L’usato mette il turbo: così Francesco Banfi ha venduto la sua Brumbrum per $80 milioni

Francesco Banfi, ceo e founder di Brumbrum
Francesco Banfi, ceo e founder di Brumbrum
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Articolo tratto dal numero di marzo 2022 di Forbes Italia. Abbonati!

Comprereste un’auto usata da quest’uomo? In migliaia lo hanno già fatto da quando, per primo, nel 2017 ha cominciato a venderle online ed è andata talmente bene che la sua società, a fine 2021, è stata pagata 80 milioni di euro dall’inglese Cazoo. Felicitations a Francesco Banfi, founder e ceo di brumbrum, che è riuscito in un’impresa che molti certamente gli invidiano: creare una startup a poco più di 40 anni e venderla (o fare la exit, come si dice in gergo) prima che scocchi l’ora dei 50. E se le congratulazioni gli vanno fatte in francese, è perché da una vita Parigi è la sua seconda casa.

Incontriamo spesso startupper che partono da una passione o da un problema personale che provano a risolvere con un’idea innovativa. Banfi, 49 anni e tre figli, non appartiene a nessuna di queste due categorie: non è un appassionato di auto, né ha avuto particolari problemi su quattro ruote. Lui appartiene alla categoria dei cacciatori di opportunità, che scrutano i mercati, analizzano i modelli e…zac! trovano lo spazio dove seminare il nuovo business. 

Diciassette anni in McKinsey lasciano il segno. “Ho fatto la laurea all’Ensta di Parigi (che è il Politecnico della città, ndr), ho cominciato a lavorare nella consulenza a Milano, poi c’è stato il master all’Insead, dove ho conosciuto mia moglie che è parigina doc. Dal 2010 sono tornato a Parigi per McKinsey e ho messo su casa qui. Quindi ho una lunga consuetudine con la Francia”, racconta Banfi, che alla domanda come viene l’idea di fare un e-commerce di auto usate nel 2016, risponde partendo da lontano. “Io frequento la Francia da quasi 30 anni e ci vivo da oltre dieci. Qui ci sono da tempo numerosi e-commerce di gioielli, di orologi d’epoca, dove la spesa media è di decine di migliaia di euro. Quello è lusso e si tratta di mercati di nicchia. L’auto, che ha costi simili, è invece un bene di largo consumo. Io allora ero un retail guy, un esperto di grande distribuzione e non capivo nulla di auto ma guardando quel mercato ho visto subito che aveva grossi problemi e grandi opportunità. Ha dimensioni importanti, una struttura distributiva poco sviluppata e senza un brand forte, nazionale. Per me è stata una rivelazione”.

Un invito a nozze per il consulente che decide di passare dalle slide all’impresa. E che ricorda ancora la prima auto venduta, nella seconda metà del 2017: una Jeep Renegade gialla. Da quel momento brumbrum mantiene la promessa che il brand onomatopeico contiene: sgomma e corre. Nel 2018 all’usato ricondizionato aggiunge il noleggio a lungo termine, nel 2019 chiude un round da 20 milioni guidato da Accel (il fondo della Silicon Valley che ha investito su Facebook e Spotify tra gli altri), nel 2020 arrivano altri 65 milioni, nel 2021 il noleggio a marchio proprio e, a cavallo con il 2022, la vendita a Cazoo. “È stata una trattativa molto veloce. Abbiamo chiuso l’operazione tra Natale e Capodanno. Devo dire che non ho fatto grandi vacanze l’anno scorso…”, racconta con malcelata soddisfazione. “Abbiamo lo stesso business model e ci siamo trovati subito. Oltre la plusvalenza, conta anche la continuità del progetto”. 

La nuova vita di Brumbum in Cazoo

Società inglese quotata a New York nel 2021, il suo secondo anno completo di attività, Cazoo è stata fondata nel 2018 dall’imprenditore seriale Alexander Edward Chesterman proprio per portare online tutte le attività di vendita delle auto usate. Ora punta alla leadership europea e ha aperto il 2022 con un round da 630 milioni di dollari. L’usato è un mercato in forte crescita in tutta Europa: solo in Italia, secondo gli ultimi dati Unrae – l’associazione delle case automobilistiche estere – per ogni 100 autovetture nuove ne vengono vendute 263 usate (dato relativo al dicembre 2021). 

Ormai si vendono più auto usate che nuove. Ma per vendere online qualcosa che costa da 15mila euro in su non basta certo creare una vetrina digitale. “I nostri asset sono la tecnologia che sta dietro la piattaforma con un sistema affidabile di definizione dei prezzi; lo stabilimento di Reggio Emilia che abbiamo creato da zero con una logica di industria 4.0 per il ricondizionamento delle vetture; il team di 180 persone, che fa di brumbrum la più grande acquisizione in Europa continentale”, elenca Banfi. “E poi c’è la qualità del sito web: a casa arriva quel che vedi online”. E per chi compra c’è un altro elemento di attrazione: come per tutte gli acquisti online, ci sono 14 giorni di tempo per cambiare idea, restituire l’auto e ottenere indietro i soldi. Succede? “Raramente”, risponde Banfi. “Abbiamo tassi di recesso inferiori all’1%”. 

Finita nella pancia di una startup nata dopo ma in un contesto dove la raccolta di capitali è più facile (e per comprare le auto da rimettere a posto e rivendere servono tanti soldi…), per brumbrum è cominciata una nuova fase che porterà entro il primo semestre 2022 a indossare il brand europeo. “Il mio impegno adesso è aiutare la transizione nell’interesse sia di chi ha comprato sia della realtà esistente, prima di lanciare la piattaforma di Cazoo in Italia. Completato questo percorso vedremo che cosa ci riserverà il futuro”, spiega Banfi che per il momento ha ridotto il suo pendolarismo fra Parigi e Milano, per la gioia di moglie e figli che così hanno più tempo per andare tutti insieme a cavallo (l’equitazione è la passione di famiglia). 

E dopo? Banfi ha ricominciato a studiare e ad analizzare. “La salute è un settore dove c’è una corrispondenza di fattori macroeconomici, dall’invecchiamento della popolazione ai rischi di nuove pandemie, con un significativo impatto finanziario. E c’è una necessità di forte innovazione: nei dispositivi medici, nei farmaci, ma anche nei processi. Probabilmente è uno dei settori in cui guarderei che cosa si può fare”. Tornando di nuovo a fare il pendolare fra Francia e Italia? “Non lo so. Nel 2016 ho deciso di fare startup in Italia perché ho valutato molto la variabile accesso ai talenti. Se dovessi farne un’altra, forse darei un diverso valore a un’altra variabile: l’accesso ai capitali”.

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