa: ombre e sospetti

Chiaramente però ci sono stati usi meno legittimi. “C’erano uno o più fondi neri del Cremlino e alcuni benefit del tutto discutibili sono stati distribuiti”, afferma John Helmer, corrispondente di lungo corso degli affari statunitensi in Russia. “Parte dei proventi è andata a campagne elettorali, un’altra parte a conti offshore e un’altra frazione è finita nelle tasche di diversi ricchi privati”. Nel 1998 Thomas Kneir, allora vicedirettore dell’FBI, testimoniò davanti a una sottocommissione del parlamento specializzata in affari bancari in merito al contrabbando dei proventi della vendita di beni statali russi, inclusi i diamanti, in conti esteri, il tutto avvenuto nei primissimi e sconsiderati giorni del nuovo capitalismo russo. Kneir ha citato l’affare Golden ADA, in cui diamanti grezzi per un valore di 170 milioni di dollari vennero spediti dalla Russia a una fabbrica di San Francisco per essere tagliati e lucidati. Ma, dice Matthew Hart, autore di Diamond, le gemme e il denaro scomparvero lungo la strada, spesi in case di lusso e mazzette ai politici. (Bychkov, accusato di abuso di potere in relazione alla Golden ADA, è stato successivamente graziato da Eltsin.)

Se fosse stato il tramite per molte transazioni, Leviev ne avrebbe approfittato. “Compri oggi, vendi un’ora dopo e vieni pagato domani”, spiega il buyer di Manhattan Barry Berg. Leviev nega di avere svolto alcun ruolo nella liquidazione della riserva russa. “Sono pettegolezzi di bassa lega”, dice sbrigativamente.

Qualunque cosa Leviev facesse durante gli anni di Eltsin, la faceva mantenendo un basso profilo. Leviev ha evitato di essere identificato con la “Famiglia”, un gruppo di “nuovi ricconi” che han cercato di convertire la propria influenza economica in potere politico. Una mossa intelligente, perché quando Putin è diventato presidente, ha emarginato alcuni membri della Famiglia, come Boris Berezovsky. Leviev aveva mantenuto stretti legami con Putin, mediando, per la prima volta, incontri tra il nuovo presidente russo e importanti politici israeliani.

Gli affari in Angola: De Beers e il problema dei diamanti insanguinati

E intanto, a metà degli anni ’90, De Beers, oltre a dover lottare contro Leviev in Russia, doveva gestire anche un altro problema, ben più vicino: i diamanti insanguinati, quelli pagati con proiettili e coltellate. L’Angola, il terzo produttore mondiale di diamanti grezzi, venne invasa da forze ribelli contrarie al presidente Dos Santos. I ribelli presero il controllo dei territori dei diamanti e iniziarono ad immettere sul mercato fino a 1,2 miliardi di dollari in diamanti ogni anno. Secondo il gruppo londinese Global Witness, De Beers non aveva altra scelta: comprare i diamanti o rischiare di perdere il controllo sui prezzi.

I diamanti insanguinati divennero presto un problema di PR grande come una casa per De Beers. Nel 1998 le Nazioni Unite imposero sanzioni sull’acquisto di diamanti angolani dai ribelli; un rapporto ampiamente diffuso di Global Witness accusava De Beers di “operare con una straordinaria mancanza di responsabilità”. Sotto pressione, il Sindacato chiuse le sue filiali dedicate all’acquisto in Angola e nella Repubblica Democratica del Congo devastata dalla guerra, continuando però a muoversi in Angola.

Leviev, l’amicizia con il presidente Dos Santos e la Ascorp

Leviev aveva già lasciato il segno in Angola nel 1996, quando si presentò con un investimento di 60 milioni di dollari in cambio del 16% della più grande miniera di diamanti dell’Angola, che il governo aveva di recente recuperato dai ribelli. Alrosa, uno dei suoi partner, non riuscì a trovare i soldi. “Dos Santos ha detto che sono stato l’unico ad aiutare il suo paese”, dice Leviev, che impiegava ex agenti dell’intelligence israeliana per sorvegliare le miniere. (Leviev e il presidente, dice un rapporto del Center for Public Integrity, gruppo di sorveglianza con sede a Washington, DC, erano uniti dalla conoscenza del russo e dal disgusto per De Beers). Leviev si offrì anche di aumentare il gettito fiscale per lo stato e promise di ridurre le esportazioni illegali. Per addolcire l’offerta diede al governo angolano una quota del 51% di Angola Selling Corp, detta anche Ascorp, l’acquirente esclusivo di diamanti grezzi angolani. (Si dice anche che Isabella Dos Santos, la figlia del presidente, abbia una partecipazione separata in Ascorp. Leviev dice che non ne sa nulla).

