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Smart Mobility 20 Luglio, 2020 @ 12:52

La sostenibilità si muove su due ruote, grazie alla startup di un under 30

di Daniel Settembre

Staff writer, Forbes.it

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Articolo apparso sul numero di luglio 2020 di Forbes. Abbonati

Spirito di adattamento e tempestività sono essenziali per superare le sfide di ogni giorno nel mutevole mondo del lavoro. Giuliano Blei, il 29enne fondatore e ceo del servizio di micromobilità elettrica in sharing GoVolt, queste qualità, le ha sfruttate per navigare le acque turbolente della pandemia, smussando gli angoli alla sua startup e arricchendo nella sostanza il business. Appena è scoppiata l’emergenza da coronavirus ha subito capito che lo sharing non avrebbe avuto vita facile e, considerato il decremento sostanziale del fatturato del settore, ha deciso di offrire l’utilizzo dei suoi scooter al prezzo simbolico di 3 centesimi al minuto. Tempestività.

E così, il focus si è spostato sul noleggio a medio termine: “A marzo, in sole due settimane, abbiamo chiuso un’importante accordo con Domino’s Pizza, dandogli in locazione 32 scooter, distribuiti sui diversi punti vendita milanesi dell’azienda”. Poi sono arrivate altre partnership con privati e con aziende come Ciccio Pizza, Salvatore Marigliano, Emergenza Milano Soccorso. “Abbiamo praticamente ricostruito la base di fatturato persa dallo sharing”. Eppure, nonostante la parziale riconversione del modello di business, ancora non bastava a tenere in vita la startup. “Con gli asset in nostro possesso, l’unica attività che potevamo avviare rapidamente e che avrebbe avuto un buon livello di trazione era quella delle consegne a domicilio per conto terzi”. Spirito di adattamento.

Per differenziarsi dalle tante multinazionali di delivery, “abbiamo deciso di gestire il volume organico di ordini ricevuto dagli esercizi commerciali del territorio, offrendo un servizio di alta qualità a un semplice prezzo orario, senza commissioni variabili sul valore della merce consegnata”. In pochi giorni è stato chiuso un accordo di sub-appalto con iCarry per effettuare le consegne a domicilio per conto delle farmacie convenzionate con Pharmercure. “Il primo di ormai oltre 40 clienti”, precisa. Per il 2020 è previsto lo sviluppo del business esclusivamente su Milano, città con il più alto tasso di adozione di servizi tecnologici in Italia, e la ricerca di finanziamenti per aumentare il livello di differenziazione dai competitor, incrementare il numero di veicoli dispiegati sul territorio e continuare a migliorare l’infrastruttura tecnologica.

Ma se in questi mesi GoVolt si è trasformata tanto, la vita di Giuliano non è cambiata di una virgola. Almeno, così dice: “Mi svegliavo presto tutte le mattine e andavo in ufficio all’alba per allenarmi nella palestra temporanea che abbiamo realizzato in magazzino. Lavoravo tutto il giorno e la sera tornavo a casa, routine che seguo religiosamente praticamente tutti i giorni, ormai da tre anni”. E, paradossalmente, la pandemia non ha fatto altro che rinsaldare la chimica del team: “Sono estremamente fiero dell’incredibile affiatamento dei miei ragazzi durante gli ultimi mesi. L’azienda non ha chiuso nemmeno un giorno e nessun dipendente è stato messo in cassa integrazione. Usciamo dalla pandemia rinvigoriti, con la nuova e altamente redditizia linea di business di delivery, con il segmento dei noleggi a medio termine fortemente potenziato e, soprattutto, con un fatturato che già a giugno supererà quello di fine 2019”. Inoltre, dopo la concessione ottenuta del Comune di Milano per la sua flotta di monopattini in sharing, GoVolt resta l’unica azienda in Italia in possesso delle licenze necessarie per offrire servizi di sharing per scooter e monopattini, oltre al delivery, il tutto nella stessa città. L’obiettivo di Giuliano è andare a break-even nel 2021 e rendere l’attività sostenibile a tal punto da replicarla facilmente in diversi capoluoghi italiani nel breve e nelle città europee nel medio termine. “Il sogno di lungo termine rimane la quotazione”.

