Innovation

Micromobilità, limiti di velocità “dinamici”, integrazione tra naturale e artificiale: l’idea della “senseable city”

Nuovi modelli, stili di vita, di mobilità, ma soprattutto basso impatto, sostenibilità a 360°. Se le città sono il centro del mondo abitato (70% della popolazione mondiale) con i centri urbani letti e interpretati dai dati, cambiano i modi e mondi di viverla. È questa la senseable city teorizzata da Carlo Ratti, docente al Massachusetts Institute of Technology di Boston, USA, dove dirige proprio il MIT Senseable City Lab.

Parcheggi, semafori, rotonde alla francese. Termini obsoleti ormai che richiamano modelli di mobilità urbana che appartengono a città costruite per le auto, non per gli umani…

Sicuramente la mobilità sta cambiando. Il digitale è entrato nello spazio fisico e ci permette di esplorare in tempo reale tutte le varie opzioni a nostra disposizione. La multi-modalità, che nel Novecento era confinata ai grandi nodi di interscambio, può avvenire dappertutto: si salta giù da un Uber (sebbene non in Italia!) e si sale su un monopattino condiviso, o si prende la bicicletta o il treno. In questo senso potremo parlare di una specie di “Internet delle Strade”, in cui le connessioni tra mobilità e città possono rivoluzionare la gestione della nostra viabilità. Non si tratta soltanto di veicoli. Uno dei campi più interessanti è quello della micro-mobilità attiva. Le biciclette in condivisione, ad esempio. Del resto, la maggior parte degli spostamenti urbani sono limitati a brevi distanze, sulle quali l’automobile privata non è competitiva. La micro-mobilità ha successo perché riesce a rispondere al noto “problema dell’ultimo (o del primo) miglio”: farci raggiungere la fermata della metro più vicina, oppure portarci dall’ultima stazione fino alla porta di casa. Infine, la mobilità sta cambiando grazie all’analisi dei dati. Faccio un esempio: i limiti di velocità. Con il nostro laboratorio al MIT di Boston, il Senseable City Lab, stiamo lavorando a un grande progetto di raccolta dati insieme a Unipol, per censire in modo anonimo i modi in cui gli attuali limiti sono seguiti sulle nostre strade. Questo potrà aiutare a aiutare a definire limiti di velocità dinamici, che si aggiornano in tempo reale sulla base di fattori come il traffico o la presenza di pedoni o ciclisti. Gli obiettivi potrebbero essere diversi: certo la sicurezza, ma anche il contrasto all’inquinamento o, in caso di ingorghi, la massimizzazione dei flussi veicolari.

Oggi le parole d’ordine sono sharing e micromobilità. Forse più ancora che trasporti pubblici?

Come dicevamo la micromobilità è molto interessante perché permette di rispondere al problema dell’ultimo miglio. Tuttavia, non dobbiamo dimenticare i trasporti pubblici, che continuano a essere tra i mezzi più sostenibili ed efficienti per muoversi e ci permettono di percorrere distanze maggiori. Quest’ultimo aspetto è fondamentale: se limitiamo gli spostamenti al nostro quartiere rischiamo di auto-segregarci nella nostra bolla socio-economica. E poi non dimentichiamo che, parafrasando l’ex sindaco di Bogotà Gustavo Petro, il paese sviluppato non è quello dove i poveri possono permettersi un’automobile, ma quello dove i ricchi si muovono con mezzi pubblici.

Si parte dal presupposto che bisogna agevolare il movimento di persone e cose. Ma la tua senseable city va oltre: la città organismo vivente e complesso letto con la chiave data propone nuovi modelli. Quali?

Credo che la sfida principale oggi per tutti coloro che si occupano di progettazione architettonica o urbana sia puntare a una maggior integrazione tra il mondo del naturale e quello dell’artificiale. La città del futuro deve essere disegnata come un organismo che risponde in tempo reale alle esigenze delle persone e dell’ambiente. È quello che cerchiamo di fare anche noi, sia a Boston presso il Senseable City Lab del MIT, sia a Torino e New York con il nostro ufficio di progettazione CRA – Carlo Ratti Associati. Inoltre, un commento generale: non mi è mai piaciuta l’etichetta “Smart”. Ho sempre preferito un’altra etichetta, quella di una città “sensibile”, o “senseable” in inglese, da cui il nome del nostro laboratorio al. La città “sensibile” è tanto dotata di sensori e apparati digitali, con i quali studiamo i modi in cui viene utilizzato lo spazio urbano, quanto capace di ascoltare i bisogni dei propri cittadini.

Ci sono stati e ci sono tentativi di modellare o addirittura costruire ex novo città ‘perfette’. Ma forse non sono questi i modelli a cui ispirarsi: bisogna puntare su rendere vivibili, efficienti e inclusive le città che abbiamo…

In Italia e più in generale in Europa la popolazione non cresce (anzi!) e gli standard edilizi non aumentano. Sono questi due i parametri che permettono di dimensionare il patrimonio edilizio. Quindi assolutamente non costruire nuove città, ma far funzionare meglio quelle che ci sono. Mi spingerei oltre: io porterei a zero il consumo di suolo in tutto il Paese. Il che non vuol dire non fare più nulla. Anzi, vuol dire lavorare per mettere a posto quello che c’è e restaurare o costruire su terreni già utilizzati in passato. Quello che gli inglesi chiamano “brownfield”, contro l’utilizzo di terreno vergine che consuma suolo, il cosiddetto “greenfield”. Infine, come dicevamo, bisogna ripartire dall’alleanza naturale-artificiale. Mi è sempre piaciuta una bella immagine tratteggiata dell’anarchico francese ottocentesco Élisée Reclus: “L’uomo dovrebbe avere il doppio vantaggio di un accesso ai piaceri della città, alle opportunità che offre allo studio e alla pratica dell’arte, e, allo stesso tempo, poter godere la libertà che si trova nella libertà della natura, e che si spiega nel campo del suo vasto orizzonte”.

Più il sistema si trasforma da analogico a digitale, maggiore è la quantità di informazioni che macchine e umani condividono. Il tema della sicurezza e/o della privacy è fondamentale.

Sì, fondamentale. In particolare, l’asimmetria tra i colossi tecnologici come Google e Meta oppure ancora gli Stati nazionali che sanno molto su di noi, mentre noi sappiamo ben poco di loro. Sono sempre stato a favore dell’apertura e della diffusione dei dati, del loro utilizzo “dal basso”. I dati sono democrazia, anche alla scala della città.

Efficienza e sicurezza, abbiamo detto, ma senseable city forse è basso impatto e sostenibilità?

Le città occupano solo il 3% della superficie globale, ma ospitano il 55% della popolazione mondiale e sono responsabili del 75% del consumo globale di energia e dell’80% delle emissioni di CO2. In altre parole, ogni azione intrapresa in campo urbano ha il potenziale per avere un grande impatto a livello globale. Una città che lavora con la natura e non contro di essa è anche una città sostenibile e che riduce i consumi. In questo senso siamo impegnati su vari fronti. Con il nostro studio CRA-Carlo Ratti Associati, stiamo attualmente lavorando al più grande progetto di decarbonizzazione urbana al mondo chiamato Hot Heart, a Helsinki. Si tratta di un sistema di isole galleggianti ancorate al largo della capitale finlandese, pensato per immagazzinare energia termica proveniente da fonti rinnovabili, che poi possa essere usata per il sistema di teleriscaldamento della capitale finlandese.

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