In questa storia c’è parecchio di più di quello di cui Leviev voglia discutere. Un suo amico, Arcady Gaydamak, presunto trafficante d’armi con cittadinanza israeliana e russa, era consigliere di Dos Santos. Secondo il Center for Public Integrity, a metà degli anni ’90 Gaydamak (ricercato in Francia per traffico illegale di armi) negoziò la remissione del debito angolano nei confronti della Russia, in cambio di armi. Nel gennaio 2000, un mese dopo che la Ascorp di Leviev aveva ottenuto l’esclusiva sui diamanti dell’Angola, Gaydamak acquistò il 15% di Africa Israel Investments, sempre di Leviev. Nel giro di un anno Leviev riacquistò la quota di Gaydamak. Un do ut des? “Si è offerto di vendermi le azioni a un buon prezzo”, dice Leviev. “Questo è avvenuto prima che il sig. Gaydamak avesse problemi legali”. Sebbene i due non siano più soci in affari, rimangono amici.

Apparentemente Leviev ha mantenuto la parola data a Dos Santos: il gettito dalle imposte sulla vendita di diamanti è balzato a 62 milioni di dollari l’anno scorso (era solo 10 milioni di dollari nel 1998). E tuttavia, sostiene Even-Zohar, una quota ancora maggiore è stata contrabbandata fuori dal paese. L’acquisto di 1 miliardo di dollari in diamanti grezzi angolani all’anno metteva a dura prova Leviev, costretto a liberarsi di tutte queste pietre in fretta. Non poteva continuare ad offrire agli estrattori i prezzi migliori. “Gli addetti agli scavi sapevano che avrebbero potuto ottenere molto di più per le loro pietre, e ciò ha portato al dilagare del contrabbando”, afferma Even-Zohar.

Questo potrebbe essere uno dei motivi per cui Leviev perse la sua esclusiva sull’Angola l’estate scorsa. Interpellato sull’argomento, Leviev fa spallucce. “Non mi date per sconfitto.”

L’Angola era stata sede di una lunga serie di scontri tra Leviev e De Beers. Nel marzo del 2000 il Sindacato persuase un giudice belga a sequestrare un piccolo carico di diamanti che si rivelò essere di Leviev. Questi fece appello e pochi mesi dopo le pietre gli furono restituite. De Beers sostiene ancora oggi che il contratto del 1998 con la Ascorp di Leviev non sia valido e sta cercando di ripristinare i suoi diritti di sfruttamento in Angola e di recuperare 92 milioni di dollari che, sostiene, il governo di Dos Santos gli deve.

Il Sindacato aveva buoni motivi per combattere. L’accordo della Ascorp significava che per la prima volta De Beers avrebbe dovuto vendere quanto estratto dalla produzione delle proprie miniere a qualcun altro, in questo caso il suo acerrimo nemico. A maggio 2001 la società era già uscita completamente dall’Angola.

Gli affari in Namibia

Altra zona calda: Namibia, un paese ricco di diamanti che De Beers estrae da quando Ernest Oppenheimer acquistò le concessioni dopo la prima guerra mondiale. Ma come la Russia, la Namibia vuole poter lavorare le proprie gemme, così nel 2000 ha costretto i produttori a vendere una fornitura regolare di diamanti grezzi ai tagliatori del paese. De Beers ha esitato, ma in seguito ha ceduto e ha costruito un centro di taglio insieme alla Namibia, rifornendolo però con le pietre grezze dei propri uffici londinesi.

Ancora una volta Leviev ha sfruttato la situazione. Nel 2000 ha pagato 30 milioni di dollari per il 37% della Namibian Minerals Corp. (Namco), un’impresa di estrazione di diamanti offshore. Come parte dell’accordo, ha accettato di aprire una fabbrica di lucidatura sulla costa della Namibia. Più tardi, quando l’attrezzatura mineraria di Namco si è rotta, Leviev ha litigato con i suoi partner quando si sono rifiutati di tirare fuori più soldi per le riparazioni. Leviev si è vendicato costringendo la società al fallimento per poi acquistare tutte le concessioni minerarie per una miseria, circa 3 milioni di dollari.