Traguardi tutt’altro che irraggiungibili, dal momento che l’intero comparto della smart mobility, spinto da un ritrovato interesse per la sostenibilità, sembra essere oggi un driver di crescita per ogni metropoli che si rispetti. La mobilità del futuro sarà elettrica e sempre più condivisa: “Molti benzinai implementeranno stazioni di ricarica per veicoli elettrici e a tendere rimpiazzeranno i distributori di benzina con colonnine o battery wall. Nel lungo termine sono convinto invece la mobilità si sposterà in aria, con i droni elettrici che la faranno da padrone”.

E Giuliano si sta già attrezzando: “In città mi sposto in scooter elettrico o monopattino. Non possiedo un’auto e non intendo possederne una, a meno che non sia totalmente elettrica. Sono riuscito a convincere anche mio padre a prenderne una ibrida”. Non esattamente quello che sperava, ma come si dice a Milano: piutost che nient, l’è mei piutost!

Smart Mobility 8 Luglio, 2020 @ 11:10

Tre amici olandesi stanno portando la Netflix delle bici in Italia

di Daniel Settembre

Staff writer, Forbes.it

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Dirk de Bruijn, Richard Burger e Martijn Obers sono tre amici olandesi che hanno fondato Swapfiets.

La micromobilità urbana sta vivendo un vero e proprio boom anche in Italia. Sarà per questo che Swapfiets, scaleup attiva nel settore della smart mobility e fondata nel 2014 in Olanda, da sempre attenta ai trasporti sostenibili, ha deciso di sbarcare nel nostro Paese. A settembre 2020 porterà a Milano (al momento non sono previste altre città italiane) il suo servizio di noleggio a lungo termine di biciclette e altri mezzi di mobilità elettrica, come monopattini e scooter.

Swapfiets – che è la combinazione di swap (scambiare) e fiets (termine olandese per bicicletta) – si differenzia dagli altri operatori già attivi sul nostro territorio perché alla base della sua offerta c’è il “modello Netflix”: al costo di un abbonamento mensile si ha a disposizione un mezzo a proprio uso esclusivo, che non richiede nessuna manutenzione. In caso di problemi tecnici l’azienda garantisce un rapido intervento, eventualmente la sostituzione del mezzo, direttamente presso l’abbonato entro 48 ore dalla segnalazione. Inizialmente a Milano i modelli di bici disponibili saranno i Deluxe 7, successivamente arriverà la tipica hollandbike original, la Power 7 e-Bike, nonché il piccolo, flessibile e pieghevole e-Kick scooter.

La Power 7 e-Bike (Courtesy Swapfiets).
il pieghevole scooter e-Kick (Courtesy Swapfiets).

“Crediamo che rendere più vivibili e sane le città per milioni di persone sia possibile anche attraverso la proposta di nuove soluzioni e servizi di mobilità in abbonamento”, dice il managing director Marc van Pappelendam. “La nostra azienda continua a innovare in modo da permettere a tutti i nostri utenti di continuare a muoversi in modo semplice e sostenibile”.

Swapfiets è nata in modo del tutto naturale per una startup, alla Delft University in Olanda, da tre amici, Richard Burger, Dirk de Bruijn e Martijn Obers, che sono partiti da un concetto di fondo: “Le biciclette sono il mezzo di trasporto più efficiente nelle città, ma quasi nessuno vuole prendersene cura, facendosi carico della manutenzione o riparazione”. Tra gli investitori della scaleup c’è Ponooc, un fondo di venture capital con sede nei Paesi Bassi, specializzato in energia sostenibile e imprese legate alla mobilità, correlato al gruppo Pon, multinazionale olandese nel settore dei trasporti, che si occupa della produzione delle biciclette progettate da Swapfiets.

L’obiettivo della scaleup è ora l’espansione all’estero. Già presente nei Paesi Bassi, in Germania, in Belgio e in Danimarca, oltre al capoluogo lombardo, entro la fine del 2020 arriverà anche a Londra e Parigi.

Responsibility 4 Marzo, 2020 @ 5:05

Trento guida la classifica delle città più sostenibili d’Italia stilata da EY

di Forbes.it

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Sostenibilità: la classifica delle migliori smart city in Italia secondo E&Y

EY ha pubblicato la quinta edizione dello Smart City Index di EY, che analizza le città capoluogo italiane, classificando il loro sviluppo e infrastrutture e misurando la loro capacità di innovare. In particolare, nel 2020 la società di consulenza ha preso in considerazione il tema della sostenibilità urbana, analizzando quanto le infrastrutture delle città sono smart nelle diverse componenti del trasporto, dell’energia e dell’ambiente (acqua, verde e rifiuti). A ottenere la prima posizione della classifica è stata la città di Treno, seguita da Torino, al secondo posto, e da Bologna, al terzo.

Trento primeggia per trasporti, energia e ambiente; invece Mantova, al 4° posto, è la città più sostenibile tra quelle con una popolazione inferiore agli 80.000 abitanti; nella top 10 c’è anche Bolzano, Brescia, Bergamo, Pordenone e Ferrara. Nella top 20 rientrano Modena, Parma, Udine, Reggio Emilia, Padova, Treviso e Monza.

Leggi anche: Tutte le italiane tra le 100 migliori aziende per Corporate Responsibility

Tutti gli indicatori relativi alla mobilità sostenibile mostrano un costante aumento negli ultimi 6 anni. In particolare, la mobilità elettrica è l’ambito che ha registrato gli incrementi più significativi: le colonnine di ricarica nei comuni mostrano dei tassi di raddoppio ogni due anni negli ultimi quattro anni (+92% negli ultimi due anni), e sono quindi più che quadruplicate dal 2014 (+357%). Anche le auto elettriche sono più che triplicate negli ultimi 4 anni (+259% dal 2016).

Secondo i dati raccolti da E&Y, la maggior parte delle città metropolitane registra una diminuzione di auto dal 2002 al 2018 (addirittura Milano ha “eliminato” oltre 100.000 veicoli dalla città), mentre in 3 città del Sud si è invece registrato un aumento (Messina, Catania e Reggio Calabria). La ricerca evidenza anche un l’estensione delle piste ciclabili (+22% dal 2014) e delle aree pedonali (+8% dal 2016).

La mobilità condivisa (auto, biciclette, scooter, monopattini) sta prendendo piede in un numero sempre maggiore di città italiane. Milano, che è la prima città italiana per intensità di sharing mobility, contava a fine 2019 oltre 3.000 auto in sharing con 6 operatori (di cui 3 elettrici), e 4.800 biciclette in sharing (+49% rispetto al 2017).

Trending 5 Febbraio, 2020 @ 12:30

Wuhan, la smart city incapace di contenere l’epidemia. Ma con i Big Data in futuro…

di Piera Anna Franini

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Vista aerea della città di Wuhan (Getty Images)

La Cina è leader mondiale nella realizzazione di smart city. Parlano i numeri: nel mondo, un progetto di smart city su due si sviluppa sul territorio cinese (cfr report Deloitte allegato). Nel 2010, il ministero della Scienza e Tecnologia elesse proprio la metropoli di Wuhan, epicentro dell’epidemia coronavirus, come sede pilota del programma di diffusione di città intelligenti.

In questi giorni, Wuhan è un luogo fantasma, nella morsa del virus, fragile come una qualsiasi città: l’aggettivo “smart” assume così una venatura fra il cinico e il sarcastico. Ne abbiamo parlato con Carlo Ratti, nome associato alle smart city, architetto, ingegnere, informatico, fondatore e direttore del MIT Senseable City Lab di Boston, al timone dello Studio Carlo Ratti Associati di Torino. Un inventore seriale (vedi la Copenhagen Wheel inclusa dal Time magazine fra le “Best Inventions of the Year”).

Ratti è la figura carismatica della Biennale di Urbanistica e Architettura di Shenzhen, la versione cinese della Biennale di Venezia, sebbene con i suoi 550mila visitatori ne doppi le presenze. L’edizione di quest’anno, tutt’ora in corso, fa proprio il dibattito internazionale sulle smart city concentrandosi anche sull’impatto dell’intelligenza artificiale. La Cina ambisce ad essere la numero uno pure in questo ambito come dimostra il crescendo di investimenti calcolato intorno agli $11.9 bilioni entro il 2023.