Le sue collaborazioni in Russia, Angola e Namibia rappresentano parte del gioco di Leviev per ottenere la proprietà diretta di forniture di pietre grezze, geopoliticamente diversificate. Di recente ha acquistato un pezzo di Camafuca nel nord-est dell’Angola e una licenza di esplorazione mineraria negli Urali russi. (Si presume anche che abbia fatto un’offerta, senza successo, per un pezzo di Alexkor, la compagnia mineraria di diamanti di proprietà statale del Sud Africa. Ha anche fallito nel tentativo di scambiare le sue concessioni Namco per una fetta di Trans Hex Group, una società mineraria quotata in borsa con sede a Città del Capo; un probabile ostacolo a questa operazione sono stati i suoi legami con Arcady Gaydamak. Leviev nega di aver fatto queste offerte.) Se la russa Alrosa, a tutt’oggi risorsa di proprietà statale, dovesse essere privatizzata, l’amico di Putin Leviev farebbe sicuramente parte della ridottissima lista dei potenziali acquirenti.

Leviev e De Beers negli anni 2000

Leviev dice con orgoglio: “Sono l’unico commerciante di diamanti verticalmente integrato al mondo”. Ma anche De Beers si è mosso verticalmente. La perdita di posizione dominante sul mercato li ha spinti verso la vendita al dettaglio. De Beers ha formato nel 2000 una joint venture con LVMH Moet Hennessy Louis Vuitton per creare un marchio di lusso che avrebbe potuto guadagnare di più rispetto ai diamanti senza marchio. Ciascun partner ha messo a disposizione 200 milioni di dollari, sperando di realizzare margini di guadagno in grado di compensare la perdita di quote nel settore minerario dell’attività. Finora però gli unici risultati sono stati svariati danni collaterali. A luglio De Beers ha abbandonato 35 dei suoi 120 sightholder di lungo corso (aggiungendone solo 10 nuovi), scatenando un turbinio di voci e ipotesi sul fatto che stesse tenendo da parte le sue riserve più preziose riservandole solo alla vendita al dettaglio. De Beers nega con forza queste illazioni e afferma di aver ridotto il numero di Sightholder in seguito ad un “processo di revisione obiettivo”. (Tuttavia, la mossa ha creato molto scalpore nel 47th Street Diamond District di Manhattan).

De Beers LV, questo il nome della partnership, non ha avuto il successo sperato. Finora c’è un solo negozio indipendente, in Bond Street a Londra. Era previsto un negozio in Madison Avenue ma è stato rimandato a data da destinarsi.

Tuttavia, la tendenza del branding guidata da De Beers ha preso piede. Il Sightholder belga Pluczenik Group ha collaborato con la casa di moda Escada per creare il “taglio Escada” a 12 lati per la sua linea di gioielli firmata. Leo Schachter Diamonds, un Sightholder con sede a Tel Aviv, ha speso almeno 5 milioni di dollari per pubblicizzare il suo diamante Leo a 66 facce su riviste come Peoplee Vanity Fair. Mentre Tiffany ha brevettato il diamante Lucida, un taglio quadrato di 50 facce, William Goldberg di New York ha prodotto la varietà Ashoka dall’aspetto antico. Anche Leviev sta lanciando la sua linea di gioielli di fascia alta, soprannominata Vivid Collection, che comprende le sue migliori pietre e prezzi a partire da $ 50.000 fino a qualche milione di dollari.

Leviev, investimenti nel mercato immobiliare e filantropia religiosa

Leviev inoltre cerca di lasciarsi alle spalle sia il vecchio gioco del voler essere sempre il migliore che il tutt’altro che cristallino mondo dei diamanti. Lo si vede nei suoi ultimi investimenti. Insieme ai suoi partner sta finanziando investimenti di sviluppo immobiliare per 1 miliardo di dollari in quattro anni in Russia, un progetto che comprende tre edifici per uffici nel centro di Mosca, e prevede di investire un importo simile per complessi residenziali e di uffici a New York City, Dallas e San Antonio. Lo si vede anche nelle sue attività politiche. A giugno ha mediato un incontro a Mosca tra Putin e i leader ebrei americani, tra cui James Tisch, amministratore delegato di Loews Corp., per discutere delle relazioni USA-Russia.

E la sua filantropia religiosa è forse il suo strumento più efficiente nella conquista della legittimità. Ultimamente ha espanso le sue iniziative chabad, un tempo limitate alla Russia e ad altre ex repubbliche sovietiche, in Occidente. Quest’anno ha aperto una scuola a Dresda per insegnare la fede agli ebrei non religiosi emigrati. L’anno scorso ha aperto una nuova scuola nel Queens, NY, che accoglie 350 studenti ebrei le cui famiglie vivevano in Uzbekistan e Tagikistan. “Lo faccio per rimanere fedele all’eredità di mio padre” dice. “Tutto quello che voglio è che le persone in questi posti sappiano di essere ebree”. Un attimo dopo viene portato all’aeroporto Sheremetyevo di Mosca, dove lo attende una carovana di Suv con scorta pesantemente armata.

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