Dati gli accadimenti, alla Biennale di Shenzhen si apriranno spazi di dibattito sull’emergenza coronavirus. Ci si chiede come dovrebbe reagire una smart city a queste emergenze? “Per la chiusura della Biennale, a marzo, insieme a Michele Bonino del Politecnico di Torino stiamo pensando di organizzare un momento di discussione proprio intorno ai modi in cui una smart city può affrontare una situazione di crisi sanitaria” spiega Ratti che è stato in Cina in dicembre spingendosi fino a 350 chilometri da Wuhan, quindi in una fase in cui si erano verificati i primi casi di infezione ma non c’era il minimo sentore dell’incombere dell’epidemia.  “Una delle sfide per i prossimi anni – continua Ratti – sarà quella di trovare nuovi modi per analizzare i Big Data in arrivo dalla cittadinanza – informazioni che possono essere utili tanto per l’urbanista, quanto per gli studiosi di epidemiologia. Ad esempio, in un  recente articolo scientifico, pubblicato su Nature Scientific Reports, abbiamo sviluppato un metodo per predire i contagi di Dengue a Singapore usando gli spostamenti dei telefoni cellulari. La mobilità delle persone infatti è fondamentale per comprendere le dinamiche di trasmissione di molti virus e batteri”.

Per la verità, ci piacerebbe pensare che in una città smart i virus siano intercettati e debellati all’istante. O forse è chiedere l’impossibile? “I fattori in gioco sono moltissimi. Però credo che domani saremo in grado di monitorare meglio non solo l’ambiente fisico di una città ma anche quello biologico. Negli ultimi anni, il nostro laboratorio al MIT di Boston ha collaborato con alcuni colleghi del dipartimento di bioingegneria per studiare un sistema di analisi dei campioni batteriologici che si possono trovare nelle fogne urbane e che ci permettono, ad esempio, di trovare il virus dell’influenza prima che vengano segnalati i primi casi di infezione. Il progetto si chiama Underworlds“.

Sulle perplessità destate dall’anima smart di Wuhan, in ginocchio come una qualsiasi città, Ratti confessa che “del resto, il nostro pianeta rischia di soccombere al cambiamento climatico, indipendentemente dall’uso di nuove tecnologie. Come diceva Melvin Kranzberg: “La tecnologia non è né buona né cattiva; ma neanche neutra”.

Sempre a proposito di città cinesi. Carlo Ratti con Michele Bonino è alla testa del team curatoriale di “Eyes of the City”, la mostra che alla Biennale di Shenzhen affronta (anche) il tema del riconoscimento facciale, sempre più pervasivo nelle città cinesi.  Di fatto, il 2019 è stato un anno cruciale. “Proprio mentre organizzavamo la nostra Biennale su questo argomento – prosegue Ratti – , da San Francisco a Hong Kong la cronaca quotidiana ci raccontava di reazioni sempre più critiche verso la presenza del riconoscimento facciale nelle nostre città. Al contempo, la tecnologia non si ferma, e sono anzi sempre di più le circostanza della vita quotidiana in cui accettiamo di usare la nostra faccia come “chiave” per sbloccare un certo servizio: pensiamo, soltanto per fare un esempio, al nostro smartphone… Il ragionamento che abbiamo sviluppato alla Biennale, insieme a partner come l’università Cooper Union, è quello che sia necessario attuare strumenti di risposta nuovi, basati sul diritto a fare “opt out”. Ecco allora che alla Biennale a Shenzhen abbiamo dotato la mostra di un sistema di riconoscimento facciale: ma abbiamo anche dato la possiblità a tutti i visitatori di fare richiesta di anonimato. I primi risultati sono molto interessanti: i numeri di chi non vuole essere riconosciuto dal sistema sono decisamente più alti di quanto ci aspettassimo. Il modo in cui gestiremo la condivisione e il possesso dei dati urbani – a partire dal database dei volti legato alle reti di riconoscimento facciale – è uno dei temi fondamentali per le città del prossimo decennio. In Cina, ad oggi, c’è poca sensibilità sul tema privacy. La vecchia Europa si trova, invece, in una posizione di avanguardia con il GDPR, che è un ottimo punto di partenza”. E sempre in tema di vecchia Europa vs Cina.  Ratti conosce da vicino il sistema scolastico cinese, ma di una cosa è sicuro: è vero che  la Cina sta investendo enormi risorse nell’istruzione “e i risultati stanno arrivando molto in fretta. Le università occidentali, tra cui anche quelle italiane, hanno però un vantaggio: possono operare in società nelle quali l’atteggiamento critico viene coltivato su una scala decisamente più ampia. Mettere sempre in dubbio tutto è il punto di partenza del progresso scientifico – come ci ricorda tra gli altri Galileo”.